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<title>Italia24.news | Notizie in Tempo Reale su Politica, Economia, Cronaca e Sport &#45; : Ricerca e Innovazione</title>
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<description>Italia24.news | Notizie in Tempo Reale su Politica, Economia, Cronaca e Sport &#45; : Ricerca e Innovazione</description>
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<dc:rights>©2026 Italia24 News &#45; Powered by Brain X Corp</dc:rights>

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<title>ErreDue ed ENEA insieme fino al 2028 per l&amp;apos;idrogeno green</title>
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<description><![CDATA[ L&#039;Accordo viene prorogato per 36 mesi: focus su elettrolizzatori di nuova generazione. La partnership strategica per la transizione ecologica e la competitività nazionale ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 18:35:42 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>ErreDue S.p.A</strong>. (EGM: RDUE; “Società” o “ErreDue”), società attiva nella<strong> </strong></span><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">progettazione e produzione di soluzioni altamente innovative e personalizzate per la produzione, </span></strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>miscelazione e purificazione on-site di gas tecnici</strong> (idrogeno prodotto tramite elettrolisi dell’acqua, azoto, </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">ossigeno), e <strong>ENEA</strong>, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">sostenibile, che opera a livello nazionale ed europeo nel campo dell’energia e dell’innovazione tecnologica,<strong> </strong></span><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">annunciano la proroga per ulteriori 36 mesi dell’Accordo di Collaborazione incentrato sullo sviluppo di </span></strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>soluzioni tecnologiche innovative per la produzione di idrogeno da elettrolisi</strong>. La partnership, avviata nel </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">2022, proseguirà <strong>fino al novembre 2028</strong>, consolidando un percorso condiviso che unisce ricerca pubblica e </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">capacità industriale.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’estensione dell’accordo è conseguenza di una <strong>collaborazione ritenuta altamente strategica che ha </strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>consentito di conseguire risultati concreti</strong>. In questi anni, le attività congiunte hanno portato a importanti </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>sviluppi tecnologici</strong>, tra cui l’upgrading di sistemi di produzione di idrogeno tramite elettrolisi alcalina con </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">caratteristiche tipiche di impianti di scala maggiore, lo <strong>sviluppo di sistemi avanzati di monitoraggio basati su </strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>protocollo industriale</strong>, e l’<strong>integrazione delle tecnologie</strong> in impianti Power-to-Gas per la produzione di metano </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">sintetico.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ulteriori progressi hanno riguardato la caratterizzazione dei processi elettrolitici e lo studio di soluzioni </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">innovative per l’alimentazione diretta degli elettrolizzatori attraverso fonti rinnovabili variabili, integrate con </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">sistemi di accumulo elettrochimico.<strong> Risultati </strong>che <strong>testimoniano </strong>non solo la<strong> qualità scientifica della </strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>collaborazione</strong>, ma anche la <strong>sua concreta applicabilità industriale</strong>.</span></p>
<h3>Gli obiettivi futuri</h3>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nei <strong>prossimi anni</strong>, le attività congiunte proseguiranno secondo una visione più ampia e strutturata, con un </span><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">focus sullo sviluppo e l’ottimizzazione di elettrolizzatori di nuova generazione, sull’integrazione efficiente con </span></strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>fonti rinnovabili e sistemi di accumulo e sullo sviluppo di componenti innovativi</strong>, tra cui membrane, elettrodi </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">e catalizzatori. Parallelamente, la collaborazione punterà sulla modellistica e sull’ingegnerizzazione avanzata </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">degli impianti, oltre che sulla partecipazione congiunta a programmi di ricerca e innovazione nazionali ed </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">europei.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Particolare attenzione</strong> sarà dedicata anche alla <strong>formazione e allo sviluppo delle competenze</strong>, attraverso il </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">coinvolgimento, nelle attività condotte congiuntamente, di giovani ricercatori, dottorandi e studenti, </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">contribuendo così alla crescita di nuove professionalità nel settore dell’idrogeno. </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Enrico D’Angelo, Fondatore e CEO, e Francesca Barontini, CEO di ErreDue</strong>, hanno così commentato: «La<strong> </strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>proroga dell’accordo con ENEA </strong>rappresenta per ErreDue non solo la continuità di una collaborazione di </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">valore, ma anche un <strong>importante riconoscimento del percorso di crescita tecnologica e industriale intrapreso</strong>. </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Essere partner di un ente di ricerca di riferimento nazionale e internazionale come ENEA conferma la solidità </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">delle nostre competenze e la nostra capacità di contribuire concretamente allo sviluppo dell’idrogeno green». </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<strong>ing. Giulia Monteleone, Direttrice del Dipartimento Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili di ENEA</strong>, </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">conferma il valore strategico della collaborazione: «L’idrogeno avrà un ruolo centrale come vettore </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">energetico per la transizione ecologica; se vogliamo costruire un futuro energetico sostenibile, innovativo e </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">competitivo è determinante favorire la sinergia tra pubblico e privato». </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Attraverso il Dipartimento TERIN, l’ENEA opera lungo l’intera catena del valore dell’idrogeno: dalla </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">produzione allo stoccaggio, fino agli usi finali nei settori industriale, energetico e dei trasporti, e rappresenta </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">un punto di riferimento per lo sviluppo di tecnologie avanzate e per la partecipazione a programmi di ricerca </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">internazionali. </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In questo contesto, la <strong>partnership tra ErreDue ed ENEA si configura come un esempio virtuoso di integrazione </strong></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>tra ricerca e industria</strong>, capace di accelerare l’innovazione, favorire il trasferimento tecnologico e contribuire </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">alla competitività del sistema produttivo nazionale.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Torino: rinnovato il patto per la sicurezza cibernetica tra Polizia Postale e Politecnico</title>
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<description><![CDATA[ Siglata in questura l&#039;intesa tra COSC Piemonte-Valle d&#039;Aosta e Politecnico di Torino. Interviene la Dottoressa Esposito affermando che  si deve anticipare l&#039;evento dannoso partendo dalla conoscenza ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 18:35:42 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Questa mattina presso la Questura di Torino è stato <strong>rinnovato il Protocollo d’Intesa tra il Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica del Piemonte e Valle d’Aosta ed il Politecnico di Torino per la prevenzione e il contrasto dei crimini informatici</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Con il rinnovo le parti daranno continuità a quella che si è rivelata essere una<strong> proficua collaborazione volta alla protezione delle infrastrutture sensibili presenti sul territorio di competenza dalle minacce cyber</strong> all’interno di un quadro più ampio di sinergie positive tra i potenziali target di attacchi informatici al fine di condividere e analizzare ogni informazione utile per mitigarne rischio ed effetti.</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il protocollo, rinnovato alla presenza del<strong> Sig. Questore di Torino dott. Massimo Gambino</strong>, dal <strong>Dirigente del COSC Piemonte e Valle D’Aosta, Dott.ssa Assunta Esposito</strong>, e dal <strong>Rettore del Politecnico di Torino Stefano Corgnati</strong>, mira a consolidare e migliorare, facendo tesoro del lavoro svolto nel precedente triennio,  la collaborazione tra gli attori coinvolti continuando ed intensificando la condivisione e l’analisi di ogni informazione utile all’<strong>implementazione ed all’innalzamento degli standard di sicurezza cibernetica</strong> con lo <strong>scopo</strong> precipuo di<strong> migliorare la postura digitale</strong> aumentando la consapevolezza sui comportamenti umani che costituiscono la porta d’ingresso dei criminali all’interno dei sistemi.</span></p>
<p><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>Tempestività e circolarità informativa</strong> sono i<strong> cardini strategici</strong> del Protocollo d’Intesa. La condivisione delle reciproche conoscenze sulle minacce cyber rappresenta un elemento essenziale per lo sviluppo di efficaci azioni operative e per fronteggiare situazioni d’emergenza.</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>Pilastro nodale</strong> del protocollo è rappresentato dalla<strong> formazione congiunta</strong>. Come per il triennio trascorso, potranno essere organizzati appositi momenti formativi dove gli specialisti della Polizia Postale e i dipendenti del Politecnico di Torino potranno confrontarsi sui rischi più attuali connessi all’utilizzo degli strumenti informatici aumentando così la consapevolezza e la resilienza verso le minacce cyber.</span><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"></span></p>
<h3>Uno sguardo al passato e la voce delle Istituzioni del presente</h3>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il <strong>Politecnico di Torino</strong> è stato fondato nel 1906 e trae origine dalla Scuola di Applicazione per gli Ingegneri sorta nel 1859. <strong>È accreditata dai ranking internazionali come una delle principali università tecniche in Europa</strong>, con più di 38.800 studenti, il 22% dei quali internazionali, provenienti da 122 paesi. Il Politecnico si propone come un centro di eccellenza per la formazione e ricerca in Ingegneria, Architettura, Design e Pianificazione con strette relazioni e collaborazioni con il sistema socio-economico.</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>Il Centro Operativo Sicurezza Cibernetica Polizia Postale “Piemonte e Valle d’Aosta”</strong> è presidio territoriale nella protezione delle infrastrutture critiche informatiche. Attività svolta a livello centrale dal C.N.A.I.P.I.C. (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica della Polizia di Stato, che svolge un’<strong>efficace azione di raccordo operativo con gli uffici territoriali</strong>. Inoltre, con una sala operativa disponibile h24, è il punto di contatto anche a livello internazionale per la gestione degli eventi critici.</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il<strong> Questore Massimo Gambino</strong> afferma: «La sinergia tra mondo accademico e la Polizia di Stato si rinsalda ancora una volta con l’odierna sottoscrizione, a dimostrazione delle alte capacità operative e professionali della Polizia Cibernetica». </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>Rettore del Politecnico di Torino Stefano Corgnati</strong>: «Il <strong>rinnovo di questo protocollo</strong> rappresenta un<strong> esempio concreto di collaborazione tra istituzioni pubbliche al servizio del sistema Paese</strong> e <strong>rafforza un’intesa già strategica per la tutela delle nostre infrastrutture digitali critiche</strong>. La cybersecurity è oggi una sfida urgente, in continua evoluzione, che richiede competenze sempre aggiornate e altamente qualificate, oltre a una stretta cooperazione tra ricerca e forze dell’ordine. In questo contesto, condivisione delle informazioni e formazione congiunta sono leve fondamentali per prevenire e contrastare attacchi informatici sempre più sofisticati e imprevedibili, proteggere dati e servizi essenziali e rafforzare la resilienza dei sistemi».</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>Dirigente COSC Polizia postale Dottoressa Esposito</strong>: «la volontà di rinnovare il protocollo nasce dalla <strong>consapevolezza che ci attendono sfide sempre più complesse in cui la conoscenza delle tecniche utilizzate per gli attacchi informatici rappresenta l’elemento fondante</strong> dal quale partire per una difesa più strutturata in grado di anticipare l’evento dannoso o di mitigarne gli effetti qualora verificatisi»</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Biomateriali, Progetto ARIS: realizzate nuove mascherine in nanofibre di seta da scarti agroindustriali</title>
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<description><![CDATA[ Nell&#039;ambito del Progetto ARIS, L&#039;Università di Ferrara, ENEA, il CNR e Kerline srl hanno realizzato con pratiche sostenibili nuovi tipi di mascherine in nanofibre di seta, in grado di rimuovere gli inquinanti più fini e di esercitare una specifica azione antibatterica ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:52:39 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Nuovi tipi di mascherine realizzate in nanofibre di seta con pratiche sostenibili</strong> (elettrofilatura), in grado di esercitare anche una specifica azione antibatterica. È quanto ENEA ha messo a punto nel <strong>progetto ARIS </strong>(<span>Air filteRs proteIn nanofiberS) </span>del programma <strong>PNRR Ecosister</strong> (<span>Ecosistema Territoriale di Innovazione dell’Emilia-Romagna)</span>, al quale partecipano anche <strong>Università di Ferrara, Kerline srl e Cnr</strong> (coordinatore).</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Rispetto agli odierni materiali filtranti in plastica di origine fossile (p<span>olietilene, poliestere e poliammide)</span> le membrane utilizzate per le mascherine hanno il doppio vantaggio di essere <strong>ambientalmente sostenibili e di rimuovere anche gli inquinanti più fini</strong>, come il PM2.5.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’attività ENEA è stata condotta dal Laboratorio Innovazione filiere agroalimentari del Centro di Ricerca ENEA di Brindisi, che ha indagato la fattibilità dell’applicazione della tecnica dell’elettrofilatura a diversi materiali polimerici. Inoltre, un altro obiettivo è stato quello di aggiungere alle matrici elettrofilate fornite dal Cnr, i polifenoli naturali estratti dai reflui oleari, in grado di esercitare una specifica azione antibatterica. In questo modo il dispositivo filtrante, infatti, potrebbe <strong>ridurre la diffusione di malattie trasmesse per via aerea</strong>, rispondendo a un’esigenza emersa durante la pandemia.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«In collaborazione con Kerline srl, abbiamo utilizzato bozzoli del baco da seta scartati dall’industria tessile per estrarre una proteina, la fibroina di seta, che è stata poi elettrofilata così da produrre una mascherina di tipo FFP2. Per conferirle poi anche una funzione battericida, è stata arricchita con polifenoli estratti dalle acque reflue della produzione di olio d’oliva», spiega il referente ENEA del progetto ARIS, <strong>Valerio Miceli</strong>, ricercatore del Laboratorio Innovazione filiere agroalimentari. «Infine, abbiamo verificato dal punto di vista microbiologico l’utilità complessiva della soluzione, che ha dimostrato un potenziale interessante: i polifenoli utilizzati non garantiscono una completa copertura antimicrobica, ma abbiamo osservato risultati positivi su alcune specifiche popolazioni batteriche».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Il progetto ARIS e i risultati ottenuti da ENEA confermano dunque come l’abbinamento tra la <strong>valorizzazione degli scarti agroindustriali e la tecnica dell’elettrofilatura</strong> possa consentire lo sviluppo di <strong>biomateriali</strong> per imballaggi funzionali ad alto valore aggiunto, in linea con i principi dell’economia circolare e con potenziali applicazioni non solo per il settore alimentare ma anche in altri ambiti come quello biomedico.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Verona, Vinitaly 2026: ENEA presenta una guida per il supporto delle aziende vitivinicole</title>
<link>https://www.italia24.news/verona-vinitaly-2026-enea-presenta-una-guida-per-il-supporto-delle-aziende-vitivinicole</link>
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<description><![CDATA[ ENEA ha presentato al Vinitaly 2026 una guida per aiutare le aziende vitivinicole a ridurre i consumi energetici e aumentare la competitività, con soluzioni concrete e sostenibili basate su innovazione e analisi dei consumi ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:52:36 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>ENEA ha presentato il 14 aprile al <strong>Vinitaly 2026 di Verona</strong> una <b><a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/pubblicazioni/guida-per-l-efficienza-energetica-delle-aziende-vitivinicole.html" target="_blank" rel="noopener">guida</a> per supportare le aziende vitivinicole italiane</b> nella riduzione dei consumi energetici e migliorarne la produttività. All'evento ha collaborato Confimi Industria, che contribuirà a diffondere tra le imprese della filiera le soluzioni individuate.</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>La guida suddivide gli interventi per grado di maturità tecnologica: <strong>tecnologie trasversali consolidate, sistemi per ottimizzare il processo produttivo e tecnologie emergenti</strong>. Per ciascuna soluzione vengono forniti indicatori tecnico-economici precisi: investimento richiesto, risparmio energetico atteso, tempo di recupero.</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>«In un mercato globale sempre più attento alla sostenibilità, l'adozione di pratiche energetiche responsabili rappresenta un fattore determinante di posizionamento competitivo», commenta <strong>Ilaria Bertini</strong>, direttrice del Dipartimento Efficienza energetica di ENEA. «Questa guida – aggiunge – dimostra come la collaborazione tra il mondo della ricerca e il sistema produttivo sia un elemento chiave per trasformare l'innovazione tecnologica in un vantaggio concreto e misurabile per le imprese».</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>La guida è stata sviluppata nell'ambito del programma triennale 2025-2027 di Ricerca di Sistema Elettrico (Progetto 1.6), per supportare le aziende nella riduzione dei consumi energetici, concepita come una "roadmap" operativa per integrare innovazioni tecnologiche e ottimizzazioni gestionali lungo l'intero processo produttivo.</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>«Dietro il primato internazionale del vino italiano, si nasconde un costo spesso sottovalutato: l'energia. L'obiettivo è chiaro: minori consumi, minori costi energetici e maggiore competitività aziendale», spiega <strong>Biagio Di Pietra</strong>, responsabile del Laboratorio ENEA di Soluzioni integrate per l'efficienza energetica, nonché coautore della guida insieme al ricercatore <strong>Alessandro Tallini</strong>. «In definitiva – aggiunge – si tratta di uno strumento che traduce la complessità delle soluzioni tecniche in scelte operative facilmente applicabili dalle imprese».</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>L'analisi dei consumi reali delle cantine italiane, condotta in collaborazione con l'enologo <strong>Mario Ragusa </strong>dell'Istituto Regionale del Vino e dell'Olio della Regione Siciliana, evidenzia margini di miglioramento significativi. Circa il 90% dell'energia utilizzata in cantina è elettrica, mentre i sistemi di refrigerazione e controllo termico rappresentano circa il 50% dei consumi complessivi. Molti degli interventi di efficientamento esaminati presentano bassi tempi di ritorno rendendo l'investimento economicamente sostenibile.</span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>Il <strong>vino italiano</strong> è uno dei simboli del Made in Italy nel mondo. Il <strong>comparto vitivinicolo</strong> rappresenta un pilastro dell'economia nazionale con un fatturato di 14,3 miliardi di euro e un record storico di esportazioni, che nel 2024 ha superato gli 8 miliardi di euro. Il consumo del comparto vitivinicolo italiano si attesta su valori significativi, con stime che indicano un fabbisogno energetico superiore a 500 milioni di kWh all'anno e un conseguente impatto sui costi che incide soprattutto sulle piccole e medie imprese che rappresentano circa l'80% del settore.</span></p>
<p class="v1xxxp3" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xmsonormal" style="text-align: left;"><span>A completare l'evento al Vinitaly, uno spazio B2B ha permesso a imprenditori e operatori della filiera di incontrare i ricercatori ENEA per approfondire le opportunità di efficientamento applicabili ai processi produttivi.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>L&amp;apos;accordo CNR&#45;Unioncamere: integrare tecnologie avanzate nelle imprese italiane</title>
<link>https://www.italia24.news/laccordo-cnr-unioncamere-integrare-tecnologie-avanzate-nelle-imprese-italiane</link>
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<description><![CDATA[ Il CNR e Unioncamere hanno rinnovato ed ampliato una collaborazione in atto da anni che mira ad accorciare la distanza tra ricerca e imprese, valorizzando le eccellenze scientifiche e accelerando il trasferimento di tecnologie d&#039;avanguardia nel cuore del sistema produttivo italiano ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:52:30 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-71ff62e5-7fff-7116-8209-58ee781b35d1" style="text-align: left;"><span><strong>Accorciare la distanza tra ricerca e imprese, valorizzare le eccellenze scientifiche e accelerare il trasferimento di conoscenze</strong>: è l'obiettivo dell'Accordo <strong>CNR-Unioncamere</strong>, approvato dal Consiglio di Amministrazione delle due istituzioni.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'Intesa rinnova ed amplia una collaborazione in atto da anni, diretta a trasferire tecnologie d'avanguardia nel cuore del sistema produttivo italiano. Mentre crescono del 60% in 10 anni le pubblicazioni scientifiche italiane di alta qualità e di altrettanto quelle di area Stem, i risultati della ricerca faticano ancora ad atterrare nel tessuto produttivo nazionale: spesso le imprese, frenate da limiti di risorse umane e finanziarie, hanno difficoltà persino a identificare i propri bisogni di innovazione.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Banco di prova delle azioni previste dall'Accordo sarà un nucleo di <strong>30mila piccole e medie imprese dotate di un elevato potenziale innovativo. </strong>Si tratta di soggetti contraddistinti da un marcato dinamismo, con tassi di crescita medi superiori al 15% annuo, una spiccata propensione alla tutela brevettuale e una forte proiezione sui mercati internazionali.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Questo accordo rappresenta un passo in avanti per avvicinare la ricerca al sistema produttivo e rafforzare un modello di sviluppo fondato sull'integrazione tra scienza e impresa, bilateralmente», afferma <strong>Andrea Lenzi</strong>, Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. «Il Cnr mette a disposizione competenze e tecnologie per rispondere alle esigenze condivise con il sistema camerale nazionale, contribuendo a trasformare l'innovazione in un fattore strutturale di crescita, competitività e valore per il Paese», afferma il Presidente del Cnr <strong>Andrea Lenzi</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Questa intesa si basa su un modello completamente nuovo di collaborazione istituzionale», sottolinea il presidente di Unioncamere, <strong>Andrea Prete</strong>. «Con il Cnr abbiamo condiviso l'esigenza di fare qualcosa di facilmente realizzabile e davvero utile per far crescere l'innovazione nelle imprese. Sono convinto che il programma raggiungerà l'obiettivo di rendere realmente proficue le relazioni tra sistema della ricerca e tessuto produttivo».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'Accordo rappresenta la cornice istituzionale di un programma di azione diviso in quattro linee di attività:</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<ol>
<li aria-level="1" dir="ltr" style="text-align: left;">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>Scouting della ricerca e analisi dei fabbisogni</strong><span>. Un Team multidisciplinare, composto da Progect manager, Technology e Finance Broker, affiancato da Innovation promoter, individuerà i segmenti produttivi più innovativi, traducendone i fabbisogni e trasformandoli in quesiti tecnologici ai quali la ricerca può dare risposta. Parallelamente effettuerà una mappatura delle competenze, tecnologie e risultati di ricerca prossimi all'applicazione in processi produttivi o nuovi prodotti.</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr" style="text-align: left;">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>Animazione territoriale</strong><span>. Un calendario di eventi nei principali distretti produttivi, consentirà ai ricercatori del CNR di presentare soluzioni applicative mature confrontandosi direttamente con le imprese.</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr" style="text-align: left;">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>Hub digitale di matching</strong><span>. Sarà predisposta una piattaforma digitale a supporto del programma con tool specialistici, sistemi di assessment e di rilevazione dei fabbisogni delle imprese. Si tratterà sostanzialmente di una piattaforma di matching tra domanda e offerta di innovazione che rappresenta l'evoluzione del progetto MIR (Matching Innovation and Research) di Unioncamere e CNR. L'obiettivo mettere a disposizione un hub che ospiti un catalogo ragionato e aggiornato di tecnologie, brevetti e prototipi pronti per il percorso di industrializzazione.</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation" style="text-align: left;"><strong>Innovation Lab e "Test before invest"</strong><span>. L'infrastruttura territoriale del programma sarà assicurata dagli Innovation Lab delle Camere di commercio che rappresenteranno l'interfaccia diretta e permanente tra ricerca e tessuto imprenditoriale locale. I laboratori diventeranno la sede degli incontri one-to-one tra imprese e ricercatori ed opereranno secondo la logica del "Test before invest". Questo consentirà alle aziende di testare concretamente l'efficacia di una tecnologia prima di procede a investimenti finanziari significativi. Gli Innovation Lab camerali dovranno inoltre facilitare l'accesso delle imprese a canali di finanziamento, operando a supporto della nascita di spin-off della ricerca e di start up innovative.</span></p>
</li>
</ol>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Geotermia: scoperti in Toscana migliaia di chilometri cubi di serbatoi magmatici</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio guidato dall&#039;Università di Ginevra, con la partecipazione del Cnr-Igg e dell&#039;INGV, ha individuato chilometri cubi di serbatoi magmatici in Toscana; la ricerca apre nuove prospettive per la transizione energetica grazie alle possibilità di utilizzo del calore geotermico ed alla reperibilità di metalli critici ]]></description>
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<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:52:26 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Un team di ricerca dell'<b>Università di Ginevra</b><span> </span>in collaborazione con l'<b>Istituto di<span> </span><span>Geoscienze e Georisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sede di Firenze (Cnr-Igg)</span></b><span> e l'<b>Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)</b> ha identificato in <strong>Toscana</strong>, nel sottosuolo delle aree geotermiche di <strong>Larderello</strong> e del <strong>Monte Amiata</strong>, volumi </span>di migliaia di<span> </span><span>chilometri cubi </span>ricchi in<span> </span><span>fluidi magmatici a profondità comprese tra 8 e 15 chilometri nella crosta continentale.</span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">La ricerca, pubblicata su<span> </span><strong>Communications Earth &amp; Environment</strong><i>,<span> </span></i>si è avvalsa della tecnica di <strong>tomografia del rumore sismico ambientale</strong> (<i>Ambient<span> </span></i></span><i><span lang="it">N<span>oise </span>T<span>omography</span></span></i><span lang="it">), un metodo di prospezione innovativ</span><span lang="it">o<span> che </span>utilizza<span> </span><span>le vibrazioni continue della Terra </span> e quindi a zero impatto ambientale<span>.</span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">In termini geologici, corpi magmatici di queste dimensioni sono paragonabili a quelli che alimentano i cosiddetti "supervulcani" come il Parco Nazionale di Yellowstone negli Stati Uniti, il lago Toba in Indonesia o il vulcano Taupo in Nuova Zelanda, che ospitano sotto la superficie immensi serbatoi di magma, dell'ordine di diverse migliaia di chilometri cubi. La loro presenza è in genere rivelata da tracce superficiali come <strong>depositi eruttivi, crateri, deformazioni del suolo</strong> ed <strong>emissioni di gas</strong>.</span><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Tuttavia, in assenza di tali segnali, grandi volumi di magma possono rimanere nascosti e insospettati in profondità nella crosta terrestre, come nel caso della Toscana dove da milioni di anni l'attività magmatica è prevalentemente plutonica.<span> </span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"><span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"><span>«</span>Sapevamo che questa regione, che si estende da nord a sud attraverso la Toscana, è geotermicamente attiva, ma dei serbatoi magmatici così grandi erano difficili da immaginare. Questo ritrovamento ha dello straordinario», spiega<span> </span><b>Matteo Lupi</b>, professore associato al Dipartimento di Scienze della Terra della Facoltà di Scienze dell'Università di Ginevra che ha guidato lo studio.</span><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it"></span></b></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Una radiografia del sottosuolo profondo</span></h2>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">La tomografia del rumore ambientale che ha permesso di individuare la roccia fusa in profondità è una tecnica di prospezione del sottosuolo ampiamente utilizzata in sismologia:<span> «</span>Si tratta di un metodo che permette di 'radiografare' la crosta terrestre sfruttando le vibrazioni che sono continuamente generate dalle onde oceaniche, dal vento o dalle attività antropiche», aggiunge<span> </span><b>Domenico Montanari</b><span> </span>coordinatore delle attività per il Cnr-Igg.<span> «</span>La propagazione di questi segnali viene captata da sensori sismici ad alta risoluzione installati in superficie – in questo studio ne sono stati utilizzati circa 60. Quando le onde sismiche si propagano con velocità insolitamente basse, ciò può indicare zone di accumulo di rocce parzialmente fuse, associabili ad un serbatoio magmatico».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">L'analisi congiunta delle registrazioni ha permesso di ricostruire un'immagine tridimensionale della struttura interna dell'area investigata.<span> «</span>Questi risultati sono importanti sia per la ricerca fondamentale, </span><span lang="it">che per le applicazioni pratiche, in primis per quantificare il potenziale geotermico di una regione. Oltre al loro grande interesse scientifico, questi studi mostrano che la tomografia da rumore sismico ambientale, esplorando il sottosuolo in modo rapido, a basso costo e senza alcun impatto per l'ambiente, può essere uno strumento chiave per la transizione energetica»</span><span lang="it">, conclude<span> </span></span><b><span lang="it">Gilberto Saccorotti</span></b><span lang="it"><span> </span><span>(INGV).</span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"><span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Infine<span>, la scoperta apre la strada a metodi di esplorazione più rapidi ed economici anche per individuare litio ed elementi delle terre rare, la cui formazione è strettamente legata ai sistemi magmatici profondi.</span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"><span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"><span>Link allo studio: Lupi, M., Stumpp, D., Cabrera-Pérez, I. et al. <a href="https://www.nature.com/articles/s43247-026-03334-0#citeas" target="_blank" rel="noopener">High-enthalpy Larderello geothermal system, Italy, powered by thousands of cubic kilometres of mid-crustal magma</a>. Commun Earth Environ 7, 269 (2026).</span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Anna Bianchi, quando la fisica nucleare incontra la medicina: il premio che racconta una scienza capace di curare</title>
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<description><![CDATA[ La ricercatrice dei Laboratori Nazionali di Legnaro dell’INFN -  Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha ricevuto lo Standout Woman Award 2026 per il suo lavoro sull’applicazione innovativa della fisica nucleare alla medicina, con un focus su radioterapia e adroterapia oncologica ]]></description>
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<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 14:16:01 +0200</pubDate>
<dc:creator>Rossella Guido</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-size: 12pt;">Dalla fisica nucleare alla pratica clinica, passando per rivelatori innovativi, qualità della radiazione e nuove prospettive per trattamenti oncologici più precisi e sicuri. <strong>Anna Bianchi,</strong> ricercatrice ai Laboratori Nazionali di Legnaro dell’I<strong>NFN - Istituto Nazionale di Fisica Nucleare</strong>, è tra le vincitrici dello <b>Standout Woman Award 2026</b>, riconoscimento internazionale assegnato a professioniste che si distinguono per competenza, determinazione e impatto nei rispettivi settori. Il premio valorizza in particolare la sua attività di ricerca nell’integrazione dell’efficacia biologica dei fasci radioterapici nei piani di trattamento, con l’obiettivo di migliorare precisione e sicurezza delle terapie, anche in ambito pediatrico. Bianchi lavora all’intersezione tra fisica nucleare e medicina, ha coordinato i progetti INFN <b>MUSICA</b> e <b>AToMiQA</b> ed è componente di <b>EURADOS</b>.<o:p></o:p></span></p>
<p style="margin-top: 12.0pt; margin-bottom: 12.0pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt;"><b><span style="mso-ansi-language: IT;">Dottoressa Bianchi lei ha appena ricevuto lo Standout Woman Award 2026: che valore ha per lei questo riconoscimento, non solo sul piano personale ma anche come segnale per un’area di ricerca, quella tra fisica e medicina, che spesso resta poco visibile al grande pubblico?</span></b></span></p>
<p style="margin-top: 12.0pt; margin-bottom: 12.0pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">Ricevere lo Standout Woman Award 2026 è per me un grande onore e, devo ammettere, anche una sorpresa: vedere riconosciuto il lavoro che porto avanti con passione ogni giorno è estremamente gratificante. Ai Laboratori Nazionali di Legnaro mi confronto costantemente con numeri, modelli e rivelatori, ma partecipare alla cerimonia di premiazione mi ha fatto capire davvero quanto il mio lavoro possa incidere nella vita delle persone, e questo rende tutto ancora più significativo. Oltre al valore personale, il premio ha come effetto aggiuntivo quello di offrire l’occasione di far emergere al grande pubblico un ambito della fisica spesso poco conosciuto, quello che unisce la fisica nucleare alla medicina.</span></span></p>
<p style="margin-top: 12.0pt; margin-bottom: 12.0pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt;"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">Molti pensano alla fisica nucleare come a qualcosa di lontano, complesso o persino “pericoloso”, senza rendersi conto che in realtà ha applicazioni concrete e fondamentali nella vita quotidiana: dalla diagnostica, come radiografie, TC, scintigrafie o PET, fino alla terapia, con radioterapia, radiofarmaci e adroterapia oncologica. Nel mio lavoro cerco di unire la precisione della fisica con la pratica clinica, sviluppando strumenti e metodi che possano rendere i trattamenti oncologici più sicuri e mirati, anche in ambito pediatrico.</span></span></p>
<p style="margin-top: 12.0pt; margin-bottom: 12.0pt; mso-list: l0 level1 lfo1;"><span style="font-size: 12pt;"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">Spero che il premio contribuisca a mostrare quanto questa disciplina possa fare la differenza nella cura dei pazienti e, allo stesso tempo, stimoli l’interesse delle nuove generazioni verso una materia che spesso a scuola viene percepita come difficile o astratta, ma che in realtà offre possibilità straordinarie di innovazione e impatto reale sulla società.<o:p></o:p></span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><b><span style="mso-ansi-language: IT;">Il premio richiama il suo lavoro sull’applicazione della fisica nucleare alla medicina. Per chi non è del settore: in che modo la sua ricerca può contribuire concretamente a rendere radioterapia e adroterapia più precise, efficaci e sicure per i pazienti oncologici?</span></b></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">Il nostro gruppo, composto attualmente da due ricercatrici e da me come assegnista di ricerca, sviluppa rivelatori di particelle che non si limitano a misurare la quantità di radiazione somministrata al paziente – la cosiddetta dose – ma ne analizzano anche la qualità. Questo ci permette di studiare l’efficacia biologica del fascio di particelle utilizzato in adroterapia in ogni punto in cui interagisce con il corpo del paziente.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">In pratica, mentre i piani di trattamento tradizionali tengono principalmente conto della dose e, nel caso degli ioni carbonio, di un fattore calcolato di qualità, noi vogliamo fornire agli ospedali strumenti in grado di misurare con precisione reale quel fattore. L’obiettivo è massimizzare l’efficacia sul tumore, dove serve infliggere il massimo danno alle cellule malate, e allo stesso tempo proteggere i tessuti sani circostanti. In questo modo possiamo rendere radioterapia e adroterapia non solo più precise, ma anche più efficaci e sicure per i pazienti. Questo è di particolare interesse ed impatto per i pazienti pediatrici.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><b><span style="mso-ansi-language: IT;">Nel suo percorso si ritrovano parole chiave molto forti: rivelatori innovativi, microdosimetria, qualità della radiazione, pianificazione del trattamento. Qual è oggi, secondo lei, la frontiera più promettente per trasformare questi avanzamenti scientifici in strumenti davvero utilizzabili nella pratica clinica?</span></b><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;">Per trasformare gli avanzamenti scientifici e tecnologici in strumenti realmente utilizzabili nella pratica clinica, è fondamentale costruire una rete di collaborazioni interdisciplinari che coinvolga diversi settori e figure professionali: fisici, medici, ingegneri e biologi, ognuno con competenze complementari. La ricerca da sola non basta: serve un approccio integrato in cui innovazione tecnologica, validazione sperimentale e applicazione clinica procedono insieme.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">Anche il sostegno degli enti regolatori gioca un ruolo cruciale, perché promuove sia la ricerca sia il trasferimento tecnologico, garantendo che nuovi strumenti come rivelatori innovativi e metodiche di microdosimetria possano essere introdotti nella pratica clinica in modo sicuro e affidabile. La collaborazione internazionale, inoltre, permette di condividere dati, standard e metodologie, accelerando la traduzione dei risultati scientifici in strumenti concreti.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">Solo combinando ricerca, innovazione, collaborazione e regolamentazione possiamo fare in modo che concetti complessi come qualità della radiazione e del suo utilizzo nella pianificazione del trattamento diventino strumenti reali a beneficio dei pazienti, migliorando precisione, efficacia e sicurezza delle terapie oncologiche.<b><br style="mso-special-character: line-break;"><!--[endif]--></b><o:p></o:p></span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><b><span style="mso-ansi-language: IT;">Lei ha coordinato progetti come MUSICA e AToMiQA, entrambi orientati a introdurre nuove metriche e nuovi strumenti nella valutazione dei trattamenti. Quanto è difficile oggi fare ricerca interdisciplinare tra fisica, ingegneria e medicina, e quali competenze servono per costruire davvero questo ponte?</span></b></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">La ricerca interdisciplinare è certamente complessa, ma anche incredibilmente stimolante e produttiva. L’incontro tra competenze diverse – fisica, ingegneria elettronica e meccanica, radiobiologia e modellistica – permette di sviluppare strumenti e metodologie più innovativi e funzionali, capaci di avere un impatto concreto sulla pratica clinica.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">Nei progetti MUSICA e AToMiQA, ad esempio, gli strumenti che abbiamo progettato nascono proprio dall’integrazione di queste competenze. Non si tratta solo di tecnologia o teoria: combinare fisici, ingegneri e biologi ci ha permesso di creare rivelatori e metodiche che misurano con precisione la qualità della radiazione e la sua efficacia biologica, strumenti immediatamente utilizzabili nella valutazione dei trattamenti oncologici.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;">Le competenze necessarie sono tante e la chiave è comprendere che non risiedono in un’unica figura. Per costruire davvero un ponte tra discipline non è sufficiente avere competenze in un singolo ambito: è fondamentale collaborare, capire il valore delle conoscenze altrui e creare un team in cui ciascuno contribuisca con il proprio know-how unico. La forza di uno sviluppo e di una ricerca interdisciplinare risiede proprio in questa sinergia tra persone con conoscenze uniche e complementari: solo così è possibile ottenere risultati che nessuno potrebbe raggiungere da solo, trasformando le innovazioni scientifiche in strumenti concreti che migliorano la cura dei pazienti.</span></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;"><o:p></o:p></span><b><span style="mso-ansi-language: IT;">Il suo lavoro guarda anche ai pazienti pediatrici, un ambito in cui precisione e sicurezza diventano ancora più cruciali. Che cosa le insegna, da scienziata, lavorare su ricerche che hanno un potenziale impatto così diretto sulla qualità di vita delle persone?</span></b></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><o:p></o:p></span><span style="mso-ansi-language: IT;"><span style="font-size: 12pt;">Da bambina sognavo di diventare astrofisica e la mia grande ispirazione era Margherita Hack. Ricordo ancora l’emozione di ascoltarla durante i suoi incontri e di seguire ogni sua parola: era per me un modello di passione e curiosità senza confini. Crescendo, però, ho capito che la mia passione per la ricerca poteva diventare ancora più significativa se avesse avuto un impatto diretto sulla vita delle persone. È così che mi sono avvicinata alla fisica medica. Oggi, sapere che il mio lavoro può contribuire a rendere un trattamento di adroterapia più preciso e sicuro, soprattutto per i pazienti pediatrici, è una motivazione enorme. </span></span></p>
<p><span style="mso-ansi-language: IT;"><span style="font-size: 12pt;">Ogni giorno mi sprona a migliorare i nostri strumenti, a cercare strade percorribili per introdurre la microdosimetria nei parametri clinici e a cercare soluzioni che massimizzino l’efficacia del trattamento sui tumori riducendo al minimo i danni collaterali ai tessuti sani. Lavorare in questo ambito mi insegna a rimanere con i piedi per terra, a misurare il valore della mia ricerca non solo in termini scientifici, ma nel reale impatto che può avere sulla vita di un paziente. Sapere che ciò che faccio può davvero fare la differenza rende ogni sfida ed ogni difficoltà, incredibilmente significativa e gratificante.</span><o:p></o:p></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Farmacologia, terapie contro il dolore: nuove prospettive per farmaci più selettivi e tollerati</title>
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<description><![CDATA[ Una ricerca, guidata dall’Università di Padova, ha studiato il recettore NOP della nocicettina, mostrando che diverse molecole lo attivano in modi differenti; i risultati dello studio potrebbero portare a nuovi farmaci antidolorifici più efficaci e con meno effetti collaterali ]]></description>
