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<title>Italia24.news | Notizie in Tempo Reale su Politica, Economia, Cronaca e Sport &#45; : Editoriali</title>
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<description>Italia24.news | Notizie in Tempo Reale su Politica, Economia, Cronaca e Sport &#45; : Editoriali</description>
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<dc:rights>©2026 Italia24 News &#45; Powered by Brain X Corp</dc:rights>

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<title>Il Multilateralismo e gli equilibri internazionali in crisi</title>
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<description><![CDATA[ Un momento di confronto su come il multilateralismo stia riscrivendo le regole della convivenza internazionale ]]></description>
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<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 15:07:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Gaia Moschetti</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>Un confronto organizzato dall'associazione Italiana Notai Cattolici e dall'unione Cristiana Impdenditori Dirigenti, nato per esamine le profonde trasformazioni della geopolitica contemporanea e il delicato bilanciamento tra gli interessi nazionali e le necessità della cooperazione globale.</p>
<p>I protagonisti del confronto, tre ex ministri esperti di politica estera e di difesa — Vincenzo Amendola, Mario Mauro e Gennaro Sangiuliano — insieme a Davide Tabarelli, uno dei maggiori esperti italiani di politiche energetiche, l'internazionalista Giuseppe Cataldi, e Maria Vittoria Bramante (esperta di storia, beni pubblici e ambiente) si sono confrontati sulle recenti crisi internazionali e sui nuovi confini mondiali. L'incontro è stato ideato e moderato da Roberto Dante Cogliandro, notaio e fondatore dell’AINC con Antonino Apreda, presidente dell’UCID per l'area di Napoli, Pozzuoli e Ischia e si è svolto nella sede del Royal Garden di Pozzuoli.</p>
<p>L'iniziativa ha rappresentato un momento di riflessione strategica per comprendere come la crisi del multilateralismo stia riscrivendo le regole della convivenza internazionale, coinvolgendo attori del mondo del diritto, dell'economia e della difesa, in particolare con un punto di vista da Napoli, al centro del Mediterraneo. Un pubblico ricco di personalità come i giuristi Gennaro Marasca, Antonio Buonajuto ed Elisabetta Garzo, politici come Nello Palumbo, Domenico Tuccillo e Giuseppe Cuomo tra gli altri hanno contribuito alla ricchezza del dibattito.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Premio Internazionale &amp;quot;Olio delle Sirene&amp;quot; tra Italia e Croazia</title>
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<description><![CDATA[  ]]></description>
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<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 15:01:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Gaia Moschetti</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>Il premio Internazionale “Olio delle Sirene” è realizzato con il patrocinio della Fondazione Sorrento, di Coldiretti, del Comune di Sorrento e di Oleum – Associazione Internazionale Assaggiatori di Oli di Oliva. </p>
<p>Quest’anno si svolgerà il 10 e 11 aprile e avrà in esclusiva degli assaggiatori in Croazia, dove, presso la Camera di Commercio, sono già stati selezionati circa 50 oli croati che saranno protagonisti di un Premio Speciale dedicato, rafforzando il dialogo culturale e produttivo tra i Paesi del Mediterraneo.</p>
<p>“Il Premio non rappresenta soltanto una competizione tra eccellenze olearie, ma un vero e proprio progetto culturale e scientifico che mira alla tutela, valorizzazione e promozione dell’olio extravergine di oliva come alimento fondamentale della dieta mediterranea, riconosciuto non più soltanto come condimento, ma come nutrimento essenziale per la salute”, dichiara Nino Apreda, segretario generale EWS, European Workshop Sorrento.</p>
<p>Entro il 10 febbraio gli oli destinati al concorso potranno essere ricevuti e dall’11 febbraio, tutti i campioni verranno catalogati e anonimizzati a cura del Presidente EWS e del Premio, notaio Roberto Dante Cogliandro, a garanzia della massima trasparenza e imparzialità delle valutazioni.</p>
<p>Le selezioni avverranno secondo rigorosi criteri internazionali di analisi sensoriale, attraverso panel di assaggiatori professionisti, con l’obiettivo di individuare le migliori produzioni DOP, IGP, biologiche e monovarietali, sia italiane che estere.</p>
<p>Il Premio delle Sirene non è soltanto una vetrina per i migliori oli extravergine di oliva, ma un punto di riferimento per la difesa della qualità e dell’autenticità del prodotto; la crescita culturale dei consumatori; il sostegno alle imprese agricole che investono in sostenibilità e identità territoriale; la promozione dell’olio italiano nel mondo come simbolo di salute, territorio e tradizione.</p>
<p>L’iniziativa prevede un più ampio programma di eventi, incontri tecnici, corsi di avvicinamento all’olio, convegni sulla sana alimentazione e momenti di confronto internazionale che culmineranno nella cerimonia ufficiale di premiazione a Sorrento realizzata tra gli altri grazie a Valentina Stinga, Presidente Coldiretti Napoli, Giuseppe Cuomo, Consigliere EWS, Tullio Esposito, Presidente Comitato Scientifico Premio Olio delle Sirene, Nicolangelo Marsicani, Presidente Oleum e la Fondazione Sorrento. Il presidente di EWS Roberto Dante Cogliandro ha dichiarato che “la II edizione del Premio Olio delle Sirene punta a confermare il numero di 200 produttori partecipanti lo scorso anno provenienti da quattro Paesi stranieri, per offrire una visione quanto più ampia e qualificata del settore oleario. Con questa nuova edizione, l’EWS rinnova la propria missione: fare dell’olio extravergine di oliva un ambasciatore di cultura, benessere e dialogo tra i popoli, trasformando il Premio in un laboratorio permanente di qualità e cooperazione internazionale”.</p>
<p></p>]]> </content:encoded>
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<item>
<title>La giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza: senza retorica, cosa dicono i numeri</title>
<link>https://www.italia24.news/la-giornata-internazionale-delle-donne-e-delle-ragazze-nella-scienza-senza-retorica-cosa-dicono-i-numeri</link>
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<description><![CDATA[ Dieci anni dopo l’istituzione ONU di un momento di celebrazione della presenza femminile nella scienza i numeri raccontano una verità scomoda: il talento c’è ma il sistema continua a disperderlo proprio dove contano carriera e leadership nei settori strategici ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 14:39:55 +0100</pubDate>
<dc:creator>Rossella Guido</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una frase che torna puntuale ogni 11 febbraio: <em data-start="459" data-end="515">“Le donne ormai sono ovunque, il problema è superato.”</em> È una frase comoda e soprattutto, è falsa. Lo dimostra lo stato dell’arte più solido disponibile: a livello globale, le donne sono <strong data-start="649" data-end="677">il 31,7% dei ricercatori</strong> (dato <a href="https://www.unesco.org/en/days/women-girls-science#:~:text=Did%20you%20know?,Join%20the%20campaign%20%23EveryVoiceInScience" target="_blank" rel="noopener">UIS/UNESCO)</a>. Non metà, non “quasi pari”, un terzo.</p>
<p>Ci sono certamente dei progressi, ma non sono quelli che amiamo raccontarci nei post celebrativi.  </p>
<p data-start="0" data-end="257">Quando si parla di “donne nella scienza” sembra che i numeri infatti si contraddicano, ma spesso non è la realtà a essere incoerente: è il modo in cui misuriamo. Le percentuali cambiano perché cambiano <strong data-start="194" data-end="208">le domande</strong> e, quindi, cambiano <strong data-start="229" data-end="256">definizioni e perimetri</strong>.</p>
<p data-start="259" data-end="541">Se guardo ai <strong data-start="272" data-end="307">ricercatori e alle ricercatrici</strong> (cioè chi lavora formalmente in ricerca e sviluppo), sto fotografando la forza lavoro scientifica “in servizio”. È un dato utile, ma dice poco su <em data-start="454" data-end="462">quante</em> persone stanno arrivando nel sistema o su <em data-start="505" data-end="511">dove</em> finiscono dopo la formazione.</p>
<p data-start="543" data-end="871">Se invece considero i <strong data-start="565" data-end="580">lavori STEM</strong>, entro nel mercato del lavoro: una categoria più ampia, che include professioni tecniche e digitali anche fuori dai laboratori e dalle università. Qui il quadro può cambiare molto, perché conta quanto un Paese assorbe competenze scientifiche in impresa, in sanità, nell’industria, nella PA.</p>
<p data-start="873" data-end="1242">Poi c’è la misura della <strong data-start="897" data-end="909">pipeline</strong>, cioè laureate STEM e dottorati: qui spesso i numeri migliorano, talvolta arrivano vicino alla parità. Ma attenzione: questo non significa automaticamente che la carriera poi segua lo stesso andamento. È possibile e frequente che la pipeline sia quasi bilanciata e che il sistema, più avanti, perda persone lungo il percorso.</p>
<p data-start="1244" data-end="1580">Infine c’è la metrica che conta di più quando parliamo di potere decisionale: la <strong data-start="1325" data-end="1339">leadership</strong>. Quanti ruoli apicali, quante direzioni di dipartimento, quante responsabilità di grandi progetti e budget. Sono indicatori più rari e meno “standardizzati”, ma decisivi per capire chi orienta l’agenda scientifica e chi prende le decisioni.</p>
<p data-start="1582" data-end="2085">In Europa un esempio pratico chiarisce bene la differenza: la Commissione può registrare progressi nella composizione di panel, comitati e governance dei programmi (e anche in alcune percentuali di partecipazione in Horizon Europe), ma questo non significa che i gap strutturali siano automaticamente risolti, soprattutto nei settori più competitivi e nei livelli senior. In altre parole: puoi migliorare l’accesso ai tavoli, senza che questo si traduca subito in un riequilibrio stabile delle carriere.</p>
