Arte e medicina, uno sguardo nuovo per comprendere i capolavori e una prospettiva per il giornalismo: Luigi Memo e Roberto Bonzio in dialogo con Rossella Guido
Dalla Gioconda alla Venere di Botticelli, passando per il ruolo della lentezza, dell’empatia e della complessità: un dialogo tra scienza, cultura e divulgazione a partire dal volume Genio e geni - Lettura clinica delle opere d'arte
Ci sono immagini che pensiamo di conoscere da sempre. La Gioconda, la Venere di Botticelli, i volti della pittura sacra, i grandi capolavori della tradizione occidentale. Eppure, guardati con un altro sguardo, possono rivelare dettagli inattesi: indizi anatomici, anomalie, segni clinici, tracce che mettono in relazione arte, medicina e storia del corpo.
È il terreno dell’iconodiagnostica, disciplina che applica la diagnostica medica allo studio delle opere d’arte. Un approccio al centro del volume Genio e geni. Lettura clinica delle opere d’arte, curato da Giorgia Girotto, Luigi Memo e Paolo Gasparini. Ne abbiamo parlato con Luigi Memo, neonatologo e genetista clinico, e con Roberto Bonzio, giornalista e fondatore di Italiani di Frontiera, in una conversazione che ha toccato non solo il rapporto tra scienza e immagini, ma anche il modo in cui oggi osserviamo, raccontiamo e interpretiamo la realtà.
«Non è un’idea nata in modo estemporaneo», spiega Luigi Memo. «Parliamo di una vera branca della medicina: l’iconodiagnostica. È la disciplina che applica la diagnostica medica allo studio delle opere d’arte, ricercando nei personaggi raffigurati segni e sintomi clinici, riprodotti talvolta consapevolmente, talvolta no, dall’artista».
Il termine, ricorda, è relativamente recente: fu introdotto nel 1983 dalla psichiatra di Harvard Annalise Pontius, in un lavoro in cui descriveva l’identificazione di una rara malattia genetica in antiche statue ritrovate nelle Isole Cook. «L’iconodiagnostica esercita prima di tutto la capacità di osservare e di riconoscere i segni di patologia. In altre parole, allena l’occhio clinico».
Non si tratta di trovare malattie nei quadri
«Si tratta di capire come l’arte documenti il corpo umano e le sue patologie all’interno di un preciso contesto storico». La lettura clinica, spiega Memo, usa strumenti tipici della medicina, osservazione, diagnosi differenziale, correlazione tra segni, ma deve dialogare costantemente con la storia dell’arte.
Le domande da porsi sono molte: il corpo rappresentato è realistico o idealizzato? Le anomalie osservate sono reali, simboliche o stilistiche? L’artista ha ritratto un caso concreto oppure ha immaginato una figura? «Qui l’aiuto degli storici dell’arte è decisivo», sottolinea Memo, perché senza quel confronto il rischio è di trasformare un’ipotesi in una proiezione arbitraria.
Per Bonzio, il lavoro di Luigi Memo incrocia uno dei temi chiave della sua ricerca sul talento italiano: la capacità di connettere ambiti diversi.
«Mi ha affascinato moltissimo questa combinazione di competenze», racconta. «Molte delle persone che ho incontrato e intervistato negli anni mi hanno detto che la loro forza stava nell’avere una visione ampia dei problemi, anche di quelli tecnici. Non nell’essere super-specialisti chiusi in un solo recinto, ma nel saper mettere insieme sguardi differenti».
È proprio qui, secondo Bonzio, che il progetto diventa significativo anche per un pubblico non medico: «L’incrocio tra storia dell’arte e lettura clinica ci permette di vedere qualcosa che prima non vedevamo, dentro immagini che credevamo di conoscere perfettamente».
Qual è il valore di questa chiave di lettura per chi ama l’arte, ma non ha una formazione scientifica?