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<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 13:50:51 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Un team di ricercatori, <b>guidato dal Dipartimento di Scienze del Farmaco dell'Università di Padova</b>, ha pubblicato sulla rivista «<strong><span lang="EN-GB">British Journal of Pharmacology</span></strong>» uno studio che apre nuove prospettive per lo sviluppo di farmaci contro il dolore più efficaci e con minori effetti collaterali.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Al centro della ricerca c'è il <strong>neuropeptide endogeno nocicettina/orfanina FQ</strong>, una molecola prodotta naturalmente dal nostro organismo che svolge un ruolo importante nella <strong>regolazione di diverse funzioni, in particolare a livello cerebrale</strong>: questa sostanza agisce attraverso un <strong>recettore</strong>, chiamato <strong>NOP</strong>, appartenente alla stessa famiglia degli <strong>oppioidi</strong> ma con caratteristiche farmacologiche proprie. Grazie agli studi sulla nocicettina, i ricercatori hanno approfondito la neurobiologia che riguarda in particolare le proprietà analgesiche del sistema NOP, aiutando la comprensione del <strong>potenziale effetto antidepressivo e ansiolitico degli antagonisti di questo recettore.</strong></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">I ricercatori hanno utilizzato un approccio avanzato, chiamato <strong>transduceromics</strong>, che consente di analizzare in modo integrato tutte le vie di segnalazione attivate all'interno della cellula: non ci si limita a chiedere se una molecola attivi o meno il recettore, ma si studia quali interruttori intracellulari vengono attivati, con quale intensità e con quali differenze da una molecola all'altra. Questo consente di ottenere una sorta di "mappa" funzionale più completa del recettore e di comprendere meglio il funzionamento di molecole su esso attive.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Il nostro lavoro mostra, con un livello di dettaglio molto elevato, come alcune molecole possano attivare in modo differente il recettore NOP, che è un bersaglio farmacologico non distante dai target oppioidi classici di interesse per dolore, insonnia e altre importanti funzioni sia centrali che periferiche – <b>spiega Davide Malfacini, primo autore dello studio e ricercatore al Dipartimento di Scienze del Farmaco dell'Ateneo patavino</b> –. Questo risultato rappresenta un primo passo verso un nuovo livello di complessità nell'analisi farmacologica dei recettori: capire in modo più fine come molecole diverse modulino uno stesso bersaglio potrà aiutare, in un futuro non lontano, a orientare lo sviluppo di farmaci più selettivi, con un migliore equilibrio tra efficacia e tollerabilità».</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Questo lavoro dimostra come al Dipartimento di Scienze del Farmaco dell'Università di Padova siamo in grado di condurre analisi avanzate sui recettori accoppiati a proteine G, una delle classi di bersagli farmacologici più importanti in biomedicina, coinvolta nell'azione di oltre un terzo dei farmaci attualmente in uso» <b>aggiunge Girolamo Calò, coordinatore dello studio.</b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Lo studio si inserisce in uno dei filoni più innovativi della farmacologia moderna, noto come <strong>"selettività funzionale" (o biased agonism): </strong>i ricercatori hanno dimostrato che <strong>molecole diverse, pur legandosi allo stesso recettore, possono attivare risposte biologiche differenti. </strong>Questo aspetto è importante perché può contribuire allo sviluppo di farmaci più mirati e con un migliore profilo di tollerabilità.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Alla ricerca hanno contribuito anche <strong>l'Università di Ferrara</strong> (che ha sviluppato alcuni dei composti studiati) e la società statunitense <strong>Astraea Therapeutics</strong>.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Link alla ricerca: <i><a href="https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bph.70367" target="_blank" rel="noopener">Comprehensive transduceromic profiling of NOP receptor ligands at different Gα subunits</a> </i><span>– «British Journal of Pharmacology» – 2026.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Energia: ENEA al lavoro sul progetto SALTOpower</title>
<link>https://www.italia24.news/lenea-al-lavoro-per-lo-sviluppo-dei-sistemi-di-accumulo-termico</link>
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<description><![CDATA[ Tecnologie innovative per immagazzinare energia e sostenere un percorso più solido verso l’autonomia energetica europea ]]></description>
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<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 13:01:58 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Promuovere l’utilizzo dei sistemi di accumulo termico a sali fusi come soluzione alla crescente richiesta di stoccaggio di energia in Europa. È questo l’obiettivo del <strong>progetto europeo SALTOpower</strong> che ha visto la <strong>partecipazione di ENEA </strong>attraverso il Laboratorio Energia e accumulo termico del Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">La richiesta di sistemi di stoccaggio di energia in Europa è accelerata dalla crescita di <strong>installazione ed utilizzo di fonti rinnovabili discontinue e non programmabili</strong>. Attualmente, la <strong>principale soluzione è rappresentata dalle batterie a ioni di litio</strong>, la cui catena di approvvigionamento, essendo fortemente <strong>concentrata in Cina</strong>, mette in <strong>discussione l’autonomia industriale in Europa</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">L'attività di ricerca svolta nel progetto SALTOpower si concentra su<strong> utilizzo e integrazione dei sistemi a sali fusi in hub energetici multifunzionali che combinano i vettori di energia elettrica, termica e chimica</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Le miscele di sali nitrati, comunemente utilizzate come fertilizzanti, mettono insieme diverse proprietà favorevoli per un loro uso come fluidi termici, quali l’alta stabilità, la buona capacità termica, la bassa pressione di vapore e gli ampi intervalli di temperatura operativa. Queste caratteristiche li rendono adatti per applicazioni ad alte temperature, come l’industria chimica, e rappresentano oggi uno standard negli impianti solari termodinamici», evidenzia il <strong>ricercatore Marco D’Auria</strong>, referente ENEA del progetto.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il progetto SALTOpower studia la possibilità di utilizzare i sali fusi come sistemi di stoccaggio: <strong>immagazzinando l’energia in eccesso durante i periodi di alta produzione e rilasciandola durante la bassa produzione o i picchi di domanda</strong>, i sali fusi garantiscono una fornitura di energia affidabile e dispacciabile, contribuendo così alla stabilità e alla resilienza della rete.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Adottare la tecnologia a sali fusi, sia integrandola che in alternativa ad altre soluzione di stoccaggio di energia, garantirebbe l’<strong>indipendenza nell’approvvigionamento delle materie prime</strong>, considerato che si ricorrerebbe all’utilizzo di materiali abbondanti in Europa come l’acciaio e/o facilmente reperibili come i sali a base di nitrati.», aggiunge D’Auria.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Scalabilità e design modulare ne consentono l’impiego in località remote o isolate per affrontare i problemi di accesso all’energia.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Le <strong>stime</strong> indicano che l’<strong>UE avrà bisogno di una capacità di stoccaggio tra i 200 e i 400 GWh entro il 2030 per supportare la flessibilità della rete</strong>. Per il 2050, con la completa decarbonizzazione, il fabbisogno salirà nell'ordine dei TWh. Attualmente, con circa 77 GWh installati di accumulo a batteria, l’Europa copre solo una minima parte del fabbisogno futuro.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Per maggiori informazioni: <br><a href="https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2026/energia-enea-sistemi-di-accumulo-termici-a-sali-fusi-per-incrementare-capacita-di-stoccaggio.html" target="_blank" rel="noopener">https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2026/energia-enea-sistemi-di-accumulo-termici-a-sali-fusi-per-incrementare-capacita-di-stoccaggio.html</a></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>La Commissione Europea accoglie la piena operatività del sistema di ingressi/uscite EES nei paesi Schengen</title>
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<description><![CDATA[ Il sistema tecnologico EES è ora operativo in tutti i paesi Schengen e registra digitalmente ingressi e uscite dei cittadini di paesi terzi, migliorando sicurezza e controllo delle frontiere con dati biometrici e tempi rapidi di registrazione ]]></description>
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<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 10:45:14 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il 10 aprile 2026 segna una pietra miliare nella <strong>sicurezza delle frontiere europee</strong>: <strong>il sistema di ingressi/uscite (EES) diventa pienamente operativo in tutti i paesi Schengen.</strong></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">L'EES è un sistema tecnologico avanzato che registrerà digitalmente gli ingressi e le uscite dei cittadini di paesi terzi che si recano in<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://travel-europe.europa.eu/it/ees/what-is-the-ees" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">29 paesi europei</span></a></span><span lang="IT"><span> </span>per soggiorni di breve durata. <strong>Raccoglie dati biografici e biometrici, nonché altre informazioni di viaggio, sostituendo il precedente sistema di timbratura del passaporto.</strong> Fornisce dati affidabili sugli attraversamenti delle frontiere, rilevando sistematicamente i soggiornanti fuoritermine e i casi di frode documentale e d'identità.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il sistema ha iniziato la sua progressiva implementazione nell'ottobre 2025. Dalla sua introduzione sono stati registrati oltre 52 milioni di ingressi e uscite, con più di 27 000 respingimenti; tra questi, quasi 700 persone sono state identificate come una minaccia per la sicurezza dell'Unione. Da quando l'EES funziona a pieno regime, la registrazione di un viaggiatore richiede in media solo 70 secondi, un tempo estremamente ridotto per i cittadini di paesi terzi, considerato l'elevato valore aggiunto dell'ingresso nell'UE.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">A partire dal 10 aprile, il sistema è operativo in tutti i valichi di frontiera esterni dell'UE. La Commissione resta in stretto contatto con gli Stati membri per quanto riguarda l'attuazione dell'EES.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"><strong>Henna</strong><span> </span><b>Virkkunen</b>, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: «Il sistema di ingressi/uscite segna un importante passo avanti nel rafforzamento della sicurezza dell'UE e dei suoi cittadini. Dota le nostre frontiere esterne di sistemi tecnologici moderni, interoperabili e altamente avanzati, che riflettono l'impegno dell'Europa a garantire una solida protezione delle frontiere esterne e la sicurezza generale. Consentirà alle autorità di individuare i rischi in tempo reale, affrontare più efficacemente i soggiorni fuoritermine e rafforzare la fiducia nello spazio Schengen».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"><strong>Magnus</strong><span> </span><b>Brunner</b>, Commissario per gli Affari interni e la migrazione, ha dichiarato: «Il sistema di ingressi/uscite segna una tappa fondamentale nella modernizzazione e nel rafforzamento della sicurezza delle frontiere esterne dell'Europa. Con l'EES, stiamo assumendo il controllo di chi entra e lascia l'UE, quando e dove. La sicurezza dei cittadini dell'UE rimane la nostra massima priorità e l'EES mantiene questo impegno».</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Monza: inaugurata all&amp;apos;Ospedale San Gerardo la nuova Risonanza Magnetica a basso contenuto di elio</title>
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<description><![CDATA[ La nuova Risonanza Magnetica da 1,5 Tesla inaugurata all&#039;ospedale San Gerardo di Monza utilizza una tecnologia a basso contenuto di elio ed è dotata di intelligenza artificiale ed esperienza immersiva avanzando sia nell&#039;innovazione tecnologica sia nel benessere del paziente ]]></description>
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<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 10:02:19 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Un salto tecnologico decisivo per la diagnostica del territorio: presso la <strong>Radiologia della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori </strong>è stata inaugurata questa mattina la nuova <strong>Risonanza Magnetica (RM) da 1,5 Tesla.</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’installazione e la messa in opera del sistema, acquisito tramite i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), è stato frutto di un intenso lavoro di squadra tra Radiologia, Fisica sanitaria, Ingegneria Clinica e Ufficio Tecnico, con il coordinamento della Direzione e rappresenta un <strong>avanzamento nel campo della diagnostica per immagini</strong>, unendo sostenibilità, potenza di calcolo ed un comfort senza precedenti per il paziente.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«La nuova RM - dichiara il dott. <strong>Rocco Corso</strong>, direttore della Radiologia - si distingue per due pilastri tecnologici: la sostenibilità “elio-free” e la potenza dell’Intelligenza artificiale». La vera rivoluzione dell’apparecchiatura infatti risiede nell’adozione di una tecnologia a <strong>bassissimo contenuto di elio</strong>. A differenza dei sistemi tradizionali, che richiedono circa 1.500 litri di elio liquido per il raffreddamento del magnete, la nuova RM utilizza un sistema sigillato con meno di 10 litri di elio. Questo si traduce in una serie di vantaggi azzerando i rischi di dispersione del gas, riducendo drasticamente i costi di manutenzione e rendendo l’apparecchiatura più leggera e sostenibile per l’ambiente. La nuova RM inoltre, è equipaggiata con la più recente tecnologia di <strong>intelligenza artificiale</strong> con software e algoritmi in grado di accelerare i diversi protocolli di acquisizione e di ricostruzione delle immagini.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Queste piattaforme - continua il dott. <strong>Corso</strong> - sfruttano un’innovazione capace di aumentare la nitidezza delle immagini fino all’80% rispetto alle metodiche convenzionali con il risultato di una maggiore precisione diagnostica in grado di individuare lesioni millimetriche, fondamentali per la diagnostica in ambito oncologico. Inoltre i nuovi protocolli di acquisizione, riducendo i tempi di scansione fino al 30-50%, consentono una diminuzione dei tempi di permanenza del paziente all’interno dell’apparecchiatura, quindi meno artefatti da movimento».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Tra le novità di questa RM c’è l’introduzione di un <strong>sistema integrato di ambientazione audio-</strong><strong>visiva e di illuminazione immersiva</strong>, studiato per <strong>abbattere lo stress</strong>, che trasforma la sala di risonanza magnetica in un ambiente multisensoriale dotata di sistemi di illuminazione biodinamica che migliorano l’esperienza sensoriale dei pazienti durante l’esame. Si va dalla riduzione dell’ansia perché il paziente può richiedere di personalizzare l’ambiente scegliendo temi visivi, colori e suoni rilassanti che vengono proiettati durante l’esame, alla collaborazione attiva: un ambiente sereno riduce i movimenti involontari causati dal nervosismo, migliorando drasticamente la qualità delle immagini e riducendo la necessità di ripetere l’esame.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Infine <strong>l’umanizzazione delle cure</strong>: la tecnologia non è più percepita come “fredda” o minacciosa, a si adatta alla sensibilità dell’individuo, rendendo l’esame molto più tollerabile anche per i pazienti claustrofobici o i più piccoli. Anche il tunnel (gantry) più ampio e tecnologie per la riduzione del rumore acustico contribuiscono a rendere l’esperienza dell’esame più confortevole. Una ambientazione in grado quindi di trasformare un momento spesso vissuto con timore, soprattutto nella popolazione pediatrica, in un’esperienza di relax, garantendo al contempo una diagnosi di altissima precisione. </p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Con questa nuova RM da 1,5 Tesla - conclude il dott. <strong>Corso</strong> - possiamo elevare ulteriormente la qualità del nostro lavoro clinico, potenziando in modo significativo la diagnostica in ambito body e in settori specifici come il cardiologico, muscolo-scheletrico, urologico, in ambito neuroradiologico e senologico, offrendo risposte sempre più rapide, accurate e affidabili ai pazienti e ai colleghi clinici».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«L’adozione di questa tecnologia conferma la volontà della Fondazione IRCCS San Gerardo di investire in soluzioni innovative, sostenibili e ad alto valore clinico, orientate al miglioramento della qualità delle cure ponendosi come centro di riferimento nella diagnostica per immagini avanzata», aggiunge il Presidente della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori <strong>Claudio Cogliati</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Antartide, come gli umani si adattano in ambienti estremi: uno studio che contribuisce all&amp;apos;esplorazione spaziale</title>
<link>https://www.italia24.news/antartide-come-gli-umani-si-adattano-in-ambienti-estremi-studio-che-contribuisce-allesplorazione-spaziale</link>
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<description><![CDATA[ Lo studio della ricercatrice ENEA Denise Ferravante sulla base italo-francese Concordia in Antartide come luogo di osservazione unico per studiare l&#039;adattamento umano in ambienti estremi come quelli delle esplorazioni spaziali ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202604/image_870x580_69d8d1fe97d7c.webp" length="10166" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 16:30:40 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">È soprattutto umana oltreché tecnologica la sfida affrontata dai partecipanti alle spedizioni in Antartide, che ogni anno trascorrono in completo isolamento nove mesi nella stazione italo-francese<span> </span><strong>Concordia</strong>, a 3.200 d’altezza. Lo ha evidenziato la ricerca psicologica e biomedica condotta all’interno della base che oggi rappresenta l’avamposto più remoto del pianeta, persino più inaccessibile della Stazione Spaziale Internazionale in caso di emergenze.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Gestita <strong>dall'IPEV francese e dal PNRA italiano</strong>, per conto del quale<span> </span><strong>ENEA</strong><span> </span>cura la logistica, la base Concordia è diventata il miglior luogo sulla Terra per<span> </span><strong>studiare l’adattamento umano in ambienti ICE<span> </span></strong>(<em>Isolated, Confined and Extreme</em>) e trasferire le conoscenze acquisite alle<span> </span><strong>esplorazioni</strong><span> </span><strong>spaziali</strong>, anche grazie alla collaborazione ventennale con <strong>l’Agenzia Spaziale Europea (ESA).</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">A Concordia, il team di<span> </span><strong><em>winter over</em></strong>, composto quest’anno da 12 membri, si trova a vivere i nove mesi dell’inverno antartico in spazi confinati, con risorse limitate e un ambiente esterno ostile. Questa combinazione di fattori rende la stazione un luogo molto simile a una futura base lunare o marziana, permettendo di anticipare possibili problematiche di tipo psico-fisico e testare contromisure in modo realistico.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Esposizione a temperature estreme, che scendono fino a -80 °C, carenza d’ossigeno per l’alta quota, assenza di luce solare per circa quattro mesi sono tra i fattori che mettono alla prova resistenza fisica e psicologica dei partecipanti», commenta <strong>Denise Ferravante</strong>, psicologa e ricercatrice ENEA, responsabile per il PNRA del supporto psicologico, della selezione e formazione del team<span> </span><em>winter over</em>, che quest’anno sta vivendo già da circa 2 mesi in completo isolamento nell’ambito della 22a Campagna di ricerca.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">A questi fattori di stress si aggiunge l’isolamento totale. «Durante il periodo invernale, nessun rifornimento e nessuna evacuazione sono possibili. Paradossalmente, mentre un equipaggio in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale può rientrare sulla Terra in poche ore, chi si trova a Concordia deve fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse», prosegue <strong>Ferravante</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong></p>
<h3 style="text-align: left;">Psicologia dell’isolamento: stress sociale e adattamento, convivenza forzata e dinamiche di gruppo</h3>
<p style="text-align: left;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;">«Gli studi mostrano che una delle dimensioni più critiche è quella sociale, dovuta alla convivenza per lungo periodo in un ambiente isolato e in un gruppo multiculturale», spiega ancora <strong>Ferravante</strong>. «Differenze di età, cultura ed esperienze pregresse possono amplificare incomprensioni, dissidi e reazioni emotive intense. Inoltre, nei mesi di isolamento può manifestarsi la<span> </span><em>winter-over syndrome,</em><span> </span>caratterizzata da alterazione della capacità di concentrazione e memoria, nervosismo, apatia, umore depresso, irritabilità e insonnia, sintomatologie accentuate anche dall’alterazione dei ritmi circadiani legati ai periodi luce-buio».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Habitat e ambiente sociale caratterizzati da routine e monotonia sono ulteriori fattori di stress, equivalenti a quelli da gestire nelle future missioni spaziali di lunga durata.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«I nostri studi dimostrano che i rischi per la salute psicologica possono essere mitigati attraverso contromisure efficaci», spiega <strong>Ferravante</strong>. «È importante quindi sviluppare protocolli di selezione e formazione del personale mirati, ma anche sviluppare metodi per ottimizzare il funzionamento del team attraverso strategie di comunicazione, collaborazione e risoluzione dei conflitti, ottimizzando esperienze affettive e cognitive», conclude <strong>Ferravante</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">La ricerca <strong>psicologica sull’adattamento agli ambienti estremi </strong>oltre che essere di estrema importanza per le future missioni nello spazio profondo può essere utile per gruppi che operano in condizioni di isolamento, come piattaforme petrolifere e basi scientifiche remote.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Oltre alla ricerca biomedica, la stazione Concordia è anche un banco di prova tecnologico per la telemedicina, i sistemi di supporto vitale, la gestione energetica e le comunicazioni in ambienti isolati che trovano in Antartide un terreno ideale di sperimentazione.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>La Commissione Europea presenta la prima iniziativa digitale per il Nord Africa e i paesi del Medio Oriente</title>
<link>https://www.italia24.news/la-commissione-europea-presenta-la-prima-iniziativa-digitale-per-il-nord-africa-e-i-paesi-del-medio-oriente</link>
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<description><![CDATA[ Bruxelles avvia un programma di trasformazione digitale per Nord Africa e Medio Oriente, volto a migliorare accesso ai servizi, regolamentazione, cibersicurezza e competenze digitali, favorendo una crescita inclusiva e sostenibile ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202604/image_870x580_69d8b51fd6b3d.webp" length="53382" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 16:30:36 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Nell'ambito del rafforzamento dell'impegno con i partner del Mediterraneo meridionale, la Commissione europea ha avviato un <strong>programma di trasformazione digitale che abbraccia il Nord Africa e i paesi del Medio Oriente</strong>. Si tratta del primo risultato nel settore digitale nell'ambito del<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://north-africa-middle-east-gulf.ec.europa.eu/what-we-do/pact-mediterranean_en" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">Patto per il Mediterraneo</span></a></span><span lang="IT">, lanciato alla fine del 2025.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il programma, cofinanziato dal governo tedesco, promuoverà una <strong>crescita inclusiva e sostenibile</strong> migliorando l'accesso ai <strong>servizi digitali per cittadini, pubbliche amministrazioni e imprese</strong>. A tal fine, sosterrà l'allineamento della <strong>regolamentazione digitale,</strong> il <strong>rafforzamento della cybersicurezza e lo sviluppo delle competenze digitali</strong>. Inoltre, aiuterà i governi del Mediterraneo meridionale a migliorare le normative digitali, consolidare i quadri giuridici e potenziare i servizi di formazione per le imprese e le PMI locali.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il programma si concentrerà su tre componenti chiave per guidare la trasformazione digitale nella regione.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">In primo luogo, allineerà le <strong>normative in materia di telecomunicazioni digitali alle norme dell'UE</strong>. Rafforzerà inoltre le autorità nazionali di regolamentazione e istituirà una rete regionale per intensificare la cooperazione.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">In secondo luogo, il programma rafforzerà la cybersicurezza migliorando i quadri e la governance nazionali e potenziando la capacità di prevenire, rispondere e gestire le minacce informatiche.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Infine, svilupperà competenze digitali regionali in linea con le norme<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/projects-and-activities/education-and-training/digital-transformation-education/digital-competence-framework-digcomp_en" target="_blank" rel="noopener"><span lang="IT">DigComp dell'UE</span></a></span><span lang="IT"><span> </span>e istituirà nuove piattaforme e reti a sostegno dell'apprendimento continuo e dello scambio di competenze. </span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"><strong>Dubravka</strong><span> </span><b>Šuica</b>, Commissaria per il Mediterraneo, ha dichiarato: «Accolgo con grande favore questo programma fondamentale nell'ambito del Patto per il Mediterraneo. Sarà un fattore chiave per una crescita inclusiva: allineare le norme digitali, rafforzare la cibersicurezza e dotare i cittadini delle competenze necessarie in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il lancio ufficiale ha avuto luogo il 9 aprile a Marrakech, in Marocco, durante la<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://gitexafrica.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">conferenza GITEX Africa</span></a></span><span lang="IT">, alla presenza di <strong>Henna</strong><span> </span><b>Virkkunen</b>, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Missione spaziale JUICE: osservazioni straordinarie della cometa interstellare 3I/ATLAS</title>
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<description><![CDATA[ Le osservazioni della sonda ESA durante il viaggio verso Giove offrono nuovi dati sulla cometa interstellare 3I/ATLAS, con un contributo scientifico rilevante dell&#039;Istituto Nazionale di di Astrofisica e dell&#039;Agenzia Spaziale Italiana ]]></description>
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<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 16:56:31 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="340" data-end="892"><span style="font-size: 12pt;">Nel novembre 2025, la missione JUICE dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) in viaggio verso il suo obiettivo scientifico, ovvero Giove e le sue lune ghiacciate, ha utilizzato la strumentazione di bordo per raccogliere immagini e dati sulla cometa interstellare 3I/ATLAS, fornendo una nuova prospettiva su questo raro oggetto celeste proveniente da un altro sistema stellare. Tra cinque strumenti coinvolti, due vedono un importante contributo scientifico dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) con il supporto dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI).</span></p>
<p data-start="894" data-end="1406"><span style="font-size: 12pt;">Scoperta il 1° luglio 2025, 3I/ATLAS è stata classificata come oggetto interstellare, il terzo di questo tipo finora identificato. Per la sua natura così peculiare, la cometa è stata subito al centro di numerose campagne osservative, proseguite fino all'inizio di ottobre, quando la sua distanza apparente dal Sole è diminuita al punto da non permettere più osservazioni dalla Terra, proprio mentre era in atto un aumento insolito della sua luminosità rispetto alla tendenza osservata nelle settimane precedenti.</span></p>
<p data-start="1408" data-end="2040"><span style="font-size: 12pt;">Fortunatamente, però, in quel periodo la sonda JUICE si trovava in una posizione vantaggiosa rispetto alla cometa. Sebbene i piani operativi della missione non prevedessero attività scientifiche durante la crociera interplanetaria verso il sistema di Giove, l'eccezionalità di questo evento ha spinto il team della missione a progettare e pianificare una campagna osservativa dedicata, utilizzando cinque degli strumenti a bordo della sonda. Tra questi, gli strumenti MAJIS (Moons And Jupiter Imaging Spectrometer) e JANUS (acronimo di Jovis, Amorum ac Natorum Undique Scrutator) che vedono una fondamentale partecipazione italiana.</span></p>
<p data-start="2042" data-end="2579"><span style="font-size: 12pt;">In particolare, MAJIS ha identificato emissioni infrarosse di vapore acqueo (H₂O) e di anidride carbonica (CO₂), molecole dette anche «volatili» in quanto evaporano facilmente, nonché la diffusione della luce attraverso la chioma nella luce visibile e nel vicino infrarosso. Questi dati sono stati raccolti il 2 novembre 2025, cioè quattro giorni dopo il passaggio al perielio – il punto della sua traiettoria più vicino al Sole – avvenuto il 29 ottobre 2025. Altre emissioni più deboli sono state osservate anche il 12 e il 19 novembre.</span></p>
<p data-start="2581" data-end="3055"><span style="font-size: 12pt;">Come accade per ogni cometa che si avvicina al Sole, l'aumento del flusso delle radiazioni solari provoca il progressivo riscaldamento degli strati superficiali e, successivamente, la sublimazione dei ghiacci – ovvero il loro passaggio diretto dallo stato solido a quello gassoso – quando il calore penetra in profondità nel nucleo della cometa. Questa sublimazione alimenta la formazione della chioma, un involucro diffuso composto da gas e polveri che circonda il nucleo.</span></p>
<p data-start="3057" data-end="3780"><span style="font-size: 12pt;">«Le rilevazioni ripetute di vapor d'acqua e anidride carbonica da parte di MAJIS indicano che ghiacci volatili sepolti sotto la superficie venivano attivamente rilasciati nello spazio poco dopo il passaggio al perielio», commenta <strong>Giuseppe Piccioni</strong>, ricercatore INAF e co-principal investigator di MAJIS. «Dai dati raccolti abbiamo stimato una fuoriuscita dal nucleo della cometa di circa due tonnellate al secondo, equivalente approssimativamente a 70 piscine olimpiche di vapore acqueo espulse nello spazio ogni giorno. I dati di MAJIS ci permetteranno di comprendere meglio l'attività di questa cometa dopo il perielio e le proprietà fisico-chimiche dei materiali formatisi attorno a un'altra stella miliardi di anni fa».</span></p>
<p data-start="3782" data-end="4357"><span style="font-size: 12pt;">Le osservazioni di 3I/ATLAS da parte di MAJIS hanno rappresentato una sfida operativa a causa dei brevi periodi di osservazione, della debolezza delle emissioni rilevate e delle condizioni termiche poco favorevoli per MAJIS, la cui strumentazione viene mantenuta a temperature estremamente basse. In più, nei mesi successivi alla raccolta dei dati, JUICE si trovava dall'altro lato del Sole rispetto alla Terra e il team di MAJIS ha quindi dovuto attendere la fine di febbraio di quest'anno prima di ricevere i dati stessi dalla sonda e iniziare la loro analisi approfondita.</span></p>
<p data-start="4359" data-end="4821"><span style="font-size: 12pt;">«Queste osservazioni non programmate dimostrano la versatilità della missione e le qualità di MAJIS», prosegue Piccioni. «La rilevazione dei flebili segnali cometari di 3I/ATLAS conferma la capacità di MAJIS di raccogliere e analizzare sorgenti debolissime. Questa dimostrazione si è rivelata determinante in vista delle future osservazioni nel sistema gioviano, in particolare per lo studio delle sottili esosfere delle lune ghiacciate e degli anelli di Giove».</span></p>
<p data-start="4823" data-end="5303"><span style="font-size: 12pt;">Tra gli strumenti di JUICE puntati su 3I/ATLAS, anche JANUS, la fotocamera multibanda a bordo della sonda, che ha effettuato una campagna osservativa subito dopo il passaggio al perielio della cometa in cinque differenti periodi, distribuiti tra il 5 e il 25 novembre 2025. JANUS ha raccolto più di 120 immagini con sette filtri diversi. Così come è accaduto per MAJIS, anche le immagini e i dati di JANUS sono stati trasferiti a Terra circa tre mesi dopo, lo scorso 19 febbraio.</span></p>
<p data-start="5305" data-end="6092"><span style="font-size: 12pt;">«Abbiamo atteso a lungo, ma ne è valsa davvero la pena», sottolinea <strong>Pasquale Palumbo</strong>, ricercatore INAF e principal investigator di JANUS. «Le meravigliose immagini raccolte rivelano per la prima volta l'intensa attività della cometa proprio intorno al perielio. 3I/ATLAS mostrava una chioma estesa, una coda e diverse strutture morfologiche, come raggi, strutture a getto e filamenti. I dati raccolti permetteranno di studiare le strutture morfologiche, l'intensità luminosa, l'evoluzione della chioma e della coda della cometa su scale temporali brevi e medie. Siamo molto soddisfatti delle prestazioni che JANUS ci ha fornito; è un'eccellente anteprima di ciò che potrà fare quando sarà in funzione attorno a Giove e alle sue lune ghiacciate, destinazione finale della missione JUICE».</span></p>
<p data-start="5305" data-end="6092"><strong><span style="font-size: 12pt;">Approfondimenti </span></strong></p>
<p dir="ltr"><strong>MAJIS</strong><span>, acronimo di Moons And Jupiter Imaging Spectrometer, </span><span>è uno spettrometro <span class="v1Lm v1ng">iper-spettrale</span> ad immagine progettato per osservare le caratteristiche dell'atmosfera di Giove e per la caratterizzazione dei ghiacci e dei minerali sulle lune ghiacciate del pianeta. Lo strumento, di responsabilità francese, è stato sviluppato da un ampio consorzio di enti di ricerca europei grazie a un accordo bilaterale tra l'Agenzia Spaziale Italiana e il CNES. Il coordinamento delle attività scientifiche è affidato all'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e all'Institut d'Astrophysique Spatiale (IAS-Orsay). </span><span>MAJIS opera nella finestra di lunghezze d'onda compresa tra 0,5 e 5,56 micrometri (milionesimi di metro), con una risoluzione di 150 metri a 1000 km, in grado di fornire uno spettro con 1016 "colori" indipendenti del bersaglio osservato. Parte di questi colori rientra nello spettro visibile, ma la maggior parte si trova nell'infrarosso, una parte della radiazione non visibile all'occhio umano. Questo spettro consente di determinare la composizione e le proprietà fisiche del bersaglio osservato. Tutte queste caratteristiche rendono MAJIS uno strumento ideale per produrre mappe dettagliate della composizione superficiale dei satelliti galileiani e delle loro esosfere, nonché per identificare le proprietà chimico-fisiche dell'atmosfera di Giove (l'obiettivo scientifico della missione JUICE).</span><span> La testa ottica dello strumento è stata realizzata dalla Società Leonardo SpA.</span></p>
<p dir="ltr"><strong>JANUS</strong><span><strong> </strong>(Jovis, Amorum ac Natorum Undique Scrutator) è una fotocamera ottica progettata per studiare la morfologia e i processi globali,, regionali e locali delle lune ghiacciate e la dinamica dell'atmosfera di Giove. Permette di acquisire immagini ad alta risoluzione (15 metri da 1000 km) in 13 bande spettrali a lunghezze d'onda dal violetto al vicino infrarosso (da 0.34 a 1.08 micrometri)  JANUS è stato realizzato dalla Società Leonardo SpA sotto la responsabilità dell'ASI e con la responsabilità scientifica dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), con contributi provenienti dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) di Berlino, dal CSIC-IAA di Granada (Spagna), dal CEI-Open University di Milton Keynes (Regno Unito) e dal CISAS-Università di Padova (Italia).</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Einstein Telescope: completata l&amp;apos;installazione di una rete sismica locale nella Casa di Reclusione di Mamone, Nuoro</title>
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<description><![CDATA[ Dopo una nuova stazione magnetica e magnetotellurica, in Sardegna prosegue la caratterizzazione geofisica del sito candidato a ospitare Einstein Telescope con il posizionamento di sensori sismici locali e di una stazione meteo ]]></description>
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<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 16:46:57 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">A distanza di due settimane dall'installazione di una nuova stazione magnetica e magnetotellurica per lo studio del campo elettromagnetico naturale terrestre e la caratterizzazione geofisica profonda del territorio, proseguono in Sardegna, nella Casa di Reclusione di Onanì-Mamone (Nuoro), le attività dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) con il posizionamento di una rete sismica locale e di una stazione meteo.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La stretta collaborazione tra l'Istituto, la Direzione della Colonia Penale di Mamone e la Direzione Regionale Sardegna dell'Agenzia del Demanio ha reso possibili le nuove installazioni. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La strumentazione utilizzata è stata acquisita nell'ambito del <strong>progetto MEET (Monitoring Earth's Evolution and Tectonics)</strong> dell'INGV, finanziato dal PNRR, che si concluderà nell'aprile 2026. Il progetto ha permesso di condurre una serie di campagne di misura con l'obiettivo di raccogliere i dati fondamentali per sostenere la candidatura a ospitare l'Einstein Telescope, il futuro osservatorio europeo di onde gravitazionali di terza generazione. Il Centro di Caratterizzazione Geofisica per Einstein Telescope, recentemente costituito in seno all'INGV, proseguirà queste attività coordinando le campagne geofisiche che verranno condotte nei prossimi mesi nell'area candidata.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">«Le attività in corso in Sardegna rappresentano un tassello molto importante per sostenere la candidatura italiana a ospitare l'Einstein Telescope, una delle più importanti sfide scientifiche europee dei prossimi anni», commenta il Presidente dell'INGV, <strong>Fabio Florindo</strong>. «Allo stesso tempo, questa esperienza dimostra come la ricerca possa generare valore anche sul piano umano e sociale: la collaborazione con la Colonia Penale di Mamone è un esempio concreto di come scienza, istituzioni e territorio possano lavorare insieme creando opportunità di crescita e inclusione».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">L'esperimento al Mamone, della durata prevista di due mesi, ha come obiettivo l'individuazione delle sorgenti di rumore sismico nell'area e lo studio delle sue modalità di propagazione, parametri cruciali per valutare l'idoneità del sito, caratterizzato da un livello estremamente basso di rumore antropico e, quindi, particolarmente favorevole alle osservazioni geofisiche. Qualora le registrazioni risultassero di elevata qualità, le 16 stazioni sismiche installate potrebbero essere integrate in una rete sismometrica permanente.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">L'installazione è stata realizzata da quattro ricercatori INGV, affiancati da due colleghi dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e da una ricercatrice dell'Università degli Studi di Cagliari. Nelle fasi iniziali, il personale della Colonia Penale ha fornito un contributo prezioso nell'individuazione dei punti ottimali per il posizionamento degli strumenti, mettendo a disposizione la propria conoscenza del territorio.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La fase operativa dell'installazione ha visto invece protagonisti sei detenuti della Colonia Penale, il cui apporto si è rivelato determinante per il completamento dei lavori nei tempi previsti. La loro forza, manualità e capacità di comprendere rapidamente le necessità tecniche hanno consentito al gruppo di operare con efficienza, in un clima di collaborazione autentica e rispettosa che ha permesso di affiancare una dimensione umana e sociale al valore scientifico dell'iniziativa. La partecipazione attiva dei detenuti a un'attività di ricerca scientifica di respiro europeo ha infatti rappresentato un'esperienza di lavoro insolita e stimolante, lontana dalla routine quotidiana della struttura. È auspicio di tutti i partecipanti che questa piccola ma concreta esperienza possa contribuire positivamente al percorso di reinserimento degli ospiti della Colonia, offrendo un contatto con il mondo della scienza e nuove occasioni di espressione delle proprie capacità e competenze.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Astrofisica: individuata in una lente gravitazionale una galassia ellittica che sfida i modelli di evoluzione delle galassie</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio a guida dall&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica riporta l&#039;osservazione di una rara lente gravitazionale che ha permesso di scoprire una galassia che sfida i modelli classici che descrivono l&#039;evoluzione delle galassie ellittiche, suggerendo per esse una formazione molto più complessa di quanto ipotizzato finora ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:38:24 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Un team di ricerca guidato dall<strong>'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong> ha individuato una rara e spettacolare <strong>lente gravitazionale</strong> nota come "<strong>croce di Einstein</strong>". L'oggetto, una <strong>galassia ellittica</strong> denominata <strong>J1453g</strong>, è la prima lente gravitazionale a grande distanza per cui sia stata misurata con alta precisione la distribuzione di massa della galassia, che deflette la luce di un <strong>quasar</strong> ancora più lontano.</span><span> </span><span>Lo studio, pubblicato sulla rivista </span><strong>Nature Astronomy</strong><span>, rivela che la composizione di questa galassia primordiale, risalente a circa 8 miliardi di anni fa, è sorprendentemente simile a quella della Via Lattea. Questa evidenza <strong>mette in discussione i classici modelli di formazione ed evoluzione delle galassie ellittiche</strong>, suggerendo processi di crescita molto più complessi di quanto ipotizzato finora.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Grazie a un allineamento quasi perfetto, la galassia lente J1453g esercita una forza gravitazionale tale da <strong>deflettere</strong> e <strong>sdoppiare</strong> la luce di un quasar - ovvero una galassia attiva molto luminosa - ancora più remoto, creando la caratteristica configurazione a croce composta da quattro immagini distinte della sorgente di fondo. Questa particolare configurazione ha permesso di ottenere, con una precisione senza precedenti, la distribuzione della massa delle stelle della galassia lente al momento della loro nascita - in un ambiente e a una distanza finora del tutto inesplorati.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Secondo i modelli teorici attuali, i nuclei di galassie ellittiche (i cosiddetti </span><strong>bulge</strong><span>) dovrebbero formarsi in tempi rapidissimi ed essere dominati da stelle di piccola massa (come prevede il modello di Salpeter). Al contrario, i dati raccolti su J1453g mostrano una configurazione analoga a quella della nostra galassia (descritta dal <strong>modello di Chabrier</strong>), che invece è di tipo <strong>spirale barrata</strong>. Questo suggerisce che il cuore delle galassie ellittiche possa essere cresciuto in modo lento e graduale, o che sia stato trasformato da violenti eventi di fusione (</span><span>merger</span><span>) nelle prime fasi della sua evoluzione.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«La scoperta di questo oggetto eccezionale ci ha permesso di studiare in maniera accurata la natura delle stelle al centro di una galassia ellittica in un'epoca remota dell'Universo, quando la galassia era ancora giovane», commenta </span><strong>Quirino D'Amato</strong><span> ricercatore dell'INAF di Roma e primo autore del lavoro svolto all'INAF di Firenze. «Il fatto che la loro composizione sia molto simile a quella che vediamo oggi nella Via Lattea, in un ambiente e un'epoca completamente diversi, è sorprendente. Questo ci dice che siamo ancora lontani dal comprendere a fondo i processi di formazione ed evoluzione delle galassie, e rappresenta un punto importante per lo sviluppo dei futuri modelli».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Lo studio è frutto di un'eccellenza tecnologica a forte impronta italiana. Il metodo di selezione dell'oggetto è stato sviluppato da un team a guida INAF, mentre i dati sono stati ottenuti grazie allo strumento <strong>ERIS/NIX</strong>, installato sul <strong>Very Large Telescope (VLT) dell'ESO</strong> - il cui modulo di ottica adattiva è stato realizzato <span class="v1Lm v1ng">dall'INAF</span> di Firenze - e allo strumento <strong>DOLORES</strong> presso il <strong>Telescopio Nazionale Galileo (TNG)</strong> dell'INAF. Proprio riguardo al ruolo del TNG nella scoperta, emerge un dettaglio curioso di grande valore educativo: i dati necessari alla misura della distanza della lente sono stati raccolti materialmente da un gruppo di studenti e studentesse di un liceo di Telese Terme (Benevento). I giovani hanno operato sotto la supervisione di astronomi professionisti nell'ambito della prima edizione del concorso nazionale "<strong>Giovani Astronomi al TNG</strong>" organizzato dal TNG in collaborazione con il <strong>Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM), Società Astronomica Italiana (SAIt) e INAF.</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«La scoperta di questo oggetto è stata resa possibile da un metodo rivoluzionario che abbiamo recentemente introdotto», spiega </span><strong>Filippo Mannucci</strong><span>, dell'INAF di Firenze e coautore dello studio. «Usiamo in maniera innovativa i dati del satellite Gaia dell'Agenzia Spaziale Europea, originariamente pensato per osservare le stelle della Via Lattea, ma che si comporta egregiamente anche su oggetti molto più lontani. Grazie al suo potere di risoluzione e grande campo di vista, è lo strumento ideale per trovare oggetti piccoli e rari come queste lenti gravitazionali».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Questa misura non solo rappresenta una delle più robuste mai effettuate sulla formazione stellare in epoche remote, ma apre nuovi scenari sulla comprensione di come le strutture massicce dell'universo si siano assemblate ed evolute nel tempo, suggerendo storie molto più dinamiche e articolate di quanto ritenuto possibile finora.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Link all'articolo: "<a href="https://www.nature.com/articles/s41550-026-02819-4" target="_blank" rel="noopener">Milky-Way-like stars in a galaxy core 8 billion years ago revealed by gravitational lensing</a>", di Q. D'Amato, F. Mannucci, et al. è stato pubblicato online sulla rivista Nature Astronomy.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Biologia cellulare: il ruolo inaspettato della proteina MFF nella regolazione dei melanosomi</title>