<p data-start="2087" data-end="2612">E qui sta l’errore più frequente, quello che falsifica il dibattito: prendere <strong data-start="2165" data-end="2183">un solo numero,</strong> per esempio “48% di dottorande”, e usarlo come prova generale di parità. Quel dato è una <strong data-start="2276" data-end="2292">prova locale</strong>: ci dice che il bacino di talenti esiste, e che molte donne arrivano ai livelli più alti della formazione. Ma non ci dice se poi quelle competenze diventano <strong data-start="2450" data-end="2463">stabilità</strong>, <strong data-start="2465" data-end="2493">retribuzioni comparabili</strong>, <strong data-start="2495" data-end="2521">continuità di carriera</strong>, e soprattutto <strong data-start="2537" data-end="2551">leadership</strong>. È come confondere l’iscrizione a una gara con il traguardo.</p>
<p>La Commissione europea segnala che in <strong data-start="1592" data-end="1599">ICT</strong> le donne sono <strong data-start="1614" data-end="1646">circa il <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/news/all-research-and-innovation-news/gender-equality-research-and-innovation-not-progressing-fast-enough-according-new-she-figures-report-2025-02-11_en" target="_blank" rel="noopener">22% tra i dottorati</a></strong>: un collo di bottiglia che non si risolve con gli slogan, ma con politiche mirate e investimenti coerenti.</p>
<p>Anche a parità di titoli, l’asimmetria sale al crescere del livello: meno posizioni stabili, meno ruoli senior, meno guida di gruppi e istituzioni. La scienza non è solo produzione di conoscenza: è anche accesso a budget, reti, decisioni, in una sola parole è potere.</p>
<p data-start="2158" data-end="2321">La comunicazione pubblica su questi temi inciampa spesso in un trucco involontario: scegliere la metrica che conviene alla tesi. Se guardo ai <strong data-start="2337" data-end="2350">dottorati</strong>, posso dire “quasi parità”, s<span class="" data-state="closed"></span>e guardo ai <strong data-start="2434" data-end="2459">ricercatori nel mondo</strong>, devo dire “un terzo”, se guardo a <strong data-start="2537" data-end="2586">scienziate e ingegnere nel mercato del lavoro</strong>, in alcuni Paesi, Italia inclusa, torno a percentuali basse (<strong data-start="2650" data-end="2659">34,1%</strong> nel 2023 secondo <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/edn-20250211-1" target="_blank" rel="noopener">Eurostat</a>).</p>
<p data-start="2158" data-end="2321">I dati descrivono <strong data-start="2772" data-end="2789">stadi diversi</strong> dello stesso percorso. Il punto è che il sistema perde pezzi proprio nei passaggi decisivi: dall’università al lavoro qualificato, dal lavoro alla stabilità, dalla stabilità alla leadership. Se celebriamo l’ingresso e ignoriamo l’uscita, stiamo raccontando una favola.</p>
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<article class="text-token-text-primary w-full focus:outline-none [--shadow-height:45px] has-data-writing-block:pointer-events-none has-data-writing-block:-mt-(--shadow-height) has-data-writing-block:pt-(--shadow-height) [&amp;:has([data-writing-block])&gt;*]:pointer-events-auto [content-visibility:auto] supports-[content-visibility:auto]:[contain-intrinsic-size:auto_100lvh] scroll-mt-[calc(var(--header-height)+min(200px,max(70px,20svh)))]" dir="auto" data-turn-id="5fd01630-8bb3-465c-8d2d-39530628290d" data-testid="conversation-turn-4" data-scroll-anchor="true" data-turn="assistant" tabindex="-1">
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<div class="markdown prose dark:prose-invert w-full wrap-break-word light markdown-new-styling">
<h3 data-start="3060" data-end="3119">Il nodo vero: se la scienza è inclusiva arricchisce tutti</h3>
<p data-start="3120" data-end="3870">La Commissione europea lo dice senza giri di parole: la parità in ricerca e innovazione <strong data-start="3208" data-end="3245">non avanza abbastanza velocemente</strong> e questo espone l’Europa a rischi concreti su competenze, capacità di innovazione e competitività. <span class="" data-state="closed"></span><br data-start="3382" data-end="3385">È dunque una questione industriale e, strategica. I settori che crescono, AI, cybersicurezza, semiconduttori, robotica, biotech, non possono permettersi di lasciare ai margini metà del potenziale umano. E non possono farlo, soprattutto, per ragioni culturali, organizzative, o per carriere costruite su modelli che penalizzano chi ha meno accesso alle reti e al tempo “invisibile” del lavoro scientifico.</p>
<p data-start="3872" data-end="4217">Per questo l’11 febbraio dovrebbe essere trattato come un check-up annuale, non come una cerimonia. Un giorno in cui smettiamo di dire “mancano le ragazze” e iniziamo a chiederci: <strong data-start="4089" data-end="4123">dove si rompono le traiettorie</strong>, chi decide, chi firma i progetti, chi guida i team, chi resta fuori dai settori che contano.</p>
<p data-start="4219" data-end="4503">Oltre ad ispirare il baricentro dovrebbe spostarsi sul <strong data-start="65" data-end="94">trattenere e far crescere</strong> le carriere, diversamente continueremo a produrre la stessa immagine rassicurante: molte foto nelle aule, poche ai vertici. </p>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div class="z-0 flex min-h-[46px] justify-start">
<h3 data-start="3096" data-end="3187">Iniziative internazionali per far crescere la presenza femminile nella scienza</h3>
<ol data-start="3189" data-end="4770">
<li data-start="3189" data-end="3430">
<p data-start="3192" data-end="3430"><strong data-start="3192" data-end="3238"><a href="https://www.unesco.org/en/prizes/women-science" target="_blank" rel="noopener">L’Oréal–UNESCO For Women in Science</a> (FWIS)</strong><br data-start="3238" data-end="3241">Premi e programmi “Young Talents” in una rete globale, pensati per sostenere ricercatrici in fasi chiave della carriera (visibilità, risorse, network).<span class="" data-state="closed"></span></p>
</li>
<li data-start="3432" data-end="3688"><a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/strategy/strategy-research-and-innovation/democracy-and-rights/gender-equality-research-and-innovation_en" target="_blank" rel="noopener"><strong data-start="3693" data-end="3770">Horizon Europe – Gender Equality Plan (GEP) come criterio di eleggibilità</strong></a><br data-start="3770" data-end="3773">Per molte organizzazioni, avere un <strong data-start="3808" data-end="3832">Gender Equality Plan</strong> è condizione per accedere a finanziamenti Horizon Europe: sposta il tema da “iniziative volontarie” a requisito organizzativo, con aree minime raccomandate (recruiting, progressione, leadership, work-life balance, ecc.). <span class="" data-state="closed"></span></li>
<li data-start="4093" data-end="4477">
<p data-start="4096" data-end="4477"><a href="https://www.advance-he.ac.uk/equality-charters/athena-swan-charter" target="_blank" rel="noopener"><strong data-start="4096" data-end="4176">Athena SWAN Charter (Advance HE) – framework di trasformazione organizzativa</strong></a><br data-start="4176" data-end="4179">Schema/charter di accreditamento usato per guidare cambiamenti strutturali in università e centri di ricerca (policy, progressioni, cultura organizzativa), nato per STEMM e poi esteso alla parità di genere più in generale, adottato anche fuori dal Regno Unito. <span class="" data-state="closed"></span></p>
</li>
<li data-start="4479" data-end="4770">
<p data-start="4482" data-end="4770"><a href="https://www.unesco.org/en/articles/unesco-launches-new-global-project-close-gender-gap-science" target="_blank" rel="noopener"><strong data-start="4482" data-end="4558">UNESCO–OWSD “GenSIS” (Gender-inclusive science institutions and systems)</strong></a><br data-start="4558" data-end="4561">Progetto globale lanciato da UNESCO per rafforzare la leadership femminile in ricerca e higher education, agendo su istituzioni e sistemi (non solo sulle singole persone)</p>
</li>
</ol>
</div>
</div>
</div>
</article>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Istruzione, lavoro e diseguaglianze persistenti: l’Italia di fronte ai suoi vincoli strutturali</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo rapporto Istat 2024 racconta un Paese che migliora ma non abbastanza: aumentano i laureati, cresce l’occupazione giovanile, diminuiscono i divari territoriali e di genere in alcuni ambiti. Tuttavia la distanza dall’Europa resta ampia e la mobilità sociale continua a dipendere dal contesto familiare ]]></description>
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<pubDate>Fri, 05 Dec 2025 16:18:56 +0100</pubDate>
<dc:creator>Rossella Guido</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="975" data-end="1487">L’analisi dei <strong>dati Istat relativi al 2024</strong> offre l’occasione per riflettere sulla relazione strutturale tra <strong>istruzione, occupazione e disuguaglianze in Italia.</strong> Ci troviamo di fronte a un quadro che non può essere letto né con il linguaggio dell’emergenza né con quello del trionfalismo. Le trasformazioni in atto, infatti, sono reali ma lente, spesso insufficienti a modificare in profondità la gerarchia delle opportunità che contraddistingue il mercato del lavoro italiano.</p>
<p data-start="1489" data-end="1951">L’Italia, in particolare, continua a distinguersi nel panorama europeo per la <strong>modesta diffusione del titolo terziario ovvero dei percorsi di studio che seguono il diploma, dalle lauree ai corsi professionalizzanti degli Istituti Tecnologici Superiori, </strong>e per un ritardo che, nonostante i progressi, tende a perpetuarsi. Il capitale umano del Paese cresce, ma non abbastanza da compensare decenni di sottoinvestimento. I processi di convergenza con l’Europa appaiono parziali, e la loro intensità non è ancora sufficiente per ridurre le distanze nei tempi che la competizione globale richiederebbe.</p>
<h2 data-start="1953" data-end="2035">Il capitale umano italiano: una lenta convergenza frenata da limiti strutturali</h2>