Per Luigi Memo, il fascino dell’approccio sta anche nella sua accessibilità: «Guardare clinicamente un’opera vuol dire osservarla con lo sguardo analitico di un medico, cercando segni, sintomi, indizi visivi. Interpretare figure, corpi e dettagli come se fossero veri e propri pazienti dipinti».
Ma il punto non è trasformare il visitatore in un medico improvvisato. È semmai offrire una nuova profondità di lettura, una forma di attenzione che unisce bellezza, storia e osservazione del reale. «L’arte», dice Memo, «diventa così un documento sul corpo, sulle patologie, sui modi in cui una società ha visto e interpretato certe condizioni».
Esistono limiti a questa interpretazione?
«Questo approccio è un grande stimolo», osserva Bonzio, «ma proprio per questo ci obbliga a superare i limiti della nostra conoscenza con prudenza». Secondo il giornalista, l’aspetto più interessante è che la lettura clinica delle opere apre significati articolati, ma nello stesso tempo impone rispetto per la complessità.
È un punto su cui insiste anche Memo: il medico da solo rischia di vedere soltanto i segni e di ignorare simboli, stile, convenzioni figurative; lo storico dell’arte da solo può invece sottovalutare dettagli anatomici reali. «Una sola competenza non basta», afferma. «È proprio all’incrocio fra questi due tipi di sguardo che nasce un’ipotesi solida».
In che modo l'arte può aiutare la medicina?
Per Luigi Memo, il contributo dell’arte alla medicina è tutt’altro che marginale. «L’arte insegna alla medicina a vedere meglio», dice. «Non solo a guardare, ma a osservare in modo lento, selettivo, consapevole. Diventa quasi una palestra per lo sguardo clinico».
In un’epoca dominata dalla tecnologia, dalla velocità e dalla diagnostica avanzata, questo richiamo alla lentezza assume un valore particolare. «Davanti a un’opera importante non puoi scansionare tutto velocemente», osserva. «Devi fermarti. E in medicina accade qualcosa di simile: bisogna dedicare tempo all’esame obiettivo, non saltare subito alla diagnosi, cogliere dettagli che emergono solo dopo un’osservazione prolungata».
L’arte abitua inoltre a distinguere il dettaglio rilevante da quello irrilevante, la variazione dal normale, l’anomalia dalla semplice differenza. E perfino a tollerare l’incertezza: «Un’opera non ha sempre un’unica interpretazione, così come un paziente raramente racconta tutto subito. Bisogna formulare ipotesi multiple ed evitare conclusioni premature».
Ci sono opere emblematiche che raccontano bene questo approccio?
Memo cita innanzitutto la Gioconda. «Se la guardi solo con occhio medico», spiega, «puoi cogliere almeno due possibili elementi clinici». Da un lato uno xantelasma all’occhio sinistro, cioè un accumulo di grasso; dall’altro una tumefazione al polso destro compatibile con un lipoma. Mettendo insieme questi dettagli, si può ipotizzare un quadro di ipercolesterolemia.
Ma non è l’unica lettura possibile. Altri studiosi, osservando il colorito giallastro, le sopracciglia rade e una tumefazione al collo, hanno ipotizzato invece un quadro di ipotiroidismo. È proprio questa pluralità di interpretazioni, condotte però con metodo, a rendere l’iconodiagnostica così affascinante.
Altro caso celebre è la Venere di Botticelli, simbolo per eccellenza della bellezza femminile rinascimentale. Eppure, osservata attentamente, presenta due piccole anomalie: un piede cavo e una deviazione mediale del quinto dito, una forma di clinodattilia. «Piccole imperfezioni», nota Memo, «in una figura che dovrebbe rappresentare l’ideale di perfezione».
Il volume "Genio e geni. Lettura clinica delle opere d’arte" si muove così su un terreno raro e prezioso: quello in cui il sapere scientifico arricchisce il mistero dell’arte, di nuove domande. E in un presente segnato da velocità, semplificazioni e false certezze, il richiamo alla complessità, alla lentezza e alla curiosità appare quanto mai necessario.
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