<link>https://www.italia24.news/biologia-cellulare-il-ruolo-inaspettato-della-proteina-mff-nella-regolazione-dei-melanosomi</link>
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<description><![CDATA[ Una ricerca dell&#039;Università di Padova evidenzia che la proteina MFF sia un &quot;regista nascosto&quot; che regola la forma e la maturazione dei melanosomi, gli organelli che sintetizzano e accumulano la melanina ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 12:12:52 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">I <strong>melanosomi</strong> sono le "fabbriche" che producono <strong>melanina</strong>, il pigmento che colora pelle, capelli e occhi. Per funzionare bene, devono maturare e liberarsi di parti inutili attraverso un processo di divisione chiamato <strong>fissione</strong>. La ricerca dell'<strong>Università di Padova</strong>, finanziata dalla LEO Foundation, pubblicata su «<strong>Nature Communications</strong>» con il titolo "<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-70572-3" target="_blank" rel="noopener"><i>MFF budding from mitochondria regulates melanosome size and maturation</i></a>" ha evidenziato che <strong>una proteina, MFF, gioca un ruolo inaspettato in questo meccanismo.</strong><span></span></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">La letteratura scientifica aveva già segnalato che MFF lavora nei <strong>mitocondri</strong> - le centrali energetiche della cellula - insieme a un partner, <strong>DRP1</strong>, per dividerli. Il team di ricerca padovano ha dimostrato che MFF è presente anche sulla superficie dei melanosomi in diverse fasi del loro sviluppo, in particolare nei punti in cui stanno per dividersi, anche in assenza della proteina partner.<span></span></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">Quando i ricercatori hanno ridotto la produzione di MFF nei <strong>melanociti</strong> (le cellule della pelle), i melanosomi sono risultati più grandi del normale, causando un accumulo di melanina e un aumento dell'attività degli enzimi coinvolti nel loro catabolismo, alterando così i processi di "pulizia" interna dell'organello. La riduzione di DRP1, invece non portava allo stesso effetto, dimostrando che MFF agisce sui melanosomi in modo indipendente dal suo ruolo nei mitocondri.<span></span></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">Curiosamente, i ricercatori hanno osservato che MFF può trasferirsi dai mitocondri ai melanosomi tramite vescicole e localizzarsi nei punti in cui questi ultimi si dividono. Qui lavora insieme ai filamenti di actina, componenti del citoscheletro, e a un complesso proteico chiamato ARP2/3, favorendo il restringimento e la separazione delle membrane.<span></span></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">Questo suggerisce che MFF contribuisce a organizzare il "macchinario" necessario alla fissione, permettendo ai melanosomi di rimuovere il materiale in eccesso.<span></span></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1gmail-ds-markdown-paragraph" style="text-align: left;">«MFF è un regista nascosto che, staccandosi dai mitocondri e spostandosi sui melanosomi, ne guida la divisione e la maturazione lavorando con l'actina, in modo del tutto indipendente dal suo ruolo tradizionale. La nostra ricerca rivela una funzione completamente nuova per la proteina MFF: regola la forma e la maturazione dei melanosomi senza bisogno del suo partner abituale DRP1 - dice l'autrice della ricerca<span> </span><b>Marta Giacomello del Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova<span> </span></b>-. Questa scoperta apre nuove prospettive per comprendere i meccanismi con cui le cellule producono e accumulano la melanina e il modo in cui difetti di questi processi intracellulari contribuiscono allo sviluppo di gravi patologie cutanee. Si potranno infatti individuare nuovi target terapeutici per le malattie caratterizzate dalla presenza di melanosomi giganti come alcune forme di albinismo e la sindrome di Chédiak-Higashi».<span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia: tecnologie più convenienti per accelerare la transizione</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-tecnologie-piu-convenienti-per-accelerare-la-transizione</link>
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<description><![CDATA[ ENEA partecipa al progetto europeo RISEnergy il quale intende di agevolare le sinergie tra industria, ricerca e istituzioni, per accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili, ridurre i costi delle tecnologie energetiche e aumentare l&#039;efficienza energetica ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202604/image_870x580_69ce2f0f056b8.webp" length="100546" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 12:12:40 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Accelerare l’uso delle<span> </span><strong>fonti rinnovabili</strong>, ridurre i costi delle<span> </span><strong>tecnologie</strong><span> </span>energetiche e aumentare<span> </span><strong>l’efficienza energetica</strong>. Sono questi gli obiettivi del progetto europeo RISEnergy (<span>Research Infrastructure Services for Renewable Energy) </span>da circa 15 milioni di euro, che vede la partecipazione di 17 partner, tra cui<span> </span><strong>ENEA</strong>, oltre a 37 entità affiliate e 14 fornitori di servizi provenienti da 22 Paesi. Il progetto intende <strong>agevolare le sinergie tra industria, centri di ricerca e istituzioni in questi settori: fotovoltaico, solare termodinamico ed energia termosolare, idrogeno, biocarburanti, eolico in mare aperto, energia oceanica, reti integrate e stoccaggio</strong>. ENEA contribuisce al progetto con l’<strong>impianto pilota di gassificazione di biomasse<span> </span></strong>del Centro Ricerche della Trisaia (Matera) e con il<span> </span><strong>Laboratorio Smart grid e reti energetiche</strong><span> </span>del Centro Ricerche di Portici (Napoli), entrambi afferenti al Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili (TERIN).</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Sono previste 50 mila ore di accesso a strutture di eccellenza sia in presenza sia in modalità virtuale, concentrando attività, servizi e infrastrutture su un unico soggetto operativo. Mediante la collaborazione in diversi ambiti tecnologici, tra cui la <strong>digitalizzazione e la gestione dei dati tramite piattaforme ICT all’avanguardia</strong>, si vuole supportare l’innovazione nell’accumulo di energia, così da contribuire a un sistema energetico decarbonizzato, flessibile e resiliente.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«La partecipazione al progetto RISEnergy è l’occasione per valorizzare e ottimizzare l’uso degli impianti e dei laboratori d’avanguardia che abbiamo realizzato e mantenuto operativi nel tempo», osserva il ricercatore ENEA <strong>Francesco Zimbardi</strong> di TERIN presso il <strong>Centro Ricerche Trisaia</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Trisaia ha ospitato i ricercatori dell’industria chimica tedesca <strong>C&amp;CS (Catalysts&amp;Chemical Specialities)</strong> che hanno scelto l’impianto pilota di gassificazione per testare catalizzatori innovativi. Nei prossimi mesi sarà accolto un gruppo di ricerca del <strong>Lithuanian Energy Institute </strong>il cui progetto, recentemente approvato dal comitato di valutazione di RISEnergy, è focalizzato sullo sviluppo di materiali avanzati per la produzione di idrogeno da biomasse residuali.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Tali collaborazioni, di alto valore strategico, risulterebbero estremamente complesse, se non impossibili, al di fuori di un progetto come RISEnergy, che garantisce non solo le risorse finanziarie necessarie, ma anche un contesto operativo stimolante e collaborativo», conclude <strong>Zimbardi</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>ENEA: una rete di impianti sperimentali per la ricerca e lo sviluppo</title>
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<description><![CDATA[ La piattaforma di ricerca ENEA: un vantaggio per l&#039;aerospazio, il nucleare e il medicale ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 18:34:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<section id="section-id-903fa4df-912a-40a4-a387-53f518cc4fed">
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<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>ENEA </strong>ha creato una<strong> rete di impianti sperimentali unica in Italia</strong>, capace di eseguire test a differenti livelli di energia e tipi di radiazioni (elettroni, neutroni e protoni). Questa infrastruttura innovativa apre nuove prospettive per settori strategici come <strong>nucleare, aerospazio e medicale</strong>, offrendo servizi avanzati e opportunità di ricerca e sviluppo per aziende, università, istituti scientifici, ospedali e centri clinici.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Attualmente, la piattaforma di ricerca comprende quattro impianti principali: il reattore sperimentale veloce <strong>TAPIRO</strong> che produce neutroni veloci, situato presso il Centro Ricerche ENEA Casaccia (Roma), l’acceleratore lineare <strong>REX </strong>che genera fasci di elettroni, l’acceleratore lineare di protoni <strong>TOP-IMPLART</strong> e il generatore di neutroni <strong>FNG</strong>, tutti e tre collocati presso il Centro Ricerche ENEA Frascati (Roma). A breve, la <strong>rete sarà ampliata con due nuovi impianti </strong>che estendono ulteriormente lo spettro di energie e i tipi di radiazioni disponibili: si tratta del reattore nucleare di ricerca <strong>TRIGA-RC1 </strong>e della facility <strong>Calliope</strong>, dedicata all’irraggiamento gamma, entrambi presso il Centro Casaccia. Tutte le attività sperimentali di irraggiamento saranno pianificate e realizzate in collaborazione con l’<strong>Istituto di Radioprotezione dell’ENEA</strong>, tenendo conto delle specifiche configurazioni sperimentali e delle eventuali misure o valutazioni necessarie per ciascun set di irraggiamento.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«La nostra piattaforma nasce da esperienze maturate da ciascuna facility nel progetto ASIF dell’Agenzia Spaziale Italiana, mettendo a sistema competenze e infrastrutture di diversi laboratori ENEA per condurre sulla stessa tipologia di campione esperimenti di irraggiamento con diversi tipi di radiazione», spiega <strong>Michele Croia</strong>,<strong> ricercatore del Dipartimento Nucleare di</strong> ENEA, «. Si tratta di un vantaggio concreto in quanto questa integrazione consentirà di accelerare lo sviluppo di soluzioni tecnologiche sempre più innovative, sicure ed efficienti, pronte per essere trasferite rapidamente al mondo produttivo»</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Per testare l’intera catena operativa di multi-irraggiamento</strong>, il gruppo di ricercatori ENEA ha avviato una<strong> prima campagna sperimentale</strong> sul guscio esterno di un piccolo satellite <strong>CubeSat</strong>, al cui interno è stato inserito un dosimetro di radiazioni identico a quelli utilizzati nella missione “CubeSat ABCS” del 2022 finanziata dall’ASI. «L’obiettivo è valutare quanto la facility distribuita di ENEA riesca a riprodurre le condizioni spaziali reali. A questo scopo, i dati di irraggiamento raccolti dalla nostra piattaforma vengono confrontati con quelli della missione ABCS e integrati con simulazioni numeriche sviluppate da ENEA. Questo confronto consente di capire quanto fedelmente la nostra infrastruttura riproduca le sorgenti di radiazione presenti in orbita a diverse altitudini attorno alla Terra», sottolinea <strong>Nunzio Burgio, ricercatore del Dipartimento Nucleare di ENEA</strong> «. Finora abbiamo completato i test presso tre dei quattro impianti ENEA che compongono la piattaforma sperimentale (TAPIRO, REX e FNG) e dalle misure effettuate abbiamo verificato che siamo in grado di isolare il contributo di ciascun tipo di radiazione rispetto alla dose complessiva misurata».</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Andando nel dettaglio, ogni impianto dell’innovativa piattaforma ENEA contribuisce agli irraggiamenti con una diversa tipologia di radiazione: il reattore sperimentale veloce TAPIRO fornisce neutroni veloci, il Frascati Neutron Generator (FNG) genera neutroni quasi monocromatici da 2.5 MeV e 14 MeV, mentre gli acceleratori TOP-IMPLART e Radiation EXperiment (REX) producono rispettivamente fasci di protoni con energia fino a 71 MeV e fasci di elettroni con energia di 5 MeV. «Questo ci consente di effettuare esperimenti e test, potendo disporre di campi di radiazione differenti, con spettro energetico variabile», prosegue Croia. «Tali prove» aggiunge </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 16px;">«</span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">sono fondamentali per lo <strong>studio di materiali e di dispositivi destinati a operare in ambienti ostili dove il campo di radiazione è misto</strong>, ovvero composto da diversi tipi di particelle».</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La piattaforma trova tra le principali applicazioni settori dove coesistono molteplici tipi di radiazione, come l’<strong>aerospazio</strong>, che avrà la possibilità di condurre studi avanzati sul danneggiamento di materiali, elettronica e componenti, per migliorare la progettazione della strumentazione e di conseguenza la riuscita delle future missioni spaziali.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Inoltre, la <strong>nuova piattaforma multi-radiazione di ENEA potrà trovare applicazione anche in altri settori strategici, a partire da quello nucleare</strong>: sarà infatti possibile testare dispositivi, componenti elettronici, materiali e rivelatori destinati a impianti di fissione e fusione, oltre a svolgere attività di metrologia, dosimetria e validazione dei modelli. Nel settore biomedico potrà <strong>favorire studi di radiobiologia </strong>e lo sviluppo di <strong>radiofarmaci</strong>, oltre a ricerche sulla<strong> dosimetria clinica</strong> e alla verifica del comportamento dei dispositivi medicali esposti a radiazioni. Infine, nel campo della<strong> scienza dei materiali</strong> consentirà di analizzare i difetti indotti dalle radiazioni nei materiali innovativi e nei semiconduttori.<br></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"></span></p>
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<title>Digi Open Lab: un hub per l&amp;apos;innovazione agricola in Piemonte</title>
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<description><![CDATA[ Un laboratorio a cielo aperto per la frutticoltura e la viticoltura, che rappresenta un passo avanti per la sostenibilità e la competitività dell&#039;agricoltura piemontese ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 18:34:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">È stato sottoscritto<strong> lunedì 30 marzo</strong>, presso la <strong>Sala Trasparenza del Grattacielo della Regione Piemonte</strong>, il <strong>Manifesto di Intenti del progetto Digi Open Lab</strong>, hub sperimentale promosso da Fondazione Agrion e inaugurato lo scorso 24 ottobre in occasione dell’evento “Gli Stati Generali della frutticoltura piemontese”. Il documento è stato firmato, alla presenza di rappresentanti istituzionali della Regione Piemonte, da Fondazione Agrion e dai quattro poli universitari piemontesi, <strong>Politecnico di Torino, Università del Piemonte Orientale, Università degli Studi di Torino e Università degli Studi di Scienze Gastronomiche</strong>, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra istituzioni, mondo accademico e sistema produttivo nello sviluppo di nuove tecnologie a servizio del comparto agricolo e agroalimentare. </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il Digi Open Lab è uno spazio multifunzionale che integra diverse aree di lavoro tra cui: situati a Manta presso il centro frutticolo di Agrion,<strong> il DiGi-Tree Lab, il “meleto sperimentale”</strong> di circa <strong>2.000 metri quadri, lo SmartBEE LAB</strong>, il laboratorio dedicato al <strong>monitoraggio e alla digitalizzazione degli alveari</strong>, e il Digi Vit Lab, il vigneto smart di <strong>1,4 ettari </strong>situato presso il centro sperimentale vitivinicolo di Agrion “Tenuta Cannona” a Carpeneto in provincia di Alessandria. A farne parte, ma attualmente in fase di realizzazione è invece <strong>l’Energy Lab</strong>, lo spazio dedicato alla gestione sostenibile della risorsa idrica, caratterizzato da un impianto fotovoltaico galleggiante integrato con un sistema di accumulo per lo stoccaggio dell’energia prodotta. In fase di progettazione è invece il <strong>laboratorio post-raccolta</strong>, attrezzato per <strong>analisi qualitative e quantitative sui frutti ed infine la camera immersiva per il trasferimento delle competenze</strong>, in grado di simulare scenari agricoli virtuali. </span><o:p></o:p></p>
<h3>Le sfide poste dal cambimento climatico e la consapevolezza delle istituzioni </h3>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Ad introdurre i lavori, è il <strong>Presidente di Fondazione Agrion, Giacomo Ballari</strong>: «In un contesto agricolo, come quello attuale, sempre più complesso, è <strong>fondamentale convogliare il più possibile le forze su quelle che sono oggi le sfide principali delle aziende</strong>, darci delle priorità in termini di ricerca e confrontarci. Per questo la collaborazione con i quattro poli universitari piemontesi assume un valore strategico.</span><br><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Con l’inaugurazione del laboratorio a cielo aperto per la frutticoltura a Manta e del living lab dedicato alla vite a Carpeneto, stiamo costruendo insieme un<strong> percorso concreto volto alla sostenibilità e all’innovazione</strong>. Oggi più che mai è importante investire nello sviluppo di nuove tecnologie, dalla robotica alla sensoristica, per individuare tempestivamente eventuali criticità e supportare in maniera più efficace il comparto agricolo».</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Ha dichiarato l’<strong>Assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo, Turismo, Sport e Post-olimpico, Caccia e Pesca, Parchi della Regione Piemonte Paolo Bongioanni</strong>: «<strong>Ricerca e innovazione</strong> sono i due <strong>strumenti su cui stiamo puntando con decisione per vincere il ritardo con cui il sistema ha reagito a fenomeni come il cambiamento climatico e l’arrivo di parassiti alieni, cui si sono aggiunti la crisi internazionale e le trasformazioni nei mercati</strong>. Serve un cambio di passo che stiamo attrezzando, ad esempio, con il nuovo osservatorio tecnico vitivinicolo che ci dica verso quali mercati andare, cosa portare e a quale prezzo. Dobbiamo essere ancora più veloci nel rispondere, con una regione forte di un patrimonio di 43.000 aziende agricole, un milione di ettari coltivati e 8 miliardi di euro di export: una filiera cui dobbiamo garantire la massima competitività. La firma di questo protocollo dà vita allo strumento che ritengo più funzionale ad affrontare queste criticità. Con la nostra Fondazione Agrion, affiancata dalle Università piemontesi, andiamo a scrivere insieme il percorso di oggi e di domani. Grazie al lavoro che stiamo facendo con l’ente nazionale pagatore Agea stiamo cercando di essere i primi in Italia nel pagamento delle pratiche agricole. Stiamo facendo la stessa cosa con la nostra fondazione di ricerca che dev’essere un’eccellenza assoluta a livello nazionale. Il 13 aprile a Vinitaly firmeremo un protocollo fra le regioni del Nord Italia che vedrà il Piemonte capofila per la ricerca nella vitivinicoltura. Tutti gli sforzi devono andare verso la direzione di un Piemonte europeo, internazionale, che ha da solo il 20% delle produzioni agroalimentari di qualità e che per questo deve conquistare fra le regioni italiane la reputazione e la percezione che merita».</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">A seguire è intervenuto <strong>Paolo Balocco, direttore Agricoltura e Cibo della Regione Piemonte:</strong> </span><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«La Regione Piemonte crede ed investe fortemente nei giovani e nell'innovazione, connubio inscindibile per dare un futuro alla nostra agricoltura che dovrà essere sempre più di qualità, resiliente e motore di sviluppo e di sostenibilità ambientale.  Bisogna quindi creare le condizioni affinché la ricerca trovi i canali per il trasferimento delle innovazioni alle aziende agricole. Intercettare velocemente i cambiamenti e le esigenze è fondamentale per aiutare tutto il sistema agricolo e agroalimentare a poter stare sui mercati ora sempre più internazionali, nonché contrastare efficacemente i problemi fitosanitari, i cambiamenti climatici e la volatilità dei mercati. L'accordo di collaborazione tra enti universitari, enti di ricerca e Regione rappresenta quindi lo snodo centrale per raggiungere tali obiettivi».</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">A confermare il valore strategico dell’iniziativa sono stati anche i quattro poli universitari piemontesi, che hanno ribadito la centralità della collaborazione tra università, ricerca e istituzioni. Il <strong>Rettore dell’Università del Piemonte Orientale Menico Rizzi </strong>ha evidenziato: </span><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Il Digi Open Lab rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra saperi diversi che abbiano il tema della sostenibilità come obiettivo comune. Per l’UPO, contribuire a questo ecosistema significa applicare trasversalmente le nostre eccellenze, dalla Biologia alla Chimica verde e la Chimica degli alimenti, dagli aspetti legati alla Salute umana a quelli Antropologici e del Diritto, per costruire un’agricoltura 4.0. Firmare questo Manifesto non è solo un atto formale, ma l'inizio di un percorso che vede la ricerca scientifica come motore fondamentale della transizione ecologica e produttiva, ricordando che il nostro Ateneo insiste su territori che sono terre d'acqua e di eccellenza per la produzione e la cultura del riso». </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">In questa direzione si inserisce anche il contributo della <strong>Rettrice dell’Università degli Studi di Torino Cristina Prandi</strong>, che ha sottolineato: </span><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«L'Università di Torino è convinta che la ricerca di qualità debba produrre ricadute concrete sul territorio. Con la firma del Manifesto del Digi Open Lab questa convinzione si traduce in un impegno operativo: mettere le nostre competenze - dalla biologia vegetale alle scienze ambientali, dall'agronomia all'ingegneria -  al servizio di un settore che rappresenta un pilastro dell'economia piemontese. L'agricoltura oggi affronta sfide di portata storica: cambiamenti climatici, scarsità idrica, riduzione degli input chimici, difficoltà nel reperire manodopera specializzata. Sfide che non si affrontano in modo frammentato, ma costruendo esattamente il tipo di ecosistema che il Digi Open Lab rappresenta, un luogo in cui università, imprese e agricoltori lavorano fianco a fianco, dai frutteti sperimentali ai laboratori digitali, per trasformare la ricerca in soluzioni reali e trasferibili alle aziende del territorio». </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">A seguire, è il <strong>Rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche Nicola Perullo</strong>: </span><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Siglare il Manifesto di Intenti del progetto Digi Open Lab rappresenta un momento importante per il nostro ateneo. Infatti la collaborazione con Fondazione Agrion si inserisce in un percorso già solido, che ci vede lavorare insieme su temi fondamentali come la sostenibilità, la biodiversità e l’innovazione agroalimentare. Credo che l’incontro tra la ricerca tecnica in campo e il nostro approccio olistico al cibo sia la chiave per affrontare le sfide future. Il Digi Open Lab rappresenta proprio questo: uno spazio concreto di sperimentazione e collaborazione, capace di generare conoscenza e valore per tutto il sistema agroalimentare».</span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Infine, la <strong>Prorettrice del Politecnico di Torino Elena Maria Baralis</strong>: </span><o:p></o:p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Il Digi Open Lab rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra università, istituzioni e territorio. Per il Politecnico di Torino è fondamentale contribuire allo sviluppo di soluzioni tecnologiche avanzate che supportino la transizione digitale e sostenibile del settore agricolo. Iniziative come questa rafforzano il legame tra ricerca e applicazione, generando innovazione con impatti reali per le imprese e per il territorio». </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">La firma del Manifesto è stata inoltre l’occasione per presentare <strong>AGRI.ON Call</strong>, il <strong>programma di accelerazione che accompagna le startup nello sviluppo e nella validazione delle proprie soluzioni</strong>, attraverso innovazione, ricerca e applicazione concreta. L’iniziativa, promossa da Fondazione Agrion in collaborazione con LaGemma Venture è stata illustrata dal Presidente di LaGemma Venture, Enrico Collidà. </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il bando, rivolto a startup innovative del settore Agri-tech a livello nazionale, è stato lanciato ufficialmente lo scorso 13 marzo e offre la possibilità di candidarsi <strong>fino al 15 maggio 2026</strong>. Prevede la <strong>selezione di otto startup totali </strong>che potranno beneficiare, per un periodo di due anni, del supporto scientifico e dell’accesso ai Living Lab di Fondazione Agrion, oltre a un percorso di formazione imprenditorie e intensivo della durata di due mesi curato da LaGemma Venture.  </span><o:p></o:p></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«L’innovazione ha bisogno di spazi, reti, risorse in una parola di un ecosistema capace di supportarne la crescita e lo sviluppo. Attraverso l’AGRI.ON Call vogliamo rafforzare il nostro impegno a sostegno dell’innovazione applicata all’agroalimentare, un settore che oggi più che mai necessita di soluzioni tecnologiche scalabili» ha dichiarato <strong>Enrico Collidà, Presidente di LaGemma Venture</strong> «La partnership con Fondazione Agrion consente di unire ricerca, sperimentazione e competenze imprenditoriali in un unico percorso». </span><o:p></o:p></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Ha concluso il <strong>Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio</strong>: «<strong>Dobbiamo prendere atto del cambiamento climatico</strong> in essere che, in agricoltura, più ancora che sulla qualità incide in modo rilevantissimo sulla quantità di produzione. Dobbiamo studiarlo e capire quali possono essere le migliori reazioni. “Conoscenza è potenza”, dicevano i nostri padri, e mai come in questo caso è vero.<strong> Salvaguardare il nostro prodotto e il suo valore è la precondizione indispensabile per vincere sfide come le tensioni internazionali, i dazi, i costi di produzione</strong>. Per questo oggi dobbiamo dire un sincero grazie ad Agrion e alle nostre quattro Università che oggi siglano questo patto, e con loro alle tante organizzazioni e imprese che danno il loro contributo d’eccellenza alla ricerca. Salvaguardare la ruralità in Piemonte è fondamentale perché, al di là del sostegno alla produzione, traina dietro di sé la promozione del nostro cibo, la ristorazione, il turismo enogastronomico che rappresentano un pezzo portante della nostra economia».</span><o:p></o:p></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Regione Piemonte e Politecnico di Torino: il progetto Ri&#45;Reverse per la conversione di linee ferroviarie in disuso in ciclovie</title>
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<description><![CDATA[ Il progetto Ri-REVERSE, nato dall&#039;idea dell&#039;artista Nino Ventura, trasforma ferrovie dismesse in piste ciclabili modulari, sostenibili e reversibili, riutilizzando infrastrutture esistenti e materiali riciclati per promuovere mobilità green e rigenerazione del territorio ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:03:38 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-164baa2a-7fff-c8cb-3958-653661c792ef"><span>Il progetto </span><strong>Ri-REVERSE</strong><span> nasce con l'obiettivo di valorizzare le linee ferroviarie in disuso attraverso soluzioni temporanee, sostenibili e a basso impatto ambientale. Il tema del </span><strong>riutilizzo delle infrastrutture dismesse</strong><span> è infatti diventato centrale nelle politiche di rigenerazione territoriale e di mobilità sostenibile. In particolare, molte linee ferroviarie non più operative rappresentano un patrimonio infrastrutturale di grande valore ma spesso inutilizzato.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'iniziativa, nata dall'idea dell'artista </span><strong>Nino Ventura</strong><span>, è stata sviluppata con il contributo scientifico del </span><strong>Politecnico di Torino</strong><span><strong>, </strong>in particolare dei Dipartimenti di Ingegneria dell'Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture (</span><strong>DIATI</strong><span>), di Architettura e Design (</span><strong>DAD</strong><span>) e </span><a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxEksuOqzgQhp_G7BLZLoPDggUESDidc6ZzISfdG-RgQ9zNLdi5Pv0oPYtZVKkWpU__L30ycCtZSnBUQDhnvscIcEe1QjeFGZTUT913KsB-5RIMGCrEcGtqj05bJbWQclTGTLV1TgHHqmSUzKTLFeHACWNHHwvmK15RIODogGLqYQBCAFzgUw5YuTOB1VHOjnQGL7aU43ToG237F7UJTtYOBkGIaIpoervdpnXf142aln2LaGqUGMsTgtSUolDmiiCuXK6AUgYlVEcmKKLe2DwRxGROFvMkL7TNdgR77L-NqGfuZqwQxOGf42rS8fytDpOJ7r9_lamYHyovaeuq_MvKokYQEs7B49gHYNRH1DsjiGM9iNHqVnW2RzSSGtEo62pVd2rUAtFoa8eLtZdRNArROaJRIvXrjF6zUL1VZafL1yeiszjbJgv0Azf6FWsF8eZz2Yn98M-wJ9y--W3tiauL35PJ96ZKN2kuwtHf4fzeDq5qRM-_GMjzJFR1_jVY_c7_Ln-f0-hj2-3Pv2J9UxfiHX6n-hDPt8XefxO7ap3BdcIf9qHVtegtM9mn3qt1Hp-MkXm-yufp5CtcDDnLPe-ZP_7MZp_LxbKtr-SRzp_qTBPOyHqFL9uPxSia78PxYxMlmSnWmvRtEm7qBW5enQSC-ICod1USQUzFKX9Lbnp_O9L3p7fdhfcDPlV4uazYENpkXZT9UtXrLLuHkTMGo5LiR0rEsLai0YKyaaduxvnf10LLgHJwfXBs4FwD-m8AAAD__yjh58U" target="_blank" rel="noopener"><span>di Ingegneria Strutturale, Edile e Geotecnica</span></a><span> (</span><strong>DISEG</strong><span>) e di </span><strong>Idea Plast</strong><span>, azienda di progettazione, stampi e prodotti in plastica riciclata. Il progetto è sostenuto da </span><strong>Ecopneus</strong><span> (società consortile senza scopo di lucro che gestisce la raccolta, il trattamento e il recupero degli Pneumatici Fuori Uso in tutto il territorio nazionale) e dalla </span><strong>FIAB</strong><span> (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Ri-REVERSE</strong><span> rientra tra i progetti finanziati dal </span><strong>Bando SWIch 2023 – Supporto alle attività di ricerca, sviluppo e innovazione e alla valorizzazione economica dell'innovazione</strong><span> promosso dalla </span><strong>Regione Piemonte</strong><span>, nella categoria progettuale </span><strong>1.a "Small-Mid Challenges".</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Ri-REVERSE rappresenta un esempio concreto di come la Regione Piemonte intenda affrontare le sfide della mobilità e della rigenerazione infrastrutturale: non consumando nuovo suolo, ma valorizzando ciò che già esiste. Trasformare linee ferroviarie dismesse in opportunità per il territorio significa unire innovazione, sostenibilità e visione strategica. Questo progetto dimostra che è possibile intervenire in modo intelligente, con soluzioni flessibili e reversibili, capaci di adattarsi nel tempo senza compromettere il futuro delle infrastrutture. Come Regione crediamo fortemente nel legame tra ricerca, impresa e territorio: sostenere iniziative come questa vuol dire accelerare il trasferimento tecnologico e tradurre l'innovazione in benefici concreti per le comunità locali. È questa la direzione che vogliamo continuare a perseguire: infrastrutture più efficienti, sostenibili e al servizio delle persone, in grado di generare sviluppo senza rinunciare alla tutela del paesaggio e delle risorse», dichiara </span><strong>Marco Gabusi</strong><span>, assessore regionale ai trasporti e infrastrutture della Regione Piemonte.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Da un'indagine condotta all'interno del progetto emerge che circa </span><strong>2.000 km di linee ferroviarie dismesse</strong><span> sul territorio italiano risultano potenzialmente riqualificabili mediante il sistema Ri-REVERSE; di questi, circa </span><strong>100 km si trovano in Piemonte</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il progetto prevede la realizzazione di un </span><strong>dimostratore a grandezza reale di una sovrastruttura ciclabile reversibile</strong><span>: una struttura modulare posata direttamente sull'armamento ferroviario esistente, senza modificarlo in modo permanente.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«I temi della sostenibilità e della ricerca ad essa connessi sono centrali per il Politecnico di Torino. Progettare e sperimentare una soluzione innovativa che trasformi una ferrovia in disuso in una ciclovia significa restituire valore al territorio e alle persone. È un investimento concreto nella qualità della vita, promuove la mobilità sostenibile e favorisce il benessere fisico e mentale per tutte le persone che potranno beneficiarne. Allo stesso tempo tutela e valorizza il paesaggio, creando un'infrastruttura verde capace di connettere comunità, natura e sviluppo», – commenta </span><strong>Claudia De Giorgi</strong><span><strong>, </strong>Vicerettrice per le Pari opportunità, l'Inclusività e la Qualità della vita del Politecnico di Torino.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La ciclovia Ri-REVERSE si distingue infatti per la sua </span><strong>reversibilità</strong><span>: la struttura, ancorata in modo sicuro e non invasivo ai binari esistenti, senza richiedere lo smantellamento o la modifica dell'armamento, preserva l'integrità dell'infrastruttura e può essere rimossa rapidamente in caso di riattivazione della linea, per essere riutilizzata altrove. Viene inoltre promosso l'impiego di </span><strong>materiali riciclati</strong><span><strong> </strong>– l'impalcato, così come le lastre e le balaustre di protezione, sono realizzati in plastica riciclata, mentre la superficie di rotolamento e i cordoli laterali sono pensati per l'impiego di gomma riciclata da Pneumatici Fuori Uso (PFU) – contribuendo alla riduzione dei rifiuti destinati alle discariche e al contenimento dell'utilizzo di nuove materie prime. Inoltre, l'utilizzo dell'infrastruttura ferroviaria esistente consente di ridurre significativamente i costi e l'impatto ambientale legati agli interventi di riqualificazione del terreno e di smaltimento dei rifiuti nocivi necessari per la realizzazione di nuove ciclovie.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>All'interno del progetto è stato realizzato </span><span>un <strong>dimostratore di sovrastruttura ciclabile, appoggiato alla sede ferroviaria, situato nell'area Mirafiori del Politecnico di Torino</strong></span><span>. Dal livello di proof of concept sperimentale, la realizzazione del dimostratore a scala reale ne ha consentito la convalida in ambito industriale. Questa soluzione innovativa ha portato al </span><strong>deposito di una domanda di brevetto</strong><span> congiunta tra l'azienda </span><span>Idea Plast</span><span>, il </span><span>Politecnico di Torino</span><span> e </span><span>Nino Ventura</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«L'idea nasce da lontano, da quando oltre 15 anni fa mi trovai ad attraversare tutti i giorni una ferrovia dismessa. Fu allora che, attraversando i binari, cominciai a vedere una pista ciclabile» – ricorda l'artista</span><span> <strong>Nino Ventura</strong></span><span>. «Erano già molte le linee ferroviarie smantellate e trasformate in ciclovie, ma non volevo eliminare le rotaie: le volevo usare come supporto di una pista ciclabile costruita con moduli realizzati con materiali di riciclo e in grado di essere smontati qualora fosse necessario ripristinare il passaggio dei treni. Ho proposto questa mia idea al Politecnico e nel corso del tempo si è creato questo gruppo di lavoro che coinvolge anche Ecopneus per il riciclo dei pneumatici e l'azienda Idea Plast, specializzata nella realizzazione di materiali plastici con materiali di recupero. Oggi sono molto soddisfatto del risultato raggiunto».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Come capofila del progetto Ri-REVERSE, siamo orgogliosi di aver contribuito allo sviluppo di una soluzione innovativa che interpreta concretamente i principi dell'economia circolare. Fin da subito, il progetto ci ha entusiasmato per il suo forte valore strategico e ringraziamo tutti i partner per averci coinvolto e per la collaborazione in questi mesi. La riqualificazione delle linee ferroviarie dismesse rappresenta oggi un'opportunità significativa per il territorio, soprattutto in contesti ad alto valore paesaggistico e turistico. Questo ci ha spinto a sviluppare una soluzione che portasse con sé anche i temi di sostenibilità contribuendo a ridurre l'impiego di nuove risorse e a valorizzare modelli a basso impatto ambientale», spiega </span><strong>Alessandro Trentini</strong><span><strong>, </strong>Founder di Idea Plast.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La pluriennale esperienza di Idea Plast nella progettazione di stampi e prodotti in plastica riciclata ha permesso di concretizzare la soluzione, sviluppando componenti modulari efficienti, resistenti utilizzando materiali da riciclo.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Ri-REVERSE rappresenta per noi un esempio concreto di come la ricerca e l'innovazione possano tradursi in applicazioni reali, capaci di generare valore per il territorio e promuovere nuovi modelli di mobilità sostenibile.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Siamo lieti di aver supportato concretamente RI-REVERSE, progetto pienamente in linea con i principi dell'economia circolare e con l'impegno di Ecopneus, in particolare attraverso il finanziamento dello studio di fattibilità, essenziale per l'avvio e lo sviluppo dello stesso», dichiara </span><span>Giuseppina Carnimeo</span><span>, Direttore Generale di Ecopneus. «Come Ecopneus ci impegniamo infatti a valorizzare un materiale prezioso quale è la gomma riciclata da PFU, capace di tornare a nuova vita in molteplici applicazioni offrendo benefici a livelli economici e ambientali, a sostenere la ricerca e l'innovazione e contribuire allo sviluppo del mercato della gomma riciclata per il consolidamento di una filiera solida e di qualità».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il progetto Ri-REVERSE ha una durata biennale</span><span>: iniziato a settembre 2024, si concluderà a settembre 2026. Durante questo periodo verranno completate le fasi di progettazione, sperimentazione e validazione della ciclovia.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il bando Switch 2023 della Regione Piemonte</span><span> sostiene le attività di Ricerca, Sviluppo e Innovazione (RSI) delle imprese del territorio, favorendo l'avanzamento tecnologico e il trasferimento dei risultati verso applicazioni concrete.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il contributo della Regione ha consentito al progetto di raggiungere un livello di sviluppo validato sotto il profilo strutturale, tecnologico, architettonico e della sostenibilità ambientale ed economica, attraverso la realizzazione di un dimostratore in scala reale.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Il programma IRIDE prosegue il suo sviluppo: in orbita altri 8 satelliti Eaglet II</title>
<link>https://www.italia24.news/il-programma-iride-prosegue-il-suo-sviluppo-in-orbita-altri-8-satelliti-eaglet-ii</link>
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<description><![CDATA[ Agenzia Spaziale Europea (ESA), Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e OHB Italia proseguono con la costellazione satellitare IRIDE lanciando con successo altri 8 satelliti Eaglet II ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:03:30 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">Prosegue il dispiegamento della<span> </span><a href="https://www.asi.it/scienze-della-terra/iride/" target="_blank" rel="noopener">costellazione italiana<span> </span><strong>IRIDE</strong><span> </span></a>con il lancio di altri<span> </span><strong>otto satelliti Eaglet II</strong>, solo quattro mesi dopo il lancio dei primi otto satelliti avvenuto nel novembre 2025. IRIDE è una iniziativa che rientra nel programma promosso dal Governo italiano e coordinato dall’<strong>Agenzia Spaziale Europea</strong><span> </span>(ESA), con il supporto dell’<strong>Agenzia Spaziale Italiana</strong><span> </span>(ASI).</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">I nuovi satelliti Eaglet II sono progettati, integrati, testati e operati da<span> </span><strong>OHB Italia</strong><span> </span>che ospita anche il relativo Centro di Controllo (Flight Operation Segment).</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">Con questo nuovo lancio, la costellazione Eaglet II con<span> </span><strong>16 satelliti in orbita</strong>, rappresenta una delle sei che compongono il programma IRIDE e con questo nuovo lancio amplia, ulteriormente, il proprio contributo alla costellazione complessiva. Il pieno dispiegamento di Eaglet II è pianificato entro il 2026 con la messa in orbita di altri otto satelliti.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">I satelliti sono stati lanciati alle ore 13:02</span><span data-contrast="auto"> a bordo della missione condivisa<span> </span><strong>Transporter-16</strong><span> </span>con <strong>SpaceX </strong>dalla base Vandenberg Space Force Base in California. Dopo le operazioni di separazione, il Mission Control Center di OHB Italia a Roma ha acquisito regolarmente il segnale dei satelliti, dando avvio alle attività di messa in servizio.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">Il programma IRIDE è finanziato con un investimento da oltre un miliardo di euro provenienti dai fondi del PNRR e da fondi nazionali. Si configura come una “costellazione di sei costellazioni”, composta da satelliti eterogenei per tecnologia e capacità, prevedendo infrastrutture operative a terra finalizzate alla produzione di dati geospaziali. Oltre a fornire servizi alla pubblica amministrazione italiana, l’obiettivo di IRIDE è <strong>anche supportare la Protezione Civile e altre amministrazioni per contrastare il dissesto idrogeologico e gli incendi, tutelare le coste, monitorare le infrastrutture critiche, la qualità dell'aria e le condizioni meteorologiche</strong>. Il programma, inoltre, fornirà, dati analitici per lo sviluppo di applicazioni commerciali da parte di startup, piccole-medie imprese e industrie di settore.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto"></span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-contrast="auto">I satelliti Eaglet II rappresentano una nuova generazione di piattaforme compatte per l’Osservazione della Terra. In una massa totale di circa 25 kg, i minisatelliti imbarcano sensori ottici per l’acquisizione di immagini RGB, inoltre integrano anche la ricezione e ritrasmissione dei segnali AIS per il tracciamento delle navi, garantendo capacità di sorveglianza persistente e tempi di risposta molto rapidi.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span data-ccp-props="{" 335551550":6,"335551620":6}"=""></span></p>
<p style="text-align: left;">«Il lancio dei satelliti della costellazione Eaglet II di IRIDE rappresenta un altro passo molto importante per il programma, che vede ora in orbita ventiquattro satelliti -<i><span data-contrast="auto"> </span></i><span data-contrast="auto">afferma </span><b><span data-contrast="auto">Simonetta Cheli</span></b><span data-contrast="auto">, Direttore dei Programmi di Osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e Capo di ESA ESRIN - Q</span>uesto secondo lancio della costellazione Eaglet II ha portato in orbita altri otto satelliti, che si sono aggiunti agli otto già lanciati lo scorso 28 novembre permettendo il raggiungimento dell’obiettivo previsto dal PNRR 7 mesi in anticipo rispetto alla scadenza richiesta. Considerando anche gli otto satelliti della costellazione HEO messi in orbita nella prima metà del 2025, IRIDE raggiunge così il traguardo di 24 satelliti operativi in volo. centrando l’obiettivo previsto dal PNRR per il dispiegamento delle costellazioni. I dati satellitari acquisiti forniranno un supporto fondamentale per il monitoraggio e la tutela del territorio, la gestione delle risorse e la sicurezza nazionale. IRIDE è il risultato della collaborazione tra il Governo Italiano, l’ESA, l’Agenzia Spaziale Italiana e l’intero settore industriale spaziale nazionale. Il raggiungimento di questo nuovo traguardo è stato possibile grazie al contributo di tutti i team coinvolti. Desidero congratularmi in particolare con OHB Italia, Telespazio, OPTEC, Aresys e con tutte le aziende impegnate nella realizzazione della costellazione, oltre naturalmente al mio team che ne gestisce l’implementazione. Le costellazioni saranno completate con ulteriori lanci di Eaglet II e HEO previsti nel corso dell’anno e, a partire dal 2027, saranno affiancate da nuove costellazioni IRIDE sviluppate da altri gruppi industriali, ampliando ulteriormente le capacità del programma».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;"><b><span data-contrast="auto">Teodoro Valente</span></b><span data-contrast="auto">, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, commenta: «</span>La costellazione IRIDE procede secondo gli obiettivi prefissati e consolida il ruolo e la leadership tecnologica dell’Italia nel campo dell’Osservazione della Terra. La sinergia tra Agenzia Spaziale Italiana e Agenzia Spaziale Europea, grazie alla competenza della nostra industria spaziale nazionale, e gli investimenti del governo italiano in questo campo, ci sta consentendo di realizzare una costellazione che sarà in grado di rispondere, con oltre 60 nuovi satelliti multisensore ripartiti in diverse costellazioni, alle sfide necessarie per il monitoraggio e la tutela del nostro pianeta sempre più all’avanguardia, fornendo al contempo servizi di grande rilievo alla Pubblica Amministrazione. Il nuovo lancio è un passo importante anche per il raggiungimento degli obiettivi già sanciti dagli indirizzi di Governo in materia di spazio e aerospazio. La messa in orbita dei nuovi 8 satelliti si conferma ancor più significativa poiché evidenzia la capacità del sistema spaziale italiano di saper rispondere alle sfidanti tempistiche previste dall’utilizzo dei fondi PNRR, nonostante la complessità insita nella realizzazione di un asset satellitare».</p>