<p data-start="2037" data-end="2502">Nel 2024, la quota di adulti con un<strong> titolo secondario superiore si attesta al 66,7%,</strong> valore ormai allineato alla media europea. È tuttavia sul fronte della formazione terziaria che emergono i nodi più rilevanti: solo il <strong>22,3% dei 25-64enni possiede un titolo universitario</strong> o equivalente, contro il <strong>36,1% della media UE</strong>. Questo divario, lungi dal ridursi, tende a mantenersi, segno che le dinamiche nazionali non si muovono alla stessa velocità del contesto europeo.</p>
<p data-start="2504" data-end="3076">La situazione è ancor più evidente osservando la fascia 25-34 anni: il 31,6% di laureati costituisce un miglioramento, ma resta significativamente lontano dall’obiettivo europeo del 45%. Questo ritardo si collega a due fattori: la minore diffusione di percorsi terziari professionalizzanti (come gli ITS), marginali nel nostro ordinamento, e la persistente selettività sociale dell’accesso all’università. In Italia, più che altrove, il livello di istruzione dei genitori continua a determinare quello dei figli, sottraendo al sistema la sua funzione di ascensore sociale.</p>
<h2 data-start="3078" data-end="3168">Divari territoriali in attenuazione: un processo di ribilanciamento, non di superamento</h2>
<p data-start="3170" data-end="3660">Uno degli aspetti più discussi del rapporto riguarda la riduzione del differenziale Nord-Mezzogiorno nei tassi di occupazione dei laureati. Nel 2024 lo scarto tra i 25-64enni scende a 11 punti percentuali; tra i 30-34enni a 17,8 punti, molto meno rispetto ai 26,5 punti registrati nel 2018. È un progresso reale, attribuibile sia alla crescita occupazionale più sostenuta nel Mezzogiorno sia a dinamiche migratorie interne che negli ultimi anni sembrano essersi ridotte rispetto al passato.</p>
<p data-start="3662" data-end="4153">Sarebbe tuttavia ingenuo interpretare questi dati come un segnale di riequilibrio strutturale. Il Sud resta caratterizzato da una domanda di lavoro insufficiente, da un tessuto produttivo meno diversificato e da una maggiore esposizione all’instabilità economica. La riduzione dei divari non implica la loro scomparsa, ma piuttosto la loro trasformazione. La convergenza è più un prodotto di dinamiche cicliche che l’esito di una ristrutturazione profonda del sistema produttivo meridionale.</p>
<h2 data-start="4155" data-end="4243">Il paradosso del capitale umano femminile: più elevate qualifiche, minori opportunità</h2>
<p data-start="4245" data-end="4684">Un dato ormai stabile nel tempo è quello della maggiore scolarizzazione femminile: il 25,9% delle donne tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo terziario, contro il 18,7% degli uomini. Questo risultato potrebbe suggerire un’erosione delle disuguaglianze di genere. Eppure, sul mercato del lavoro tali progressi non trovano un adeguato riscontro: il tasso di occupazione femminile rimane di venti punti inferiore rispetto a quello maschile.</p>
<p data-start="4686" data-end="5261">Ciò indica che in Italia l’istruzione delle donne produce ritorni occupazionali meno elevati rispetto a quelli degli uomini, a parità di titolo. Le ragioni sono molteplici: un welfare familiare che continua ad attribuire alle donne la funzione primaria di cura; servizi educativi per la prima infanzia insufficienti; una segmentazione del mercato del lavoro che penalizza i percorsi femminili. È un fenomeno che conferma il nesso tra istruzione e occupazione, ma che al tempo stesso rivela la persistenza di barriere strutturali incomprimibili tramite la sola leva educativa.</p>
<h2 data-start="5263" data-end="5346">I giovani e la transizione scuola-lavoro: miglioramenti evidenti ma non uniformi</h2>
<p data-start="5348" data-end="5744">Il miglioramento più significativo riguarda i giovani. Nel 2024 il tasso di occupazione dei neo laureati raggiunge il 77,3% e quello dei neo diplomati il 60,6%. Crescono più che nel resto d’Europa e diminuiscono i tassi di disoccupazione. È un segnale incoraggiante, che indica una certa capacità del mercato del lavoro di assorbire i giovani in formazione o appena usciti dai percorsi formativi.</p>
<p data-start="5746" data-end="6242">Tuttavia, questo progresso convive con la persistenza di un fenomeno caratteristico del caso italiano: la forte eterogeneità delle traiettorie. I NEET restano il 15,2%, valore molto superiore alla media europea. L’abbandono scolastico precoce scende al 9,8%, avvicinandosi al target UE, ma mantiene una marcata connotazione territoriale e sociale. Le differenze tra chi ha genitori laureati e chi proviene da famiglie con basso capitale culturale continuano a essere tra le più elevate in Europa.</p>
<p data-start="6244" data-end="6365">In altre parole, il sistema migliora ma non si democratizza. Le opportunità aumentano ma non si distribuiscono equamente.</p>
<h2 data-start="6367" data-end="6427">L’istruzione come fattore di protezione (ancora) decisivo</h2>
<p data-start="6429" data-end="6906">Un tratto costante del mercato del lavoro italiano, che i dati confermano con chiarezza, è la forte relazione tra titolo di studio e occupabilità. Nel 2024, tra i 25-64enni, il tasso di occupazione raggiunge l’84,7% per i laureati, contro il 74,0% dei diplomati e il 55,0% di chi possiede al massimo un titolo di scuola secondaria inferiore. Gli incrementi osservati nell’ultimo anno sono più consistenti proprio nei livelli più bassi di istruzione, ma il divario rimane ampio.</p>
<p data-start="6908" data-end="7335">Questo “premio dell’istruzione” rende evidente una caratteristica strutturale del nostro mercato del lavoro: è un sistema selettivo, nel quale la posizione occupazionale tende a riflettere in modo quasi meccanico la posizione formativa. Per questo motivo, ogni ritardo nell’accumulazione di capitale umano non è un problema isolato, ma un vincolo che incide per decenni sulla produttività, sui redditi e sulla coesione sociale.</p>
<h2 data-start="7337" data-end="7383">Una modernizzazione incompiuta</h2>
<p data-start="7385" data-end="7777">Il quadro delineato dall’Istat restituisce l’immagine di un Paese in transizione, ma non ancora in trasformazione. Il miglioramento degli indicatori è indiscutibile: diminuiscono i divari territoriali, cresce l’occupazione giovanile, cala il tasso di abbandono scolastico e si riduce l’asimmetria tra domanda e offerta per alcune categorie. Tuttavia, le fragilità restano profonde e radicate.</p>
<p data-start="7779" data-end="8116">L’Italia sconta un ritardo storico nell’investimento in capitale umano, un sistema formativo che fatica a essere inclusivo, un mercato del lavoro che premia l’istruzione ma non sempre la valorizza in modo coerente e un impianto di welfare che continua a trasferire alle famiglie – e soprattutto alle donne – il costo della conciliazione.</p>
<p data-start="8118" data-end="8500">Se l’obiettivo è colmare la distanza con l’Europa e garantire un’effettiva mobilità sociale, occorre una strategia che vada oltre l’adeguamento degli indicatori: è necessaria una riforma culturale e istituzionale che riconosca l’istruzione come infrastruttura fondamentale dello sviluppo. Solo allora le dinamiche osservate potranno tradursi in un cambiamento realmente strutturale.</p>
<p data-start="8502" data-end="8922" data-is-last-node="" data-is-only-node="">L’Italia sta cambiando, ma molto resta da fare. Il compito della sociologia è ricordarci che i numeri non sono soltanto misure: sono la rappresentazione delle condizioni di vita di milioni di persone e, al tempo stesso, il punto di partenza per immaginare un futuro diverso. L’auspicio è che questo futuro possa fondarsi su un sistema educativo più equo, un mercato del lavoro più inclusivo e una società meno diseguale.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Giornata internazionale per l&amp;apos;eliminazione della violenza contro le donne: cosa dicono i dati</title>
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<description><![CDATA[ L’Indagine Istat 2025 rivela un Paese che cambia, ma non abbastanza, tra nuova consapevolezza e persistenti zone d’ombra ]]></description>
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<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 07:20:36 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="720" data-end="1369">La violenza contro le donne è una realtà strutturale, sedimentata nella vita quotidiana, nelle relazioni affettive, nei luoghi di lavoro, nello spazio pubblico e privato. E soprattutto è una realtà che, nonostante vent’anni di dibattiti, campagne e politiche,<strong> non accenna a scomparire</strong>. Dai dati preliminari dell'<a href="https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/il-numero-delle-vittime-e-le-forme-di-violenza/" target="_blank" rel="noopener">Indagine Istat 2025 sulla “Sicurezza delle donne”</a>, frutto di un lungo lavoro con il Dipartimento per le Pari Opportunità, ci consegna una fotografia ampia, dettagliata e in alcuni passaggi drammatica di quanto accade nel nostro Paese .</p>
<p data-start="1371" data-end="1662">Una fotografia che, come spesso accade quando emergono numeri in apparenza noti, chiede però qualcosa in più della semplice lettura. Chiede interpretazione e contesto di ciò che l’Italia è e soprattutto di ciò che non è ancora riuscita a diventare.</p>
<h3 data-start="1664" data-end="1709">Un Paese che non cambia abbastanza</h3>
<p data-start="1711" data-end="2051">Il primo dato è il più immediato: <strong data-start="1745" data-end="1881">il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni – circa 6,4 milioni – ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita</strong>. Una quota enorme che resta sostanzialmente già nota dalle precedenti indagini del 2006 e del 2014, segno che, nel complesso, la prevalenza della violenza non si riduce.</p>
<p data-start="2053" data-end="2393">La stessa stabilità emerge guardando alle violenze degli ultimi cinque anni tra le donne italiane 16-70 anni: <strong data-start="2163" data-end="2193">11% nel 2014, 11% nel 2025</strong>. La violenza sessuale aumenta (dal 6,4% al 7,3%), quella fisica diminuisce leggermente (dal 6,8% al 6,1%), ma la sintesi non cambia: la violenza resta lì, radicata, resistente al tempo e alle misure.</p>
<p data-start="2395" data-end="2515">Non è un arretramento, ma non è un avanzamento. È immobilismo. Ed è forse il dato più preoccupante dell’intera indagine.</p>