<p style="text-align: left;"><span data-ccp-props="{}"></span></p>
<p style="text-align: left;"><i><span data-contrast="auto">«</span></i>Questo nuovo lancio rappresenta un ulteriore passo concreto verso il pieno deployment della costellazione Eaglet II e conferma la solidità del contributo industriale di OHB Italia al programma spaziale nazionale di punta IRIDE – ha dichiarato l’Ing. <b>Roberto Aceti</b>, Managing Director di OHB Italia. – La continuità dei lanci, il rispetto delle tempistiche e le prestazioni dei satelliti dimostrano la maturità tecnologica raggiunta e la capacità di trasformare una visione strategica in un sistema operativo al servizio del Paese. Tale obiettivo sfidante è stato raggiunto grazie anche all’alta professionalità di tutta la nostra rete di partners e subcontractors che ci hanno sostenuto e affiancato lungo tutto il processo di implementazione. IRIDE si configura non solo come una missione spaziale, bensì come una infrastruttura abilitante per la sicurezza, la sostenibilità e la competitività dell’Italia, oggi e nel lungo periodo».</p>]]> </content:encoded>
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<title>Università di Padova e VIMM: aperte nuove prospettive per lo studio e la cura delle malattie del sistema nervoso</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-e-vimm-aperte-nuove-prospettive-per-lo-studio-e-la-cura-delle-malattie-del-sistema-nervoso</link>
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<description><![CDATA[ Una nuova tecnica per la generazione di neuroni a partire da cellule del paziente, messa a punto dall&#039;Università di Padova e dall&#039;Istituto Veneto di Medicina Molecolare, ha permesso di ottenere neuroni in soli 12 giorni anzichè in 6-8 settimane ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 12:35:07 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-2a9fdf63-7fff-b5ef-382c-95be500aa1b2" style="text-align: left;"><span><strong>Un approccio innovativo per generare i neuroni umani in modo più rapido, efficiente e sicuro rispetto ai metodi tradizionali</strong>, è stato messo a punto nei laboratori dell’<strong>Università di Padova e dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) </strong>da un team di ricerca coordinato dalla professoressa </span><strong>Onelia Gagliano</strong><span><strong>,</strong> del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’</span><span>Università di Padova</span><span>, e dalla professoressa </span><strong>Cecilia Laterza</strong><span>, del Dipartimento di Scienze Biomediche (DBS) dell’Ateneo patavino.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I risultati della ricerca sono stati pubblicati di recente sul «Journal of Molecular Neuroscience», in un articolo dal titolo </span><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s12031-025-02460-2" target="_blank" rel="noopener"><span>Early Reprogramming Intermediates Enable Direct Neuronal Conversion Via NGN2.</span></a></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I <strong>neuroni umani</strong> creati in laboratorio, a partire da cellule del paziente, sono fondamentali per studiare </span><span><strong>malattie del sistema nervoso come Alzheimer, Parkinson e SLA </strong>direttamente su <strong>cellule umane</strong>, e non solo su modelli animali.</span><span> Utilizzando le tecniche tradizionali, sono necessarie <strong>tra le 6 e le 8 settimane di tempo per trasformare le cellule somatiche</strong> – come ad esempio i fibroblasti della pelle – <strong>prima in cellule staminali pluripotenti e poi in neuroni.</strong> </span><span>Con la nuova tecnica messa a punto dal team di ricerca padovano, invece, <strong>soli 3 giorni sono sufficienti per una riprogrammazione parziale</strong>, seguiti da <strong>9 giorni di induzione neuronale, arrivando a </strong></span><strong>ottenere neuroni in soli 12 giorni totali</strong><span>. Il processo, inoltre, applicando la nuova strategia, comporta costi inferiori.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Si passa da un processo che può richiedere 6/8 settimane complessive, a poco meno di due settimane, evitando la completa stabilizzazione in uno stato pluripotente </span><span>– spiega la professoressa <strong>Onelia Gagliano</strong></span><span> –. Abbiamo inoltre identificato una “finestra temporale” di particolare plasticità cellulare: uno stato intermedio in cui la cellula non è più fibroblasto, ma non è ancora diventata una vera cellula staminale. È proprio in questa fase di transizione che essa risulta più “ricettiva” ai segnali che la guidano a diventare un neurone».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La ricerca è iniziata nel <strong>2020</strong> quando Gagliano e Laterza lavoravano come post-doc nel laboratorio del professor Nicola Elvassore e, unendo le rispettive competenze nel reprogamming e nel differenziamento neuronale, hanno il primo esperimento che ha funzionato. Da quell’intuizione iniziale è poi nato un progetto di ricerca strutturato, scritto da Gagliano e finanziato attraverso un grant STARS dell’Università di Padova.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il problema</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong>La possibilità di generare neuroni umani in laboratorio è fondamentale per poter studiare malattie del sistema nervoso direttamente su cellule umane</strong>, e non solo su modelli animali. Infatti, molte patologie neurologiche e neurodegenerative, come Alzheimer, Parkinson, SLA o disturbi del neurosviluppo, colpiscono cellule nervose che non sono facilmente accessibili nel paziente: non si possono prelevare neuroni dal cervello di una persona per studiarli. Per questo si prelevano cellule della pelle (tipicamente i fibroblasti) per creare in vitro modelli che riproducono, almeno in parte, le caratteristiche cellulari della malattia umana, oltre che per testare farmaci in modo più predittivo, personalizzato e preciso rispetto a un modello animale. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Le due strategie ad oggi più utilizzate però sono poco efficienti. La prima, la conversione diretta da fibroblasti a neuroni, richiede più fattori genetici e diverse settimane con una bassa efficienza, spesso inferiore al 5%. La seconda strategia prevede il passaggio da fibroblasti a cellule staminali pluripotenti (hiPSC) in 4 settimane e, successivamente, la loro differenziazione in neuroni in altre 2 o 3 settimane, e comporta rischi legati alla presenza di cellule staminali residue. Il risultato principale della ricerca dell’Università di Padova è aver dimostrato che bastano solo 3 giorni di riprogrammazione parziale per rendere le cellule della pelle dei pazienti competenti a trasformarsi in neuroni, attivando un solo gene chiave per lo sviluppo dei neuroni stessi (NGN2).</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Le applicazioni possibili</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sono diverse le applicazioni più promettenti della scoperta:</span><span> </span><span>generare neuroni da pazienti con patologie neurologiche per </span><span>studiarne i meccanismi</span><span>; </span><span>testare farmaci</span><span> su larga scala sui neuroni creati in laboratorio; valutare la risposta individuale a trattamenti specifici con sistemi di </span><span>medicina personalizzata</span><span>. La rapidità e la riduzione dei costi, inoltre, rendono questa strategia particolarmente interessante anche per </span><span>contesti industriali e biotech</span><span>.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I prossimi obiettivi</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La ricerca ora punta a nuovi obiettivi: valutare più a fondo la maturità funzionale dei neuroni ottenuti, per capire se alla fine di questo processo più veloce i neuroni sono già funzionanti; studiare la plasticità cellulare degli stati intermedi, per comprendere meglio come le cellule cambiano identità e quali modifiche epigenetiche (che cioè intervengono senza modificare il DNA) rendano le cellule così plastiche; applicare il protocollo a cellule di pazienti con malattie neurologiche, per verificarne l’utilità in modelli patologici reali e capire quindi se anche questo protocollo di differenziamento consente di replicare in vitro le caratteristiche della patologia di interesse.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Agroalimentare: il progetto Metrofood&#45;it rafforza la ricerca e l’innovazione nella filiera</title>
<link>https://www.italia24.news/agroalimentare-il-progetto-metrofood-it-rafforza-la-ricerca-e-linnovazione-nella-filiera</link>
<guid>https://www.italia24.news/agroalimentare-il-progetto-metrofood-it-rafforza-la-ricerca-e-linnovazione-nella-filiera</guid>
<description><![CDATA[ Nell&#039;ambito del progetto Metrofood-it finanziato dal PNRR,  sono state sviluppate metodologie a supporto di prodotti made in Italy come olio EVO e mozzarella ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202603/image_870x580_69c6685a4c47f.webp" length="109590" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:00:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">La ricerca scientifica può offrire strumenti e servizi a supporto di imprese e territori per rafforzare il settore agroalimentare che, con un fatturato di 660 miliardi di euro, rappresenta uno degli asset strategici del sistema economico italiano. È quanto ha dimostrato<span> </span><strong>Metrofood-it</strong>, il progetto PNRR a coordinamento<span> </span><strong>ENEA</strong><span> </span>che oggi ha fatto il bilancio della sua esperienza quadriennale in un evento a Roma, al quale hanno partecipato per ENEA, tra gli altri, la presidente Francesca Mariotti e la coordinatrice del progetto Claudia Zoani. Sono intervenuti anche rappresentanti del team di progetto che comprende <strong>l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM) e le università Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, Aldo Moro di Bari, Parma, Siena e Molise.</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Grazie a un <strong>finanziamento PNRR di 17,8 milioni di euro</strong>, Metrofood-it ha messo a disposizione dei partner nuove strumentazioni all’avanguardia, integrate con sistemi digitali avanzati basati su <strong>Internet of Things (IoT), intelligenza artificiale e blockchain</strong>, che hanno permesso di effettuare analisi di laboratorio con un grado di precisione maggiore rispetto al passato. È stato così possibile sviluppare metodologie per<span> </span><strong>verificare qualità, autenticità e origine</strong><span> </span>di alimenti quali<span> </span><strong>grano</strong>,<span> </span><strong>olio extra vergine di oliva</strong>,<span> </span><strong>mozzarelle di bufala<span> </span></strong>e<strong><span> </span>riso</strong>, oltre a prodotti a marchio quali il<span> </span><strong>pomodorino</strong><span> </span>del piennolo del Vesuvio DOP, la<span> </span><strong>mela</strong><span> </span>annurca campana IGP e il<span> </span><strong>limone</strong><span> </span>di Sorrento IGP.  I ricercatori Metrofood-it hanno lavorato anche allo sviluppo di soluzioni per il<span> </span><strong>packaging</strong><span> </span>sostenibile e lo<span> </span><em>smart farming</em>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Il rafforzamento della capacità di innovazione del comparto agroalimentare costituisce una priorità strategica per l’Italia, soprattutto in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione sui mercati, cambiamenti climatici e rapide trasformazioni tecnologiche», evidenzia la Presidente ENEA <strong>Francesca Mariotti</strong>. «Il finanziamento PNRR – aggiunge – ha consentito a Metrofood-it di rafforzare dotazioni strumentali, capitale umano e capacità di erogazione di servizi, a supporto della competitività delle imprese e della valorizzazione delle produzioni di qualità, con ENEA che riafferma una delle sue principali mission: mettere ricerca e innovazione al servizio dello sviluppo sostenibile del Paese».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Inoltre, Metrofood-it ha creato una rete di<span> </span><strong>living lab</strong><span> </span>diffusi sul territorio nazionale, dove gli stakeholder del mondo agroalimentare hanno la possibilità di toccare con mano il funzionamento delle nuove soluzioni tecnologiche e partecipare in modo diretto alla co-creazione di nuove attività. Sono state lanciate anche alcune<span> </span><strong>open call</strong><span> </span>per l’erogazione di servizi a beneficio di università, centri di ricerca e aziende, che hanno potuto utilizzare le<span> </span><strong>facility</strong><span> </span>di Metrofood-it per condurre esperimenti e studi scientifici e tecnologici. Infine, i ricercatori coinvolti nel progetto sono stati costantemente impegnati in azioni di formazione e nella divulgazione delle attività del progetto e delle tematiche di sicurezza e qualità alimentare, anche attraverso la partecipazione a eventi e manifestazioni rivolti ai consumatori.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«In questi anni Metrofood-it è riuscito a definire e testare processi e scenari per lo sviluppo di sistemi agroalimentari sostenibili e innovativi, accelerandone la digitalizzazione e migliorandone l’efficienza. Anche se ora il progetto si conclude, il percorso però continua nell’ambito dell’infrastruttura di ricerca europea Metrofood-ri, di cui Metrofood-it rappresenta il nodo nazionale», ha evidenziato la ricercatrice ENEA <strong>Claudia Zoani</strong>, coordinatrice di Metrofood-it.</p>]]> </content:encoded>
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<title>L&amp;apos;effetto MISOH: uno studio internazionale descrive come la luce interagisce con la materia quantistica</title>
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<description><![CDATA[ Un team di ricerca internazionale ha descritto l&#039;effetto MISOH, un modo finora sconosciuto in cui la luce interagisce con la materia quantistica, secondo il quale è possibile capire meglio l&#039;organizzazione elettronica interna del materiale ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 11:51:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Una <strong>collaborazione di ricerca internazionale</strong>, che ha visto per l'Italia il contributo -tra gli altri- del <strong>Cnr Spin e dell'Università di Padova, </strong>ha rivelato un fenomeno innovativo nel campo dei materiali quantistici, denominato <strong>Effetto MISOH (Multipolar-Induced Spin–Optical Helicity effect).</strong><span></span></p>
<p></p>
<p>Lo studio, pubblicato su<span> </span><strong>Advanced Materials</strong>, descrive un modo finora sconosciuto in cui la luce interagisce con la materia quantistica. Come spiegano <strong>Mario Cuoco</strong> (Cnr Spin) e <strong>Federico Mazzola</strong> (Università di Padova): «Quando la luce illumina questi materiali, genera elettroni con spin polarizzato, -una specie di piccola rotazione interna- orientato in modo preciso. La cosa sorprendente è che la direzione di questo spin dipende direttamente da come ruota la luce stessa, cioè dalla sua elicità, destra o sinistra. Questa risposta codifica informazioni profonde sull'organizzazione elettronica interna del materiale, offrendo nuove prospettive oltre le interazioni luce-materia tipiche dei magneti tradizionali».<span></span></p>
<p></p>
<p>L'Effetto MISOH apre la strada a un <strong>nuovo</strong> <strong>paradigma tecnologico</strong>, la "<strong>multipolartronica</strong>", per comprendere il comportamento della materia quantistica: «L'approccio della multipolartronica si fonda sull'analisi delle complesse interazioni tra lo spin degli elettroni e il loro movimento attorno agli atomi, le cosiddette interazioni spin–orbitali multipolari», proseguono gli autori. «Questo approccio differisce sia dall'elettronica convenzionale, basata sulla carica elettrica, sia dalla spintronica (che usa lo spin), sfruttando strutture più complesse degli elettroni all'interno dei materiali».<span></span></p>
<p></p>
<p>La ricerca, a cui hanno partecipato partner internazionali – come <strong>l'Università di Cracovia</strong>, il <strong>Sincrotrone Soleil di Parigi, e Università della California di Santa Barbara</strong> - e nazionali quali, oltre a <strong>Cnr-Spin e Università di Padova l'Istituto Officina dei Materiali del Cnr e l'Università di Salerno</strong> - ha studiato il fenomeno in particolare<span> </span>in un materiale con struttura kagome – cioè appartenente a una classe emergente di materiali quantistici dotato di una particolare geometria del reticolo elettronico<span>  </span>e della proprietà della superconduttività, il cui nome deriva dalla stretta somiglianza con la trama di fili di bamboo dei tradizionali cesti giapponesi. Le caratteristiche uniche di questo sistema non solo hanno permesso di osservare l'effetto, ma aprono anche la possibilità di generare fenomeni ancora più innovativi e di sviluppare nuove funzionalità nei materiali quantistici.<span></span></p>
<p></p>
<p>Questa scoperta, oltre a fornire un importante contributo fondamentale, apre la strada allo sviluppo di dispositivi ultraveloci ed energeticamente efficienti, con applicazioni che spaziano dai sensori ad altissima sensibilità a sistemi innovativi per l'elaborazione delle informazioni di nuova generazione.</p>
<p></p>
<p>Link della ricerca - F. Mazzola, W. Brzezicki, C. Bigi, et al., "<a href="https://advanced.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/adma.202522533" target="_blank" rel="noopener">Anomalous Spin-Optical Helical Effect in Ti-Based Kagome Metal</a>," Advanced Materials (2026): e22533.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>&amp;quot;I giovani e le scienze 2026&amp;quot;: premiati alla FAST di Milano gli studenti che rappresenteranno l&amp;apos;Italia alla finale europea di Kiel</title>
<link>https://www.italia24.news/i-giovani-e-le-scienze-2026-premiati-alla-fast-di-milano-gli-studenti-che-rappresenteranno-litalia-alla-finale-europea-di-kiel</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;edizione 2026 della selezione italiana di giovani talenti (14-20 anni) premiati dalla Commissione europea per il 37° EUCYS “Concorso dell’Unione europea dei giovani scienziati” con 40 stand di 87 finalisti tra invenzioni, prototipi, studi innovativi ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 10:13:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong>Un innovativo studio sul Radon, un nuovo sistema di AI per la leucemia pediatrica, un tool per analizzare come reagiscono le piante agli stimoli ambientali che aiuterà l’agricoltura sostenibile nel contrasto ai cambiamenti climatici</strong>: questi <strong>i tre progetti vincitori della 37° selezione italiana EUCYS 2026</strong>. Sono realizzati da studenti di <strong>Liguria, Lombardia e Lazio</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Rappresentano l’Italia alla finale europea che si tiene dal 22 al 27 settembre a Kiel in Germania tre progetti italiani premiati oggi a Milano presso la FAST in piazzale Morandi 2», </span><span>spiega il dott. <strong>Alberto Pieri</strong>, segretario generale FAST – Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, che organizza ogni anno per la Direzione Generale Ricerca della Commissione europea la selezione italiana di EUCYS. Nei tre giorni 21-23 marzo in piazzale Morandi 2 presso la FAST si è tenuta la mostra di ben </span><span>quaranta stand con invenzioni, prototipi, studi innovativi ideati da <strong>88 finalisti, 72 italiani e 16 dall’estero, studenti tra i 14 e i 20 anni</strong> provenienti da diverse regioni italiane e selezionati per il loro impegno e qualità.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Sono allievi delle scuole superiori che presentano soluzioni innovative molto interessanti in diversi ambiti: dalla tutela dell’ambiente, alla salute, a idee e prototipi utili per la vita di tutti i giorni; non manca l’intelligenza artificiale. E’ stato un compito molto difficile per la giuria decidere a chi conferire i premi e annunciare i vincitori il 23 marzo mattina alla presenza delle autorità del mondo scientifico e di rappresentanti delle istituzioni», dice il </span><span>dott. <strong>Alberto Pieri, </strong>segretario generale della FAST- Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«I quaranta esperti, componenti della Giuria», </span><span>spiega il presidente della Federazione ing. <strong>Federico Mazzolari</strong></span><span><strong>,</strong> «hanno scelto i progetti migliori preparati dai finalisti compresi sette contributi con invenzioni e studi di 7 ragazze e 9 ragazzi invitati dall’estero (Taiwan, Portogallo, Spagna, Turchia, Belgio, Brasile, Messico). Tra le invenzioni presenti ad esempio un interessante spray rimuovi-colla ottenuto dagli scarti di limone;</span><span> </span><span>un nuovo braccialetto smart per la mitigazione del tremore del Parkinson; un particolare metodo sostenibile e a basso costo per la rimozione di idrocarburi pesanti (C10–C40), sostanze derivate dal petrolio altamente persistenti, che compromettono gli ecosistemi acquatici e la biodiversità, soprattutto in aree portuali, proponendo l’impiego delle piume di pollo, abbondante sottoprodotto dell’industria avicola, come materiale adsorbente naturale; un innovativo sensore elettrochimico per il monitoraggio dei nitrati in acqua; biocoloranti da materiali di scarto per la produzione di energia; l’uso della lolla di riso per l’estrazione della silice da biomasse di scarto; sensori integrati su uno smartphone per la lettura del degrado stradale urbano a partire da segnali dinamici in condizioni reali. Inoltre quest’anno abbiamo una parità di presenze tra giovani scienziati di sesso maschile e femminile, il che dimostra come sia stata incrementata anche l’attenzione per le materie scientifiche nelle ragazze».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La <strong>FAST</strong> organizza la selezione nazionale su incarico della Direzione generale Ricerca della Commissione europea per valorizzare gli studenti meritevoli; i migliori sei con tre progetti rappresentano l’Italia alla finale di </span><span>“<strong>EUCYS- European Union Contest for Young Scientists 2026</strong>”</span><span> che quest’anno si svolge a <strong>Kiel in Germania (22–27 settembre 2026).</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il concorso è il più prestigioso per gli allievi dei licei e degli istituti tecnici; è l’unico <strong>promosso da tutte le istituzioni comunitarie (Parlamento, Consiglio e Commissione)</strong>; è condiviso dai governi degli Stati membri dell’Unione europea. In Italia il referente è il </span><strong>MIM-Ministero dell’istruzione e del merito</strong><span><strong> che lo ha inserito nel Programma “Io Merito” per la valorizzazione delle eccellenze</strong>; perciò i selezionati della FAST rientrano in tale albo e ricevono il compenso in denaro come chi ottiene la lode alla maturità. La manifestazione è pure parte dei programmi <strong>Co.Science ed Erasmus+.</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><a href="https://fast.mi.it/i-giovani-e-le-scienze/" target="_blank" rel="noopener">Ogni anno c’è in palio la possibilità di essere selezionati per poter accedere ed essere accreditati</a> per le più prestigiose competizioni internazionali sui temi scientifici e ricevere riconoscimenti e attestati di merito. I migliori poi vanno alla finale europea dove possono competere per quattro premi</span><span> da 7mila euro, quattro da 5mila euro e quattro da 3.500 euro</span><span>. Ma ci sono pure ISEF e GENIUS Olympiad negli USA, LIYSF e IGO a Londra, MOSTRATEC in Brasile, 1923 IMSEF in Turchia, TISF a Taiwan, SJWP in Svezia, WYSII a Bali in Indonesia, IEYI in Cina, IWRW e ISTF in Svizzera, Expo Sciences in Belgio, Francia, Lussemburgo, Paesi baschi e Portogallo.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span><strong>I premi e i progetti della selezione italiana del concorso europeo "I giovani e le scienze 2026", FAST - Commissione Europea, suddivisi per regione:</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE CALABRIA</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto : “<strong>HERMES -Sistema elettrico di monitoraggio risonante a energia ibrida</strong>”, hanno vinto una <strong>medaglia d'argento</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore : <strong>Matteo Piccolo</strong> (2010),  <strong>Liceo scientifico Bernardino Gaetano Scorza, Cosenza</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span> : </span><span><strong>HERMES (Hybrid Energy Resonant Monitoring Electrical System)</strong> è un progetto di sistema per il <strong>monitoraggio industriale autonomo basato sul recupero di energia dalle vibrazioni del macchinario stesso.</strong> Il dispositivo utilizza un sistema meccanico risonante inerziale capace di auto-accordarsi in modo puramente fisico e passivo alla frequenza di vibrazione del macchinario, senza l’uso di elettronica attiva per il controllo. <strong>L’energia meccanica viene convertita in energia elettrica</strong> attraverso una doppia via di generazione elettromagnetica e piezoelettrica, accumulata in un supercondensatore e utilizzata per alimentare sensori di monitoraggio a basso consumo. <strong>L’obiettivo del progetto è eliminare l’uso di batterie e la necessità di manutenzione periodica, </strong>rendendo possibile un monitoraggio continuo finché il macchinario è in funzione. In questa fase HERMES è presentato come concept pre-dimensionato: non è ancora stato realizzato un prototipo funzionante, ma la fattibilità del sistema è valutata tramite modelli semplificati e confronto con la letteratura sull’energy harvesting da vibrazioni. Il progetto definisce inoltre con chiarezza i passaggi necessari alla futura validazione sperimentale.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE EMILIA ROMAGNA</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: <strong>“Smart Sunflower” – </strong></span>hanno vinto un posto a Porto Science Fair, Portogallo dal 28-30 maggio 2026</p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori : <strong>Matilde Mora</strong> (2008), <strong>Ares Spotti</strong> (2008), <strong>Liceo scientifico Giacomo Ulivi, Parma</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto consiste nella realizzazione di un <strong>sistema automatizzato a inseguimento solare </strong>e finalizzato all’illuminazione e irrigazione di una piccola serra. Il pannello solare, home made e dotato di una fotoresistenza, viene montato su un supporto che alloggia due step motor. Il segnale della fotoresistenza viene inviato a una scheda Arduino che movimenta il pannello e stabilisce la posizione di massima illuminazione del pannello stesso. Una seconda scheda Arduino riceve i dati da due sensori di umidità e comanda due pompette per automatizzare l’irrigazione delle piantine di fragole. Entrambe le schede Arduino sono alimentate dal pannello solare. Il codice Arduino è originale, scritto dai due studenti del liceo Giacomo Ulivi.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: <strong>“RiCiclo Termomagnetico. Produrre energia meccanica dal calore di scarto con una ruota di Curie” - </strong>hanno vinto una <strong>medaglia d’oro </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Bianca Botti</strong> (2008), <strong>Anna Ferretti</strong> (2008), <strong>Edoardo Panara</strong> (2008), <strong>Liceo scientifico Giacomo Ulivi, Parma</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>Oggi, uno dei più grandi problemi a livello mondiale è la sostenibilità della produzione di energia, la cui crescente richiesta (e la conseguente produzione) è strettamente collegata con l’aumento del riscaldamento globale. Infatti, la prima modalità per ottenere energia elettrica è ancora quella dei combustibili fossili che creano enormi quantità di sostanze inquinanti con conseguenze disastrose per il clima del pianeta. Si parla, quindi, di transizione energetica alle fonti rinnovabili, come l’eolico, l’idroelettrico o il fotovoltaico. Ma tutte le macchine che producono lavoro (centrali elettriche, motori, ecc.), indipendentemente dalla fonte di energia, disperdono la metà dell’energia prodotta sotto forma di calore (alla quale si somma un altro 20% disperso in altri modi). Per riuscire a rendere la conversione di energia più efficiente, è fondamentale riuscire a recuperare almeno in parte il calore di scarto generato durante il processo. Gli studenti del Liceo Uliti suggeriscono un <strong>prototipo di generatore di energia che produca energia meccanica (poi convertita in elettricità) grazie a un ciclo termodinamico che ha una sorgente calda a temperatura bassa</strong>. Ciò è possibile sfruttando le <strong>proprietà termomagnetiche delle leghe Heusler</strong>: questi materiali ferromagnetici, infatti, hanno la particolarità di smagnetizzarsi a temperature molto basse (bassa temperatura di Curie), il che permette di costruire un sistema che sfrutta questa caratteristica per mettere in moto un rotore (ruota di Curie). Grazie alla collaborazione con <strong>l’Istituto dei Materiali per l’Elettronica e il Magnetismo (CNR- IMEM)</strong> viene realizzato un prototipo originale basato sul principio della ruota di Curie che sfrutta come fonte di calore l’acqua riscaldata a 50°C circa. L’energia termica fornita dall’acqua simula il calore di scarto di una potenziale macchina termica che, nelle intenzioni, può diventare una nuova fonte di energia, aumentando in questo modo il rendimento della macchina.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto : “<strong>Moringa - il filtro che la natura ci dona</strong>” - hanno vinto un posto alla manifestazione <strong>SJWI a Stoccolma in Svezia dal 24 al 28 agosto 2026</strong>, un certificato di merito <strong>RICOH</strong> e il loro stand è stato il più votato.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Paolo Chiusa</strong> (2008), <strong>Isabella Reboli</strong> (2008), <strong>Istituto Tecnologico Agrario Giovanni Ranieri, Piacenza</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>L'emergenza idrica globale risiede sia nella scarsità d'acqua, sia nella difficoltà di accesso a fonti sicure. Con questa consapevolezza, i due studenti dell'istituto Agrario applicano la <strong>ricerca biotecnologica a una risorsa naturale</strong>, <strong>creando uno strumento per la salute pubblica che permette alle comunità di gestire autonomamente la propria risorsa idrica</strong>. Il fulcro dell'innovazione è la <strong>Moringa oleifera</strong>, pianta resiliente diffusa nelle zone rurali africane. Attraverso test di laboratorio viene validato il potere dei suoi semi, le cui particolari proteine agiscono come un “magnete” naturale (azione flocculante) capace di sedimentare impurità e batteri. Viene inoltre estesa la sperimentazione alla chimica ambientale, testando con successo la capacità della Moringa di adsorbire inquinanti emergenti e persistenti come i PFAS, spesso presenti nei contesti industrializzati. Il collaudo del prototipo realizzato da Isabella e Paolo conferma i dati sperimentali, da cui si evince un abbattimento della carica batterica del 99%.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Su queste basi viene sviluppato un <strong>depuratore domestico artigianale replicabile in contesti di emergenza</strong>. Il sistema prevede una tanica da 25 litri collegata ad un imbuto con una specifica sequenza filtrante: uno strato di sabbia per la filtrazione grossolana, seguito da una falda di cotone, una cialda di semi di Moringa sfarinati e un ultimo strato di cotone. L’acqua, attraversando questa stratificazione, si purifica per caduta. Il dispositivo funziona senza elettricità, utilizza materia prima a costo zero e non richiede competenze tecniche. Si dimostra così che, con competenze agrotecniche e risorse locali, è possibile garantire il diritto all'acqua potabile anche nei contesti più fragili.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Spray rimuovi colla ottenuto dagli scarti di limone</strong>” - hanno vinto un posto alla manifestazione <strong>Genius Olympiad a Rochester, New York (8 – 13 giugno 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori : <strong>Lina Ait Azzi</strong> (2008), <strong>Mattia Laurini</strong> (2008), <strong>I.S.I.S. Arturo Malignani, Udine</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: L’obiettivo del progetto è <strong>formulare un solvente ecologico, economico ed efficiente per la rimozione di residui adesivi</strong>. La formula si basa sui principi dell’economia circolare, valorizzando <strong>scarti alimentari</strong> (bucce di limone) per l’estrazione del D-limonene, combinato con del bicarbonato e un’emulsione di lecitina. Lo spray, usato dai due studenti del Malignani, a differenza dei prodotti commerciali, è completamente <strong>biodegradabile</strong>, non tossico e privo di Composti Organici Volatili (VOC) di origine petrolchimica.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Pectina - alla base delle nuove biocolle per legno</strong>” hanno un posto alla <strong>manifestazione TISF a Taipei a Taiwan a gennaio 2027,</strong> e un Certificato di merito <strong>ADACI-ADACI Formanagement</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrici : <strong>Giusy Perretta</strong> (2008), <strong>Serena Xia</strong> (2008), <strong>I.S.I.S. Arturo Malignani, Udine</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto nasce dalla volontà di <strong>trovare un’alternativa alla formaldeide nelle colle per legno,</strong> al fine di <strong>ridurre l’inquinamento</strong>, soprattutto indoor, ad essa correlato. Sfruttando materie prime naturali, quali la pectina, l’acido acetico e l’acqua viene prodotta una valida ed efficace formulazione idonea per l’assemblaggio di componenti in legno. Tali sostanze non presentano tossicità per l’uomo e sono di facile reperibilità, costituendo un’alternativa strategica per favorire l’implementazione di un’economia circolare, ridurre l’impatto ambientale e tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Quanto detto in precedenza soddisfa anche gli obiettivi 3.9, 4.7, 8.8 e 12 dell’Agenda ONU 2030 che mirano a ridurre i decessi causati da sostanze pericolose, come la formaldeide, far acquisire conoscenze e competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile, favorire un ambiente di lavoro sicuro e garantire modelli sostenibili di lavoro e consumo.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto : “<strong>QU WIND - L’algoritmo di machine learning quantistico per la previsione del vento</strong>” </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore : <strong>Matteo Bortolin</strong> (2008), <strong>Licei Pujati, Pordenone</strong> – hanno vinto una <strong>medaglia d’argento</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Fino agli ultimi decenni il processo di previsione meteorologica si è affidato allo studio di fattori, come la propagazione nuvolosa, le differenze di pressione e la direzione del vento, basando l’analisi delle variabili esclusivamente in funzione del presente. Sebbene tale metodologia permetta di avere una completa visione degli esiti più probabili nel futuro immediato, le misurazioni passate vengono poco considerate quando, invece, garantirebbero una previsione migliore più accurata. È qui che QuWind entra in gioco: un <strong>algoritmo di Machine Learning quantistico fondato sugli stati di disuguaglianza tipo-Bell CHSH</strong>. Gli stati quantistici, allenati sui dati meteorologici di un set di dati standardizzati, sono capaci di eccitarsi al rilevamento di determinate variabili ricorrenti. QuWind è dunque capace di fornire previsioni particolarmente accurate fino ad un arco temporale massimo di 2 settimane basandosi puramente sull’analisi delle misurazioni di velocità e direzione del vento nelle due precedenti.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE LAZIO</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Luxemia - sistema di supporto decisionale clinico basato sull’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione del trattamento della leucemia pediatrica</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Jacopo Martelli</strong> (2008), <strong>Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, Roma -</strong> <strong>rappresenterà l’Italia alla finale europea EUCYS 2026 a Kiel, Germania (22-27 settembre 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Ogni anno in Italia circa 500 bambini ricevono una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta, il tumore più comune in età pediatrica. I medici devono prendere decisioni critiche: quale terapia scegliere? Intensificare il trattamento rischiando effetti collaterali gravi o mantenere un approccio standard rischiando la recidiva? Oggi queste scelte si basano su sistemi che considerano pochi fattori e non riescono a prevedere con precisione quali bambini sono davvero ad alto rischio. Luxemia è un sistema di intelligenza artificiale che aiuta oncologi pediatrici a prendere decisioni più precise e personalizzate. Analizza simultaneamente 47 caratteristiche di ogni paziente: dati genetici, dati clinici e risposta al trattamento per calcolare il rischio di recidiva.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>A differenza dei sistemi tradizionali basati su regole rigide, Luxemia apprende le interazioni complesse tra questi fattori. I risultati sono promettenti: <strong>Luxemia prevede correttamente, su dati sintetici, quali pazienti svilupperanno una recidiva</strong>. In termini concreti, potrebbe prevenire 10–15 recidive ogni anno in Italia ed evitare trattamenti eccessivamente aggressivi in 20–30 bambini. Un elemento distintivo è la trasparenza: per ogni predizione, il sistema mostra quali fattori hanno influenzato la decisione, permettendo ai medici di valutarne la coerenza clinica. Il progetto nasce da una revisione sistematica di oltre 150 studi scientifici e da collaborazioni con un mentore dalla University of Virginia. La prossima fase prevede la validazione su dati reali in collaborazione con centri AIEOP e partner internazionali. Luxemia dimostra l’applicabilità concreta dell’intelligenza artificiale in ambito clinico, con potenziale di espansione globale. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE LIGURIA</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Dall’impatto del Radon alla previsione futura: le diverse sfumature della radioattività ambientale</strong>” - <strong>rappresenterà l’Italia alla finale europea EUCYS 2026 a Kiel, Germania (22-27 settembre 2026)</strong> e ha vinto la partecipazione a <strong>Medicea Education a Firenze il 16 aprile 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Nicola Trucco</strong> (2009), <strong>Scuola Germanica di Genova</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Ogni giorno, senza rendercene conto, viviamo immersi nella <strong>radioattività ambientale:</strong> un fenomeno naturale e non pericoloso. Nicola approfondisce l’indagine del fenomeno fisico, <strong>misurando diverse combinazioni delle radiazioni alfa, beta e gamma, nonché la concentrazione del gas radon</strong>. Grazie a queste misure, condotte prevalentemente con strumenti progettati e costruiti in autonomia, si possono verificare fenomeni già noti in letteratura e, soprattutto, giungere ad alcune osservazioni originali. La scarsa correlazione fra i diversi tipi di radiazione e con la concentrazione del radon evidenzia che, almeno sul balcone dove erano installati gli strumenti, i fenomeni che contribuiscono alla radioattività ambientale sono molti.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Lo studio, infatti, dimostra che, contrariamente a quanto si legge spesso, la presenza del radon, favorita dal vento che proviene dagli Appennini alle spalle di Genova, non è la causa dominante della radioattività. Inoltre viene mostrato che, introducendo precise informazioni sul vento e la pioggia, le variabili meteo consentono di stimare con buona accuratezza sia i diversi tipi di radiazione, sia la concentrazione del radon. Per la prima volta si introduce nella letteratura scientifica <strong>un metodo per prevedere la radioattività futura.</strong> Una rete neurale LSTM, ricevendo in ingresso i valori della radioattività negli ultimi 6 giorni, unitamente a quelli delle variabili meteo (essenziali per raggiungere una buona accuratezza), può stimare la media della radioattività nei due giorni successivi.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE LOMBARDIA</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Entalpia - un concept di sistema di climatizzazione passiva per edifici a PCM termochimici e flussi bifase gas-solido</strong>” ha vinto un posto alla <strong>manifestazione IWRW a Svizzera (13-20 giugno 2026) </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Fabio Stefanoni</strong> (2008), <strong>I.S. Enrico Fermi, Mantova</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>Il sistema Entalpia punta a creare un <strong>metodo di gestione termica passiva ad alta efficienza energetica, applicabile a edifici residenziali, commerciali e spazi chiusi</strong>. Si tratta di un circuito termodinamico chiuso che minimizza le perdite di calore e ottimizza l’interazione tra il PCM e l’ambiente circostante tramite superfici di contatto adeguate. Il principio operativo sfrutta materiali a cambiamento di fase (PCM) capaci di accumulare energia termica sotto forma di calore latente. La scelta di questo materiale può essere effettuata basandosi sulle condizioni climatiche e stagionali, regolando la densità energetica accumulabile. La selezione del materiale non considera solo il punto di fusione e la capacità termica, ma anche la stabilità chimica e la durata ciclica, garantendo un funzionamento affidabile e duraturo nel tempo. I principali vantaggi comprendono il mantenimento di temperature stabili, evitando picchi termici, il miglioramento del comfort ambientale e dell’impronta energetica complessiva. Questo materiale può essere contenuto in appositi pannelli che possono essere inseriti nelle pareti o nel soffitto.  Entalpia trasforma il calore disponibile in una risorsa controllata, abbattendo costi energetici e riducendo l’impatto ambientale. Il progetto considera anche la scalabilità e la facilità di integrazione negli edifici contemporanei.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Una questione di stress</strong>” hanno vinto un posto alla <strong>manifestazione IGO a Londra (14-20 giugno 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrici: <strong>Angelica Cotta Ramusino</strong> (2008), <strong>Alice Freguglia</strong> (2008), <strong>Giulia Trotti</strong> (2008), <strong>I.I.S. Caramuel – Roncalli, Vigevano</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong></strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: In un mondo segnato dal cambiamento climatico in cui la scarsità d'acqua e la salinizzazione dei suoli minacciano l'agricoltura e la sicurezza alimentare globale, la ricerca scientifica assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo di nuove strategie atte a fronteggiare le criticità climatiche trasformando così le sfide ambientali in un’opportunità di innovazione. In questa prospettiva, il progetto delle tre ragazze analizza <strong>le risposte fisiologiche delle piante a condizioni di stress ambientale, mettendo a confronto l’agricoltura tradizionale con la coltivazione idroponica, considerata una delle principali frontiere tecnologiche per un futuro sostenibile</strong>. La pianta scelta per l'esperimento è la varietà di <strong>pomodoro Micro Tom</strong>, un modello ideale per la ricerca indoor grazie alle sue dimensioni ridotte e al ciclo di crescita rapido. Il cuore della ricerca è il <strong>dosaggio della prolina</strong>, un amminoacido che le piante producono e accumulano in grande quantità come meccanismo di protezione naturale in situazione di stress idrico. Attraverso due fasi sperimentali, le piante vengono sottoposte a concentrazioni crescenti di soluzioni saline e confrontate con un gruppo di controllo irrigato esclusivamente con acqua e con un gruppo coltivato in sistema idroponico. L’analisi spettrofotometrica condotta sugli estratti delle lamine fogliari dei diversi campioni di piante ha evidenziato un maggiore accumulo e produzione negli esemplari sottoposti a stress salino; tale risultato, chiaro indice di stress metabolico da parte delle piante, conferma sperimentalmente l’ipotesi teorica, fornendo dati oggettivi a supporto del ruolo della prolina come indicatore biochimico di stress.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>PlantLeaf - parola alle piante</strong>” - <strong>rappresenterà l’Italia alla finale europea EUCYS 2026 a Kiel, Germania (22-27 settembre 2026</strong>) e un posto per <strong>Medicea Education a Firenze il 16 aprile 2026 </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Abdoellah El Makkaoui</strong> (2010), <strong>Frida Tirari</strong> (2009), <strong>Tommaso Vaninetti</strong> (2009), <strong>Istituto Aeronautico Antonio Locatelli, Bergamo</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>Le piante esistono da più tempo di qualsiasi altro organismo vivente, eppure la loro complessità e il loro ruolo ecologico sono spesso sottovalutati. Il progetto mira a <strong>indagare le risposte delle piante oltre le loro caratteristiche visibili, analizzando segnali interni generati in reazione a stimoli ambientali</strong>. Ispirandosi a recenti studi sul comportamento delle piante, gli studenti del Locatelli esplorano se esse producano segnali misurabili che possano essere rilevati e interpretati. Il progetto si concentra sull’acquisizione e sull’analisi di segnali elettrici e acustici, che alcune piante emettono quando vengono stimolate. L’obiettivo non è attribuire coscienza alle piante, ma <strong>verificare se tali segnali possano fungere da indicatori affidabili degli stati fisiologici</strong>. Attraverso lo sviluppo di un sistema a basso costo, non invasivo e scientificamente rigoroso, gli autori mirano a trovare applicazioni nel monitoraggio ambientale e nell’agricoltura sostenibile, stimolando al contempo l’interesse per questo campo di ricerca emergente e incoraggiando ulteriori approfondimenti sulle interazioni tra piante e ambiente, promuovendo così una maggiore consapevolezza e rispetto per il mondo naturale.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE MARCHE</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Feathertech – Innovazione sostenibile per la bonifica di acque contaminate da idrocarburi</strong>” </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Eva Consoli</strong> (2008), <strong>Mathias Graziosi</strong> (2008), <strong>Luca Santarelli</strong> (2008), <strong>I.I.S. Galileo Galilei, Jesi (AN)</strong> – hanno vinto un posto per <strong>Regeneron ISEF, USA , Phoenix, AZ (9-15 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>La ricerca affronta il <strong>problema dell’inquinamento marino da idrocarburi pesanti</strong> (C10–C40), sostanze derivate dal petrolio altamente persistenti, che compromettono gli ecosistemi acquatici e la biodiversità, soprattutto in aree portuali. Questi contaminanti, provenienti in gran parte da attività antropiche, formano film superficiali, si accumulano nei sedimenti e generano effetti tossici, mutageni e cancerogeni lungo la catena trofica. L’obiettivo dello studio è <strong>individuare un metodo sostenibile e a basso costo per la rimozione di tali composti, proponendo l’impiego delle piume di pollo, abbondante sottoprodotto dell’industria avicola, come materiale adsorbente naturale</strong>. Le piume, costituite da cheratina idrofoba e resistente, sono in grado di catturare efficacemente idrocarburi grazie alla loro struttura proteica e lipidica, offrendo anche un’opportunità di valorizzazione circolare di un rifiuto zootecnico. Le prove sperimentali condotte su acqua di mare contaminata (100 mg/L di olio e gasolio) evidenziano una capacità adsorbente media del 76%, superiore a quella di PVC o paglia d’orzo, senza rilascio di microplastiche o sostanze indesiderate. Le piume mantengono inoltre buone prestazioni dopo cicli di desorbimento mediante trattamento in esano, con efficienza di recupero superiore al 95%. Sulla base dei risultati viene progettato un prototipo di skimmer ecologico dotato di filtro a piume di pollo e pompa fotovoltaica, accoppiato a un sistema di rigenerazione a ciclo chiuso con solventi ecologici. Questa soluzione integra sostenibilità, efficacia e basso impatto ambientale, configurandosi come un modello innovativo per la bonifica continua o d’emergenza delle acque marine contaminate da idrocarburi.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Fungus for future</strong>” hanno vinto un posto per <strong>LIYSF a Londra (19 luglio - 1°agosto 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Simone Lolli</strong> (2007), <strong>Edoardo Maria Pecci</strong> (2007), <strong>Caterina Pierandrei</strong> (2007), <strong>Liceo scientifico Leonardo da Vinci, Jesi (AN) </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>In un'epoca segnata da sfide climatiche senza precedenti, la sostenibilità ambientale rappresenta una necessità imprescindibile per garantire la resilienza degli ecosistemi e il benessere delle generazioni future. La ricerca si basa su un <strong>approccio innovativo volto alla creazione di un rilevatore organico per promuovere un'economia circolare.</strong> Essenza del progetto è impiegare <strong>cellule viventi, in particolare funghi, e utilizzarli come mediatori</strong>, convertendo <strong>segnali elettrici</strong> in <strong>digitali</strong>. Il fungo è un organismo fondamentale per il funzionamento degli ecosistemi terrestri, infatti il fine del progetto è creare un circuito elettrico mediato da un fungo per monitorare e misurare le variazioni del segnale elettrico prodotte dal fungo stesso. Caterina, Edoardo e Simone propongono un <strong>prototipo di centrale di rilevamento di segnali ambientali bypassando i modelli convenzionali e utilizzando i funghi come mediatori di segnali</strong>. Progettano un sensore a impatto zero che genera una grandezza elettrica tramite le ife del fungo Pleurotus ostreatus, il quale crea relazioni simbiotiche con alcune piante, aumentando l’apporto di acqua e sostanze nutritive in cambio di carboidrati attraverso le ife che formano una rete sotterranea. L’obiettivo è creare le condizioni ideali per la crescita del fungo, guidarne la crescita in un substrato creato in laboratorio all’interno di una piastra e analizzare la variazione della risposta biologica in relazione all’ambiente in cui si trova. Il progetto, se lanciato sul mercato, può avere impatti positivi, quali l’ottimizzazione dell’uso delle risorse naturali e la riduzione dei costi operativi del monitoraggio ambientale.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE PIEMONTE</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>WEC Technology – bio coloranti da materiali di scarto per la produzione di energia</strong>” – hanno vinto la partecipazione a <strong>ExpoSciences AMLAT Medellin in Colombia (9-14 novembre 2026), un posto per Expo Science Belgio nel marzo 2027 e per Medicea Education a Firenze il  16 aprile 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Massimo Cassola</strong> (2009), <strong>Melissa Macchiagodena</strong> (2008), <strong>Federica Zanotti</strong> (2008), <strong>I.I.S. Guglielmo Marconi, Tortona (AL)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>Il progetto riguarda le <strong>celle solari sensibilizzate a colorante (DSSC)</strong>, una <strong>tecnologia innovativa e sostenibile al fine di</strong> <strong>dimensionare un kit modulare destinato ad un’Organizzazione non Governativa per la generazione di energia elettrica ad uso domestico</strong>. Nei paesi in via di sviluppo spesso l’accesso alla rete elettrica è limitato o assente: soluzioni come le DSSC possono migliorare significativamente la qualità della vita e favorire lo studio serale e l’istruzione. Gli autori realizzano in laboratorio dei prototipi di celle di Grätzel, composte da un foto-elettrodo in vetro conduttivo FTO rivestito di biossido di titanio e sensibilizzato con coloranti naturali estratti da materiali di scarto. Il contro-elettrodo viene ottenuto utilizzando un vetrino ricoperto da uno strato di argento. Dopo l’assemblaggio, le celle sono parametrizzate per valutarne le prestazioni, confrontando il loro ipotetico funzionamento in due contesti diversi: Tortona, in Italia, e Agadez, in Niger, per analizzare l’influenza delle condizioni ambientali sull’efficienza. I pannelli dei kit progettati con DSSC possono fornire energia sufficiente per illuminazione a LED e ricarica di piccoli dispositivi elettronici. La trasparenza delle celle, la sostenibilità dei materiali di scarto alla base dei coloranti e la possibilità di integrazione in superfici vetrate le rendono una soluzione promettente per aree prive di rete elettrica, combinando innovazione scientifica e impatto sociale.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>R.I.S.</strong></span><strong>2 </strong><span><strong>– Recupero innovativo e sostenibile di silice</strong>” hanno vinto un posto per <strong>Exposcience Occitanie, a Tolosa (3-4 giugno 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Lucio Dusio</strong> (2009), <strong>Emanuele Romano</strong> (2009), <strong>Martina Vallongo</strong> (2008), <strong>I.S. Ascanio Sobrero, Casale Monferrato (AL) </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>La lolla di riso è un sottoprodotto agricolo abbondante e rinnovabile, ricco di silice amorfa, che può essere valorizzato come alternativa sostenibile alle fonti minerali convenzionali di SiO₂. In questo lavoro viene sviluppato un <strong>processo innovativo per l’estrazione della silice da biomasse di scarto, basato su pre-trattamento acido, combustione controllata, estrazione alcalina e precipitazione acida, con l’obiettivo di ridurre il consumo energetico e l’impatto ambientale dei processi tradizionali</strong>. La silice ottenuta viene caratterizzata mediante diffrazione a raggi X, spettroscopia FT-IR, Dynamic Light Scattering e spettrofotometria UV-Vis. Le analisi confermano la natura amorfa del materiale, l’elevata purezza e la presenza di gruppi silanolici superficiali, responsabili di una spiccata attività adsorbente.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Le prove di adsorbimento su soluzioni di coloranti cationici evidenziano efficienze di rimozione superiori al 99% già a brevi tempi di contatto. La biosilice estratta è impiegata per la sintesi di materiali avanzati ad alta porosità, quali aerogel a matrice amido-silice, ottenuti mediante liofilizzazione. Le caratteristiche strutturali di tali materiali, quali bassa densità ed elevata porosità, risultano particolarmente idonee per applicazioni di isolamento termico sostenibile. Il lavoro si inserisce in un’ottica di economia circolare, valutando possibili strategie di recupero della CO₂ prodotta, al fine di ridurre l’impatto ambientale del processo.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Turol 34 – Trapping Technology &amp; PFAS Monitoring</strong>” hanno vinto un posto per <strong>WYSII a Bali, Indonesia a gennaio 2027, e a ISTF a febbraio 2027 e a Medicea Education a Firenze in data 16 aprile 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrice: <strong>Maddalena Ghiselli</strong> (2006), <strong>I.T.I. Giuseppe Omar, Novara</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>Il progetto sviluppa una <strong>valvola filtrante avanzata per impianti idrici domestici in grado di rimuovere efficacemente i PFAS dall’acqua potabile</strong>. Il sistema utilizza un materiale assorbente sostenibile a base di biochar, ottenuto da lolla di riso e tutolo di mais e opportunamente attivato chimicamente e funzionalizzato con nanoparticelle magnetiche e β-ciclodestrine. Si garantisce così un assorbimento selettivo di PFAS a catena lunga e corta che consente la rigenerazione e il recupero del materiale tramite separazione magnetica. Il biochar è prodotto mediante pirolisi in atmosfera inerte (600–750 °C) e successiva attivazione con KOH, al fine di incrementare area superficiale, microporosità e affinità verso i composti perfluoroalchilici attraverso interazioni idrofobiche ed elettrostatiche. La valvola integra inoltre un sistema di monitoraggio in tempo reale, basato su un sensore costituito da nanoparticelle d’oro funzionalizzate con β-ciclodestrine, incapsulate in alginato di sodio, per il rilevamento selettivo di PFAS nell’acqua in uscita. Il materiale viene caratterizzato mediante BET, FTIR e SEM, mentre le prestazioni adsorbenti sono valutate con prove batch PFOA. Il progetto propone una soluzione efficiente, rigenerabile e a basso impatto ambientale, in linea con i principi dell’economia circolare e adatta all’uso domestico.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Estendere l’impossibile: nuovo tool matematico per sistemi complessi</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Alessandro Bellini</strong> (2007), <strong>Liceo scientifico Galileo Galilei, Alessandria</strong> – Ha vinto un posto per <strong>Regeneron ISEF, USA, Phoenix, AZ (9-15 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>Dall’analisi di un problema concreto nei sistemi di Intelligenza Artificiale e nelle reti neurali avanzate, ovvero l’ottimizzazione e la stabilità di modelli definiti in spazi complessi e multidimensionali, nasce una nuova teoria matematica che affronta limiti applicativi e mai risolti in modo generale nel calcolo moderno: l’assenza di un concetto di integrazione realmente universale per funzioni complesse e quaternioniche, specialmente in contesti non commutativi. I metodi classici di integrazione risultano spesso dipendenti dal cammino, validi solo per classi ristrette di funzioni o inadatti a descrivere la dinamica matematica sottostante ai moderni algoritmi di apprendimento.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Per rispondere a questa lacuna teorica Alessandro sviluppa una <strong>nuova teoria matematica</strong> che introduce il concetto di Primitiva Vera, definita come una primitiva intrinseca coerente con la struttura geometrica e algebrica dello spazio e indipendente dal percorso di integrazione. Questa costruzione consente di risolvere il problema matematico alla base dei sistemi di IA e delle reti neurali complesse, fornendo uno strumento rigoroso ma computabile. La teoria rappresenta così un <strong>punto di contatto tra ricerca matematica fondamentale e applicazioni tecnologiche avanzate con potenziali ricadute in ottimizzazione, modellazione fisica e sviluppo di nuovi algoritmi.</strong></span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>L’analisi del campo magnetico terrestre a 400.000 metri di altezza</strong>” ha vinto un posto per <strong>Exposcience Occitanie, Tolosa (3-4 giugno 2026) </strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Andrea Del Dottore</strong> (2009), <strong>Liceo Scientifico Galileo Galilei, Torino</strong> </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong></strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span><strong>AstroPi</strong> è un <strong>progetto educativo annuale dell'ESA e della Raspberry Pi Foundation</strong> <strong>che permette agli studenti di</strong> <strong>inviare esperimenti scientifici sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).</strong> Attraverso la <strong>programmazione in Python </strong>e l'uso di un kit hardware dedicato (Raspberry Pi e sensori come magnetometro e accelerometro), i partecipanti possono <strong>eseguire codice selezionato in orbita</strong>. In questo contesto, Andrea sviluppa un software per raccogliere dati sensori AstroPI, calcolare la posizione orbitale della ISS e scattare fotografie geolocalizzate della Terra. Ogni punto di rilevamento viene rappresentato sul sistema geodetico mondiale WGS84 - il sistema di riferimento utilizzato dal sistema satellitare di navigazione GPS - e i valori ottenuti vengono confrontati con il World Magnetic Model (WMM2020) del NOAA. L'analisi si concentra sui punti che presentano variazioni di intensità magnetica. In queste aree, vengono esaminate le immagini fotografiche acquisite per identificare possibili correlazioni con formazioni geologiche superficiali, come i complessi vulcanici.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Mentre la mappa globale conferma un'alta coerenza con il modello standard WMM2020, l’indagine puntuale non rileva legami significativi tra anomalie magnetiche e morfologia del terreno, dimostrando che l’influenza magnetica di specifiche strutture della crosta terrestre non sia rilevabile alla quota orbitale della ISS (circa 420 km). Questa conclusione definisce un importante limite sperimentale. A tale altitudine il campo magnetico principale del nucleo terrestre prevale sui contributi magnetici locali della superficie, agendo come un filtro che uniforma i dati rilevati rispetto alle formazioni geografiche sottostanti.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>LIEST - Liesegang Structures e auto-organizzazione per biomateriali intelligenti</strong>” - hanno vinto un posto per <strong>Regeneron ISEF, USA, Phoenix, AZ (9-15 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Victoria Bonomelli</strong> (2008), <strong>Alessia Facchinetti (</strong>2007), <strong>Matilde Mazzini</strong> (2008),<strong> </strong></span><span><strong>I.T.I. Giuseppe Omar, Novara</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>L’obiettivo del progetto è <strong>sfruttare il fenomeno della precipitazione periodica e dell’auto-organizzazione per sviluppare sistemi funzionali avanzati in ambito biomedico</strong>, con particolare attenzione al rilascio controllato di farmaci (ibuprofene) e alla rigenerazione del tessuto osseo. In questo contesto gli anelli di Liesegang rappresentano un <strong>modello efficace per ottenere strutture periodiche auto-organizzate, capaci di modulare nel tempo e nello spazio la distribuzione di materiali bioattivi all’interno di matrici gelificate</strong>. Un ruolo centrale è quello dell’idrossiapatite (HA), materiale biomimetico che costituisce il principale componente inorganico dell’osso naturale, ampiamente utilizzato come sostituto osseo grazie alle sue proprietà di biocompatibilità e osteoconduttività. La possibilità di ottenere strutture periodiche di HA mediante processi di diffusione e precipitazione controllata consente di mimare l’organizzazione gerarchica dell’osso e di integrare funzioni terapeutiche aggiuntive. In particolare, la formazione di pattern tridimensionali di HA in matrici polimeriche permette la realizzazione di sistemi multifunzionali in cui il materiale agisce sia come supporto per la rigenerazione ossea sia come vettore per il rilascio controllato di farmaci. Il farmaco può essere incorporato o assorbito sulla superficie dell’HA e rilasciato in modo graduale o pulsato, sfruttando la periodicità delle strutture formate. Questo approccio è particolarmente vantaggioso in ambito ortopedico e odontoiatrico, dove è necessario combinare la rigenerazione ossea con la somministrazione locale di agenti terapeutici, riducendo gli effetti collaterali delle terapie sistemiche.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Oltre la pennellata: scienza e tecnica in Pellizza</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrici: <strong>Katerina Basso</strong> (2007), <strong>Giada Censi</strong> (2008), <strong>Cristina Zamboni</strong> (2007), <strong>I.I.S. Guglielmo Marconi, Tortona (AL)</strong> – hanno vinto un posto per </span><strong>IEYI, Pechino, Cina ad agosto 2026</strong></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto riguarda la <strong>diagnosi dell’ultimo dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo, artista di rilievo di fine Ottocento, nativo della zona delle autrici</strong>. La rilevanza culturale e artistica che questo artista riveste per il territorio è uno dei motivi che li spinge a perseguire questo percorso. Dopo lo studio bibliografico dei colori utilizzati dal pittore e un’accurata raccolta dati effettuata sulla tavolozza riprodotta in laboratorio, presso la <strong>Fondazione Cerruti di Rivoli (Torino),</strong> viene condotta un’indagine diagnostica su <strong>Membra Stanche</strong> attraverso l’impiego di tecniche non invasive quali la spettroscopia FORS, la fluorescenza a raggi X (XRF) e l’analisi in fluorescenza UV, tramite lampada di Wood. L’obiettivo principale è <strong>approfondire la conoscenza dei processi esecutivi e dei materiali impiegati dall’autore, ma anche andare alla scoperta degli stati d’animo e delle emozioni che hanno accompagnato la realizzazione del dipinto attraverso eventuali fasi di ripensamento</strong>. I risultati ottenuti evidenziano la presenza di un numero limitato di ritocchi e, probabili interventi successivi, suggeriti dall’individuazione di materiali brevettati dopo la morte dell’artista. Ciò conferma il carattere sostanzialmente originale dell’opera. Il progetto si presenta come un dialogo interdisciplinare tra scienza e storia dell’arte, che ha, inoltre, come ulteriore fine la divulgazione della scienza come materia fondamentale per lo studio e la tutela del patrimonio artistico. Attraverso un sito web, infatti, le tre giovani presentano il percorso con l’intento di avvicinare anche i meno esperti, ma soprattutto i giovani, a un ambito così interessante.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>ANTRAC 3 - sintesi green di nano particelle magnetiche per la cura dei tumori</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Giulia Trinci</strong> (2009), <strong>Alessio Viscaldi (</strong>2007), <strong>Diego Zanotti</strong> (2007), <strong>I.T.I. Giuseppe Omar, Novara</strong> – hanno vinto un posto per <strong>Expo Science Belgio nel marzo 2027 e per Medicea Education  a Firenze in data 16 aprile 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Obiettivo del progetto è la <strong>sintesi, l’ottimizzazione e la caratterizzazione di nanoparticelle magnetiche a base di ossidi di ferro (Fe₃O₄/γ-Fe₂O₃), destinate ad applicazioni biomedicali nel campo dell’ipertermia magnetica</strong>. La produzione delle nanoparticelle viene effettuata principalmente mediante il metodo di co-precipitazione in soluzione acquosa di sali di ferro bivalente e trivalente, selezionato per la sua semplicità, l’elevata resa e la buona riproducibilità. L’attività sperimentale si concentra sullo studio sistematico dell’influenza dei principali parametri di sintesi, quali il rapporto molare Fe²⁺/Fe³⁺, il pH di reazione, la temperatura, la concentrazione dei reagenti e la forza ionica del mezzo, sulle proprietà strutturali, morfologiche e magnetiche delle nanoparticelle ottenute. In particolare viene approfondito il controllo della dimensione media delle particelle, della distribuzione granulometrica e della stabilità colloidale, aspetti fondamentali per garantire un comportamento magnetico adeguato alle applicazioni ipertermiche. Parallelamente alla procedura convenzionale, vengono sviluppati e valutati protocolli di sintesi alternativi di tipo green, basati sull’impiego di estratti naturali come agenti riducenti e stabilizzanti, con l’obiettivo di migliorare la biocompatibilità dei sistemi. Le nanoparticelle, infine, vengono stabilizzate e funzionalizzate superficialmente e testate per la loro capacità di dissipare calore sotto l’azione di campi magnetici alternati.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto “<strong>CARBONCORE - Nox? Non più un problema</strong>” hanno vinto un posto per <strong>IEYI, Pechino, Cina ad agosto 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Tommaso De Santa</strong> (2007), <strong>Giorgia Mattana</strong> (2008), <strong>Francesco Petralia</strong> (2007),<strong> I.T.I.S. Alessandro Volta, Alessandria</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto propone un <strong>approccio sostenibile alla riduzione delle emissioni di ossidi di azoto (NOx)</strong> nei veicoli a benzina Euro 4, con l’obiettivo di ricondurne il profilo emissivo entro i limiti previsti dalla normativa Euro 6 senza interventi sul motore, né sostituzione del veicolo. Poiché il principale elemento discriminante tra gli standard Euro 4 ed Euro 6 è rappresentato dagli NOx, la ricerca si concentra sulla loro rimozione selettiva come leva per l’adeguamento complessivo. La soluzione prevede l’integrazione, nella linea di scarico, di un sistema modulare a cartucce contenenti carboni attivi (da plastica riciclata) in forma di pellet, progettati per garantire elevata permeabilità ai gas ed evitare fenomeni di contropressione. I materiali adsorbenti, ottenuti mediante carbonizzazione e attivazione chimica, sono studiati in due configurazioni comparative: carboni attivati con KOH e carboni impregnati con ossido di magnesio, caratterizzati da maggiore selettività verso gli NOx. Il sistema opera su cicli di circa 500 km, valore coerente con l’autonomia media di un’auto, ed è rigenerabile tramite trattamenti controllati che consentono la rimozione degli inquinanti adsorbiti e la loro conversione in sostanze non dannose per l’ambiente. I risultati evidenziano la solidità tecnica dell’approccio e il suo potenziale come alternativa sostenibile alla rottamazione dei veicoli Euro 4, riducendo l’impatto del parco circolante in un’ottica di economia circolare.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>PBP - come salvare le acque dagli inquinanti emergenti”</strong>  Hanno vinto un posto per <strong>1923 IMSEF, Smirne, Turchia, 1-6 giugno 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Giada Bullano</strong> (2006), <strong>Riccardo Parozzi</strong> (2008) <strong>Monica Agostina Picciolo</strong> (2008),<strong> I.T.I. Giuseppe Omar, Novara</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto sviluppa una <strong>soluzione sostenibile per la riduzione dell’inquinamento delle acque attraverso l’impiego di materiali riutilizzabili, chimicamente inerti e sicuri per gli ecosistemi acquatici, sfruttando al contempo l’energia solare come fonte rinnovabile</strong>. Si prevede l’utilizzo di fotocatalizzatori galleggianti supportati da materiali porosi e leggeri, come l’argilla espansa, che consentono al sistema di rimanere sulla superficie dell’acqua, garantendo una maggiore esposizione alla luce. I supporti incorporano nanoparticelle di ossido di niobio (V) (Nb₂O₅), sintetizzate mediante metodo sol-gel, impiegate nella degradazione ossidativa di inquinanti organici, in particolare residui farmaceutici. Il Nb₂O₅, attivato dalla luce solare, genera specie altamente reattive in grado di frammentare le molecole contaminanti fino alla loro conversione in composti semplici e poco pericolosi, come acqua e anidride carbonica.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il fissaggio del fotocatalizzatore su un supporto galleggiante consente di operare in condizioni ottimali di illuminazione e disponibilità di ossigeno, migliorando l’efficienza del processo. Un ulteriore vantaggio del sistema è la semplicità di recupero del materiale, che può essere facilmente raccolto dalla superficie dell’acqua e riutilizzato, evitando operazioni di filtrazione e riducendo i costi operativi. Questo rende la tecnologia particolarmente adatta ad applicazioni in laghi, bacini di depurazione e vasche di trattamento. Le nanoparticelle di Nb₂O₅ sono state caratterizzate mediante analisi SEM-EDX, DLS, XRD, potenziale Z e spettroscopia UV-Vis. Durante le fasi sperimentali, sono stati eseguiti test su due farmaci: paracetamolo e ibuprofene</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Le bioplastiche sono una bufala</strong>?” hanno vinto un posto per <strong>IEYI, Pechino, Cina ad agosto 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrici: <strong>Carola Giordano</strong> (2007), <strong>Greta Lu</strong> (2008), <strong>Beatrice Tarditi</strong> (2007), <strong>Liceo Scientifico Galileo Ferraris, Torino </strong></span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>In un mondo in cui la plastica è uno dei materiali con maggiore impatto per l'inquinamento ambientale, il progetto vuole <strong>dare nuova vita agli scarti dell’industria lattiero-casearia, trasformandoli in bioplastica ecosostenibile</strong>. Partendo dal processo di coagulazione della caseina, viene prodotta una plastica sostenibile sia per le materie di produzione sia per il suo successivo smaltimento. Lo studio, attraverso una serie di esperimenti, analizza l'impatto sulle proprietà della bioplastica di variabili quali pH, temperatura e tipologia di materia prima (latte fresco, latte scaduto e yogurt). L’utilizzo di latte scaduto, in particolare, conferma la possibilità di riciclare materiali di scarto grazie alla naturale acidificazione del prodotto. Vengono inoltre analizzati additivi come glicerolo, sale, fibre vegetali e segatura, che ne influenzano la malleabilità, la resistenza meccanica e la stabilità biologica. Un aspetto critico emerso riguarda, infatti, proprio la conservazione del materiale, poiché la bioplastica non trattata risulta occasionalmente soggetta a proliferazione batterica e fungina. Tuttavia, nonostante questo rimanga uno dei principali aspetti che richiederebbero ulteriori approfondimenti, l’aggiunta di sale e l’essiccazione in forno sono strategie efficaci per aumentare molto la sicurezza del prodotto. Nel complesso, quindi, lo studio evidenzia il potenziale della bioplastica a base di caseina come alternativa sostenibile alle plastiche convenzionali e sensibilizza in modo coinvolgente sul tema della sostenibilità.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE PUGLIA</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Parkins-Off - Innovazione tecnologica e monitoraggio ambientale nella lotta al Parkinson</strong>”-  hanno vinto un posto per <strong>WYSII a Bali, Indonesia nel Gennaio 2027</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Francesco Macrì (2010), Cristian Sabato (2010), I.I.S. Enrico Mattei, Maglie (LE)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il <strong>morbo di Parkinson</strong> è una patologia neurodegenerativa in rapida crescita globale, causata dalla perdita di neuroni dopaminergici e influenzata da fattori genetici e ambientali. La ricerca scientifica recente identifica nel particolato atmosferico (PM10 e PM 2,5) un pericoloso fattore di rischio: queste particelle possono attraversare la barriera emato-encefalica innescando neuroinfiammazione e stress ossidativo. Il progetto Parkins-Off adotta un duplice approccio: <strong>l’analisi del rischio ambientale e lo sviluppo di soluzioni bioingegneristiche per migliorare la qualità della vita dei pazienti. </strong>L’indagine ambientale confronta i dati storici ARPA Puglia con rilevazioni puntuali effettuate nel cortile scolastico tramite sensori Arduino. Mentre i dati regionali mostrano una relativa stabilità, il monitoraggio locale evidenzia concentrazioni di PM10 significativamente superiori. Tale discrepanza è riconducibile ai picchi di traffico locale, sottolineando l'importanza di un monitoraggio capillare per identificare aree a rischio elevato. Sul fronte terapeutico, viene realizzato un braccialetto smart per la mitigazione del tremore. La compensazione avviene tramite vibrazione meccanica per tremori lievi o stimolazione elettrica in controfase per quelli intensi. Il prototipo integra inoltre un sistema di rilevamento cadute con allerta automatica. In conclusione, i due giovani dimostrano come l’integrazione tra politiche ambientali rigorose e innovazione tecnologica proattiva sia essenziale per contrastare l’avanzata delle patologie neurodegenerative e garantire maggiore autonomia ai pazienti.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>La nuova frontiera nella micologia mediterranea: Terrana caerulea, caratterizzazione spettroscopica, ecologica e applicazioni biosensoriali</strong>” - hanno vinto un posto per <strong>Regeneron ISEF, USA, Phoenix, AZ (9-15 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Giuseppe Marino (2007), Andrea Minervini (2007), Gabriele Pasquale Tullio (2007), I.I.S.S. Galileo Ferraris, Molfetta (BA)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: La Terana caerulea è un fungo raro e affascinante, riconoscibile per la sua intensa colorazione blu dovuta a pigmenti naturali unici chiamati corticine. Nel febbraio 2025 questa specie è stata rinvenuta per la prima volta in Puglia, su un tronco morto di ulivo nei pressi di Molfetta, in un contesto ambientale costiero caratterizzato da elevata umidità e luce diffusa. <strong>Lo studio analizza il fungo attraverso osservazioni ecologiche e tecniche spettroscopiche, mostrando che i suoi pigmenti assorbono in modo selettivo la luce blu e rispondono alle variazioni ambientali.</strong> La produzione del colore risulta infatti strettamente legata alla luce, al tipo di substrato vegetale e alle condizioni microclimatiche, rendendo Terana caerulea un vero indicatore biologico naturale. Da queste evidenze nasce la proposta del TERA-PROBE, un biosensore ambientale innovativo che sfrutta la sensibilità ottica e fotochimica dei pigmenti del fungo per rilevare cambiamenti nell’ambiente, come variazioni della qualità dell’aria o delle condizioni climatiche locali. Il progetto unisce <strong>micologia, chimica e biotecnologia, offrendo una soluzione sostenibile e bio-ispirata per il monitoraggio ambientale.</strong> I tre studenti di Molfetta ritengono che il loro lavoro non rappresenta solo una nuova scoperta scientifica, ma apre una prospettiva concreta sull’uso dei microrganismi come strumenti intelligenti per comprendere e proteggere l’ambiente.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto : “<strong>MajorAntartide</strong>” hanno vinto un posto per <strong>Expo Sciences Lussemburgo a novembre 2026</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Diego Carabotta (2008), Luca Castellana (2009), Daniele Colucci (2007), I.I.S.S. Martina Franca (TA)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: Il progetto nasce a scuola dall'incontro tra educazione ambientale, curiosità scientifica e competenze STEM. Si tratta della <strong>progettazione e realizzazione di un dispositivo portatile basato su Arduino, capace di misurare temperatura, umidità, pressione atmosferica e raggi ultravioletti di tipo C (UV-C), pensato per l'uso in ambienti estremi come l'Antartide</strong>. L'idea è nata grazie al dialogo con ricercatori impegnati nelle missioni polari, dalle difficolta di raccolta dati affidabili lontano dalle stazioni fisse. Da qui la scelta di costruire uno strumento autonomo, leggero e resistente, in grado di funzionare senza connessioni di rete e di salvare le misurazioni su una memoria interna. II dispositivo utilizza più sensori per la temperatura, cosi da confrontare i valori e renderli più affidabili e include anche un sensore UV-C, raro in strumenti portatili, per monitorare una radiazione pericolosa e poco studiata nelle regioni polari. I dati vengono registrati autonomamente su una micro SD e trasferiti al computer tramite un semplice programma sviluppato con Python. Testato anche a temperature sotto zero, lo strumento mostra un buon funzionamento e una buona stabilità. MajorAntartide dimostra che la scuola può diventare un vero laboratorio di ricerca: un piccolo progetto che unisce scienza, tecnologia e cittadinanza attiva, contribuendo alla conoscenza e alla tutela del nostro pianeta.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE SICILIA</span></h3>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Un sensore elettrochimico per il monitoraggio dei nitrati in acqua</strong>” hanno vinto un posto per <strong>Genius Olympiad a Rochester, NY (8 – 13 giugno 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Gabriele Salvatore Capizzi (2008), Marisol Rapisarda (2008), Anouar Safi (2009), I.T.I.S. Stanislao Cannizzaro, Catania</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span> - Il progetto viene sviluppato da studenti dell’indirizzo Chimica e Biotecnologie con l’obiettivo di affrontare una problematica ambientale di grande attualità: la presenza di nitrati nelle acque. I nitrati, largamente utilizzati in agricoltura e presenti negli scarichi civili e industriali, possono accumularsi nelle acque superficiali e sotterranee, rappresentando un rischio per gli ecosistemi e per la salute umana. Partendo da queste considerazioni, gli studenti <strong>progettano e realizzano un chemosensore elettrochimico per la determinazione dei nitrati in acqua</strong>. Il dispositivo è basato su elettrodi serigrafati di carbonio, modificati mediante deposizione di microparticelle di rame, materiale noto per la sua capacità di favorire le reazioni elettrochimiche dei nitrati. Il sensore viene testato in laboratorio utilizzando soluzioni a diversa concentrazione di nitrati. Le prove sperimentali evidenziano una risposta chiara, riproducibile e confrontabile con quella ottenuta tramite metodi analitici tradizionali, come la spettrofotometria. Il progetto rappresenta un esempio di applicazione del metodo scientifico in ambito scolastico e dimostra come, anche in un contesto formativo, sia possibile sviluppare soluzioni tecnologiche semplici e a basso costo per il monitoraggio ambientale. L’attività consente inoltre agli studenti di approfondire competenze scientifiche, sperimentali e comunicative, valorizzando il lavoro di squadra e l’impegno nella ricerca.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Etna Circular Materials: ash2value</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrici: <strong>Annamaria Calabretta (2009), Gioia Jennifer Chiarenza (2008), Julia Giorgia D’Antoni (2010), </strong></span><span><strong>I.T.I. Stanislao Cannizzaro, Catania </strong>– hanno vinto un posto per <strong>Genius Olympiad a Rochester, NY (8 – 13 giugno 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span> - </span><span>Il progetto nasce dall’osservazione di un problema concreto del territorio siciliano: le grandi quantità di cenere vulcanica prodotte dalle eruzioni dell’Etna, oggi considerate un rifiuto e smaltite con elevati costi ambientali ed economici. Le tre ragazze vogliono dimostrare che questo materiale può invece diventare una risorsa utile, secondo i principi dell’economia circolare. Attraverso analisi di laboratorio e sperimentazioni pratiche, <strong>la cenere può avere tre possibili applicazioni: depurazione delle acque, edilizia sostenibile e gestione dell’acqua nei suoli</strong>. I risultati mostrano che, con semplici trattamenti, la cenere è in grado di trattenere efficacemente alcuni inquinanti presenti nell’acqua, come ferro e nitriti, funzionando come un filtro naturale a basso costo. In edilizia, l’integrazione della cenere in malte a base di calce consente di ottenere materiali più leggeri, traspiranti e sostenibili, riducendo l’uso di materie prime tradizionali. Inoltre, grazie alla sua struttura porosa, la cenere dimostra una buona capacità di assorbire e rilasciare gradualmente l’acqua, con potenziali applicazioni in ambito agricolo e ambientale. <strong>Il progetto evidenzia come un materiale spesso percepito solo come problema possa diventare una risorsa multifunzionale, contribuendo alla sostenibilità ambientale, alla riduzione dei rifiuti e alla valorizzazione del territorio etneo.</strong></span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>argetting CD44 e clearance tossinica: il futuro della nanomedicina polmonare</strong>”</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrice: <strong>Milena Di Vittorio (2008), Liceo scientifico Vincenzo Fardella – Liceo classico Leonardo Ximenes, Trapani</strong> – ha vinto un posto per <strong>Zientzia Azoka, Paesi Baschi, Bilbao (6-9 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: il progetto presenta una <strong>nuova tecnica per curare i polmoni dei soggetti fumatori attraverso l’uso di microscopici robot creati con frammenti di DNA, invece che con altri materiali che potrebbero compromettere la salute e la vita degli individui</strong>. Con il metodo del “<strong>DNA origami</strong>” viene creata una forma piccola che può andare nel corpo come un mezzo furbo. L’obiettivo è quello di somministrare il farmaco adeguato e con il giusto dosaggio all’interno degli alveoli polmonari al fine di ripulire quanto più possibile i polmoni dal catrame, ridurre le infiammazioni croniche e riacquistare quanto più possibile una normale funzionalità. Lo studio di Milena dà una speranza a chi ha problemi polmonari per abuso di fumo. Per essere sicuri che questi microscopici robot, con frammenti di DNA, non si danneggino quando arrivano nei polmoni sono state eseguite una serie di prove complesse al computer con il software GROMACS. Queste prove creano una simulazione che imita l’ambiente creato dal tessuto alveolare. I risultati ottenuti dai test, come il RMSD e il raggio di girazione, evidenziano che il microscopico robot non cambia forma, non subisce denaturazione, rimanendo inalterato nel compiere il suo lavoro. In sintesi, il progetto riguarda la realizzazione di <strong>microscopiche “macchine biologiche” che, giungendo nei nostri polmoni, riparano i danni causati dal fumo, eseguendo un lavoro minuzioso e di precisione a livello molecolare.</strong> La ricerca propone un metodo utile per la medicina moderna aiutando l’organismo a guarire da dentro e supportando i farmaci del momento.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE TRENTINO ALTO ADIGE</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Simulatore bidimensionale di un neurone</strong>” ha vinto un posto per <strong>Regeneron ISEF, USA, Phoenix, AZ, (9-15 maggio 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autore: <strong>Luca Pompili (2007), Liceo scientifico Evangelista Torricelli, Bolzano</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto</span><span>: </span><span>Il progetto affronta con un approccio originale un tema centrale della neuroscienza: <strong>la nascita dell’eccitabilità neuronale</strong>. Partendo da un modello classico molto complesso (Hodgkin-Huxley), Luca costruisce una <strong>versione semplificata (in stile Morris-Lecar) che permette di vedere e comprendere il comportamento dei neuroni attraverso la geometria del piano delle fasi.</strong> Il valore aggiunto non è solo scientifico, ma anche didattico: viene sviluppato un simulatore interattivo che rende intuitivi concetti avanzati come soglia, stabilità e biforcazioni. Il lavoro mostra come fenomeni biologici fondamentali emergano da strutture matematiche profonde, unendo ricerca, creatività e divulgazione scientifica. Il lavoro non si limita a riprodurre un modello noto, ma lo rende comprensibile, esplorabile e formativo, anche tramite un programma interattivo, trasformando un tema complesso in uno strumento di apprendimento concreto.</span></p>
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<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>REGIONE VENETO</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Lettura del degrado stradale urbano a partire da segnali dinamici in condizioni reali”</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrice: <strong>Vittoria Masotto (2008), I.I.S. Giovanni Silva - Matteo Ricci, Legnago (VR)</strong> - hanno vinto un posto per <strong>Mostratec Brasile, Novo Hamburgo (25-29 ottobre 2026)</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>La qualità del manto stradale influisce direttamente sulla sicurezza, sul comfort di viaggio e sull’usura dei veicoli, soprattutto nel trasporto pubblico. Tuttavia, il suo monitoraggio avviene spesso solo quando il problema è già evidente, perché le ispezioni tradizionali sono costose e poco frequenti. Il progetto nasce da una domanda semplice: è possibile ottenere informazioni utili sullo stato delle strade utilizzando strumenti di uso quotidiano, come gli smartphone? <strong>Il lavoro si basa sull’idea che un veicolo in movimento “reagisce” alle irregolarità della strada attraverso vibrazioni e rotazioni</strong>. Registrando questi segnali con i sensori integrati di uno smartphone durante normali corse su un mezzo, è possibile descrivere in modo indiretto le condizioni del manto stradale.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I dati raccolti vengono analizzati e sintetizzati in un indice comparativo, l’RSQI (Road Surface Quality Index), che permette di confrontare tratti diversi o di osservare come uno stesso tratto cambia nel tempo. Il progetto non cerca una misura perfetta o assoluta, ma un metodo riproducibile e realistico per leggere dati acquisiti in condizioni reali, accettando la variabilità come parte del fenomeno. L’uso di misure ripetute, il confronto tra sessioni diverse e il supporto di osservazioni visive consentono di distinguere anomalie casuali da caratteristiche stabili della strada. L’approccio proposto è semplice, trasferibile e a basso costo, e mostra come anche strumenti comuni possano contribuire a una gestione più consapevole e preventiva delle infrastrutture di trasporto.</span></p>