<h3 data-start="2517" data-end="2578">Le giovanissime: la nuova faglia sismica del Paese</h3>
<p data-start="2580" data-end="3105">C’è però un cambiamento, ed è tra i più allarmanti che emergono dal rapporto: <strong data-start="2658" data-end="2736">crescono in modo significativo le violenze contro le ragazze di 16-24 anni</strong>. Qui la prevalenza della violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni passa dal <strong data-start="2824" data-end="2860">28,4% del 2014 al 37,6% del 2025</strong>. Un aumento impressionante, quasi dieci punti percentuali, che fotografa una condizione nuova: le ragazze, le adolescenti, le giovani donne sono più esposte oggi di ieri. Soprattutto alle violenze sessuali, che esplodono dal <strong data-start="3086" data-end="3104">17,7% al 30,8%</strong>.</p>
<p data-start="3107" data-end="3556">Si tratta di un salto epocale che ribalta ogni narrazione ottimistica su una generazione “più consapevole” perché cresciuta con il linguaggio dei diritti. In realtà proprio questa generazione vive un contesto sociale più complesso: iperconnessione digitale, spazi di socialità frammentati, relazioni sentimentali più brevi e talvolta più conflittuali, cultura della performance, pornografia iperaccessibile, esposizione costante allo sguardo altrui.</p>
<p data-start="3558" data-end="3886">Gli autori, del resto, cambiano con loro: per le giovanissime aumentano sia le violenze degli ex partner (dal 5,7% al 12,5%) sia quelle da uomini non partner (dal 15,3% al 28,6%). È la conferma che la violenza non è un “residuo culturale” delle generazioni precedenti, ma una dinamica che si rigenera, si trasforma, si aggiorna.</p>
<h3 data-start="3888" data-end="3953">Dentro la famiglia e fuori: due mondi, un’unica radice</h3>
<p data-start="3955" data-end="4344">Colpisce sempre, nei dati Istat, il peso degli <strong data-start="4002" data-end="4016">ex partner</strong>. Tra le donne che hanno avuto una relazione, <strong data-start="4062" data-end="4118">il 18,9% subisce violenza fisica o sessuale da un ex</strong>, contro il 2,8% dal partner attuale. E gli ex partner sono responsabili del <strong data-start="4195" data-end="4217">59,1% degli stupri</strong> (e di un altro 4,7% i partner attuali). In totale, quasi <strong data-start="4275" data-end="4296">due stupri su tre</strong> avvengono in contesti affettivi o ex affettivi.</p>
<p data-start="4346" data-end="4656">Questo significa che la violenza contro le donne in Italia ha una radice precisa: la gestione del potere e della libertà nella relazione di coppia. Quando la relazione finisce, il controllo diventa possesso ferito, rancore, persecuzione. Lo confermano anche i dati sullo stalking, molto più diffuso tra gli ex.</p>
<p data-start="4658" data-end="4975">Fuori dalla coppia lo scenario cambia: gli autori diventano più eterogenei – conoscenti, amici, colleghi, sconosciuti – e aumentano soprattutto <strong data-start="4802" data-end="4834">le molestie fisiche sessuali</strong>, ricevute dal <strong data-start="4849" data-end="4870">19,2% delle donne</strong>. Qui è lo spazio pubblico a mostrare le sue ombre: luoghi di lavoro, mezzi di trasporto, scuole, strade.</p>
<p data-start="4977" data-end="5159">Eppure, nonostante la differenza dei contesti, la matrice culturale resta identica: il corpo delle donne come accesso, diritto, proprietà. Un pensiero antico che trova forme moderne.</p>
<h3 data-start="5161" data-end="5217">Il sommerso: il vero gigante che non si muove</h3>
<p data-start="5219" data-end="5334">Se c’è un dato che dovrebbe scuotere la politica, non è la prevalenza della violenza: è la prevalenza del silenzio.</p>
<p data-start="5336" data-end="5587">Solo il <strong data-start="5344" data-end="5365">13,3% delle donne</strong> ha denunciato almeno una delle violenze subite nel corso della vita.<br data-start="5434" data-end="5437">Solo il <strong data-start="5445" data-end="5454">10,5%</strong> ha denunciato le violenze del partner o ex partner negli ultimi cinque anni.<br data-start="5531" data-end="5534">Solo il <strong data-start="5542" data-end="5550">7,2%</strong> ha denunciato quelle da non partner.</p>
<p data-start="5589" data-end="5810">Il sommerso, dunque, resta enorme. Peggio: non diminuisce rispetto al 2014. E questo significa che, nonostante la maggiore consapevolezza, <strong data-start="5728" data-end="5793">le donne non percepiscono le istituzioni come un luogo sicuro</strong> dove rivolgersi.</p>
<p data-start="5812" data-end="5969">È un fallimento di sistema: delle forze dell’ordine, della giustizia, dei servizi, ma anche della società, che continua a giudicare, isolare, colpevolizzare.</p>
<p data-start="5971" data-end="6096">Non a caso la soddisfazione verso le forze dell’ordine scende dal <strong data-start="6037" data-end="6073">48,7% del 2014 al 38,2% del 2025</strong> tra chi ha denunciato.</p>
<h3 data-start="6098" data-end="6174">Una maggiore consapevolezza: finalmente un segnale di cambiamento</h3>
<p data-start="6176" data-end="6270">In mezzo a dati così duri, uno spiraglio di cambiamento c’è: la crescita della consapevolezza.</p>
<p data-start="6272" data-end="6537">Le vittime che considerano la violenza <strong data-start="6311" data-end="6323">un reato</strong> aumentano dal 30,1% al 36,3%.<br data-start="6353" data-end="6356">Le richieste di aiuto ai Centri antiviolenza <strong data-start="6401" data-end="6416">raddoppiano</strong> (dal 4,4% all’8,7%).<br data-start="6437" data-end="6440">Crescono i ricorsi ai servizi specializzati.<br data-start="6484" data-end="6487">Cresce la percezione della gravità delle violenze.</p>
<p data-start="6539" data-end="6855">Le donne, insomma, stanno affinando lo sguardo, riconoscendo ciò che hanno subito, mettendo nome alle esperienze. È un passo enorme, perché la violenza non esiste se non la si nomina. E per decenni – come sanno bene le operatrici antiviolenza – la prima battaglia è stata proprio contro la cancellazione linguistica.</p>
<p data-start="6857" data-end="6943">La consapevolezza è un seme. Ma per farlo germogliare serve un terreno che lo accolga.</p>
<h3 data-start="6945" data-end="6995">La salute come fattore di vulnerabilità</h3>
<p data-start="6997" data-end="7312">Un capitolo poco discusso ma molto rilevante riguarda la salute: le donne che riferiscono problemi fisici o malattie croniche subiscono più violenze nel corso della vita (36,1%). Sono più fragili, più esposte, più isolate. Ma negli ultimi cinque anni la prevalenza di violenza su di loro scende leggermente al 9,5%.</p>
<p data-start="7314" data-end="7589">È un paradosso: la vulnerabilità strutturale aumenta l’esposizione nel corso della vita, ma la condizione di salute – spesso accompagnata da minore mobilità o socialità – può ridurre l’interazione con gli autori potenziali. È un dato che meriterebbe analisi più approfondite.</p>
<h3 data-start="7591" data-end="7660">Violenza psicologica: la forma più vasta, la meno visibile</h3>
<p data-start="7662" data-end="7855">La violenza fisica e sessuale ha numeri impressionanti, ma la violenza psicologica ha una diffusione ancora più ampia: <strong data-start="7781" data-end="7812">17,9% delle donne in coppia</strong>. E tra gli ex partner arriva al <strong data-start="7845" data-end="7854">27,9%</strong>.</p>
<p data-start="7857" data-end="8001">Parliamo di umiliazioni, denigrazioni, controllo, isolamento, minacce, intimidazioni. Comportamenti che non lasciano lividi ma plasmano la vita.</p>
<p data-start="8003" data-end="8359">L’aspetto più interessante – e positivo – è la diminuzione rispetto al 2014: dal 21,6% al 18,7%. In particolare verso il partner attuale, con un calo significativo nelle forme di isolamento e controllo. È un segnale che parla di nuove relazioni? Di maggiore autonomia femminile? Di un cambiamento generazionale? Non lo sappiamo, ma è un dato incoraggiante.</p>
<h3 data-start="8361" data-end="8424">Violenza economica: la nuova frontiera del controllo</h3>
<p data-start="8426" data-end="8884">L’indagine rileva in modo dettagliato anche la violenza economica, concetto ormai centrale nel dibattito internazionale. Tra le donne in coppia, <strong data-start="8571" data-end="8581">l’1,1%</strong> subisce violenza economica dal partner attuale, ma il dato sale al <strong data-start="8649" data-end="8658">10,2%</strong> quando si considerano gli ex partner. È una forma di controllo pervasiva: impedire di lavorare, di gestire il proprio denaro, di accedere alle informazioni economiche della famiglia, fino al danneggiamento dei beni personali.</p>
<p data-start="8886" data-end="9191">E c’è un legame evidente tra violenza economica e esclusione dalle decisioni familiari: tra le donne che la subiscono, il 35,4% non decide sulle spese importanti, e più della metà non ha un reddito proprio. Il nodo è cruciale: senza indipendenza economica, uscire dalla violenza diventa quasi impossibile.</p>
<h3 data-start="9193" data-end="9253">I figli: testimoni, vittime, eredi della violenza</h3>
<p data-start="9255" data-end="9548">Un elemento che l’indagine non mette ai margini, anzi: il ruolo dei figli. Il <strong data-start="9333" data-end="9342">62,1%</strong> dei figli delle donne che subiscono violenza nella coppia assiste agli episodi; il <strong data-start="9426" data-end="9435">19,6%</strong> li subisce direttamente. Con conseguenze evidenti: ansia, aggressività, disturbi del sonno, problemi scolastici.</p>
<p data-start="9550" data-end="9734">È un dato devastante, che rompe la narrazione della violenza come fatto “privato”: la violenza domestica è un’eredità che si trasmette, un imprinting emotivo che segna una generazione.</p>
<h3 data-start="9736" data-end="9801">Un Paese diviso: territori, istruzione, status civile</h3>
<p data-start="9803" data-end="9842">La violenza non è uniforme. Cambia con: </p>
<ul data-start="9844" data-end="10171">
<li data-start="9844" data-end="9897">
<p data-start="9846" data-end="9897"><strong data-start="9846" data-end="9865">lo stato civile</strong> (più alta tra le nubili: 22,4%)</p>
</li>
<li data-start="9898" data-end="9932">
<p data-start="9900" data-end="9932"><strong data-start="9900" data-end="9909">l’età</strong> (picco tra 16-24 anni)</p>
</li>
<li data-start="9933" data-end="10007">
<p data-start="9935" data-end="10007"><strong data-start="9935" data-end="9958">il titolo di studio</strong> (curiosamente più alta tra diplomate e laureate)</p>
</li>
<li data-start="10008" data-end="10076">
<p data-start="10010" data-end="10076"><strong data-start="10010" data-end="10038">la condizione lavorativa</strong> (altissima tra le studentesse: 36,2%)</p>
</li>
<li data-start="10077" data-end="10171">
<p data-start="10079" data-end="10171"><strong data-start="10079" data-end="10096">il territorio</strong> (Nord-Est e Centro più colpiti, Sud più segnato dalla violenza da partner)</p>
</li>
</ul>
<p data-start="10173" data-end="10314">Sono differenze che narrano un’Italia fratturata, dove il contesto sociale plasma il rischio, la percezione, le possibilità di cercare aiuto.</p>
<h3 data-start="10316" data-end="10366">Cosa ci dice davvero questa fotografia</h3>
<p data-start="10368" data-end="10568">La prima e vera conclusione è che la violenza contro le donne <strong data-start="10430" data-end="10466">non è un fenomeno in regressione</strong>. L’Italia non peggiora, ma non migliora. E questo, dopo decenni di lavoro, è un campanello d’allarme.</p>
<p data-start="10570" data-end="10830">La seconda conclusione è che <strong data-start="10599" data-end="10627">la violenza cambia forma</strong>, seguendo il cambiamento delle relazioni e dei contesti. Aumenta quella sulle giovanissime; si riduce quella del partner attuale ma crescono gli episodi degli ex; aumenta la violenza fuori dalla coppia.</p>
<p data-start="10832" data-end="11038">La terza conclusione è che <strong data-start="10859" data-end="10888">le donne stanno cambiando</strong>: più consapevoli, più informate, più pronte a riconoscere la violenza. Ma non sono ancora messe nella condizione di potersi fidare delle istituzioni.</p>
<p data-start="11040" data-end="11277">La quarta conclusione è che <strong data-start="11068" data-end="11106">le politiche pubbliche non bastano</strong>. Perché se non cresce la fiducia nelle forze dell’ordine, nella giustizia, nei servizi, la denuncia non aumenta. E senza denuncia, la catena della violenza resta intatta.</p>
<h3 data-start="11279" data-end="11338">Cosa serve davvero: dieci punti non negoziabili</h3>
<ol data-start="11340" data-end="12260">
<li data-start="11340" data-end="11449">
<p data-start="11343" data-end="11449"><strong data-start="11343" data-end="11392">Un sistema di protezione che funzioni davvero</strong>, con tempi rapidi, personale formato, strumenti certi.</p>
</li>
<li data-start="11450" data-end="11579">
<p data-start="11453" data-end="11579"><strong data-start="11453" data-end="11528">Piena attuazione della Direttiva europea sulla violenza contro le donne</strong>, che chiede standard uniformi e obblighi chiari.</p>
</li>
<li data-start="11580" data-end="11667">
<p data-start="11583" data-end="11667"><strong data-start="11583" data-end="11664">Più centri antiviolenza, meglio finanziati, meglio distribuiti sul territorio</strong>.</p>
</li>
<li data-start="11668" data-end="11785">
<p data-start="11671" data-end="11785"><strong data-start="11671" data-end="11710">Un grande piano educativo nazionale</strong> sul consenso, le relazioni, il rispetto, rivolto soprattutto ai ragazzi.</p>
</li>
<li data-start="11786" data-end="11853">
<p data-start="11789" data-end="11853"><strong data-start="11789" data-end="11829">Un sistema di raccolta dati continuo</strong>, non ogni dieci anni.</p>
</li>
<li data-start="11854" data-end="11933">
<p data-start="11857" data-end="11933"><strong data-start="11857" data-end="11930">Formazione obbligatoria per forze dell’ordine, magistratura, sanitari</strong>.</p>
</li>
<li data-start="11934" data-end="12029">
<p data-start="11937" data-end="12029"><strong data-start="11937" data-end="11974">Riforme dei tempi della giustizia</strong>, oggi incompatibili con la protezione delle vittime.</p>
</li>
<li data-start="12030" data-end="12104">
<p data-start="12033" data-end="12104"><strong data-start="12033" data-end="12101">Un rafforzamento dei percorsi di autonomia economica delle donne</strong>.</p>
</li>
<li data-start="12105" data-end="12178">
<p data-start="12108" data-end="12178"><strong data-start="12108" data-end="12175">Un welfare che non costringa le donne alla dipendenza economica</strong>.</p>
</li>
<li data-start="12179" data-end="12260">
<p data-start="12183" data-end="12260"><strong data-start="12183" data-end="12259">Un discorso pubblico che non minimizzi, non relativizzi, non giustifichi</strong>.</p>
</li>
</ol>
<p data-start="12262" data-end="12448">La violenza contro le donne è un fenomeno complesso, multidimensionale, radicato. Ma non è inevitabile. Non appartiene al destino di un Paese. Appartiene alla responsabilità di un Paese.</p>
<p data-start="12471" data-end="12813">L’Italia del 2025 non è un’Italia indifferente. È un’Italia che riconosce sempre più la violenza, che la vede, che la nomina. Ma è anche un’Italia che non riesce a fermarla, a prevenirla, a proteggere chi la subisce. Un’Italia che lascia ancora troppo sole le donne che chiedono aiuto, e ancor più quelle che non trovano il coraggio di farlo.</p>
<p data-start="12815" data-end="13023">Se la violenza non cala, non è perché è impossibile sradicarla. È perché non abbiamo ancora cambiato abbastanza: cultura, istituzioni, narrative, strutture sociali, educazione sentimentale, modelli di potere.</p>
<p data-start="13025" data-end="13223">E non cambierà finché non capiremo che la violenza contro le donne non è un fenomeno di cronaca.<br data-start="13121" data-end="13124">È uno specchio. E in questo specchio l’Italia non può più permettersi di guardare dall’altra parte.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>James Watson, l’uomo che svelò il codice della vita</title>
<link>https://www.italia24.news/james-watson-luomo-che-svelo-il-codice-della-vita</link>
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<description><![CDATA[ Il premio Nobel per la scoperta della doppia elica del DNA è morto a 97 anni. Dalla rivoluzione di Cambridge alla medicina genomica, l’eredità scientifica di un pioniere che ha cambiato per sempre la biologia ]]></description>
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<pubDate>Wed, 12 Nov 2025 17:53:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 1953 quando due giovani ricercatori del Cavendish Laboratory di Cambridge, <strong>James Watson</strong> e <strong>Francis Crick</strong>, risolsero uno dei più grandi enigmi della scienza: la struttura del <strong>DNA</strong>. Con un modello di cartoncino e metallo disegnarono la <em>doppia elica</em> — due catene intrecciate unite da coppie di basi — che spiegava come l’informazione genetica si duplica e si trasmette tra cellule e generazioni. Il racconto di quell’intuizione è ripercorso dall’<a href="https://www.cam.ac.uk/stories/DNA-structure-discovery-cambridge-70th-anniversary" target="_blank" rel="noopener">Università di Cambridge nel 70° anniversario</a> della scoperta.</p>
<p>Il <strong>6 novembre 2025</strong> <span lang="en">James D. Watson</span> è morto a <span lang="en">East Northport</span>, Long Island, all’età di <strong>97 anni</strong>. Con la sua scomparsa si chiude simbolicamente un capitolo centrale della scienza del Novecento.</p>
<p>Insieme a <strong>Maurice Wilkins</strong>, Watson e Crick ricevettero nel <strong>1962 il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina</strong> per la scoperta della struttura del DNA. Un contributo sperimentale decisivo arrivò dalla cristallografa <strong>Rosalind Franklin</strong>, la cui fotografia a raggi X, la celebre <em>Photo 51, </em>fornì l’indizio geometrico fondamentale.</p>
<h2>Un’impronta che ha cambiato la biologia</h2>
<p>La doppia elica ha inaugurato la <strong>biologia molecolare</strong> e reso possibile comprendere le malattie ereditarie, sviluppare test diagnostici e terapie geniche, fino a decifrare l’intero <strong>genoma umano</strong>. Watson fu tra i primi a intuire la portata della nuova frontiera: nel 1988 divenne il primo direttore del <a href="https://www.genome.gov/human-genome-project" target="_blank" rel="noopener"><strong>Progetto Genoma Umano.</strong></a></p>
<h2>Dibattiti ed eredità</h2>
<p>Negli ultimi anni alcune dichiarazioni pubbliche di Watson su temi genetici e sociali hanno suscitato un ampio dibattito nelle comunità accademiche e civiche. Tra le reazioni istituzionali si segnala la decisione del <span lang="en">Cold Spring Harbor Laboratory</span> del 2019 di revocare onorificenze dopo un’intervista televisiva (<a href="https://www.theguardian.com/world/2019/jan/13/james-watson-scientist-honors-stripped-reprehensible-race-comments" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian</a>). Tali polemiche, pur rilevanti sul piano pubblico, non intaccano il valore della scoperta scientifica, ampiamente confermata e divenuta fondamento della biomedicina contemporanea.</p>
<p>Oggi la doppia elica, è diventata un’icona culturale. Simbolo della curiosità umana e del metodo scientifico, continua a ispirare ricercatori e cittadini in un’epoca in cui la genomica e l’intelligenza artificiale promettono nuove terapie e nuove domande etiche.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il napoletano Nico de Corato completa la sfida “UAE Coast to Coast in Mountain Bike”: da Dubai a Fujairah in un solo giorno</title>
<link>https://www.italia24.news/il-napoletano-nico-de-corato-completa-la-sfida-uae-coast-to-coast-in-mountain-bike-da-dubai-a-fujairah-in-un-solo-giorno</link>
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<description><![CDATA[  ]]></description>
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<pubDate>Wed, 12 Nov 2025 11:48:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Gaia Moschetti</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<div>
<p class="MsoNormal">Dopo 6 ore e 30 minuti di pedalata - rispetto alle 8 previste - attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’atleta e content creator napoletano Nico de Corato ha portato a termine con successo la sua nuova sfida sportiva in solitaria: la “UAE Coast to Coast in Mountain Bike”, un viaggio da Dubai a Fujairah compiuto in un solo giorno.</p>