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<p dir="ltr" style="text-align: left;"><strong>Partecipanti esteri:</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>BELGIO</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo progetto: "<strong>The Afghan box" – hanno vinto una medaglia d’argento</strong> </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Clemence Dugnoille (2007), Ilan Haberman (2008), Felix Losa (2008), </strong></span><strong>Athénée Royal d’Auderghem, Brussels, Belgio</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong>La Afghan Box è una fotocamera che combina una macchina fotografica con una camera di sviluppo in legno</strong>. È composta da un obiettivo per la messa a fuoco dell'immagine, due manicotti che consentono la manipolazione interna impedendo alla luce esterna di entrare nella camera e diversi scomparti per lo sviluppo delle foto. La Afghan Box è realizzata interamente con materiali riciclati e i liquidi di sviluppo utilizzati contengono componenti di origine vegetale.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>BRASILE</span></h3>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo Progetto: <strong>SkinScan: development of a low-cost device using AI for skin cancer detection – phase II</strong> – hanno vinto una <strong>Medaglia di argento</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Arthur Luiz da Costa Duval (2008), Fernanda Fritsch Gib (2008), </strong></span><strong>Colégio João Paulo I - JPSul, Porto Alegre, Brasile</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il cancro della pelle è la neoplasia più diffusa in Brasile, principalmente a causa della mancanza di diagnosi precoce, che contribuisce all'elevata incidenza e mortalità. Allo stesso tempo, l'intelligenza artificiale (IA) è stata sempre più applicata all'analisi di immagini mediche per la rilevazione del cancro della pelle. Questa ricerca si propone di <strong>sviluppare un dispositivo a basso costo utilizzando una fotocamera, un computer a scheda singola Raspberry Pi e un modello di IA addestrato per identificare la malattia sulla base di immagini di lesioni cutanee</strong>. La metodologia è stata suddivisa in tre fasi: revisione della letteratura, addestramento dell'IA e costruzione del dispositivo. La revisione della letteratura ha affrontato le attuali applicazioni dell'IA in dermatologia, in particolare nella diagnosi e nel trattamento. Per l'addestramento dell'IA sono stati utilizzati Google Colab, la libreria TensorFlow, OpenCV e il dataset di immagini HAM10000. Il dispositivo è stato costruito utilizzando un Raspberry Pi, una fotocamera di alta qualità, batterie, un display per la visualizzazione dell'interfaccia, un regolatore di tensione per garantire la portabilità e una struttura in PLA stampata in 3D. L'IA ha raggiunto un'accuratezza del 77% ed è stata integrata nel dispositivo, avviando test pratici utilizzando immagini stampate di lesioni cutanee. È stato ottenuto un tasso di successo del 100% nella scansione delle lesioni benigne, con solo due errori diagnostici nei casi maligni. Il dispositivo ha raggiunto il suo obiettivo, dimostrando la sua utilità per lo screening del cancro della pelle, principalmente nell'assistenza sanitaria di base, e per il monitoraggio e il contributo alla salute pubblica brasiliana in generale.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>MESSICO</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Aloecoco</strong>” ha vinto una <strong>medaglia d’oro</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrice: <strong>Maria Fernanda De la Torre López (2011), Instituto Sanford, Torreón, Mexico</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi: </span><span>Questo progetto presenta lo <strong>sviluppo di un'argilla terapeutica formulata con ingredienti naturali come avena, miele, olio di cocco e aloe vera per la cura della dermatite atopica</strong>. Il prodotto è stato sviluppato utilizzando il metodo scientifico, garantendo stabilità e un pH compatibile con la pelle. I test sugli utenti hanno mostrato una riduzione di secchezza, irritazione e prurito, con buona tollerabilità e assenza di effetti collaterali. Aloecoco rappresenta un contributo innovativo e accessibile alla tecnologia cosmetica e alla salute della pelle.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>PORTOGALLO</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto: “<strong>Studio della rigenerazione naturale di piante autoctone in suoli alterati da Acacia longifolia</strong>” ha vinto una <strong>medaglia di argento</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autrice: <strong>Madalena Oliveira (2007), Escola Secundária de Odemira, Odemira, Portogallo</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi dello studio -  </span><span>Il Parco Naturale della Costa Sud-Occidentale dell'Alentejo e della Costa Vicentina è stato invaso dall'acacia a foglie lunghe (Acacia longifolia), una specie invasiva che, tra gli altri impatti ecologici, altera le caratteristiche fisico-chimiche e biologiche del suolo. L'obiettivo di questo lavoro è <strong>comprendere se le modifiche prodotte dall'Acacia longifolia nel suolo influenzino la rigenerazione naturale delle piante autoctone</strong>. Le piante autoctone sono state seminate in semenzai con terriccio, variando tra i gruppi solo per la tipologia di terreno. La quantità di semi seminata è stata la stessa in ogni gruppo. Sono state utilizzate nove specie di piante autoctone. La quantità di terreno e il livello di umidità sono stati mantenuti costanti in tutti i gruppi. Il numero di piante germinate è stato contato ogni due giorni. Dopo la fase iniziale di crescita delle piantine, la loro crescita è stata misurata ogni 15 giorni. I risultati sono stati analizzati statisticamente per identificare differenze significative tra i gruppi. I nostri risultati indicano che specie diverse possono rispondere in modo differente alle modifiche del suolo causate dalle acacie. I risultati, ancora parziali, mostrano un'inibizione della germinazione solo per una specie: Antirrhinum majus. Per quanto riguarda la crescita, solo una specie (Quercus suber) ha mostrato una crescita inferiore nel suolo della foresta di acacie. Al contrario, due specie sono cresciute di più nel suolo della foresta di acacie rispetto al suolo della vegetazione autoctona. Questi risultati sono incoraggianti in quanto sembrano indicare la possibilità di ripristinare gli ecosistemi dunali attualmente invasi dalle acacie. Tuttavia, questo lavoro discute alcuni aspetti relativi ai fenomeni di competizione che potrebbero limitare il ripristino degli ecosistemi dunali.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>SPAGNA</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo del progetto “<strong>È possibile migliorare il benessere degli anziani senza farmaci?”</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Iera Garbisu (2007), Ibon Salaverri (2007), Iraia Ongay (2007), Liceo IES Biurdana/Biurdana BHI, Pamplona-Navarra, Spagna-</strong> hanno vinto una <strong>medaglia d’argento</strong> e un <strong>certificato di merito APA</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del lavoro</span><span> - </span><span><strong>Lo studio verifica se le interazioni intergenerazionali possono migliorare significativamente il benessere emotivo e cognitivo delle persone anziane senza necessità di farmaci</strong>. Gli studenti organizzano delle sessioni settimanali, da gennaio a maggio 2025, nella residenza Amavir Oblates (Pamplona), con la collaborazione del personale della struttura e con il supporto consulenziale del Servizio di Geriatria dell’Ospedale di Navarra. La ricerca si basa su due gruppi: uno di controllo senza visite; l’altro di intervento con visite. L’indagine prevede dibattiti tematici (biografie, internet, salute, COVID-19), giochi di memoria, murales salutari e simulazioni sensoriali. Segue la valutazione con test standardizzati di depressione, memoria, attenzione e gnosia applicati simultaneamente ad entrambi i gruppi in situazione iniziale e finale. Il personale ha confermato maggiore vitalità e nostalgia per le visite. I risultati mostrano un promettente valore clinico delle interazioni intergenerazionali per migliorare la salute mentale negli anziani, con riduzioni marcate della depressione e vantaggi cognitivi. Tuttavia gli studenti riconoscono che, data la dimensione ridotta del campione, per ottenere significatività statistica è necessario ampliare la scala dello studio.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>TAIWAN</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo: “<strong>Indagine sulla relazione tra il mezzo interstellare e la barra centrale galattica e i bracci a spirale con Gaia DR3 e 2MASS</strong>” – hanno vinto una <strong>medaglia d'orro</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Yu-Chi Hsiao (2009), Cheng-Kang Lee (2008), Yi-Sheng Liu (2008), Scuola Superiore Nazionale di Chiayi, Chiayi, Taiwan</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span><strong>Questo studio ricostruisce la distribuzione tridimensionale (3D) del mezzo interstellare galattico (ISM) e ne indaga la relazione strutturale con la barra galattica e i bracci a spirale</strong>. Utilizzando i dati dei cataloghi Gaia DR3 e 2MASS, l'estinzione stellare e l'arrossamento sono stati stimati sulla base di modelli teorici di sequenza principale. Gli studenti hanno impiegato la stima di massima verosimiglianza (MLE), l'inferenza bayesiana e i metodi Markov Chain Monte Carlo (MCMC) per derivare la distribuzione di densità dell'ISM e le relative incertezze. Attraverso un processo di deconvoluzione, è stato stabilito un modello tridimensionale completo della densità del mezzo interstellare (ISM) della Via Lattea. I risultati rivelano una prominente barra di gas nel Centro Galattico con un semiasse maggiore di circa 5 kpc e un angolo di orientamento di 27° rispetto alla linea Sole-Centro Galattico, mostrando un alto grado di correlazione spaziale con la barra stellare osservata. Inoltre, l'analisi rivela una distribuzione discontinua dell'ISM all'interno dei bracci a spirale. Le lacune identificate a 2 kpc, 6 kpc e 9 kpc sono in linea con le previsioni teoriche delle risonanze di Lindblad. Questo studio fornisce, per la prima volta, una validazione osservativa delle posizioni delle risonanze di Lindblad all'interno della distribuzione fisica dell'ISM della nostra Galassia.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h3 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>TURCHIA</span></h3>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Titolo: “<strong>Ottimizzazione software-hardware di un sistema di interazione desktop indossabile per non vedenti tramite visione stereoscopica e apprendimento profondo” </strong>- hanno vinto una <strong>medaglia d'oro</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Autori: <strong>Poyraz Gülener (2010), Tuna Yamaç (2009), Muhsin Emir Yildirim (2011) </strong></span><strong>Halil Inalcik Bilim ve Sanat Merkezi, Bursa, Turchia</strong></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sintesi del progetto: </span><span>Le attuali tecnologie assistive per persone non vedenti si limitano per lo più al riconoscimento degli oggetti. Questo studio si propone di <strong>sviluppare un sistema di guida indossabile che consenta agli utenti non vedenti di accedere in modo sicuro e indipendente agli oggetti su un tavolo (ad esempio, un tavolo da pranzo) integrando la visione artificiale basata sull'intelligenza artificiale con il rilevamento della profondità stereoscopica</strong>. Il metodo proposto prevede un sistema indossabile composto da una scheda di sviluppo AI mobile con una potenza di elaborazione di 40 TOPS (Tera Operations Per Second), una fotocamera stereoscopica da 8 MP e unità di feedback audio/aptico. Per il rilevamento degli oggetti viene utilizzata un'architettura di apprendimento profondo basata su YOLOv11. Il modello è stato addestrato su un dataset personalizzato di 3224 immagini, comprendente 10 classi di oggetti (piatto, bicchiere, forchetta, cucchiaio, coltello, tovagliolo, pane, saliera, bottiglia d'acqua, frutta), e valutato in scenari di suddivisione dei dati 70-20-10 e 80-20 utilizzando metriche di accuratezza, precisione, richiamo e punteggio F1. Le analisi della matrice di confusione hanno mostrato un'accuratezza di classificazione superiore al 95% per gli oggetti di uso frequente con bassi tassi di errata classificazione. Utilizzando i dati della telecamera di profondità stereo, sono state calcolate la posizione 3D e la distanza degli oggetti rispetto all'utente, e gli output dell'IA sono stati convertiti in audio in tempo reale e, quando necessario, in feedback aptico. Il metodo è stato testato con 50 partecipanti (20 ipovedenti, 30 con simulazione di bendaggio). I risultati hanno mostrato un funzionamento in tempo reale con un'accuratezza media di rilevamento degli oggetti del 96%, un margine di errore di distanza di ±2 cm e una latenza di circa 180 ms. I sondaggi sulla soddisfazione degli utenti hanno rivelato che la maggior parte dei partecipanti ha trovato il sistema molto utile in termini di accesso indipendente e facilità d'uso.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Gruppo TXT e Politecnico di Torino: l&amp;apos;inaugurazione di Futura Innovation Lab</title>
<link>https://www.italia24.news/gruppo-txt-e-politecnico-di-torino-linaugurazione-di-futura-innovation-lab</link>
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<description><![CDATA[ Tra Torino e Milano nasce un ecosistema condiviso tra industria e accademia con laboratori altamente avanzati dedicati alla ricerca e allo sviluppo di soluzioni tecnologiche e digitali innovative ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 10:30:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il <b>Gruppo</b></span><b><span> </span></b><b><span>TXT </span></b><span>annuncia l’inaugurazione di <strong>Futura Innovation Lab</strong>, il nuovo ecosistema del Gruppo dedicato all’innovazione tecnologica e digitale, realizzato in collaborazione con il <strong>Politecnico di Torino </strong></span><span>grazie ad un investimento del valore di 4 milioni di euro dedicato al <strong>Progetto ISM4Italy, Infrastruttura Tecnologica di Innovazione finanziata dal PNRR</strong> (Missione 4 Componente 2), coordinato dall’Ateneo</span><span>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Futura Innovation Lab è concepito per promuovere <strong>contaminazione interdisciplinare, collaborazione strutturata e crescita condivisa,</strong> rendendo accessibili a tutti gli stakeholder – dipendenti, ricercatori, studenti, partner e clienti – il patrimonio tecnologico, le competenze e l’avviata attività di ricerca del Gruppo TXT e del Politecnico, </span><span>che hanno ufficializzato oggi la propria collaborazione con la firma dell’Accordo di partnership</span><span>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Con un forte orientamento alla ricerca e grazie alle tecnologie digitali di ultima generazione di cui è dotato, il Lab crea un ambiente integrato in cui mondo accademico e industria possono mettere a fattor comune i rispettivi expertise per ideare, sviluppare e testare nuove soluzioni in ottica di co-creazione. Futura Innovation Lab è a disposizione per la progettazione e la sperimentazione di soluzioni innovative su misura per clienti attivi <b>nei settori aeronautico, difesa, governativo, industriale e manifatturiero, logistica e trasporti, nonché in altri ambiti ad alta complessità tecnologica</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Con l’obiettivo di sviluppare soluzioni tecnologiche e digitali avanzate a supporto della ricerca e dell’innovazione potenziate dall’<strong>Intelligenza Artificiale</strong>, il nuovo ecosistema si articola in due sedi: una a <strong>Torino</strong>, in prossimità del Politecnico e una presso l’headquarter di TXT a <strong>Milano</strong>. Due poli che, per storia e vocazione industriale, rappresentano un riferimento per l’innovazione tecnologica in Italia.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Siamo felici di poter dare ufficialmente il via a un progetto così importante per la ricerca nel campo dell’innovazione digitale in Italia, con applicazioni che spaziano dall’aerospazio alla difesa fino all’industria, al fianco di un’eccellenza tecnologica come il Politecnico di Torino», afferma <b>Daniele Misani </b>–<b> CEO TXT Group</b>. «</span><span>Il</span><span> nostro impegno nell’intraprendere questo nuovo percorso sarà sempre orientato a rafforzare la collaborazione tra il mondo dell’industria e quello dell’accademia. Solo con il contributo congiunto di tutti gli stakeholder è possibile generare risultati concreti e accelerare la trasformazione digitale del Paese. Per questo mettiamo a disposizione una struttura di ricerca all’avanguardia e le nostre competenze di Digital Enabler, con la consapevolezza che, in uno scenario in continua evoluzione e di crescente complessità tecnologica, TXT ha tutte le capacità per trasformare visione e ricerca in soluzioni pronte per il mercato».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Per il nostro Ateneo – commenta la <b>Vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino</b>, <b>professoressa Giuliana Mattiazzo</b> – il modello delle Infrastrutture di ricerca e di innovazione rappresenta un elemento importante anche per il trasferimento della conoscenza dall’accademia al sistema produttivo. In questo contesto si inserisce l’Accordo di partnership recentemente siglato tra il Politecnico di Torino e TXT, che si configura come uno strumento fondamentale per rafforzare il dialogo tra università e imprese, attivare sinergie efficaci e generare ricadute concrete attraverso lo sviluppo, la valorizzazione e l’applicazione di nuove attività di ricerca e innovazione. La collaborazione con TXT si colloca inoltre in un ambito di particolare rilevanza, quello della filiera aeronautica, che rappresenta per Torino e il Piemonte un settore cruciale per lo sviluppo economico del territorio».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Il Progetto PNRR ISM4Italy integra iniziative industriali e progetti di ricerca, puntando a promuovere una solida coesione tra università, aziende e centri di ricerca in particolare su progetti ad alto livello di maturità tecnologica, una novità assoluta per il panorama nazionale», aggiunge <b>Giorgio Guglieri</b>, <b>Direttore del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale del Politecnico di Torino e coordinatore di ISM4Italy</b>.</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Nel dettaglio, Futura Innovation Lab si compone di tre laboratori specializzati, integrati tra loro e dotati delle tecnologie chiave per le attività di ricerca e sviluppo. In questo contesto, <b>XRLab</b> è dedicato alla sperimentazione di applicazioni basate sulla Realtà Estesa (XR), con particolare attenzione ai sistemi di addestramento avanzato attraverso postazioni immersive, visori per simulazioni interattive e spazi condivisi multiutente che consentono di progettare e testare nuovi modelli formativi per contesti operativi complessi.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>SimLab</span></b><span> si concentra, invece, sulle soluzioni di Modelling &amp; Simulation-as-a-Service, monitoraggio e valutazione delle performance umane, applicazioni di Intelligenza Artificiale, training adaptation ed evidence-based training per costruire percorsi formativi personalizzati e monitorare in tempo reale le prestazioni. In particolare, saranno presenti soluzioni sulla simulazione di volo e sull’analisi dell’interazione tra piloti e tecnologie avanzate.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Completa l’ecosistema il <b>DroneLab</b> per il settore aerospazio e difesa, dedicato allo sviluppo e alla sperimentazione di tecnologie per il volo autonomo dei droni. La possibilità di accedere a soluzioni di bordo, come computer vision e avionica avanzata e a stazioni di controllo a terra, rende possibile sviluppare sistemi per la gestione sicura ed efficiente dello spazio aereo e delle comunicazioni tra velivoli.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Futura Innovation Lab è già pienamente operativo e pronto ad avviare progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione avanzata in collaborazione con Imprese, università e partner industriali. </span><span>Il laboratorio ci permetterà di attrarre i talenti e sviluppare quelle che sono le competenze del futuro.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Istituto Italiano di Tecnologia: chimica computazionale e supercomputer per aiutare  a decifrare i meccanismi della vita</title>
<link>https://www.italia24.news/istituto-italiano-di-tecnologia-chimica-computazionale-e-supercomputer-per-aiuatare-a-decifrare-i-meccanismi-della-vita</link>
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<description><![CDATA[ I risultati delle simulazioni molecolari avanzate sul processo di splicing aprono nuove prospettive per lo sviluppo di molecole con potenziali applicazioni terapeutiche in patologie come il cancro e le malattie neurodegenerative ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 10:11:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span>I risultati di un nuovo studio dell'<strong>Istituto Italiano di Tecnologia – IIT</strong>, in collaborazione con <strong>l'Università di Uppsala (Svezia) e AstraZeneca,</strong> hanno mostrato come la <strong>chimica computazionale e i supercomputer</strong> possano <strong>contribuire alla ricerca nella comprensione dei meccanismi fondamentali alla base della vita</strong>. La ricerca è stata condotta dall'unità <strong>Molecular Modeling and Drug Discovery</strong>, guidata da <strong>Marco De Vivo</strong>, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica <strong>Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). </strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Nello studio i ricercatori e le ricercatrici hanno approfondito il <strong>meccanismo dello splicing</strong>, un processo chiave per il corretto funzionamento delle cellule, simulando un sistema molecolare molto grande e realistico (di circa due milioni di atomi). I risultati hanno fornito una comprensione più precisa di questo meccanismo e aiutato a spiegare dati che in precedenza erano difficili da interpretare. Questa ricerca potrebbe contribuire allo sviluppo di molecole in grado di influenzare tale meccanismo, aprendo la strada a nuovi trattamenti per diverse patologie, tra cui il cancro e le malattie neurodegenerative.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>La ricerca è stata sostenuta anche grazie alla <strong>Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro</strong> e all'<strong>European High Performance Computing Joint Undertaking.</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Il corretto funzionamento delle cellule dipende dall'espressione dei geni, il processo attraverso cui le informazioni contenute nel DNA vengono copiate nell'RNA e poi utilizzate dalla cellula. Se il DNA può essere paragonato a un grande manuale di istruzioni, l'espressione genica è il sistema con cui la cellula seleziona, di volta in volta, le informazioni necessarie e le trascrive in RNA perché possano essere utilizzate.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Un passaggio fondamentale in questo processo è lo splicing, durante il quale le molecole di RNA vengono riorganizzate per diventare pienamente funzionali. A guidare questo delicato meccanismo è il cosiddetto <strong>spliceosoma</strong>, un grande complesso formato da numerose proteine e lunghi segmenti di RNA. La natura dinamica e la complessità dello spliceosoma hanno finora reso difficile osservarne il funzionamento nel dettaglio.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Per studiare lo spliceosoma, le ricercatrici e i ricercatori di IIT, di cui in particolare il dottorando <strong>Gianfranco Martino</strong>, primo autore dell'articolo, hanno utilizzato simulazioni computazionali avanzate, eseguite principalmente sul <strong>supercomputer dell'Istituto, Franklin</strong>. Le <strong>simulazioni computazionali</strong> sono strumenti che permettono di <strong>ricreare il comportamento e la dinamica delle molecole</strong>, calcolando come si muovono e interagiscono tra loro nel tempo sulla base delle leggi della fisica. Consentono così di osservare processi biologici complessi a un livello di dettaglio superiore rispetto ai soli metodi sperimentali tradizionali.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Grazie alla potenza di calcolo di Franklin, alimentato da oltre <strong>360 processori GPU</strong>, il gruppo è riuscito a studiare lo spliceosoma a livello atomico e a osservare come cambia forma durante la propria attività. Si è trattato di una sfida tecnica di grande portata: la simulazione ha coinvolto circa due milioni di atomi, un numero nettamente superiore rispetto alle simulazioni tradizionali, che in genere includono tra i 200.000 e i 500.000 atomi.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Finora la letteratura scientifica offriva solo "istantanee" statiche dello spliceosoma, che ne mostravano la configurazione atomica in momenti diversi della sua attività. Mancava però la comprensione di come si passasse da una configurazione a quelle successive. Le nuove simulazioni messe a punto all'IIT hanno permesso di ricostruire proprio questa dinamica, mostrando che i movimenti avvengono secondo una sequenza precisa e controllata, essenziale per il corretto funzionamento del complesso. Inoltre, grazie al sistema di studio sviluppato, è stato possibile interpretare alcuni dati sperimentali già esistenti, che fino a oggi erano difficili da spiegare.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;">«Questi risultati dimostrano come la chimica computazionale e le simulazioni molecolari, oggi permesse dai supercomputer, possano affiancare efficacemente la biologia sperimentale nello studio di sistemi estremamente complessi. Comprendere nel dettaglio il funzionamento dello spliceosoma è un passo fondamentale per poterlo influenzare in modo mirato e per sviluppare nuovi potenziali farmaci», spiega <strong>Marco De Vivo</strong>, Responsabile dell'unità di ricerca Molecular Modeling and Drug Discovery di IIT.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;"><span>«La collaborazione tra il mio gruppo, impegnato nello studio sperimentale dell'RNA, e il gruppo del dottor De Vivo, specializzato in approcci computazionali per la scoperta di nuovi farmaci, rappresenta l'elemento chiave che ci permette di avanzare più velocemente verso il nostro obiettivo finale, ossia la scoperta di nuove terapie», afferma <strong>Marco Marcia</strong>, Professore Associato all'Università di Uppsala in Svezia e visiting PI, il cui Investigator Grant è sostenuto da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro in IIT.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Il prossimo obiettivo del gruppo di ricerca sarà migliorare alcune molecole, già individuate, in grado di regolare l'attività dello spliceosoma. Si apre così la strada a nuove strategie terapeutiche per malattie in cui questo meccanismo risulta alterato, offrendo nuove opportunità per la medicina del futuro.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Link allo studio: "<a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2522293123" target="_blank" rel="noopener">Controlled dynamic remodeling of the spliceosome active site enables the first step of splicing</a>".</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Einstein Telescope: l&amp;apos;Italia in corsa per ospitare la futura antenna gravitazionale</title>
<link>https://www.italia24.news/einstein-telescope-litalia-in-corsa-per-ospitare-la-futura-antenna-gravitazionale</link>
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<description><![CDATA[ Si è tenuto a Bruxelles l’evento istituzionale che ha posto al centro la candidatura italiana a ospitare l’importante infrastruttura ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 06:52:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il <strong>24 marzo</strong>, presso l’edificio Altiero Spinelli (ASP) del<strong> Parlamento Europeo a Bruxelles</strong>, si è svolto l’importante<strong> evento istituzionale “Einstein Telescope in Europe: an opportunity for science, innovation and industry”</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Al centro dell’incontro l’<strong>Einstein Telescope (ET)</strong>, la futura antenna di nuova generazione per lo studio delle onde gravitazionali che l’Italia – insieme alla Sardegna - è candidata a ospitare nel sito della miniera dismessa di Sos Enattos, nel territorio di Lula (Nuoro).</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">In questo ambito l’<strong>Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia </strong>(INGV) ha svolto un <strong>ruolo determinante nello studio dell’area prescelta</strong>, unica nel suo genere per le sue caratteristiche geologiche e sismiche estremamente stabili e approfonditamente caratterizzate, mettendo a disposizione competenze e dati di eccellenza.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Abbiamo contribuito in modo decisivo alla caratterizzazione geofisica del sito» dichiara il <strong>Presidente dell’INGV, Fabio Florindo</strong>, che ha presenziato all’iniziativa insieme al<strong> Direttore del Dipartimento Terremoti, Salvatore Stramondo</strong> «.Einstein Telescope rappresenta una sfida strategica in cui l’Italia, insieme alla Sardegna, punta a un ruolo da protagonista, nonché una grande opportunità dal prezioso potenziale, con significative ricadute scientifiche, tecnologiche e industriali».</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Hanno partecipato all’evento il Ministro dell’Università e della Ricerca,<strong> Anna Maria Bernini </strong>(in videomessaggio), la Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, <strong>Alessandra Todde</strong>, il Ministro Presidente della Sassonia, <strong>Michael Kretschmer</strong>, la Vicepresidente dell’European Strategy Forum on Research Infrastructures (ESFRI), <strong>Elena Hoffert</strong>, l’Ambasciatrice d’Italia in Belgio, <strong>Federica Favi</strong>, il Presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, <strong>Antonio Zoccoli</strong>, e il Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), <strong>Roberto Ragazzoni</strong>. </span><br><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">L’appuntamento istituzionale, inoltre, ha visto ampia partecipazione dei delegati politici e scientifici dei paesi europei interessati, quali Repubblica Ceca, Polonia, Croazia e Belgio. </span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Un boato nel Gran Sasso: la scienza svela le dinamiche dell&amp;apos;acquifero</title>
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<description><![CDATA[ Un approccio multiparametrico per studiare le dinamiche interne del Gran Sasso. Intervengono Gaetano De Luca, ricercatore INGV ed Ezio Previtali,  Direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 11:12:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Un approccio multiparametrico e innovativo per osservare e spiegare le dinamiche interne della montagna e del suo acquifero profondo, partendo da un fenomeno naturale insolito e raro. Questo il fulcro dell'articolo "Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso aquifer, Italy" pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, frutto della <strong>collaborazione tra l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV),</strong> <strong>l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e le Università di Pisa, Sapienza di Roma e L'Aquila.</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">La ricerca ha analizzato un forte "<strong>boato</strong>" avvertito <strong>nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell'INFN</strong> nella notte tra il 14 e il 15 agosto <strong>2023</strong> e registrato da un'ampia gamma di strumenti installati sia all'interno della montagna sia all'esterno, dimostrando una <strong>correlazione con le variazioni dell'acquifero del massiccio del Gran Sasso</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Il boato <strong>non è stato un evento isolato</strong> ma la conclusione di un fenomeno naturale iniziato a maggio. Nei mesi precedenti, infatti, furono osservate anomalie nelle portate e nelle pressioni delle acque sotterranee, probabilmente legate alle precipitazioni primaverili e al permeare delle stesse all'interno dell'acquifero del Gran Sasso. <strong>Grazie all'approccio multiparametrico</strong> utilizzato dai ricercatori e dalle ricercatrici, lo studio ha permesso di ottenere una <strong>visione senza precedenti delle dinamiche interne del massiccio</strong>, fornendo un contributo significativo alla geofisica e all'idrogeologia, in particolare in ambienti sotterranei con presenza di attività umane (laboratori e autostrada).</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«L'approccio multiparametrico ha dimostrato che il boato è direttamente collegato alle variazioni dell'acquifero» ha spiegato <strong>Gaetano De Luca, ricercatore INGV e autore corrispondente dello studio</strong> «Trattandosi di un evento raro registrato con un'ampia gamma di strumenti, il set di dati costituisce una preziosa base per gli studi futuri. L'uso pionieristico di GINGER, un giroscopio laser ad anello ad alta sensibilità, contribuisce a una migliore e innovativa comprensione delle dinamiche interne del Gran Sasso.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«L'evento occorso nell'agosto 2023 non è isolato» ha affermato <strong>Ezio Previtali, Direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso </strong>«.Spesso la montagna ci 'parla' nel senso stretto del termine, producendo forti rumori per i quali le sale sperimentali dei LNGS diventano cassa di risonanza. Lo studio di questi eventi geologici riveste grande importanza per la comprensione delle dinamiche che avvengono all'interno del massiccio del Gran Sasso. <strong>Questo risultato testimonia come strumenti avanzati pensati per studi di fisica fondamentale, come GINGER, possano essere di grande aiuto anche nello studio di altre discipline come la geologia e la geofisica</strong>. In questo contesto» ha continuato il Direttore «è già in programma il potenziamento della strumentazione di GINGER che garantirà, oltre che più precisi studi di fisica fondamentale, anche di potenziare la rete degli strumenti geologici che studiano il Gran Sasso. Stiamo inoltre lavorando con INGV per rendere questi strumenti utilizzabili anche in altri contesti geologici dove potrebbero essere di grande aiuto nello studio e nel monitoraggio di eventi sismici» ha concluso Previtali.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><strong>L'esperimento GINGER</strong>, Gyroscopes IN GEneral Relativity, un giroscopio laser ad anello, operativo da circa 10 anni nei Laboratori sotterranei del Gran Sasso, è stato dunque, uno degli <strong>elementi chiave della ricerca</strong>. Il dispositivo, estremamente sensibile, sta monitorando la velocità angolare locale della Terra attorno all'asse verticale con elevata precisione. Insieme al sismometro a banda larga GIGS della rete sismica nazionale dell'INGV, installato nello stesso sito, sono stati misurati i movimenti del suolo e le rotazioni del terreno, fornendo una descrizione più completa dell'intero fenomeno naturale durato circa 3 mesi. Esso è stato registrato, inoltre, dalla Rete Accelerometrica Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile nonché da un sensore acustico installato nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso e dal sistema di monitoraggio delle acque sotterranee.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Questa<strong> analisi combinata di dati provenienti da diversi sistemi di monitoraggio ha dimostrato una chiara correlazione con le variazioni osservate nell'acquifero del Gran Sasso</strong>, supportando l'interpretazione idrogeologica delle dinamiche che hanno portato al boato registrato nell'agosto del 2023.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">I risultati dello studio dimostrano come l'integrazione di diverse tecniche di monitoraggio possa offrire nuove prospettive di ricerca sulle dinamiche interne delle montagne e degli acquiferi profondi, confermando il massiccio del Gran Sasso come laboratorio naturale di grande valore per la ricerca scientifica interdisciplinare.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Ricerca, formazione e impresa: presentato l&amp;apos;accordo tra CNR e Principia per lo sviluppo della nuova Area di ricerca</title>
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<description><![CDATA[ Presentato l&#039;accordo tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Principia per creare una nuova area di ricerca al MIND – Milano Innovation District, riunendo 8 istituti e rafforzando il ruolo del distretto come hub scientifico e tecnologico ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:16:43 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-9c6d49fa-7fff-74b8-eedc-b87254a24154"><span>Un nuovo passo importante per il futuro della ricerca scientifica in Italia è stato compiuto il 20 marzo 2026 al <strong>MIND – Milano Innovation District</strong>, dove è stato presentato l'accordo tra il <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e Principia</strong>, lo sviluppatore pubblico di MIND, per la realizzazione della nuova Area della Ricerca del CNR. </span><span>L'intesa segna l'avvio di un progetto di grande rilevanza che porterà nel distretto dell'innovazione otto istituti del CNR, rafforzando il ruolo di MIND come hub nazionale e internazionale per la scienza, la tecnologia e il trasferimento dell'innovazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'annuncio è avvenuto nel corso di una conferenza stampa presso il <strong>Village Pavilion di MIND</strong>, alla presenza del presidente del CNR <strong>Andrea Lenzi</strong> e dell'amministratore delegato di Principia <strong>Igor De Biasio</strong>, insieme all'assessore lombardo <strong>Alessandro Fermi</strong>, dell'assessore al Bilancio del Comune di Milano <strong>Emmanuel Conte</strong>, del sindaco di Rho <strong>Andrea Orlandi</strong>, della Rettrice dell'Università Statale di Milano <strong>Marina Brambilla</strong> e del presidente della Fondazione Human Technopole <strong>Gianmarco Verona</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il progetto nasce dall'esigenza, condivisa da tempo dagli istituti coinvolti, di riunirsi in una sede unica, moderna e adeguata alle sfide scientifiche contemporanee, superando l'attuale frammentazione territoriale. La nuova sede sorgerà su un'area di oltre 6.000 metri quadrati all'interno di MIND, recentemente acquisita dal CNR, e prevede la realizzazione di un edificio tecnologico di circa 17.000 metri quadrati complessivi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La struttura ospiterà laboratori avanzati, uffici, infrastrutture digitali, spazi per la ricerca condivisa, un centro dati, sale riunioni e servizi comuni, oltre a uno stabulario e spazi dedicati al <strong>Centro Nazionale di Biodiversità e al Centro di Trasferimento Tecnologico.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il nuovo polo sarà progettato per accogliere circa 250 persone tra ricercatori, tecnici, personale amministrativo e giovani studiosi, creando un ambiente dinamico e interdisciplinare. Gli istituti coinvolti operano in ambiti strategici che spaziano dalle neuroscienze alle biotecnologie, dalla chimica ai sistemi biologici complessi, dalla genetica alla biofisica e alle tecnologie biomediche. Il progetto è sostenuto da risorse stanziate a livello nazionale, con un investimento significativo destinato allo sviluppo dell'infrastruttura nel triennio 2026–2028.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'iniziativa si inserisce pienamente nella visione strategica di MIND come ecosistema integrato dove ricerca, formazione e impresa convivono e si rafforzano reciprocamente. Con l'arrivo del CNR, il distretto consolida ulteriormente la propria identità accanto a realtà già presenti di rilievo internazionale nel campo scientifico e tecnologico.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'accordo rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra istituzioni pubbliche e soggetti promotori dello sviluppo territoriale. Trasparenza, partecipazione e cooperazione sono infatti alla base di un percorso che punta a generare valore duraturo per il Paese.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il progetto mira, inoltre, a <strong>potenziare il trasferimento tecnologico verso il sistema produttivo</strong>, contribuendo allo sviluppo economico del territorio. La presenza del CNR a MIND rafforza il legame tra scienza e società, rendendo più immediato l'impatto della ricerca su persone e territorio.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il distretto si conferma così come uno dei principali motori di innovazione in Europa. L'accordo segna una tappa fondamentale nel percorso di crescita dell'area nord-ovest di Milano. Con questo progetto, MIND e CNR rilanciano con forza una visione condivisa: costruire un ecosistema capace di generare conoscenza, innovazione e sviluppo sostenibile.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per </span><strong>Anna Maria Bernini</strong><span>, ministro dell'Università e Ricerca, che ha mandato un video in occasione dell'incontro, «Mind è un luogo dove scienza, innovazione e conoscenza crescono insieme ed è uno dei principali distretti dell'innovazione in Europa. Un ecosistema che si rafforza ulteriormente con l'insediamento di 8 istituti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, questo significa concentrare competenze, tecnologie e talenti nello stesso luogo, significa fare ecosistema e creare condizioni ancora più favorevoli per la collaborazione tra ricerca pubblica, università e imprese. Un ecosistema della conoscenza capace di costruire il futuro».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La decisione del CNR di insediarsi a MIND con una presenza molto significativa rafforza ulteriormente la vocazione del Milano Innovation District come punto di riferimento nazionale e internazionale per la ricerca e l'innovazione. L'arrivo di un'istituzione di eccellenza come il Consiglio Nazionale delle Ricerche testimonia la capacità di MIND di attrarre i protagonisti più autorevoli del mondo scientifico pubblico e privato. Crediamo profondamente nella collaborazione tra ricerca, impresa e istituzioni come motore decisivo di sviluppo per affrontare le sfide del futuro e questo accordo rappresenta un tassello decisivo in questa direzione. MIND nasce proprio con l'obiettivo di favorire contaminazione, trasferimento tecnologico e nuove opportunità per il Paese. La presenza del CNR contribuirà ad accelerare la produzione di conoscenza e il suo impatto concreto sulla società e sull'economia. Insieme continuiamo a costruire un luogo dove idee, talenti e competenze possono incontrarsi e generare valore per le persone e il territorio», afferma</span><span> <strong>Igor De Biasio</strong></span><span>, amministratore delegato di Principia.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La realizzazione della nuova Area della Ricerca del CNR a MIND si inserisce pienamente nella strategia nazionale di rafforzamento degli ecosistemi dell'innovazione, anche alla luce degli investimenti avviati con il PNRR. Questo progetto rappresenta un esempio concreto di come sia possibile trasformare risorse straordinarie in infrastrutture durature e in capacità scientifica stabile», aggiunge </span><strong>Andrea Lenzi</strong><span><strong>,</strong> Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR). </span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Portare il CNR all'interno di un contesto come MIND significa contribuire a costruire un modello di sviluppo fondato sull'integrazione tra ricerca pubblica, università e sistema produttivo, in grado di generare competitività e attrattività a livello internazionale. È in questa direzione che il CNR intende continuare a operare: rafforzare il proprio ruolo come soggetto strategico del sistema della ricerca e dell'innovazione, al servizio della crescita economica e sociale del Paese».</span></p>
<p dir="ltr"></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Fisica quantistica, CERN: osservata per la prima volta uno dei segnali della materia primordiale nelle collisioni tra protoni</title>
<link>https://www.italia24.news/fisica-quantistica-cern-osservata-per-la-prima-volta-uno-dei-segnali-della-materia-primordiale-nelle-collisioni-tra-protoni</link>
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<description><![CDATA[ L’esperimento ALICE al CERN ha osservato un comportamento collettivo dei quark, tipico del plasma di quark e gluoni, anche in collisioni tra protoni, suggerendo che questo stato di materia possa formarsi in sistemi molto più piccoli del previsto ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 09:28:16 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>L’esperimento ALICE all’acceleratore LHC del CERN</strong> ha osservato per la prima volta, nelle <strong>collisioni protone-protone e protone-nucleo</strong>, un effetto tipicamente associato al <strong>plasma di quark e gluoni (QGP),</strong> lo stato primordiale che caratterizzava la materia pochi milionesimi di secondo dopo il big bang.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Finora si riteneva che questo effetto – noto come flusso <strong>anisotropo</strong>, in cui le particelle prodotte in una collisione non si distribuiscono uniformemente, ma mostrano direzioni preferenziali – si potesse creare soltanto nelle collisioni tra ioni pesanti, come quelle piombo-piombo, ma ALICE ha osservato l’emergere di una sorta di “<strong>flusso collettivo</strong>” dei quark anche nelle collisioni tra protoni. Il risultato è stato pubblicato oggi, 20 marzo 2026, in un<span> </span>articolo<span> </span>su <strong>Nature Communications</strong>, dove la collaborazione ALICE, di cui fa parte anche <strong>l’INFN Istituto Nazionale di Fisica Nucleare</strong>, descrive come il comportamento collettivo osservato nelle collisioni di sistemi piccoli, quelli dei protoni, abbia origine a livello di <strong>quark</strong>, e venga trasmesso alle particelle composite (gli adroni, come i protoni e i neutroni) tramite il meccanismo della coalescenza dei quark, in cui quark vicini e in movimento collettivo si combinano per formare gli adroni, appunto.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Protoni e neutroni</strong> sono composti da elementi fondamentali chiamati <strong>quark e gluoni</strong>, collettivamente noti come <strong>partoni</strong>, che a temperature ordinarie restano confinati all’interno degli <strong>adroni</strong>, come descritto dalla <strong>cromodinamica quantistica (QCD)</strong>, la teoria che spiega <strong>l’interazione nucleare forte</strong>. Tuttavia, in ambienti estremamente caldi e densi, quark e gluoni possono temporaneamente liberarsi in uno stato non confinato chiamato <strong>plasma di quark e gluoni</strong>. Questo stato, che costituiva l’universo pochi microsecondi dopo il big bang, viene ricreato per frazioni infinitesimali di secondo all’acceleratore LHC del CERN, facendo collidere nuclei pesanti, come i nuclei di piombo.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Fin dai primi anni del programma sperimentale di LHC, però, sono stati osservati, in modo del tutto inaspettato, alcuni dei segnali del QGP anche in collisioni tra <strong>protoni, nelle quali si riteneva non si potessero raggiungere le condizioni necessarie a formare un sistema di quark in espansione</strong>. Tra questi segnali, che emergono in maniera graduale all’aumentare del numero di particelle prodotte nella collisione, spiccano l’abbondanza di quark del tipo “<strong>strange</strong>”, e il comportamento collettivo a lungo raggio delle particelle prodotte. Queste inattese osservazioni hanno aperto la domanda fondamentale se esista una “<strong>soglia</strong>”, in termini di dimensioni del sistema, per la produzione del QGP o se invece piccolissime “<strong>gocce</strong>” di questa forma di materia si formino anche in collisioni di protoni.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Un segnale fondamentale della formazione del plasma di quark e gluoni è il cosiddetto flusso anisotropo, in cui le particelle prodotte in una collisione non si distribuiscono uniformemente, ma mostrano direzioni preferenziali, determinate dalla geometria della collisione e dal profilo di pressione. <strong>La collaborazione ALICE ha misurato il flusso anisotropo di mesoni (pioni carichi, kaoni, kaoni neutri)</strong>, che contengono due quark, e barioni (protoni, barioni lambda), che contengono tre quark, in collisioni protone-protone e protone-nucleo. Per la prima volta, le misure di ALICE mostrano una <strong>differenza di comportamento tra il flusso dei barioni e quello dei mesoni nelle collisioni protone-protone e protone-piombo</strong>, in particolare nelle collisioni che producono un numero molto elevato di particelle.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Le simulazioni fisiche che incorporano il flusso anisotropo dei quark e la loro successiva coalescenza in nuove particelle spiegano con successo i risultati più recenti dell’esperimento ALICE. Al contrario, i modelli che escludono uno dei due componenti non riescono a riprodurre le osservazioni.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Le misure attuali, insieme ai confronti con calcoli teorici allo stato dell’arte, forniscono prove che il sistema creato nelle collisioni protone-protone e protone-piombo con un numero elevato di particelle prodotte includa una fase in cui si sviluppa brevemente un flusso collettivo dei quark, simile a quello osservato nelle collisioni tra ioni pesanti», commenta<span> </span><strong>Andrea Dainese</strong>, ricercatore della Sezione INFN di Padova e vicecoordinatore della collaborazione ALICE. «Allo stesso tempo, queste misure evidenziano i limiti degli attuali modelli teorici. Sebbene i calcoli che includono la coalescenza dei quark descrivano qualitativamente le osservazioni, rimangono discrepanze quantitative con i dati di ALICE, dovute in gran parte alle incertezze nella modellizzazione della sottostruttura del protone e delle sue fluttuazioni», conclude <strong>Dainese</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Le collisioni di nuclei di ossigeno registrate durante una breve campagna nel 2025 forniranno ulteriori informazioni importanti, poiché producono stati finali con molteplicità di particelle simili ma presentano condizioni iniziali meglio controllate rispetto alle collisioni indotte da protoni.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Link all'articolo: "<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-67795-1" target="_blank" rel="noopener">Observation of partonic flow in proton—proton and proton—nucleus collisions</a>". The Alice collaboration.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Roma: siglato un accordo quadro per la tutela e la rigenerazione del patrimonio immobiliare pubblico</title>
<link>https://www.italia24.news/roma-siglato-un-accordo-quadro-per-la-tutela-e-la-rigenerazione-del-patrimonio-immobiliare-pubblico</link>
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<description><![CDATA[ Firmato l&#039;accordo di collaborazione tra Cnr e Agenzia del Demanio per la tutela, conservazione e rigenerazione del patrimonio immobiliare pubblico che prevede in particolare la sperimentazione di soluzioni di Urban Intelligence e gemelli digitali ]]></description>