<p class="MsoNormal">L’impresa, partita alle 8:15 del mattino dal parcheggio di Al Qudra Cycling Track, ha condotto Nico attraverso più di 160 chilometri in terreni e paesaggi diversi — dalle vaste distese desertiche di Dubai alle salite impegnative delle montagne di Fujairah, passando per piccoli villaggi che sembrano rimasti fermi a decine di anni fa — fino al traguardo finale al Fujairah Fort, raggiunto poco prima del tramonto non lontano dalle rive del Golfo dell’Oman. Alla partenza tanti amici, alcuni anche in bici, per accompagnarlo nei primi kilometri in segno di amicizia e buon augurio.</p>
<p class="MsoNormal">Il percorso non è stato affatto semplice e ha richiesto una deviazione che ha allungato il percorso. Dopo una partenza scorrevole nella zona desertica di Al Qudra, delle raffiche di vento e sabbia nella zona di Fossil Rock hanno reso estremamente difficili i chilometri centrali del tragitto. <span>«C’è stato un momento in cui la sabbia mi tagliava il viso e vedevo appena la pista - racconta Nico - Ho pensato di fermarmi, ma poi mi sono ricordato perché stavo facendo tutto questo: per dimostrare che con la volontà si può andare oltre qualsiasi ostacolo».</span></p>
<p class="MsoNormal">Ma non è stato l’unico imprevisto, a seguito di una parte più sconnessa, la catena della bici si è rotta, ma per fortuna il team di supporto è riuscito a sostituirla. Oltre infatti alla preparazione fisica e mentale e all’alimentazione, anche tutta la parte logistica è fondamentale quando si preparano imprese del genere; e nell’auto di supporto c’erano anche dei pezzi di ricambio e gli attrezzi necessari per fronteggiare determinati imprevisti. </p>
<p class="MsoNormal">Nonostante il caldo, la fatica e le salite impegnative delle montagne Hajar, Nico ha proseguito spinto dal suo mantra: “Everybody can do it”. Dopo aver superato l’ultimo valico prima di Fujairah, stremato ma sorridente, ha raggiunto la costa nel tardo pomeriggio, accolto dal suono delle onde, fino a raggiungere il Fujairah Fort dove in tanti lo aspettavano per celebrare con lui.</p>
<p class="MsoNormal">Il progetto “UAE Coast to Coast in MTB” non è stato solo una prova di resistenza fisica, ma anche un gesto di riconoscenza verso gli Emirati Arabi Uniti, la terra che Nico oggi chiama casa.</p>
<p class="MsoNormal">“Questo Paese mi ha dato tanto,” ha dichiarato all’arrivo. “Oggi volevo restituire qualcosa, mostrando la sua bellezza, la sua forza e i paesaggi incredibili che collegano il deserto al mare.”</p>
<p class="MsoNormal">Con questa impresa, Nico ha voluto dimostrare ancora una volta che lo sport di resistenza non è soltanto una questione di performance, ma un viaggio interiore fatto di resilienza, gratitudine e voglia di superarsi.</p>
<p class="MsoNormal">Nico de Corato è originario di Napoli, ma a Dubai da oltre 20 anni grazie alla passione per i motori e lo sport in genere, dopo la laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso la Federico II di Napoli, inizia a seguire il campionato mondiale di motonautica Class 1, che proprio nel 2004 lo porta a Dubai per la prima volta. Sportivo, imprenditore digitale e creatore di contenuti video, Nico de Corato è un ultramaratoneta, triatleta e fatbiker con all’attivo numerose imprese sportive in solitaria.</p>
<p class="MsoNormal">Nel 2025 è stato insignito del Leone d’Oro per meriti sportivi. La sua sfida più nota è una corsa di 200 km partita dalla montagna più alta degli Emirati Arabi e conclusa, dopo 21 ore consecutive di corsa, davanti all’iconico Burj Al Arab. Diviso tra famiglia, sport, motori e comunicazione, Nico continua a cercare nuovi modi per raccontare lo spirito dell’avventura e ispirare chi lo segue a muoversi, esplorare e credere nelle proprie capacità.</p>
<p class="MsoNormal">Con il progetto “UAE Coast to Coast in MTB”, Nico intende condividere un messaggio chiaro: “Everybody can do it” — chiunque può avvicinarsi allo sport e alla scoperta di sé attraverso la fatica e la determinazione. L’impresa nasce anche come segno di gratitudine verso gli Emirati Arabi Uniti, terra che lo ha accolto e che offre scenari naturali straordinari, spesso ancora poco conosciuti. «Voglio dimostrare che non serve essere supereroi per affrontare una sfida. Serve solo la voglia di mettersi in gioco e la curiosità di scoprire fin dove possiamo arrivare», dichiara Nico de Corato.</p>
</div>
<div></div>]]> </content:encoded>
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<title>L’illusione del controllo</title>
<link>https://www.italia24.news/lillusione-del-controllo</link>
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<description><![CDATA[ Psicologia, fiducia e paura nell’era dei sistemi autonomi ]]></description>
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<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 16:11:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="701" data-end="895">L’umanità ha sempre costruito strumenti per estendere i propri sensi, ma oggi la tecnologia estende qualcosa di più profondo: <strong data-start="865" data-end="892">la capacità di decidere</strong>.</p>
<p data-start="897" data-end="1150">Nei centri di ricerca e nelle aziende, gli algoritmi pianificano percorsi, allocano risorse, scelgono investimenti, interpretano sintomi. L’uomo resta nella catena decisionale, ma in posizione diversa.<br data-start="1098" data-end="1101">Le macchine non eseguono più: <strong data-start="1131" data-end="1147">interpretano</strong>.</p>
<p data-start="1152" data-end="1472">Questo cambiamento produce un effetto psicologico che non riguarda solo l’efficienza, ma la percezione di sé. In un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0896627306003448?via%3Dihub" target="_blank" rel="noopener">articolo apparso su <em data-start="897" data-end="905">Neuron</em></a>, Chris Frith e Uta Frith mostrano che le aree cerebrali coinvolte nella socialità si attivano per leggere le intenzioni altrui: la mente umana è predisposta all’interpretazione degli scopi, più che all’elaborazione di regole.</p>
<p data-start="1474" data-end="1955">L’autonomia artificiale ci disorienta proprio per questo: un sistema che agisce sembra dotato di intenzione, anche se non ne possiede.<br data-start="1608" data-end="1611">Gli psicologi <strong data-start="1625" data-end="1639">Adam Waytz</strong>, <strong data-start="1641" data-end="1654">Kurt Gray</strong> e <strong data-start="1657" data-end="1675">Nicholas Epley</strong>, in un celebre studio del 2010 apparso sul <a href="https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2Fa0016854" target="_blank" rel="noopener"><em data-start="1708" data-end="1732">Psychological Bulletin</em></a>, dimostrano che l’essere umano tende a percepire mente e volontà in qualsiasi entità che mostri coerenza e capacità di risposta. È un meccanismo di sopravvivenza evolutivo, un’estensione della nostra teoria della mente.</p>
<p data-start="1957" data-end="2193">L’intelligenza artificiale sfrutta, forse involontariamente, lo stesso circuito percettivo. Ogni volta che un sistema prevede, risponde o si adatta, il cervello umano riconosce un’intenzione. Da lì nasce la fiducia, ma anche la paura.</p>
<h2>L’autonomia come frattura cognitiva</h2>
<p>Negli anni ’90, gli psicologi <strong>Clifford Nass</strong> e <strong>Byron Reeves</strong> dimostrarono, nel volume <a href="https://press.uchicago.edu/ucp/books/book/distributed/M/bo3618528.html" target="_blank" rel="noopener">The Media Equation</a>, che le persone reagiscono ai computer come a partner sociali.</p>
<p>L’arrivo dell’intelligenza artificiale amplifica quel meccanismo. L’IA non si limita a simulare risposte: produce decisioni coerenti, adatta il linguaggio, anticipa le richieste. Il risultato è un’illusione cognitiva di “presenza mentale”.</p>
<p>Il filosofo <strong>Daniel Dennett</strong>, nel volume <a href="https://wwnorton.com/books/9780393242072" target="_blank" rel="noopener">From Bacteria to Bach and Back</a> (2017), descrive questa sensazione come “illusione progettata”. L’agency apparente delle macchine è un effetto del design: prevedibilità, fluidità e scopo comunicano vita.</p>
<p>Ma il nostro cervello non distingue la simulazione dalla volontà. Un esperimento condotto da <strong>Sebastian Krach</strong> e colleghi, pubblicato su <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0002597" target="_blank" rel="noopener">PLoS ONE</a> nel 2008, mostra che osservare un robot che agisce in modo autonomo attiva nel cervello umano le stesse aree coinvolte nell’attribuzione di intenzioni. Le regioni temporo-parietali si accendono come durante un’interazione con una persona.</p>
<p>In pratica, la mente reagisce all’autonomia artificiale come a un segnale di soggettività. Non serve credere che la macchina pensi: basta percepire coerenza nelle sue azioni perché diventi, ai nostri occhi, un agente.</p>
<h2>La fiducia cieca</h2>
<p>La psicologia dell’automazione ha studiato a lungo gli effetti della delega alle macchine. Nel 1997 <strong>Raja Parasuraman</strong> e <strong>Victor Riley</strong>, in un articolo pubblicato su <a href="https://doi.org/10.1518/001872097778543886" target="_blank" rel="noopener"><em>Human Factors</em></a>, descrissero il fenomeno chiamato <em>automation bias</em>: la tendenza a fidarsi delle decisioni automatiche anche contro l’evidenza.</p>
<p>In aviazione, in medicina e nella finanza, gli operatori umani spesso seguono le indicazioni del sistema anche di fronte a dati contraddittori. Non per pigrizia, ma per un meccanismo di fiducia appresa. L’efficienza ripetuta del sistema genera deferenza cognitiva.</p>
<p>Una revisione sistematica condotta da <strong>K. Goddard</strong> e colleghi, pubblicata sul <a href="https://doi.org/10.1136/amiajnl-2011-000089" target="_blank" rel="noopener"><em>Journal of the American Medical Informatics Association (JAMIA)</em></a> nel 2012, mostra che la fiducia cieca aumenta quando il sistema comunica sicurezza e coerenza. L’interfaccia diventa un segnale di autorevolezza.</p>