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<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 10:45:27 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">
<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-21a9360e-7fff-864f-ec83-3bbfd526ab72"><span><strong>L'Agenzia del Demanio e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</strong> hanno sottoscritto un Accordo quadro di collaborazione istituzionale finalizzato alla tutela, alla conservazione e alla rigenerazione del patrimonio immobiliare pubblico, con l'obiettivo di <strong>promuovere modelli innovativi di conoscenza, gestione e valorizzazione dei beni dello Stato.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'intesa mira a rafforzare la cooperazione tra le due istituzioni attraverso la condivisione di competenze scientifiche, tecniche e operative, favorendo lo sviluppo di progettualità congiunte nei campi della ricerca, dell'innovazione tecnologica e dell'alta formazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le attività previste dall'Accordo, firmato dal <strong>Direttore dell'Agenzia del Demanio</strong>, </span><strong>Alessandra dal Verme</strong><span>, e dal <strong>Presidente del CNR,</strong></span><strong> Andrea Lenzi</strong><span>, riguarderanno in particolare lo sviluppo di progetti di ricerca e sperimentazione nell'ambito della </span><strong>Urban Intelligence e dei gemelli digitali</strong><span><strong> applicati alla gestione del patrimonio pubblico e ai processi di rigenerazione urbana.</strong> I principali ambiti di collaborazione spaziano dalla definizione di modelli di governance per politiche integrate tra patrimonio pubblico e sviluppo urbano, la realizzazione di <strong>hub urbani e banche dati intelligenti</strong>, l'analisi territoriale per la <strong>valorizzazione dei siti pubblici fino alla protezione sismica e idrogeologica degli edifici e l'housing universitario.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le iniziative saranno sviluppate anche attraverso il coinvolgimento del </span><span><strong>Centro Interdipartimentale di Scienza delle Città (CISC) del CNR</strong> </span><span>che opererà in sinergia con</span><span> la <strong>Struttura per la Progettazione dell'Agenzia del Demanio</strong></span><span><strong>, </strong>favorendo un approccio interdisciplinare e integrato che unisce ricerca scientifica, innovazione tecnologica e pianificazione territoriale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La collaborazione con l'Agenzia del Demanio dimostra come la ricerca pubblica possa offrire strumenti avanzati per la gestione e la valorizzazione del patrimonio dello Stato. Attraverso tecnologie come i gemelli digitali e i sistemi di Urban Intelligence possiamo contribuire a sviluppare modelli innovativi per la rigenerazione urbana e la sostenibilità delle città», afferma </span><span><strong>Andrea Lenzi</strong>, Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Questo accordo rafforza l'impegno dell'Agenzia nel promuovere la qualità progettuale e l'innovazione nella gestione del patrimonio pubblico - dichiara il </span><span>Direttore dell'Agenzia del Demanio</span><span> </span><strong>Alessandra dal Verme</strong><span><strong> </strong>-</span><span> </span><span>La collaborazione con il CNR permette di integrare conoscenze scientifiche, competenze tecniche e tecnologie avanzate con l'obiettivo di migliorare la gestione e valorizzazione degli immobili dello Stato. Modelli evoluti come i digital twin urbani, attraverso l'analisi dei dati e l'intelligenza artificiale, sono fattori abilitanti per dare valore al patrimonio dello Stato, immobiliare e naturale».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'Accordo prevede inoltre l'organizzazione di <strong>workshop, seminari ed eventi formativi</strong> finalizzati alla diffusione delle conoscenze e alla condivisione delle migliori pratiche per una gestione innovativa e sostenibile del patrimonio immobiliare dello Stato.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Con questa collaborazione, l'Agenzia del Demanio e il CNR confermano il proprio impegno a promuovere sinergie tra amministrazione pubblica e ricerca scientifica, valorizzando il patrimonio pubblico come risorsa strategica per lo sviluppo sostenibile, la rigenerazione delle città e il miglioramento della qualità degli spazi urbani.</span></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Storia economica: uno studio sul potere dello Stato nello sviluppo delle città</title>
<link>https://www.italia24.news/storia-economica-uno-studio-sul-potere-dello-stato-nello-sviluppo-delle-citta</link>
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<description><![CDATA[ Un team di ricerca guidato dall&#039;Università di Padova analizza gli effetti del decentramento amministrativo e delle forme di federalismo a partire dalla riforma napoleonica del 1806 ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202603/image_870x580_69bbc6cb00d68.webp" length="79546" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 09:54:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><strong>Lo studio della genesi dello Stato moderno e dei suoi effetti sullo sviluppo economico e sui processi di urbanizzazione costituisce un tema centrale nella letteratura economica</strong>.</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Nella ricerca pubblicata sulla rivista "<strong><span lang="EN-GB">The Journal of Economic History"</span></strong>, i proff. <strong>Giulio Cainelli e Roberto Ganau</strong> del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali "Marco Fanno" dell'<strong>Università di Padova </strong>e il prof. <strong>Carlo Ciccarelli</strong> dell'<strong>Università di Roma Tor Vergata</strong><span> </span>hanno analizzato come i <strong>cambiamenti nella gerarchia amministrativa di un paese</strong> influenzino lo sviluppo a livello cittadino a partire dall'impatto della <strong>riforma amministrativa napoleonica del 1806</strong> attuata nel Regno di Napoli, utilizzandola come esperimento storico per valutare se i capoluoghi di distretto dotati di funzioni amministrative sovracomunali abbiano ottenuto un premio di sviluppo urbano rispetto alle città non capitali.<u></u></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Il contenuto della riforma di Napoleone del 1806</h2>
<p class="v1MsoNormal"><b><u></u></b></p>
<p class="v1MsoNormal">La riforma suddivise le dodici province storiche in quaranta distretti, unità amministrative intermedie tra provincia e comuni, individuando i capoluoghi secondo criteri di "centralità spaziale". Tali centri divennero sedi di funzioni amministrative e rappresentarono la prima presenza statale capillare nell'Italia meridionale continentale, anche attraverso l'invio di funzionari, militari e forze di polizia a supporto del Sottintendente.<span> </span><strong>L'evidenza mostra che i capoluoghi distrettuali registrarono, nei decenni successivi, una maggiore crescita demografica e industriale rispetto a comuni privi di funzioni amministrative sovracomunali, nonché una più intensa dotazione di infrastrutture e di beni pubblici locali. </strong>Nonostante l'abolizione dei distretti nel 1927, questi comuni continuarono a espandersi, beneficiando dei processi avviati durante il dominio francese.</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Quali implicazioni per l'economia moderna?</h2>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Dall'analisi dei docenti derivano due implicazioni di carattere generale: la presenza dello Stato sul territorio è determinante per l'occupazione e per l'offerta di servizi (infrastrutture, sicurezza, welfare); il decentramento amministrativo può influenzare la gerarchia urbana, incidendo sui percorsi di sviluppo locale e sulla geografia economica di un Paese.</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">«L'analisi presenta inoltre rilevanti implicazioni sul piano nazionale e internazionale –<span> </span><b>commenta Roberto Ganau, autore della ricerca e docente all'Ateneo patavino</b><span> </span>–. In ambito nazionale, il recente dibattito sull'autonomia differenziata ha riaperto la discussione sul decentramento amministrativo e sulle forme di federalismo più idonee a sostenere lo sviluppo economico, in particolare nel Mezzogiorno».</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">«In prospettiva internazionale –<span> </span><b>continua Giulio Cainelli, anche lui autore della ricerca e docente all'Università di Padova</b><span> </span>–, il nostro lavoro è coerente con l'ipotesi alla base dei processi di "urbanizzazione amministrativa" che hanno ricevuto ampia attenzione in Cina dopo le riforme economiche del 1978: l'attribuzione di funzioni politico-amministrative a città di piccola e media dimensione ha infatti svolto un ruolo cruciale nel favorire urbanizzazione e agglomerazione in numerose regioni del Paese».</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Link allo studio: <span lang="EN-GB"><a href="https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-economic-history/article/napoleonic-administrative-reforms-and-development-in-the-italian-mezzogiorno/E09E6E0A203ECE18CBF315F634B5F6A7" target="_blank" rel="noopener">Napoleonic Administrative Reforms and Development in the Italian Mezzogiorno</a><i><span> </span></i>– «The Journal of Economic History» – 2026</span></p>
<p class="v1MsoNormal">Autori: Giulio Cainelli, Carlo Ciccarelli e Roberto Ganau</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Politecnico di Torino: nuove fibre e materiali riciclabili per l&amp;apos;industria del futuro</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo progetto del Politecnico di Torino, finanziato dal MUR nell&#039;ambito del Fondo Italiano per le Scienze Applicate 2024, sviluppa nuove fibre e materiali più resistenti e completamente riciclabili ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 09:41:27 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Sviluppare <b>nuove fibre e materiali in nylon più resistenti, funzionali e completamente riciclabili</b>, capaci di ridurre l'impatto ambientale e di trovare applicazione in settori strategici come il tessile avanzato, la filtrazione di aria e acqua, e compositi per attrezzature sportive: è questo l'obiettivo del nuovo progetto <b>INFI-PA6-RECO</b>, finanziato dal <b>Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR)</b> nell'ambito del bando <b>FISA 2024 – Fondo Italiano per le Scienze Applicate</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il progetto, finanziato con un budget complessivo di <b>oltre 4 milioni di euro</b>, integrerà <b>ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale</b>, ponendosi come obiettivo di trasformare risultati scientifici avanzati in soluzioni concrete per il sistema produttivo. Le attività saranno coordinate da<b> Roberta Bongiovanni</b>, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT del <b>Politecnico di Torino</b>, e si svolgeranno presso l'impresa </span><b><span>Aquafil SpA</span></b><b><span>, </span></b><span>specializzata prevalentemente nella produzione di filati di nylon per abbigliamento e per tappeti e nel riciclo chimico del nylon 6 con il processo ECONYL®, e in stretta collaborazione con l'</span><a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxEzktuxCAMANDTwBI5hgzuwotuco0RiU3HUn4KqJF6-mq66QWenvBYZZHolYecIyWkTF63YuuznSr2Y8euDHOCh1YUdQm29vXAsKlYEbm0tWDdvzjrQnMmABlmpVgo17pkxVSXMRdI3hgBHxAHGhLkkQLORHXEZShljPJR37bIFc5jtX681ZVfvZ_NxU-Hk8Ppvu9ge-tbsO5w8hdfKuXv6BJYL6sVTGHXu_n__tOEMSNg9J39N-NvAAAA__99JUyw" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>INSTM – Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali</span></b></a><span>. Il partenariato comprenderà inoltre <b>UFI Filter SpA</b> e <b>Kape GmbH</b>, che contribuiranno allo sviluppo di applicazioni e dimostratori tecnologici favorendo il trasferimento dei risultati dalla ricerca al mercato.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span></span></i></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Al centro del progetto c'è lo studio della poliammide 6 (PA6) – spiega <b>Roberta Bongiovanni</b> – Dai tappeti ai costumi da bagno, dai componenti automotive all'abbigliamento sportivo: la PA6, comunemente nota come nylon 6, è uno dei materiali più utilizzati a livello industriale, presente in moltissimi oggetti di uso quotidiano. La ricerca si propone quindi di ripensarne la sintesi e i processi di trasformazione per sviluppare anche nuove applicazioni. Non si limita ad attività di trasferimento tecnologico, ma è nata dalla condivisione e dalla co-generazione di idee con i ricercatori e le ricercatrici di Aquafil; si allinea ad una delle missioni del Politecnico di Torino, ovvero contribuire alla filiera dell'innovazione partendo dallo sviluppo di competenze e risultati di ricerca, e giungendo sino alla loro applicazione concreta».</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>In particolare, il progetto si articolerà attorno a <b>tre obiettivi </b>principali. Il primo riguarda lo <b>sviluppo e il miglioramento delle fibre in PA6</b>, ottenute attraverso l'ingegnerizzazione dei processi di polimerizzazione e l'ottimizzazione delle tecnologie di filatura: le nuove <b>fibre </b>saranno così <b>più tenaci, durevoli e funzionali</b>, con una maggiore resistenza alla macchia. La <b>produzione di</b> <b>nanofibre per la creazione di membrane filtranti</b> è il secondo orizzonte della ricerca: le nanofibre verranno realizzate mediante innovativi processi di <b>elettrofilatura</b> e saranno destinate alla messa a punto di soluzioni ad alta efficienza per la <b>filtrazione dell'aria e dell'acqua in collaborazione con UFI Filter SpA</b>. Infine, il progetto punta allo<b> sviluppo di fibre ad elevata resistenza</b> progettate per essere <b>combinate con matrici di PA6, ottenendo compositi monomateriale (Single Polymer Composites), quindi completamente riciclabili</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>I risultati attesi troveranno <b>applicazione in diversi ambiti industriali</b>, dalla produzione di tessuti tecnici avanzati alla realizzazione di membrane filtranti, fino allo sviluppo di materiali compositi leggeri e sostenibili per il settore sportivo. Tra le dimostrazioni più innovative del progetto è prevista anche la realizzazione di uno skateboard, che sarà fabbricato in collaborazione con Kape GmbH. Nel loro insieme, questi risultati mostrano come la <b>ricerca sui materiali possa offrire soluzioni concrete per la transizione ecologica, rafforzando al tempo stesso la competitività dell'industria</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Accanto allo sviluppo tecnologico, il progetto dedicherà un'attenzione particolare alla <b>formazione di giovani ricercatrici e ricercatori</b>, dottorandi e assegnisti di ricerca post-doc, al fine di promuovere competenze avanzate nei settori dei materiali, della chimica dei polimeri e della manifattura sostenibile.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il finanziamento ottenuto nell'ambito del FISA 2024 conferma così il ruolo del <b>Politecnico di Torino</b> come <b>protagonista della ricerca applicata e del trasferimento tecnologico</b>, e testimonia l'impegno dell'Ateneo nel promuovere progetti capaci di <b>generare innovazione, benefici ambientali e valore per il sistema produttivo nazionale</b>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Super&#45;risoluzione: l&amp;apos;Istituto Nazionale di Astrofisica rivoluziona l&amp;apos;osservazione astronomica</title>
<link>https://www.italia24.news/super-risoluzione-listituto-nazionale-di-astrofisica-rivoluziona-losservazione-astronomica</link>
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<description><![CDATA[ Il Sardinia Radio Telescope supera il limite di diffrazione con immagini più dettagliate. Per la prima volta la mondo un team dell&#039;INAF ha dimostrato operativamente la tecnica della &quot;super-risoluzione&quot; su un radiotelescopio. Una tecnica che apre la strada a una nuova generazione di osservazioni radio ad alta precisione a costi ridotti ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 18:11:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Un occhio più acuto per scrutare i segreti del cosmo, senza dover costruire telescopi più grandi. Un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (<strong>INAF</strong>) ha realizzato la <strong>prima dimostrazione della super-risoluzione angolare mai ottenuta con un radiotelescopio a parabola singola, superando quanto, per decenni, è stato considerato un confine fisico invalicabile: il “limite di diffrazione"</strong>. Il risultato, ottenuto con il <strong>Sardinia Radio Telescope </strong>(SRT) dell’INAF da 64 metri di diametro, dimostra che è <strong>possibile distinguere dettagli e strutture astronomiche altrimenti difficilmente osservabili</strong>, aumentando artificialmente il potere risolutivo dello strumento senza modificarne il diametro e, soprattutto, con <strong>costi contenuti</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Luca Olmi, tecnologo dell’INAF e primo autore dello studio</strong> recentemente <strong>pubblicato</strong> sulla rivista<strong> Experimental Astronomy</strong>, commenta: «Il limite di diffrazione di un telescopio è stato erroneamente considerato insuperabile per molti decenni. Sebbene tale affermazione sia stata successivamente corretta sul piano teorico, il nostro lavoro dimostra per la prima volta, e in forma operativa, che tale limite è superabile. Suggeriamo, inoltre, un <strong>metodo per aumentare considerevolmente le capacità osservative e scientifiche di un telescopio, incrementandone il potere risolutivo</strong>».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Ciò che ha reso possibile questo primato è stata la superficie attiva del Sardinia Radio Telescope. «Il potere risolutivo di un telescopio è la capacità di distinguere dettagli molto piccoli o di oggetti celesti molto vicini», spiega Olmi. «La <strong>risoluzione dipende</strong> direttamente dall'apertura (o <strong>diametro</strong>) del telescopio: <strong>maggiore </strong>è il diametro, <strong>più alto</strong> è il potere risolutivo, ed è normalmente limitato, appunto, dal processo fisico di diffrazione».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <strong>metodo sviluppato</strong> e sperimentato dal team di ricerca dell’INAF consiste nell'<strong>aumentare artificialmente il potere risolutivo del telescopio senza aumentarne il diametro</strong>, ottenendo così la cosiddetta super-risoluzione. Aggiunge: «Anche un telescopio relativamente piccolo potrebbe avere, con questo metodo, lo stesso potere risolutivo di un telescopio più grande, al costo di una perdita accettabile di sensibilità. Questo, ovviamente, può aumentare le potenzialità osservative e scientifiche di un dato telescopio».</span></p>
<h3>La radioastronomia: dalla storia alle prospettive future</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <strong>concetto e il metodo implementati presso SRT</strong>, il più grande dei tre radiotelescopi italiani gestiti dall’INAF, si basano su una <strong>teoria </strong>proposta nel 1952 dal fisico italiano <strong>Giuliano Toraldo</strong> <strong>di Francia</strong>, che suggerì l’uso di filtri a zone concentriche (le cosiddette “pupille Toraldo”) per restringere il fascio di luce generato da un sistema ottico oltre i limiti classici della fisica. Composta da centinaia di pannelli mobili controllati da attuatori meccanici, la superficie attiva di SRT è stata programmata per emulare la geometria di una pupilla Toraldo. Questo ha permesso di<strong> modellare il fronte d’onda incidente e di ottenere un fascio di ricezione più stretto</strong>, garantendo una risoluzione angolare superiore durante la mappatura delle sorgenti celesti.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La radioastronomia sta attraversando una <strong>fase di transizione</strong>, in cui nuove tecnologie e approcci elettromagnetici stanno sostituendo i metodi standard di rilevamento dei segnali. Storicamente, il miglioramento della risoluzione angolare ha richiesto l'aumento del diametro del riflettore primario o l'impiego di complessi sistemi interferometrici, con conseguente aumento esponenziale della complessità ingegneristica e dei costi.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La <strong>sfida attuale</strong> è <strong>superare</strong> questi <strong>vincoli fisici attraverso soluzioni tecnologicamente avanzate ed economicamente vantaggiose</strong>, come l'impiego di sistemi di antenne (o array), il controllo del fronte d'onda incidente e l'uso di "metamateriali" (ossia materiali progettati per possedere proprietà elettromagnetiche non presenti in natura).</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il successo ottenuto su SRT rappresenta anche un risultato strategico per l'intero sistema delle antenne INAF. Grazie al <strong>recente ammodernamento</strong> finanziato dal Progetto Operativo Nazionale (<strong>PON</strong>) del Ministero dell'Università e della Ricerca, che ha <strong>introdotto tecnologie sofisticate </strong>come la metrologia di precisione e il supercalcolo, è stato <strong>possibile trasformare SRT in uno strumento unico al mondo</strong>. Questo ammodernamento non ha rafforzato solo il telescopio sardo, ma ha<strong> potenziato anche le antenne INAF </strong>da 32 metri di Medicina (Bologna) e di Noto (Siracusa). Olmi sottolinea come «l'implementazione della super-risoluzione permetterà infatti di ‘ringiovanire’ questi strumenti, estendendone la vita operativa e il potenziale scientifico, rendendo<strong> patrimonio strategico della comunità scientifica italiana innovazioni esportabili </strong>anche in ambiti non astronomici, come le comunicazioni satellitari».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Il nostro <strong>progetto</strong> mira a <strong>colmare una lacuna critica nella ricerca tecnologica radioastronomica</strong>, garantendo all'Italia un ruolo di leadership nello sviluppo di strumenti all'avanguardia per la ricerca radioastronomica», conclude Olmi.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Magnetometria, Sardegna: installata una nuova stazione per lo studio geofisico del territorio</title>
<link>https://www.italia24.news/magnetometria-sardegna-installata-una-nuova-stazione-per-lo-studio-geofisico-del-territorio</link>
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<description><![CDATA[ Nella Casa di Reclusione di Mamone a Nuoro è stata installata una nuova stazione magnetica e magnetotellurica per le osservazioni geofisiche e lo studio del campo elettromagnetico naturale del territorio ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 10:14:38 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>È stata installata a <strong>Mamone (NU), </strong>nel cuore della <strong>Sardegna</strong>, una </span><strong>nuova stazione magnetica e magnetotellurica per lo studio del campo elettromagnetico naturale e la caratterizzazione geofisica profonda del territorio.</strong></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La stazione si trova all'interno dell'area della <strong>Casa di Reclusione di Onanì-Mamone</strong>, in un </span><span>contesto ambientale particolarmente favorevole alle <strong>osservazioni geofisiche</strong></span><span>: il sito è infatti caratterizzato da un livello estremamente basso di rumore antropico, condizione essenziale per la qualità delle misure magnetiche e magnetotelluriche di lungo periodo.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'installazione è stata possibile grazie alla collaborazione della <strong>Direzione della </strong></span><strong>Casa di Reclusione di Onanì-Mamone e della Direzione Regionale Sardegna dell'Agenzia del Demanio</strong><span>, che hanno accolto la proposta di ospitare la stazione, riconoscendo il valore culturale e scientifico del progetto.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Si tratta di un'opportunità strategica non solo per la comunità scientifica, ma anche per il territorio sardo e barbaricino nello specifico, a cui la Direzione di Mamone non farà mancare il proprio sostegno fattivo e incondizionato, mettendo a disposizione gli assets di riferimento»</span><span>, ha dichiarato il direttore dell'Istituto penale, dott. <strong>Vincenzo </strong></span><strong>Lamonaca</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'attività prevede, infatti, il </span><span>coinvolgimento degli ospiti della Casa di Reclusione</span><span> per consolidare l'installazione della stazione una volta completati i test di valutazione del corretto funzionamento dei sensori. L'iniziativa si configura così anche come un'occasione di partecipazione attiva a un progetto di ricerca internazionale, dimostrando come contesti non tradizionalmente associati alla ricerca scientifica possano diventare parte integrante della produzione di conoscenza.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Dal punto di vista scientifico, la nuova installazione contribuirà in modo significativo alle attività di ricerca portate avanti nell'ambito del progetto </span><strong>MEET (Monitoring Earth's Evolution and Tectonics) dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)</strong><span> volto allo sviluppo di infrastrutture per lo </span><span>studio dei processi che controllano l'evoluzione della Terra e la sua dinamica interna</span><span>, con particolare attenzione al territorio italiano e alle aree più esposte ai </span><span>rischi naturali</span><span>. La stazione magnetometrica sarà parte integrante dell'</span><strong>Osservatorio multiparametrico FABER</strong><span> il cui obiettivo è quello di acquisire lunghe serie temporali di dati geofisici, tra cui quelli sul campo geomagnetico, in condizioni ambientali ottimali.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La nuova stazione rappresenta anche un importante tassello per le attività di caratterizzazione del sito candidato ad ospitare </span><strong>Einstein Telescope (ET)</strong><span>, il futuro rivelatore di onde gravitazionali europeo di terza generazione. In particolare, questa stazione contribuirà al monitoraggio elettromagnetico e alla comprensione delle proprietà geofisiche dell'area, anche ai fini della valutazione delle condizioni ambientali del territorio candidato a ospitare l'infrastruttura di ricerca.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>La stazione di Mamone si candida così a diventare un </span><strong>punto di riferimento per il monitoraggio elettromagnetico della Sardegna</strong><span> e un elemento chiave nel percorso scientifico che accompagna, anche in ambito sociale, la </span><span>realizzazione dell'Einstein Telescope sul territorio</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Accessibilità: AIFA rafforza il proprio impegno per l&amp;apos;inclusione con un servizio dedicato ai dipendenti con disabilità uditiva</title>
<link>https://www.italia24.news/accessibilita-aifa-rafforza-il-proprio-impegno-per-linclusione-con-un-servizio-dedicato-ai-dipendenti-con-disabilita-uditiva</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;Agenzia Italiana del Farmaco rafforza l&#039;accessibilità comunicativa all&#039;interno della propria organizzazione attivando per i propri dipendenti con disabilità uditiva un&#039;app che permette di accedere a un servizio di video-interpretariato LIS ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 09:34:35 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-0af34431-7fff-91e6-7f88-a67cceaa2f8b"><span>Si sono spenti il 15 marzo 2026 i riflettori sulle <strong>Paralimpiadi</strong>, simbolo universale di determinazione, talento e pari opportunità, ma anche occasione per richiamare <strong>l'attenzione sull'impegno necessario a rimuovere gli ostacoli che limitano la piena partecipazione delle persone alla vita sociale e professionale.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>È in questo quadro di responsabilità istituzionale che <strong>l'Agenzia Italiana del Farmaco</strong> compie un passo concreto per rafforzare l'accessibilità all'interno della propria organizzazione, attivando un <strong>servizio dedicato al personale volto a garantire la piena accessibilità comunicativa anche ai dipendenti con disabilità uditiva, </strong>nel rispetto dei principi di equità e valorizzazione delle diversità.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Siamo orgogliosi di introdurre questo sistema di video interpretariato, che non solo migliora sensibilmente la vita quotidiana dei nostri dipendenti sordi, rendendola più autonoma e serena, ma rafforza il tessuto inclusivo della nostra Agenzia. Un ringraziamento va a tutti coloro che hanno concretamente reso possibile questa innovazione e che, con sensibilità e competenza, hanno guidato ogni fase di un progetto che cambierà la vita quotidiana dei nostri colleghi», ha dichiarato il Presidente <strong>Robert Nisticò</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Il servizio consente di attivare in tempo reale un supporto professionale alla comunicazione in Lingua dei Segni Italiana (LIS).</strong> Per ciascun dipendente sordo viene messo a disposizione un account personale che permette, da qualunque computer, smartphone o tablet, di accedere a un servizio di video-interpretariato LIS, disponibile durante l'orario di lavoro, facilitando la partecipazione a riunioni, momenti formativi, incontri istituzionali e attività di coordinamento, oltre al dialogo quotidiano tra colleghi e con gli interlocutori esterni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Attraverso l'utilizzo dell'app, in pochi istanti, con un semplice clic e senza necessità di prenotazione, si può richiedere l'intervento dell'interprete, eliminando così barriere comunicative, favorendo la parità di opportunità e migliorando la qualità della vita professionale per i dipendenti sordi. Non si tratta solo di tecnologia, ma di un impegno profondo per far sentire ogni dipendente valorizzato e parte di una grande famiglia.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«È un passo concreto verso l'accessibilità universale e l'inclusione lavorativa, in linea con i principi sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e con la promozione effettiva del diritto al lavoro su base di piena uguaglianza con gli altri», ha aggiunto il Direttore Amministrativo <strong>Giovanni Pavesi</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'iniziativa ha l'obiettivo di rendere strutturale l'accessibilità comunicativa in tutte le attività dell'Agenzia, garantendo in modo continuativo condizioni di piena partecipazione e pari opportunità per tutto il personale.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Nucleare: ENEA studia la sicurezza dei reattori modulari veloci</title>
<link>https://www.italia24.news/nucleare-enea-studia-la-sicurezza-dei-reattori-modulari-veloci</link>
<guid>https://www.italia24.news/nucleare-enea-studia-la-sicurezza-dei-reattori-modulari-veloci</guid>
<description><![CDATA[ ENEA sta studiando la configurazione e gli aspetti legati alla sicurezza di reattori modulari veloci di piccola taglia (SMR) raffreddati a sodio, nell&#039;ambito del progetto europeo ESFR-SIMPLE ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202603/image_870x580_69b926de05d21.webp" length="62914" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:36:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Reattori modulari veloci di piccola taglia raffreddati a sodio caratterizzati da una maggiore sicurezza, sostenibilità ed efficienza economic</strong>a. È questa la frontiera del nucleare di nuova generazione che il progetto europeo <strong>ESFR-SIMPLE (European Sodium Fast Reactor – Safety by Innovative Monitoring, Power Level flexibility and Experimental Research) </strong>punta a integrare nel sistema energetico europeo. ENEA partecipa al progetto occupandosi degli aspetti relativi alla sicurezza e all’ottimizzazione del combustibile nucleare.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Per rendere più semplice e più economico questo tipo di reattore, si sta puntando sulla riduzione delle dimensioni (da 3600 a 360 MWt). Il monitoraggio e l’elaborazione dei dati operativi tramite <strong>l’intelligenza artificiale</strong> è un altro versante sul quale si sta lavorando, insieme alla verifica sperimentale di nuovi componenti, come le pompe termoelettriche e i giunti di espansione.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«ENEA ha sempre sostenuto la ricerca sui reattori veloci, sin dal Progetto unificato nucleare (PUN) che portò all’avvio della costruzione del reattore Prova Elementi di Combustibile (PEC) al Centro Ricerche Brasimone (Bologna), poi interrotta dopo il referendum del 1987, fino ai reattori refrigerati a piombo liquido», evidenzia <strong>Massimiliano Polidori</strong>, responsabile del Laboratorio per la sicurezza degli impianti nucleari.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Nel 2001 un’iniziativa internazionale di cooperazione per la ricerca e lo sviluppo di sistemi di energia nucleare di quarta generazione, <strong>GEN-IV International Forum</strong>, ha inserito i reattori a sodio nella lista di possibili tecnologie più sostenibili. «Questa scelta ha riacceso a livello internazionale l’interesse verso questo settore e ci ha spinto a partecipare a diverse iniziative europee per rafforzare e migliorare le nostre capacità di progettazione e analisi sui reattori veloci a metallo liquido, step necessario alla chiusura del ciclo del combustibile e alla sostenibilità del nucleare», aggiunge <strong>Polidori</strong>. «Ad esempio – prosegue -  abbiamo partecipato al progetto CP-ESFR per la realizzazione di un reattore veloce a sodio e a ESFR-SMART per migliorarne la sicurezza. Adesso il progetto ESFR-SIMPLE rappresenta un passo ulteriore nel percorso europeo di sviluppo dei reattori nucleari avanzati».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Ma come funzionano gli <strong>Small Modular Reactor (SMR) </strong>raffreddati a sodio? Questi reattori nucleari di potenza ridotta e progettazione modulare utilizzano il sodio liquido come refrigerante. Il sodio, grazie alla sua elevata conducibilità termica, <strong>consente una rimozione efficace del calore anche a bassa pressione e permette l’adozione di sistemi di sicurezza passivi</strong>, cioè di dispositivi che garantiscono il raffreddamento e la stabilità del reattore sfruttando leggi fisiche naturali, come gravità e convezione, senza bisogno di interventi umani o alimentazione elettrica, così da aumentare i margini di sicurezza dell’impianto.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Proprio sulla <strong>sicurezza</strong> si stanno concentrando le ricerche di ENEA, nello specifico sulla capacità di rimuovere il calore residuo in sistemi ad elevata densità di potenza, sia durante il normale funzionamento sia in caso di incidente. Inoltre, attraverso simulazioni avanzate, si sta studiando come il combustibile nucleare possa reagire in condizioni anomale. «Questi studi consentono di confrontare diverse soluzioni progettuali e di individuare le configurazioni più robuste dal punto di vista della sicurezza e dell’affidabilità. I risultati preliminari mostrano come i sistemi passivi di sicurezza possano ridurre i rischi associati agli scenari incidentali più gravosi nei reattori veloci a metallo liquido», conclude <strong>Polidori</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>MUR e INAF in Cile: la visita ai siti dell&amp;apos;European Southern Observatory</title>
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<description><![CDATA[ La visita del Ministro del MUR e del presidente dell&#039;INAF ai siti dello European Southern Observatory (ESO) in Cile dove sorgono i più avanzati telescopi del mondo ed è in avanzata fase di costruzione l&#039;Extremely Large Telescope (ELT) ]]></description>
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<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 10:27:36 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il Ministro dell'Università e della Ricerca, <strong>Anna Maria Bernini</strong>, e il Presidente dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), <strong>Roberto Ragazzoni</strong>, hanno visitato i siti dello <strong>European Southern Observatory (ESO)</strong> nella regione del deserto di <strong>Atacama in Cile</strong>, dove sorgono i più avanzati telescopi del mondo. ESO è una organizzazione internazionale di cui l'Italia è Paese membro dal 1982.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La delegazione italiana ha visitato il sito dell'<strong>Extremely Large Telescope (ELT)</strong> dell'European Southern Observatory (ESO), presso <strong>Cerro Armazones</strong>, ad oltre 3.000 metri di quota, dove è in avanzata fase di costruzione il più grande telescopio per osservazione nella luce visibile e nell'infrarosso mai realizzato.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il progetto vede un importante contributo italiano, sia nella ricerca sia nello sviluppo tecnologico e industriale. La comunità scientifica nazionale, coordinata dall'INAF, è impegnata nello sviluppo di strumenti e tecnologie chiave per il telescopio e contribuisce alla progettazione e alla realizzazione di componenti ad altissima precisione. Queste soluzioni consentiranno di ottenere immagini con una nitidezza senza precedenti e di ampliare in modo significativo le possibilità di osservazione dell'universo.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Sul piano industriale, invece, un consorzio di aziende italiane si è aggiudicato la commessa per la realizzazione dell'edificio, della cupola orientabile e della struttura di supporto del telescopio, generando un ritorno economico di oltre 360 milioni di euro. Un risultato che conferma come la partecipazione alle grandi infrastrutture europee di ricerca rappresenti non solo un investimento scientifico, ma anche una concreta leva di sviluppo industriale.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«La presenza italiana all'Extremely Large Telescope - ha dichiarato il Ministro <strong>Bernini</strong> - dimostra in modo concreto quanto la ricerca sia uno strumento strategico di proiezione internazionale del nostro Paese. Partecipare da protagonisti a una delle più grandi infrastrutture scientifiche al mondo significa affermare la qualità della nostra comunità scientifica e la solidità del nostro sistema industriale, capace di contribuire a progetti di altissima complessità tecnologica. L'impegno nell'ELT - ha aggiunto il Ministro - è anche una scelta politica e strategica, perché significa investire nella conoscenza come leva di competitività e, allo stesso tempo, offrire nuove opportunità alle giovani generazioni di ricercatori, che possono misurarsi con progetti destinati a segnare il futuro dell'astrofisica. La cooperazione con il Cile, che ospita queste infrastrutture uniche al mondo, rappresenta inoltre un esempio concreto di diplomazia scientifica efficace. Di come cioè la scienza contribuisca a costruire relazioni stabili e durature tra Paesi, aiuti a creare fiducia reciproca e generare benefici condivisi».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Visitare con il Ministro Bernini i siti astronomici dell'ESO qui in Cile, in uno tra i luoghi letteralmente più bui del pianeta dove risiede l'accesso europeo al cielo australe, è stato un onore. Qui abbiamo potuto vedere, e spesso toccare con mano, come la ricerca italiana in astrofisica non solo si esprime ai massimi livelli nel globo ma sia anche in grado di coinvolgere l'intera filiera accademica, scientifica e industriale della nazione», commenta <strong>Roberto Ragazzoni</strong>, presidente dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span><strong>I siti visitati ospitano contemporaneamente il passato, il presente e il futuro prossimo dello sviluppo tecnologico italiano</strong>. L'industria del nostro Paese ha infatti costruito i 4 telescopi del Very Large Telescope (ESO), inaugurati nei primi anni 2000, e da allora tra i maggiori telescopi del mondo. Il futuro è ora rappresentato dall'Extremely Large Telescope, che coinvolge non solo l'industria nazionale che si occupa di grandi strutture ma anche di componenti ad altissima specializzazione.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Lo specchio adattivo di ELT è un gioiello tecnologico, costituito da sei "petali" che con i loro 5352 attuatori correggeranno gli effetti della turbolenza atmosferica producendo immagini astronomiche di qualità eccezionale. Una tecnologia collaudata dall'INAF, oggi divenuta standard in tutti i grandi telescopi del pianeta» sottolinea <strong>Ragazzoni</strong>. «Questa visita è una ulteriore conferma - dell'attenzione del Ministero, che si traduce in finanziamenti per la realizzazione di infrastrutture e l'assunzione di nuovi scienziati. Un'occasione che ha permesso di valorizzare strutture osservative con una forte presenza italiana che, a breve, ci apriranno nuove frontiere nella ricerca astrofisica, dove l'INAF gioca un ruolo di assoluto rilievo nel panorama internazionale. Un balzo in avanti per le future generazioni di scienziati che ha già messo alla prova l'eccellenza e la capacità di realizzazione dell'intera filiera industriale nazionale».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Nel corso della visita, la delegazione si è recata anche presso il sito che ospiterà l'osservatorio <strong>Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO),</strong> la più grande e potente infrastruttura al mondo per l'osservazione dell'universo nello spettro dei raggi gamma, in grado di indagare i fenomeni più energetici che avvengono nel cosmo. Il CTAO prevede la costruzione di oltre 60 telescopi di tre differenti dimensioni distribuiti in due siti, presso l'isola di La Palma (arcipelago delle Canarie, Spagna) per l'emisfero boreale e, appunto, in Cile per quello australe.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>L'Italia, oltre a essere tra i membri fondatori del progetto, contribuendo allo sviluppo tecnologico, alla costruzione e alle operazioni dell'Osservatorio, è anche il Paese che ha guidato i negoziati per la sua costituzione e ospita, a Bologna, la sede centrale del CTAO ERIC.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Siamo altrettanto entusiasti - dice <strong>Ragazzoni</strong> - per il recente avvio dei lavori legati alla costruzione del sito meridionale del Cherenkov Telescope Array Observatory, che vede un nostro forte contributo sui telescopi di classe small e large in avanzata fase di costruzione».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La visita si è svolta alla presenza dell'Ambasciatrice d'Italia in Cile, <strong>Valeria Biagiotti</strong>, del Direttore Generale di ESO <strong>Xavier Barcons</strong> e dell'ELT Program Manager <strong>Roberto Tamai</strong>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Ambiente, progetto &amp;quot;Pizzerie&amp;quot;:  ENEA misura per la prima volta gli inquinanti emessi dai forni a legna</title>
<link>https://www.italia24.news/ambiente-progetto-pizzerie-enea-misura-per-la-prima-volta-gli-inquinanti-emessi-dai-forni-a-legna</link>
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<description><![CDATA[ In uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Pollution, ENEA ha misurato le emissioni dei forni a legna nelle pizzerie e dai risultati è emerso che l&#039;accensione è la fase in cui si produce la maggiore quantità di inquinanti ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>I forni a legna delle pizzerie producono la maggiore quantità di inquinanti durante la fase di accensione</strong>. È quanto emerge da uno studio realizzato da ENEA nell’ambito del <strong>progetto “Pizzerie”,</strong> insieme a <strong>Innovhub e Università degli Studi di Milano</strong>, finanziato dal <strong>Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica</strong> e pubblicato sulla rivista<span> </span><a target="_blank" rel="noopener" href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749125013211?via%3Dihub">Environmental Pollution</a>. Grazie a questo progetto, i ricercatori hanno identificato per la prima volta, attraverso specifiche campagne sperimentali, i <strong>principali fattori che influenzano le emissioni dei forni a legna</strong>, punto di partenza per fornire indicazioni pratiche finalizzate alla riduzione dell’impatto ambientale delle pizzerie.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Dallo studio emerge che le varie fasi di funzionamento dei forni a legna presentano livelli differenti di efficienza della combustione, un fattore determinante nella formazione degli inquinanti. Ad esempio, l’<strong>accensione del forno a freddo</strong><span> </span>si caratterizza per una<span> </span><strong>combustione meno efficiente</strong>, che determina<span> </span><strong>picchi emissivi di diversi inquinanti</strong>, in particolare degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) che sono presenti sotto forma di particelle sospese nell’aria e di gas.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Durante la<span> </span><strong>cottura</strong>, la combustione risulta invece più stabile. «Tuttavia, l’inserimento delle pizze e l’ingresso di aria fredda modificano la temperatura e il regime di combustione, generando picchi di composti organici gassosi<span> </span>e di particolato simili a quelli osservati durante l’accensione e l’aggiunta di nuova legna, che sono le fasi caratterizzate dal<span> </span><strong>più alto grado di combustione incompleta»</strong>, spiega la ricercatrice ENEA <strong>Milena Stracquadanio</strong>, coordinatrice del progetto “Pizzerie”.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Infine, la meno impattante dal punto di vista emissivo è la<span> </span><strong>fase stazionaria</strong>, vale a dire quando il forno mantiene la temperatura in assenza di attività di cottura.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Dalla misurazione del<span> </span><strong>particolato</strong><span> </span>prodotto dai forni a legna è emersa un’elevata variabilità nei valori di concentrazioni delle emissioni legata alla modalità di alimentazione dei forni: l’inserimento della legna a carichi successivi altera temporaneamente la combustione e, di conseguenza, per brevi periodi anche la quantità di particolato emesso.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 style="text-align: left;">Il fattore della tipologia di forno</h2>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Per i test sperimentali, i ricercatori hanno preso in considerazione<span> </span><strong>tre forni a legna</strong><span> </span>- due di nuova produzione e uno in esercizio da circa dieci anni - al fine di valutare eventuali differenze nelle emissioni in atmosfera. È stato inoltre messo a punto un<span> </span><strong>protocollo di campionamento capace di riprodurre le condizioni operative di una pizzeria reale</strong>, considerando l’impatto delle diverse fasi di utilizzo: accensione a freddo e a caldo, cottura e fase stazionaria. Come combustibile è stato utilizzato legno di faggio, la tipologia più impiegata nei forni a legna in Italia perché raggiunge rapidamente temperature elevate, produce quantità contenute di fumo e garantisce alta efficienza.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Lo studio evidenzia<span> </span><strong>differenze significative legate alla tipologia di forno</strong>. In particolare, il modello più grande e più datato - in esercizio da circa dieci anni - ha registrato le emissioni più elevate di monossido di carbonio, di carbonio organico gassoso (<span>i composti </span><strong>sono altamente sensibili alle condizioni di combustione<span> </span></strong><span>e </span><strong>pertanto tendono a presentare la variabilità più elevata tra gli inquinanti gassosi</strong><span>)</span><span> </span>e di particolato rispetto ai due forni più piccoli e di recente produzione, probabilmente perché richiede maggiori quantità di legna per raggiungere e mantenere le temperature operative.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Rispetto ai due forni più nuovi, tuttavia, questo modello ha prodotto quantità inferiori di ossidi di azoto, nonostante il maggiore consumo di combustibile», spiega <strong>Andrea Bergomi</strong>, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano e coautore dello studio. «Si tratta di un risultato inatteso - prosegue Bergomi - che può essere spiegato dal fatto che concentrazioni più elevate di monossido di carbonio nella camera di combustione determinano un ambiente più povero di ossigeno e in queste condizioni si riduce la formazione degli ossidi di azoto. Nel complesso, le differenze tra i forni risultano più marcate durante la fase di accensione, mentre tendono ad attenuarsi in fase di cottura, quando i livelli emissivi mostrano un progressivo allineamento».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Negli ultimi anni il mercato della pizza è in forte crescita e potrebbe raggiungere i 500 miliardi di dollari entro il 2032; nel 2022 i forni a legna rappresentavano il 41% del totale mondiale e il settore continua a espandersi con un tasso di crescita annuo previsto del 5,3% al 2030. «Questo aumento, soprattutto nelle grandi città, ha acceso l’attenzione delle autorità per i possibili impatti sulla qualità dell’aria: mentre stufe e caminetti sono regolamentati, i forni a legna delle pizzerie non hanno norme specifiche, anche per la carenza di studi sulle loro emissioni. Per questo è fondamentale proseguire e rafforzare l’analisi sperimentale delle emissioni dei forni a legna, come abbiamo fatto con il progetto Pizzerie», conclude <strong>Stracquadanio</strong> di ENEA.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Uniroma4, Polito, UNISG: l&amp;apos;accordo di collaborazione per ricerca e innovazione sui temi della salute e del benessere</title>