<h2>La paura dell’autonomia</h2>
<p>Alla fiducia cieca si oppone una forma di inquietudine altrettanto potente: la paura di perdere il controllo. Gli psicologi la definiscono <em>agency anxiety</em>, ansia da perdita di <em>agency</em>.</p>
<p>Lo stesso studio di <strong>Sebastian Krach</strong> e colleghi, pubblicato su <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0002597" target="_blank" rel="noopener"><em>PLoS ONE</em></a> nel 2008, che documenta l’attivazione neuronale durante l’interazione con robot autonomi, mostra anche un’attività emotiva elevata nelle aree limbiche. Il cervello vive la presenza autonoma come ambigua: alleata e minaccia allo stesso tempo.</p>
<p>Da qui nasce l’ambivalenza: le persone si affidano ai sistemi autonomi per la loro efficienza, ma provano disagio di fronte alla loro indipendenza. Non si tratta di paura della tecnologia, ma di una reazione cognitiva all’imprevedibilità di un’intelligenza non umana.</p>
<h2>La responsabilità smarrita</h2>
<p>L’autonomia dei sistemi solleva una domanda che tocca il cuore della morale: <strong>chi risponde delle azioni della macchina?</strong> Già nel 1966 lo psicologo <strong>Julian Rotter</strong>, con la teoria del <em><a href="https://doi.org/10.1037/h0092976" target="_blank" rel="noopener">locus of control</a></em>, mostrò che la percezione del controllo influenza direttamente il comportamento umano. Attribuire un evento a cause esterne riduce il senso di responsabilità personale.</p>
<p>Nel mondo dell’intelligenza artificiale la stessa dinamica assume una forma nuova. Il filosofo <strong>Luciano Floridi</strong>, nel volume <a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/luciano-floridi/etica-dellintelligenza-artificiale-9788832854091-3667.html" target="_blank" rel="noopener"><em>The Ethics of Artificial Intelligence</em></a> (2023), osserva che l’autonomia tecnica frammenta la catena della responsabilità. Le decisioni non appartengono più a un unico agente umano, ma emergono da reti di progettisti, dati e algoritmi.</p>
<p>Non tutti condividono questa visione. Gli studiosi <strong>Jeffrey Borenstein</strong> e <strong>Ronald Arkin</strong>, in un saggio pubblicato su <a href="https://www.researchgate.net/publication/273151558_Robotic_Nudges_The_Ethics_of_Engineering_a_More_Socially_Just_Human_Being" target="_blank" rel="noopener"><em>Science and Engineering Ethics</em></a> (2020), confutano l’idea di un’“agency morale” delle macchine: un sistema può agire in modo autonomo, ma non può essere moralmente responsabile. L’intenzionalità morale, ricordano, è prerogativa della coscienza.</p>
<p>La perdita di controllo è quindi più psicologica che reale. L’essere umano resta il centro del sistema etico, anche se la sua responsabilità si diluisce nella complessità tecnologica. La vera sfida è mantenere viva la percezione del controllo, non soltanto la sua forma legale.</p>
<h2>L’attaccamento emotivo</h2>
<p>Il rapporto con l’autonomia artificiale non si esaurisce nella fiducia o nella paura. Esiste anche una dimensione affettiva, meno discussa ma altrettanto profonda: <strong>l’attaccamento emotivo verso le macchine.</strong></p>
<p>La sociologa e psicologa <strong>Sherry Turkle</strong>, nel saggio <a href="https://www.basicbooks.com/titles/sherry-turkle/alone-together/9780465093656/" target="_blank" rel="noopener"><em>Alone Together</em></a> (2011), racconta come le persone stabiliscano legami reali con dispositivi digitali che mostrano ascolto e disponibilità. La semplice risposta empatica, anche simulata, genera conforto. La tecnologia che risponde crea l’illusione di una relazione reciproca.</p>
<p>La ricercatrice <strong>Kate Darling</strong>, in <a href="https://www.amazon.it/New-Breed-History-Animals-Reveals/dp/1250296102" target="_blank" rel="noopener"><em>The New Breed</em></a> (2021), paragona i robot agli animali domestici: esseri artificiali che attivano nel cervello umano lo stesso circuito empatico riservato agli esseri viventi. L’interazione sociale con macchine dotate di movimenti o linguaggio credibili produce reazioni emotive autentiche.</p>
<p>Esperimenti condotti all’Università di Duisburg da <strong>Friederike Eyssel</strong> e <strong>Dirk Kuchenbrandt</strong> (2012) mostrano che un robot con nome e voce personale suscita livelli di fiducia simili a quelli di un interlocutore umano. Lo studio, pubblicato sul <a href="https://doi.org/10.1111/j.2044-8309.2011.02082.x" target="_blank" rel="noopener"><em>British Journal of Social Psychology</em></a>, dimostra che la socialità percepita basta per attivare meccanismi di appartenenza.</p>
<p>Il filosofo <strong>David Gunkel</strong>, in <a href="https://mitpress.mit.edu/9780262551571/robot-rights/#:~:text=In%20this%20book%2C%20David%20Gunkel,to%20moral%20and%20legal%20standing." target="_blank" rel="noopener"><em>Robot Rights</em></a> (MIT Press, 2018), invita però alla cautela: l’empatia verso la macchina è unidirezionale. La reciprocità emotiva è un’illusione cognitiva, non una realtà affettiva. Più la macchina sembra umana, più rivela la nostra solitudine.</p>
<h2>Il patto psicologico</h2>
<p>L’equilibrio tra fiducia, paura e attaccamento richiede una nuova alfabetizzazione psicologica. Non basta regolare l’intelligenza artificiale con norme e leggi: serve una cultura della <em>co-decisione</em>, capace di integrare la tecnologia nel perimetro della consapevolezza umana.</p>
<p>Il progettista e informatico <strong>Ben Shneiderman</strong> propone una visione centrata sull’uomo. Nel volume <a href="https://global.oup.com/academic/product/human-centered-ai-9780192845290?cc=it&amp;lang=en&amp;" target="_blank" rel="noopener"><em>Human-Centered AI</em></a> (2022), afferma che la tecnologia deve rendere visibili i propri processi decisionali. La trasparenza non è un dettaglio tecnico, ma una forma di rispetto cognitivo verso chi la utilizza.</p>
<p>Le grandi aziende tecnologiche si muovono in questa direzione. I laboratori di <strong>IBM Research</strong> hanno pubblicato nel 2024 un rapporto dedicato alla <a href="https://research.ibm.com/topics/explainable-ai" target="_blank" rel="noopener"><em>Explainable AI</em></a>: sistemi progettati <strong>per spiegare le proprie scelte e rendere tracciabile la logica interna delle decisioni.</strong> L’obiettivo è ristabilire equilibrio tra potenza algoritmica e comprensione umana.</p>
<p>Non tutti gli studiosi condividono però l’ottimismo della piena trasparenza. <em>Emily Bender</em>, <em>Timnit Gebru</em>, <em>Angelina McMillan-Major</em> e <em>Margaret Mitchell</em>, nel saggio <a href="https://doi.org/10.1145/3442188.3445922" target="_blank" rel="noopener"><em>On the Dangers of Stochastic Parrots</em></a> (2021), mettono in dubbio la possibilità stessa di spiegare in modo completo i modelli linguistici di grandi dimensioni. La complessità delle reti neurali, sostengono, è tale da rendere opaca la relazione tra input e risposta.</p>
<p>La filosofa e informatica <strong>Joanna Bryson</strong>, nel paper <a href="https://www.researchgate.net/publication/220814506_Just_an_Artifact_Why_Machines_Are_Perceived_as_Moral_Agents" target="_blank" rel="noopener"><em>The Misguided Ethics of Moral Machines</em></a> (2019), invita a un approccio pragmatico: le macchine devono restare strumenti, anche se agiscono come agenti. Il controllo non consiste nel limitare la tecnologia, ma nel mantenere chiara la distinzione dei ruoli. L’autonomia operativa non equivale a indipendenza morale.</p>
<p>La convivenza con l’intelligenza artificiale non sarà una resa né una guerra. Sarà una negoziazione continua tra chiarezza e mistero, tra efficienza e significato. Il patto psicologico del futuro si giocherà sulla capacità di comprendere senza dominare.</p>
<h2>L’intelligenza come specchio</h2>
<p>Ogni epoca ha proiettato se stessa nella tecnologia che ha inventato. Il vapore rappresentava la forza, l’elettricità la connessione, l’informatica la memoria. L’intelligenza artificiale rappresenta la <strong>decisione</strong>.</p>
<p>Ogni volta che un sistema autonomo sceglie, l’umanità si osserva riflessa in quell’atto. Non si tratta di costruire macchine che pensano, ma di riconoscere nella loro logica la nostra stessa mente in forma diversa. L’autonomia artificiale ci costringe a ridefinire cosa intendiamo per libertà.</p>
<p>La fiducia cieca, la paura e l’attaccamento non sono deviazioni patologiche, ma risposte psicologiche a una presenza nuova: un’intelligenza che agisce. Le emozioni che proiettiamo sull’IA raccontano la nostra esigenza di riconoscimento. Nel vedere la macchina decidere, misuriamo la nostra stessa capacità di comprendere il mondo che abbiamo costruito.</p>
<p><strong>Il controllo non si perde, si trasforma.</strong> Da dominio unilaterale diventa consapevolezza condivisa. L’equilibrio psicologico del futuro dipenderà dalla capacità di convivere con sistemi che apprendono, senza rinunciare alla responsabilità di decidere chi siamo.</p>
<p>L’autonomia delle macchine è, in ultima analisi, uno specchio della nostra. <strong>Riflette le nostre virtù e le nostre paure.</strong> Guardarla con diffidenza significa non riconoscere che ogni intelligenza che creiamo è un’estensione della nostra stessa coscienza.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>L’Italia scientifica tra eccellenza e fragilità</title>
<link>https://www.italia24.news/litalia-scientifica-tra-eccellenza-e-fragilita</link>
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<description><![CDATA[ Ricerca, conoscenza e futuro. Un Paese che spende poco ma produce molto ]]></description>
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<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 19:22:33 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="661" data-end="1053">L’Italia è un Paese che vive d'intelligenza, ma troppo spesso se ne dimentica.<br data-start="740" data-end="743">Nei laboratori, negli ospedali, nei centri di ricerca universitari e nelle startup tecnologiche si sperimenta ogni giorno una forma di resistenza civile: quella di chi, pur con risorse limitate, continua a generare conoscenza.</p>
<h3 data-start="661" data-end="1053">La scienza italiana non fa rumore, ma resiste. E nel silenzio, costruisce futuro.</h3>
<p data-start="1055" data-end="1890">Secondo i dati della <a data-start="1085" data-end="1202" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://tradingeconomics.com/italy/research-and-development-expenditure-percent-of-gdp-wb-data.html">Banca Mondiale,</a> l’Italia investe in <strong data-start="1224" data-end="1252">ricerca e sviluppo (R&amp;S)</strong> circa <strong data-start="1259" data-end="1278">l’1,39% del PIL</strong>. Una cifra inferiore alla media dell’Unione Europea, che secondo <a data-start="1356" data-end="1452" class="decorated-link" href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php" target="_blank" rel="noopener">Eurostat</a> si attesta al <strong data-start="1467" data-end="1476">2,22%</strong>, e distante anni luce da Paesi come la Germania (3,13%) o la Svezia (3,4%).<br data-start="1552" data-end="1555">Eppure, nonostante questo divario, il sistema scientifico italiano mantiene una produttività sorprendente: secondo il rapporto della <a data-start="166" data-end="330" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://ec.europa.eu/assets/rtd/srip/2024/ec_rtd_srip-report-2024-chap-03.pdf">Commissione Europea – <em data-start="189" data-end="250">Science, Research and Innovation Performance of the EU 2024</em></a>, l’Italia si posiziona tra i principali Paesi dell’Unione per impatto scientifico complessivo. Pur non rientrando nella <strong data-start="548" data-end="566">top 10 globale</strong> secondo gli indicatori della <a data-start="596" data-end="747" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://www.wipo.int/en/web/global-innovation-index/w/blogs/2025/high-impact-scientific-publications">World Intellectual Property Organization (WIPO)</a>, il sistema di ricerca italiano mantiene un ruolo rilevante all’interno dei <strong data-start="824" data-end="880">grandi programmi di cooperazione scientifica europea</strong>, dal CERN all’Agenzia Spaziale Europea ESA.</p>
<hr data-start="1892" data-end="1895">
<h3 data-start="1897" data-end="1952"><strong data-start="1901" data-end="1952">Ricerca sottofinanziata, talento sovrabbondante</strong></h3>
<p data-start="1954" data-end="2606">Il paradosso è evidente: poca spesa, molta competenza.<br data-start="2008" data-end="2011">Secondo il report ISTAT: <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-ricerca-e-sviluppo-in-italia-anni-2023-2025/" target="_blank" rel="noopener"><em>"La ricerca e sviluppo in Italia – Anni 2023-2025"</em></a> L’Italia conta circa <strong data-start="2032" data-end="2067">350.000 ricercatori e tecnologi</strong> tra università, enti pubblici e privati <a data-start="2116" data-end="2164" rel="noopener" target="_new" class="decorated-link cursor-pointer"> ma </a>dietro questi numeri si nasconde un esercito di <strong>precari, assegnisti e contrattisti.</strong> Secondo <a href="https://ustat.mur.gov.it/media/1273/focus_pers_univ2022.pdf" target="_blank" rel="noopener">un’indagine del </a><a data-start="2278" data-end="2383" class="decorated-link cursor-pointer" rel="noopener" target="_new">Ministero dell'Università e della Ricerca, </a>quasi il 60% dei ricercatori sotto i 40 anni lavora con <strong>contratti a tempo determinato.</strong><br data-start="2471" data-end="2474">Il risultato è una fuga silenziosa di competenze verso Paesi che offrono più stabilità, più risorse e un ecosistema meritocratico.</p>
<p data-start="2608" data-end="3119">Secondo l’<a data-start="159" data-end="328" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://www.oecd.org/en/publications/2024/11/international-migration-outlook-2024_c6f3e803/full-report/italy_420e5ba4.html"><em data-start="160" data-end="203">OECD International Migration Outlook 2024,</em></a> l’Italia registra da anni un saldo negativo tra ricercatori in uscita e rientri, segno di una <strong data-start="424" data-end="491">persistente emigrazione di capitale umano altamente qualificato</strong>.<br data-start="492" data-end="495">Le stime più recenti indicano che <strong data-start="529" data-end="569" data-is-only-node="">oltre diecimila ricercatori italiani</strong> lavorano stabilmente all’estero, soprattutto in Regno Unito, Germania, Stati Uniti e Svizzera, una tendenza confermata anche da studi pubblicati su <em data-start="719" data-end="751">Social Policy &amp; Administration</em> (<a data-start="753" data-end="825" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://academic.oup.com/spp/article/48/2/200/6134320">Oxford Academic).</a><br data-start="2905" data-end="2908">Il costo di questa emigrazione scientifica oltre ad essere economico è anche una perdita di visione, di reti e di capacità innovativa. È <strong data-start="267" data-end="307">talento che genera valore all’estero</strong>, contribuendo all’innovazione di altri Paesi, mentre l’Italia non riesce a trattenere o valorizzare pienamente le proprie competenze scientifiche.</p>
<hr data-start="3121" data-end="3124">
<h3 data-start="3126" data-end="3180"><strong data-start="3130" data-end="3180">La partita europea: borse ERC e capitale umano</strong></h3>
<p data-start="3182" data-end="3782">Un indicatore chiave del potenziale scientifico di un Paese è il numero di borse del <strong data-start="3268" data-end="3303">European Research Council (ERC) </strong>vinte dai propri ricercatori.<br data-start="3358" data-end="3361">Nel 2024, secondo i dati del European Research Council (ERC), l’Italia ospita <a href="https://horizoneurope.apre.it/erc-advanced-grants-2024-litalia-tra-i-protagonisti-della-ricerca-europea/" target="_blank" rel="noopener">numerosi progetti finanziati,</a> nel bando «Advanced Grants 2024», per esempio, l’Italia risulta fra i paesi più competitivi con <strong data-start="309" data-end="335">25 progetti finanziati</strong>.</p>
<p data-start="3784" data-end="4220">I risultati individuali restano eccellenti: nel 2025, <a href="https://www.italia24.news/admin/i%20risultati%20individuali%20restano%20eccellenti:%20circa%2037%20ricercatori%20italiani%20hanno%20vinto%20un%20grant%20ERC%20nel%202024-25" target="_blank" rel="noopener">37 ricercatori italiani</a> hanno vinto un nuovo grant ERC, segno di una vitalità scientifica che resiste nonostante le condizioni avverse.</p>
<p data-start="3784" data-end="4220">Il talento, dunque, non manca: mancano continuità e strutture capaci di trasformare la brillantezza in sistema.</p>
<hr data-start="4222" data-end="4225">
<h3 data-start="4227" data-end="4251"><strong data-start="4231" data-end="4251">Il nodo del PNRR</strong></h3>
<p data-start="4253" data-end="4816">Il <a data-start="4256" data-end="4346" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link" href="https://italiadomani.gov.it/it/home.html">Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)</a> ha promesso di invertire la rotta, con oltre <strong data-start="4392" data-end="4461">11 miliardi di euro destinati a ricerca, università e innovazione</strong>.<br data-start="4462" data-end="4465">Gli effetti, tuttavia, si faranno sentire solo nel medio periodo. Molti fondi si disperdono in micro-progetti o faticano a tradursi in politiche strutturali.<br data-start="4622" data-end="4625">La scienza, invece, chiede continuità: non serve un “piano una tantum”, ma un’architettura stabile di investimenti, un sistema meritocratico trasparente e un dialogo costante con l’impresa.</p>
<p data-start="4818" data-end="5252">La competitività scientifica di un Paese si misura non solo in pubblicazioni, ma nella capacità di trasformare la conoscenza in valore collettivo.<br data-start="5102" data-end="5105">Per l’Italia, questo significa investire in reti di laboratori, in mobilità tra accademia e industria, e in politiche di rientro dei ricercatori.</p>
<hr data-start="5254" data-end="5257">
<h3 data-start="5259" data-end="5308"><strong data-start="5263" data-end="5308">La cultura del rispetto per la conoscenza</strong></h3>
<p data-start="5310" data-end="5671">La scienza italiana ha un problema di linguaggio: viene ancora percepita come un mondo a parte, distante dalla quotidianità.<br data-start="5434" data-end="5437">Eppure, mai come oggi, ricerca e vita si sovrappongono. La transizione energetica, l’intelligenza artificiale, la medicina personalizzata, la gestione delle risorse idriche: tutto ciò che definisce il futuro passa per la conoscenza.</p>
<p data-start="5673" data-end="6000">Per questo, rispettare la scienza non è un gesto di cortesia, ma un dovere civico. Significa accettare il metodo scientifico, il dubbio, la verifica e la lentezza, come base del pensiero pubblico.<br data-start="5870" data-end="5873">Significa capire che la conoscenza è un’infrastruttura nazionale, tanto quanto le strade o le reti digitali.</p>
<hr data-start="6002" data-end="6005">
<h3 data-start="6007" data-end="6050"><strong data-start="6011" data-end="6050">L’Italia come laboratorio di futuro</strong></h3>
<p data-start="225" data-end="534">L’Italia resta una terra di ingegni, come testimoniano i risultati dei suoi centri di eccellenza in fisica, neuroscienze, materiali avanzati, robotica e biotecnologie. La qualità della ricerca è riconosciuta a livello internazionale e continua a generare innovazione, brevetti e collaborazioni di frontiera.</p>
<p data-start="536" data-end="838">Tuttavia, la sfida decisiva riguarda la capacità di <strong data-start="588" data-end="628">trasformare la competenza in cultura</strong>: far sì che la scienza diventi un linguaggio condiviso, un patrimonio sociale e civile. Il progresso nasce quando la conoscenza esce dai laboratori e incontra la politica, l’impresa, la scuola e i cittadini.</p>
<p data-start="840" data-end="1221">Se l’Italia saprà costruire questa rete di dialogo, potrà riaffermare la sua antica vocazione: quella di essere un laboratorio di civiltà, capace di coniugare sapere e responsabilità. In questa prospettiva, la scienza diventa una <strong data-start="1070" data-end="1102">struttura portante del Paese</strong>, una leva di crescita economica e morale, un elemento essenziale per comprendere il presente e progettare il futuro.</p>]]> </content:encoded>
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