<link>https://www.italia24.news/uniroma4-polito-unisg-laccordo-di-collaborazione-per-ricerca-e-innovazione-congiunta-sui-temi-della-salute-e-del-benessere</link>
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<description><![CDATA[ Firmato l&#039;accordo di collaborazione scientifica e culturale tra l&#039;Università di Roma &quot;Foro Italico&quot;, il Politecnico di Torino e l&#039;Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo per la promozione di salute, movimento e stili di vita sostenibili ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 10:27:31 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>È stato firmato l'11 marzo 2026 un protocollo d'intesa tra l'</span><strong><span>Università di Roma "Foro Italico"</span></strong><span>, il </span><strong><span>Politecnico di Torino</span></strong><span> e l'</span><strong><span>Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo</span></strong><span> con l'obiettivo di avviare una collaborazione scientifica e culturale dedicata allo studio e alla promozione di corretti stili di vita, con particolare attenzione alle comunità universitarie e agli studenti.</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>All'incontro, che si è svolto nella <b>Sala Consiliare Giulio Goria presso l'Università di Roma "Foro Italico" in piazza Lauro de Bosis 15 a Roma</b>, erano presenti per l'Ateneo romano il <b>rettore prof. Massimo Sacchetti</b>, il <b>prorettore Vicario prof. Fabio Pigozzi</b> e la <b>direttrice generale dott.ssa Lucia Colitti</b>, per il Politecnico di Torino il <b>rettore prof. Stefano Corgnati</b> e il <b>direttore generale dott. Vincenzo Tedesco</b>, per l'Università di Scienze Gastronomiche il <b>rettore prof. Nicola Perullo</b>.</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>L'accordo prevede lo sviluppo congiunto di <b>attività di</b> </span><strong><span>ricerca, formazione e innovazione</span></strong><span> sui <b>temi della salute, dell'attività fisica, delle abitudini alimentari e del benessere</b>, attraverso un approccio interdisciplinare che integri le competenze specifiche dei tre Atenei. La collaborazione intende promuovere una <b>visione integrata della salute</b>, fondata sull'equilibrio tra movimento, alimentazione e stili di vita consapevoli, elementi oggi riconosciuti come fattori fondamentali per il benessere individuale e collettivo.</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>Tra le principali iniziative previste figurano <b>l'analisi degli stili di vita degli studenti, progetti di ricerca e formazione congiunte, iniziative di screening e divulgazione sui temi della salute, del movimento e del benessere</b>, oltre allo scambio di studenti, ricercatori e docenti. Le università valuteranno, inoltre, la possibilità di istituire in futuro un </span><strong><span>Centro Interateneo</span></strong><span> dedicato allo studio integrato delle relazioni tra attività fisica, nutrizione, salute e qualità della vita.</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>Il protocollo rappresenta un <b>primo passo verso una collaborazione strutturata</b> che intende mettere a sistema le competenze dei tre Atenei per contribuire allo sviluppo di modelli innovativi di promozione della salute e del benessere nelle comunità universitarie e nella società. La diffusione di corretti stili di vita basati su attività fisica regolare e alimentazione equilibrata rappresenta infatti una delle leve più efficaci per la prevenzione delle principali malattie croniche e per la sostenibilità dei sistemi sanitari, contribuendo al miglioramento della salute pubblica e alla riduzione dei costi legati alla cura delle malattie non trasmissibili, come ha sottolineato il <b>prof. Fabio Pigozzi</b>, referente scientifico dell'accordo per l'Università di Roma "Foro Italico".</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>«Questa collaborazione è perfettamente in linea con la visione strategica che abbiamo appena presentato alla nostra comunità accademica per i prossimi sei anni», ha sottolineato il <b>prof. Massimo Sacchetti</b>, rettore dell'Università di Roma "Foro Italico". «Come ateneo vocato allo studio e alla promozione del movimento e dello sport, riteniamo fondamentale contribuire alla diffusione di una cultura della prevenzione basata su stili di vita attivi e salutari. Il lavoro congiunto con il Politecnico di Torino e con l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ci permette di sviluppare nuove opportunità di ricerca e formazione dedicate al benessere, a partire dalle nostre comunità studentesche».</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>«Con la firma di oggi consolidiamo una relazione strategica tra tre atenei totalmente complementari che vogliono sviluppare un'attività integrata sui temi che riguardano lo sport, il benessere e i sani stili di vita. Con l'Università di Roma "Foro Italico" e l'Università di Scienze Gastronomiche andremo a percorrere insieme l'intera traiettoria che attraversa le varie componenti di questo contesto, dalla medicina sportiva alle nuove tecnologie a servizio dello sport, passando per la sana alimentazione. Il Politecnico di Torino porterà nell'accordo le sue competenze tecnologiche, rappresentate da una ricerca avanzata ma anche da una totale innovazione applicata, in un contesto sociale in cui lo sport è elemento chiave nello sviluppo di una società che ne condivide i principi e i valori. Con questo progetto vogliamo, infatti, sempre più caratterizzare i nostri come atenei che non solo si riconoscono nel sostenere le eccellenze agonistiche sportive ma che propongono stili di vita sani quali elemento fondante di crescita delle proprie comunità», commenta il rettore del Politecnico di Torino <b>prof. Stefano Corgnati</b>.</span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1isselectedend" style="text-align: left;"><span>«La collaborazione che abbiamo siglato oggi è fondamentale per la crescita e l'apertura di Pollenzo. Negli scenari futuri devono trovare spazio nuove forme di socialità e nuovi modelli di welfare, immaginando un futuro policentrico orientato alla buona vita. Il cibo è un punto di incontro tra cultura, salute e ambiente: questa intesa ci permette di sviluppare una visione integrata tra nutrizione, piacere, conoscenza e sostenibilità, contribuendo alla formazione di nuove competenze e alla promozione di stili di vita più consapevoli nelle comunità universitarie», ha affermato il prof. </span><strong><span>Nicola Perullo</span></strong><span>, rettore dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Il Protocollo d'Intesa avrà una durata di due anni e potrà essere rinnovato alla scadenza, rappresentando la base per lo sviluppo di ulteriori accordi attuativi e progetti congiunti tra i tre Atenei.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>La Commissione Europea lancia una piattaforma per rafforzare il ruolo delle donne in agricoltura</title>
<link>https://www.italia24.news/la-commissione-europea-lancia-una-piattaforma-per-rafforzare-il-ruolo-delle-donne-in-agricoltura</link>
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<description><![CDATA[ Bruxelles ha lanciato una piattaforma per sostenere le donne in agricoltura, promuovendo mentoring, reti di supporto e pari opportunità. L’obiettivo è aumentare la partecipazione femminile nel settore, dove oggi le donne gestiscono solo il 32% delle aziende agricole ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 10:15:33 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">La Commissione europea ha lanciato la<span> </span></span><span lang="EN-GB"><span lang="IT">piattaforma per le donne in agricoltura</span><span lang="IT">, una nuova iniziativa pensata per <strong>rafforzare il ruolo delle donne nel settore agricolo e promuovere pari opportunità nelle comunità rurali. </strong>Annunciata nella<span> </span></span><a href="https://agriculture.ec.europa.eu/overview-vision-agriculture-food/vision-agriculture-and-food_en" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">"Visione per l'agricoltura e l'alimentazione"</span></a><span lang="IT"><span> </span>della Commissione, la piattaforma mira ad <strong>aumentare la partecipazione femminile all'agricoltura, incoraggiare il tutoraggio e favorire lo scambio di buone pratiche</strong>. Il lancio coincide inoltre con la proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 2026 come<b><span> </span></b></span><a href="https://www.fao.org/woman-farmer-2026/en" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">Anno internazionale delle agricoltrici</span></a><span lang="IT">.</span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Nonostante il loro contributo fondamentale, le donne restano sottorappresentate nell'agricoltura dell'UE: gestiscono infatti solo il 32% delle aziende agricole. Persistono ancora diversi ostacoli, tra cui un accesso diseguale alla terra, ai finanziamenti e alla formazione, che continuano a limitarne il pieno potenziale.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Il cuore della nuova piattaforma sarà il <strong>tutoraggio</strong>. I tutor condivideranno conoscenze pratiche e contribuiranno a creare una rete di supporto volta a contrastare gli stereotipi, ispirare le giovani donne e promuovere una presenza femminile sempre più riconosciuta nei ruoli di leadership del settore agricolo. Attraverso la valorizzazione di modelli di riferimento e il rafforzamento delle reti di mentoring, l'iniziativa punta ad accrescere la fiducia, migliorare l'accesso alle opportunità e garantire che il contributo delle donne sia pienamente riconosciuto. </span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Nell'ambito della politica agricola dell'UE, gli Stati membri possono ora introdurre misure mirate, tra cui incentivi finanziari, per sostenere le agricoltrici. La Commissione sta inoltre migliorando la raccolta dei dati per integrare pienamente la dimensione di genere nell'elaborazione delle politiche. Solo nel 2024, 55 300 giovani donne hanno ricevuto sostegno per avviare un'attività agricola e beneficiare di un sostegno supplementare al reddito. Un settore agricolo più equo e inclusivo è essenziale per il futuro dell'Europa.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">La Commissione resta impegnata a plasmare il futuro dell'agricoltura europea in modo inclusivo, lungimirante e basato sulle pari opportunità.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="IT">Maggiori informazioni sulla<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://agriculture.ec.europa.eu/overview-vision-agriculture-food/women-farmers_en" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">piattaforma per le donne in agricoltura</span></a><span lang="IT">, comprese le modalità di candidatura, sono disponibili online.</span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>L&amp;apos;istituto del Consiglio nazionale delle ricerche e l&amp;apos;Università di Firenze spiegano la memoria visiva: come il cervello &amp;apos;vede&amp;apos; ciò che non c&amp;apos;è</title>
<link>https://www.italia24.news/la-memoria-visiva-come-il-cervello-vede-cio-che-non-ce</link>
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<description><![CDATA[ Uno studio del Cnr-In e dell&#039;Università di Firenze spiega come funziona la memoria visiva. La ricerca, pubblicata su Current Biology, aggiunge un tassello alla comprensione del cervello umano. Intervengono anche David Burr, professore emerito dell&#039;Università di Firenze, e Guido Marco Cicchini, ricercatore del Cnr-In ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 23:23:51 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Un team di ricerca dell’<strong>Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche</strong> (Cnr-In) e dell’<strong>Università di Firenze</strong> ha individuato un <strong>meccanismo fondamentale della percezione visiva</strong>: una forma di memoria che ci permette di "vedere" gli oggetti anche quando scompaiono temporaneamente dalla vista, per esempio dietro un ostacolo. </span></p>
<p dir="ltr"><span>Accade continuamente nella <strong>vita quotidiana</strong>: un’auto che passa dietro un camion, un pedone transita per un attimo da un cartello, una bici che scorre dietro una siepe. Nonostante queste interruzioni, la nostra esperienza visiva resta sorprendentemente stabile. Riusciamo infatti a <strong>mantenere una percezione coerente degli oggetti</strong>, senza fatica e senza compromettere la capacità di riconoscerli. </span></p>
<p dir="ltr"><span>Fino a oggi, però, <strong>non era chiaro quali fossero i meccanismi cerebrali</strong> alla base di questa straordinaria capacità. I ricercatori hanno messo alla prova <strong>due ipotesi</strong>: che esistesse una funzione specifica del sistema visivo in grado di conservare una traccia degli oggetti nascosti, oppure che il cervello si limitasse a “tollerare” brevi interruzioni senza dare loro peso. </span></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Per verificarlo</strong>, gli studiosi hanno <strong>analizzato cosa accade quando un oggetto colorato in movimento passa dietro un altro oggetto e rimane invisibile per oltre un secondo</strong>. I risultati mostrano che, anche durante la scomparsa, l’oggetto continua a influenzare la percezione del colore degli stimoli presentati lungo la sua traiettoria. Un segnale chiaro del fatto che il cervello mantiene una rappresentazione attiva di ciò che non è più visibile. Questo calcolo avviene molto presto nel flusso di analisi visiva in quanto esistono altri processi cerebrali come quello per calcolare il colore che vi attingono. </span></p>
<p dir="ltr"><span>«Parte di quello che vediamo non proviene direttamente dai nostri sensi, ma è il risultato di una costruzione interna del cervello», spiega il professor <strong>David Burr</strong>, <strong>professore emerito dell’Università di Firenze </strong>e già vincitore di un finanziamento ERC sui meccanismi generativi della percezione. «Se un oggetto si muove lungo una traiettoria regolare e poi scompare, il cervello dispone già di tutte le informazioni necessarie per prevedere dove riapparirà». </span></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Guido Marco Cicchini</strong>, <strong>ricercatore del Cnr-In</strong>, spiega questa sorprendente capacità: «Il sistema visivo riesce a costruire quasi istantaneamente una rappresentazione degli oggetti e a mantenerla ad alta definizione per oltre un secondo. Comprendere questi meccanismi non aiuta solo a capire meglio il cervello umano, ma apre anche la strada allo sviluppo di tecnologie più sicure e intelligenti nei sistemi di visione artificiale».</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>ENEA entra in FUSION NOW: un&amp;apos;alleanza strategica per la fusione nucleare in Europa</title>
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<description><![CDATA[ La collaborazione tra ricerca, industria e Commissione Europea per accelerare lo sviluppo dell&#039;energia da fusione. FUSION NOW ha come priorità l&#039;istituzione del Partenariato con la Commissione europea e aggiornamento della SRIA (Strategic Research and Innovation Agenda. Interviene il direttore del Dipartimento Nucleare dell&#039;ENEA Alessandro Dodaro affermando la volontà di rafforzare il peso dell&#039;Italia nei processi decisionali ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 23:23:18 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>ENEA è entrata come membro formale nell’associazione internazionale FUSION NOW</strong>, promotrice della <strong>nuova partnership </strong>pubblico-privata che riunisce<strong> ricerca, industria e Commissione Europea</strong> per <strong>accelerare lo sviluppo dell’energia da fusione nucleare nell’ambito del programma EURATOM</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’iniziativa è tra i risultati prioritari del <strong>progetto GO4FUSION</strong>, coordinato da ENEA e finanziato nell’ambito del <strong>programma Horizon Europe – Euratom 2024</strong> per la creazione di un’alleanza strategica finalizzata alla promozione dell’energia da fusione.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">ENEA ha sostenuto attivamente la costituzione di<strong> FUSION NOW</strong>, che si compone di <strong>37 membri</strong> tra cui anche Eni e Ansaldo Nucleare per l’Italia, Empresarios Agrupados Internacional per la Spagna e Framatome e Thales per la Francia, con una campagna di adesione tuttora in corso.</span></p>
<h3>Gli obiettivi dell'alleanza</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Tra le <strong>priorità</strong> dell’associazione figurano le <strong>attività preparatorie </strong>per l’<strong>istituzione formale del Partenariato con la Commissione europea</strong>, prevista per metà 2026 e l’<strong>aggiornamento periodico della Strategic Research and Innovation Agenda </strong>(SRIA) sulla fusione nucleare, il <strong>documento strategico </strong>che orienterà la ricerca e lo sviluppo su orizzonti temporali di breve, medio e lungo periodo. Altri obiettivi dell’alleanza saranno il <strong>coordinamento dei contributi dei partner alle attività di ricerca</strong> e la <strong>definizione di un sistema di monitoraggio</strong> basato su indicatori chiave di performance, per valutare l’effettivo raggiungimento degli obiettivi.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«L’ingresso nella partnership FUSION NOW, così come il coordinamento del progetto GO4FUSION, sono in linea con l’impegno di ENEA nella promozione dello sviluppo dell’energia da fusione nucleare», ha dichiarato <strong>Alessandro Dodaro direttore del Dipartimento Nucleare dell’ENEA</strong>. «Contribuiremo alla governance della futura alleanza europea sulla fusione dopo aver già coordinato il programma nazionale nel consorzio europeo EUROfusion, favorendo il coinvolgimento dell’industria nazionale, consolidando il nostro ruolo di riferimento tecnico-scientifico in Europa e rafforzando il peso dell’Italia nei processi decisionali».</span></p>
<p dir="ltr"><span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dopo aver lavorato alla costituzione di FUSION NOW, il <strong>progetto GO4FUSION si occuperà dell’istituzione della European Fusion Stakeholder Platform </strong>(EFSP) e all’<strong>analisi delle associazioni di categoria attive nella fusione in Europa</strong>; tra gli obiettivi prioritari anche la promozione di azioni di advocacy, networking e formazione, ma anche lo sviluppo di strumenti per la gestione della proprietà intellettuale e il trasferimento tecnologico, al fine di proteggere e valorizzare le innovazioni eur</span>opee.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Politecnico di Milano e Cnr: l&amp;apos;utilizzo di impulsi luminosi per elaborare le informazioni nei computer</title>
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<description><![CDATA[ Un passo importante per le nuove tecnologie di elaborazione dell&#039;informazione con lo studio coordinato dal Politecnico di Milano sull&#039;utilizzo di sequenze laser non solo per trasmettere l&#039;informazione ma anche per elaborarla ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 09:59:42 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof" style="text-align: left;">
<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-456c8208-7fff-861c-6dc3-8150eb7f2331"><span>Per i computer il futuro sarà, letteralmente, alla velocità della luce. Impulsi luminosi estremamente brevi per eseguire operazioni logiche ultrarapide: è il risultato dello studio pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista <strong>Nature Photonics</strong>, realizzato da un gruppo di ricercatori del <strong>Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano,</strong> in collaborazione con <strong>l'Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ifn) </strong>e con centri di ricerca internazionali. Coordinatore del progetto il docente di Fisica del Politecnico di Milano <strong>Giulio Cerullo</strong>, a capo della squadra del Dipartimento composta dai docenti <strong>Stefano Dal Conte e Margherita Maiuri</strong>, e dai ricercatori <strong>Francesco Gucci</strong> (primo autore dell'articolo) e <strong>Mattia Russo</strong>. Per il Cnr-Ifn, ha partecipato allo studio il ricercatore <strong>Franco Camargo</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio rappresenta un passo importante verso una nuova generazione di <strong>tecnologie di elaborazione dell'informazione </strong>potenzialmente centinaia di volte più veloci di quelle attuali. Attualmente, infatti, i computer sfruttano il <strong>movimento delle cariche elettriche</strong> all'interno di transistor che raggiungono, però, una frequenza massima i cui limiti fisici sono difficili da superare.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>A differenza dell'elettronica tradizionale, che si basa sullo spostamento delle cariche elettriche, <strong>questo innovativo approccio manipola lo stato degli elettroni all'interno del materiale attraverso le oscillazioni della luce.</strong> «Abbiamo dimostrato che la luce può essere usata non solo per trasmettere informazione, ma anche per elaborarla – spiega <strong>Giulio Cerullo</strong> del Politecnico di Milano – Grazie a impulsi laser ultrabrevi, possiamo controllare gli stati quantistici della materia su scale temporali di pochi milionesimi di miliardesimi di secondo, cioè alle stesse frequenze di oscillazione della luce, finora inaccessibili all'elettronica». Le operazioni avvengono a frequenze superiori a 10 terahertz, oltre cento volte più elevate rispetto ai migliori dispositivi elettronici moderni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per raggiungere questo scopo, i ricercatori hanno utilizzato le proprietà fisiche di un nuovo semiconduttore bidimensionale, il <strong>disolfuro di tungsteno</strong> (WS₂), dello spessore di soli tre strati atomici. In tale materiale, grazie a fenomeni quantistici legati al suo spessore nanometrico, gli elettroni possono occupare due stati quantistici distinti, noti come "valli". Queste valli possono essere utilizzate come una nuova unità di informazione, analoga allo zero e uno dei computer tradizionali, ma controllabile in modo molto più rapido.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Con una sequenza precisa di impulsi laser della durata di pochi femtosecondi (milionesimi di miliardesimo di secondo), <strong>i ricercatori sono riusciti ad accendere, spegnere e amplificare selettivamente le informazioni, realizzando vere e proprie operazioni logiche</strong> – proprio come avviene nei circuiti elettronici, ma a velocità enormemente superiori. Il tutto a temperatura ambiente, e utilizzando impulsi di luce già abitualmente disponibili nei laboratori. Lo studio permette inoltre di <strong>misurare direttamente quanto a lungo l'informazione quantistica rimane stabile nel materiale</strong>, un aspetto cruciale per future applicazioni tecnologiche.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«In prospettiva, questa dimostrazione di principio apre una serie di nuove sfide scientifiche e tecnologiche da essere superate per la realizzazione di dispositivi competitivi basati su questo principio – commenta <strong>Franco Camargo</strong> del Cnr-Ifn – dalla creazione di sequenze di impulsi sempre più complesse alla possibilità di aumentare il numero di bit in dispositivi realistici». Il superamento di queste frontiere aprirà la strada a una nuova classe di dispositivi logici ultrarapidi, trasformando questa prova di principio in una tecnologia concreta per i computer del futuro».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: Gucci, F., Molinero, E.B., Russo, M. et al. "<a href="https://www.nature.com/articles/s41566-025-01823-w" target="_blank" rel="noopener">Encoding and manipulating ultrafast coherent valleytronic information with lightwaves</a>." Nat. Photon. 20, 266–272 (2026).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Biotecnologie: sviluppata una piattaforma innovativa in grado di manipolare le cellule senza contatto fisico</title>
<link>https://www.italia24.news/biotecnologie-sviluppata-una-piattaforma-innovativa-in-grado-di-manipolare-le-cellule-senza-contatto-fisico</link>
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<description><![CDATA[ Un team di ricerca del Cnr-Isasi ha sviluppato una piattaforma bio-fotovoltaica innovativa in grado di manipolare, tramite stimoli elettrici, la morfologia e il movimento cellulare senza elettrodi, grazie all&#039;impiego di cristalli di niobato di litio ]]></description>
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<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 10:21:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-48d4b235-7fff-cdef-286f-65b7f14070c8"><span>Controllare il <strong>comportamento delle cellule</strong> – come si muovono, come aderiscono a una superficie e persino la forma del loro nucleo – è una delle sfide cruciali della <strong>biotecnologia moderna</strong>. Fino ad oggi, questo controllo richiedeva complessi processi di micro-fabbricazione per integrare elettrodi fissi su supporti biocompatibili, limitando drasticamente la flessibilità spaziale e temporale degli esperimenti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Oggi, uno studio condotto dall'<strong>Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti "Eduardo Caianiello"</strong> del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (<strong>Cnr-Isasi</strong>) supera tale limite attraverso una <strong>innovativa interfaccia bio-fotovoltaica</strong> completamente guidata dalla <strong>luce</strong>. La ricerca, pubblicata su <strong>Advanced Functional Materials</strong> – rivista statunitense del gruppo Wiley - dimostra come sia possibile <strong>manipolare le cellule e influenzarne le funzioni in modalità wireless e non invasiva sfruttando i campi elettrici generati dall'effetto fotovoltaico in cristalli di niobato di litio drogati con ferro.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il cuore della tecnologia risiede nelle <strong>proprietà ferroelettriche del cristallo</strong>: quando colpito da una sorgente luminosa strutturata, il materiale genera dei "<strong>micro-pattern</strong>" di carica elettrica sulla sua superficie che agiscono come elettrodi virtuali. «Questo approccio rappresenta un cambio di paradigma nel bio-handling», sottolinea <strong>Lisa Miccio</strong> ricercatrice del Cnr-Isasi che ha condotto lo studio. «Sfruttando l'effetto fotovoltaico dei cristalli ferroelettrici, abbiamo eliminato la necessità di fili, elettrodi e processi litografici costosi. È una tecnologia 'all-optical' che trasforma il materiale di supporto in un attuatore intelligente. In futuro, questo sistema wireless potrebbe rivoluzionare lo studio della rigenerazione dei tessuti e della guarigione delle ferite, offrendo uno strumento senza precedenti per guidare il destino cellulare».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Una prima sperimentazione è stata condotta su <strong>fibroblasti NIH-3T3 </strong>(ovvero cellule modello riprodotte in vitro normalmente utilizzate nel campo della biologia molecolare): i risultati confermano l'efficacia del sistema, con l'80% delle cellule che si è allineato seguendo la geometria del campo elettrico indotto, mentre il 50% ha mostrato uno schiacciamento del nucleo (nuclear squeezing) in risposta agli stimoli.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La piattaforma permette inoltre un monitoraggio dinamico senza precedenti grazie alla microscopia olografica digitale. Aggiunge <strong>Pietro Ferraro</strong> (Cnr-Isasi) spiega: «La peculiarità  di questa piattaforma risiede nella sua natura dinamica e reversibile. A differenza dei substrati tradizionali, dove le geometrie di stimolazione sono fisse, qui possiamo 'scrivere' e 'cancellare' i segnali elettrici per le cellule in tempo reale. Questo ci ha permesso di osservare per la prima volta come una cellula viva adatta la propria traiettoria e morfologia a un ambiente elettrico che cambia sotto i nostri occhi, monitorando il tutto attraverso mappe di fase quantitativa».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Manipolare le cellule senza contatto fisico e con una risoluzione spaziale elevatissima apre la strada ad <strong>applicazioni avanzate nell'ingegneria dei tessuti, nella stimolazione neuronale e nello studio dei segnali elettrici intercellulari</strong>. Evitando i limiti della litografia tradizionale e l'uso di alimentatori esterni, la piattaforma si propone come uno strumento di ricerca fondamentale per la biologia cellulare del futuro, permettendo di comprendere come gli organismi viventi si adattino a modifiche controllate e dinamiche del loro microambiente.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Lo studio è stato sviluppato nell'ambito del progetto PRIN 2022 "All-optical Stimulation and Sensing Of Neurons on fErroelectric platform (ASSONE)".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr">Link allo studio: L. Miccio, M. Mugnano, V. Marchesano, et al. "<a href="https://advanced.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/adfm.202518941" target="_blank" rel="noopener">An All-Optical Driven Bio-Photovoltaic Interface for Active Control of Live Cells.</a>" Advanced Functional Materials (2026): e18941.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Ricerca sismica, collaborazione tra Italia e Nuova Zelanda: concluso il progetto biennale sugli effetti di amplificazione locale</title>
<link>https://www.italia24.news/ingv-e-esnz-collaborazione-per-la-ricerca-sismica</link>
<guid>https://www.italia24.news/ingv-e-esnz-collaborazione-per-la-ricerca-sismica</guid>
<description><![CDATA[ Lo studio, realizzato da Earth Sciences New Zealand, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e Università di Genova, ha analizzato alla scala regionale gli effetti di amplificazione sismica locale nella rete neozelandese. I risultati saranno presentati ad aprile al congresso della Seismological Society of America di Pasadena ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 11:36:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Si è concluso il progetto biennale “<strong>Capturing site amplification in seismic design: pilot study investigating seismic site amplification at stations of the NZ seismic network</strong>” che ha visto la <strong>collaborazione scientifica tra Italia e Nuova Zelanda </strong>per effettuare uno <strong>studio </strong>alla scala regionale degli <strong>effetti di amplificazione sismica locale</strong>. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra l’<strong>Earth Science New Zealand</strong> (ESNZ), capofila dello studio, l’<strong>Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia</strong> (INGV) e l’<strong>Università degli Studi di Genova</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La ricerca è stata finanziata dal governo neozelandese nell’ambito del <strong>programma CATALYST-seeding</strong>, finalizzato a promuovere collaborazioni tra enti di ricerca e università internazionali. Il progetto, inoltre, è stato inserito nel <strong>Memorandum of Understanding</strong> (MoU) siglato <strong>tra INGV ed ESNZ</strong> per il quadriennio 2023-2027.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<strong>analisi </strong>condotta sulla <strong>rete sismica neozelandese</strong> ha evidenziato che circa il 50% delle stazioni considerate è affetto da amplificazione di sito, un dato <strong>in linea</strong> con quanto osservato da studi condotti dall’INGV sulla <strong>rete sismica italiana</strong>. Sono stati inoltre osservati interessanti<strong> </strong>pattern di amplificazione in particolari contesti geologici o morfologici, come ad esempio in zone di faglia, in aree vulcaniche e su irregolarità morfologiche.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">I <strong>risultati del progetto</strong>, già presentati internamente a Roma e a Wellington presso le rispettive sedi dell’INGV e dell’ESNZ, saranno <strong>condivisi con la comunità scientifica </strong>in occasione del prossimo <strong>convegno SSA</strong> (Seismological Society of America), che si svolgerà <strong>dal 14 al 17 aprile a Pasadena</strong> (USA).</span><b id="docs-internal-guid-cc290f68-7fff-e4b9-c8a9-c5ee56a4dae0"></b></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Sicurezza: ENEA lancia una nuova versione software per rispondere a emergenze naturali e climatiche</title>
<link>https://www.italia24.news/sicurezza-enea-lancia-nuova-versione-software-per-rispondere-a-emergenze-naturali-e-climatiche</link>
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<description><![CDATA[ La nuova versione del software CIPCast 5.0, resa disponibile da ENEA, aiuterà la gestione di emergenze naturali e climatiche, assistendo a decisori politici, protezione civile e gestori di infrastrutture critiche, e aiutando a valutare gli effetti causati dagli eventi ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 11:25:33 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>ENEA</strong><span> </span>lancia la nuova versione del<strong><span> </span>software CIPCast 5.0 p</strong>er la gestione di<span> </span><strong>emergenze naturali e climatiche</strong>, come alluvioni, terremoti, eventi meteorologici estremi e ondate di calore. Pensato per assistere<span> </span><strong>decisori politici</strong>,<span> </span><strong>protezione civile</strong><span> </span>e gestori di<span> </span><strong>infrastrutture critiche</strong>, il sistema aiuta a valutare<span> </span><strong>gli effetti causati da eventi che si stanno dimostrando<span> </span></strong>sempre più<span> </span><strong>intensi</strong><span> </span>e frequenti.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’evoluzione 5.0 della piattaforma<span> </span><strong>CIPCast</strong><span> </span>è stata sviluppata nell’ambito del progetto europeo<span> </span><strong>MULTICLIMACT</strong><span> </span>che coinvolge 25 partner, tra cui per l’Italia ENEA e l’azienda Rina Consulting S.p.A. (coordinatore).  Il software stima i<span> </span><strong>possibili danni</strong><span> </span>causati alle infrastrutture, associando informazioni su<span> </span><strong>caratteristiche e vulnerabilità dei manufatti<span> </span></strong>alla valutazione probabilistica della<span> </span><strong>pericolosità</strong><span> </span>dell’evento.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Diversamente dai tradizionali sistemi di allerta, che descrivono principalmente scenari probabilistici di pericolosità, la piattaforma consente di<span> </span><strong>stimare potenziali impatti sul territorio</strong>: individua le aree più esposte, i<span> </span><strong>servizi essenziali</strong><span> </span>che potrebbero essere coinvolti (trasporti, reti elettriche ed edifici strategici) e le priorità di intervento. Inoltre, permette di valutare, sulla base dei dati disponibili, la<span> </span><strong>capacità del territorio di mantenere operativi tali servizi<span> </span></strong>durante e dopo l’emergenza, fornendo<span> </span><strong>indicatori di resilienza.</strong></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«CIPCast esamina l’interconnessione fra le infrastrutture in città, analizzando ad esempio gli effetti che provoca la mancanza di energia elettrica», spiega <strong>Antonio Di Pietro </strong>del Laboratorio ENEA Analisi e modelli per le infrastrutture critiche e i servizi essenziali - Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili. «Il nuovo software - prosegue - aiuta a interpretare le informazioni disponibili in termini operativi per valutare possibili contromisure, dato che da sole le informazioni sul pericolo naturale non sono sufficienti per prendere<span> </span><strong>decisioni efficaci»</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">I dati utilizzati dal sistema provengono da diverse fonti: informazioni territoriali sulla vulnerabilità degli edifici, dati geografici<span> </span><em>open source</em><span> </span>e informazioni provenienti dal<span> </span><strong>monitoraggio del territorio,<span> </span></strong>inclusi i flussi video acquisiti in tempo reale tramite<span> </span><strong>droni e sensori</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">La piattaforma è già operativa per la parte di <strong>analisi del rischio, </strong>mentre gli altri moduli, tra cui quelli di valutazione della resilienza e quelli che integrano le informazioni acquisite tramite  i droni, verranno messi a disposizione entro la fine dell’anno.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">CIPCast 5.0 è attualmente in<span> </span><strong>fase di sperimentazione nella città di Camerino nelle Marche,</strong><span> </span>uno dei quattro siti pilota del progetto MULTICLIMACT, insieme a Barcellona (Spagna), L’Aia (Paesi Bassi) e Riga (Lettonia).</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«La sequenza sismica che ha colpito l’Italia centrale nel 2016, tra cui Camerino, ha reso disponibili dati strumentali, rilievi di danno e informazioni tecniche molto utili», continua <strong>Di Pietro</strong>. «Per ottenere stime più realistiche sui possibili danni in caso di nuovi eventi sismici - conclude - i dati strumentali ottenuti sono stati integrati nel sistema con le caratteristiche di vulnerabilità degli edifici del centro storico. Inoltre, i test eseguiti sugli edifici interessati da interventi di ricostruzione a seguito del terremoto, permettono di verificare la piattaforma in una situazione reale e trasferibile anche ad altri contesti urbani».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Terminata la sperimentazione, il software verrà messo a disposizione del Comune di Camerino per rafforzare la capacità di risposta del territorio e la protezione dei cittadini.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>A Padova la terza edizione Premio Evotec: premiata la tesi di Elia Moretton per la sua innovazione in campo farmaceutico</title>
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<description><![CDATA[ Il lavoro di Elia Moretton rappresenta un protocollo computazionale per accelerare lo sviluppo di nuove terapie. Vincenzo De Filippis, il Presidente del Corso di Laurea in CTF, interviene affermando che tutte le Tesi analizzate presentavano un livello molto elevato ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 10:51:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Venerdì 6 marzo</strong> sono stati <strong>consegnati i Premi di laurea Evotec</strong> per la miglior tesi del <strong>Corso di Laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutcihe del Dipartimento di Scienze del Farmaco</strong> dell'<strong>Università di Padova</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«I lavori sperimentati di Tesi presentati dai candidati hanno spaziato dalla chimica computazionale, alla sintesi organica, alla tecnologia farmaceutica e alla bio-medicina, a testimonianza della vivacità della comunità scientifico-didattica del Corso di Laurea in CTF» dice <strong>Vincenzo de Filippis</strong>,<strong> Presidente del Corso di Laurea in CTF</strong>. «Il livello dei lavori presentati è stato, in generale, molto elevato e alla fine abbiamo scelto di <strong>premiare</strong> il <strong>lavoro </strong>con una <strong>maggiore ricaduta diretta in campo farmaceutico</strong>».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A <strong>Elia Moretton</strong> è andato il <strong>primo premio </strong>(1500 €) per la <strong>miglior tesi</strong> del Corso di Laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF) 2023/2024, con il <strong>contributo di Aptuit</strong>, una <strong>compagnia Evotec</strong>.<br></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Le menzioni d’onore ex aequo (500 €) sono invece per<strong> Angela Bonato</strong>, <strong>Laura Massignani</strong> e <strong>Arianna Zanolli</strong>. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Nella mia tesi ho sviluppato un protocollo computazionale per accelerare la scoperta di potenziali <strong>degradatori PROTAC</strong>, una nuova classe di molecole che, invece di limitarsi a bloccare l’attività di una proteina, ne inducono la degradazione all’interno della cellula» <strong>spiega Elia Moretton</strong>, vincitore della terza edizione del Premio Evotec «.È un ambito di ricerca molto recente, su cui la comunità scientifica sta concentrando grande attenzione: il <strong>nostro lavoro</strong> rappresenta <strong>uno dei primi tentativi</strong> di rendere più rapido e razionale lo sviluppo di queste strategie, che potrebbero <strong>aprire nuove prospettive terapeutiche</strong> soprattutto nel <strong>trattamento di tumori e malattie neurodegenerative</strong>. La notizia del premio mi ha colto di sorpresa, anche perché si tratta di un progetto interamente computazionale, diverso dai tradizionali lavori di laboratorio. Sono molto grato al mio relatore, il professor Stefano Moro, e al gruppo di ricerca di modellistica molecolare (MMS), che continuerà a sviluppare questo lavoro». </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <strong>Premio</strong> è nato con lo <strong>scopo di valorizzare il merito e le motivazioni </strong>degli studenti del Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in CTF, ed è stato accolto positivamente da <strong>Evotec</strong>, società di biotecnologie impegnata nel promuovere la scoperta e lo sviluppo di farmaci, che <strong>sostiene l’iniziativa ormai da tre anni</strong>.</span><b id="docs-internal-guid-47957197-7fff-3733-9a5d-bf9673a3925f"></b></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Antartide: la nave Laura Bassi conclude la campagna di ricerca estiva</title>
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<description><![CDATA[ La rompighiaccio italiana Laura Bassi conclude la 41a spedizione estiva del PNRA, dopo aver navigato per quattro mesi nel Mare di Ross per lo svolgimento delle attività di ricerca. Rientrerà in Italia, a Trieste, nella seconda metà di aprile ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 09:32:43 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La <b>nave da ricerca italiana Laura Bassi</b> <strong>dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS </strong><b>ha concluso la missione</b> che l’ha portata a navigare per quattro mesi nelle acque antartiche a supporto delle attività di ricerca sulle dinamiche fisiche e biogeochimiche di specifiche aree del continente.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Con il rientro della rompighiaccio al porto di Lyttelton in Nuova Zelanda, <b>termina la </b></span><b><span>41<sup>a</sup><span> spedizione scientifica in Antartide</span></span></b><span> finanziata dal Ministero dell’Università e Ricerca (<b>MUR</b>) nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (<b>PNRA</b>), gestito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (<b>CNR</b>) per il coordinamento scientifico, dall’<b>ENEA</b> per la pianificazione e l’organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – <b>OGS</b> per la gestione tecnica e scientifica della rompighiaccio Laura Bassi.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La missione scientifica ha coinvolto a bordo della nave 44 unità di personale tecnico e scientifico e 23 membri dell’equipaggio, che hanno portato avanti 5 progetti di ricerca finanziati dal PNRA e attività di supporto logistico.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Quest’anno la missione della rompighiaccio Laura Bassi è stata caratterizzata dall’elevato numero di attività in programma e, di conseguenza, da una durata maggiore rispetto alle precedenti missioni», commenta <strong>Franco Coren</strong>, Direttore del Centro di Gestione Infrastrutture Navali dell’OGS. «Durante la spedizione sono state realizzate due campagne di ricerca: la prima, di 25 giorni, dedicata principalmente ad attività logistiche di supporto alla Base Zucchelli e al trasferimento nel continente antartico di due campioni di ghiaccio provenienti dal Monte Bianco e dal Grand Combin, raccolti nell’ambito dell’iniziativa internazionale <i>Ice Memory</i>. La seconda, di 58 giorni, è stata invece dedicata ai 5 progetti di ricerca approvati dal PNRA. Tutte le attività sono state portate a termine secondo i tempi e le modalità previste e si sono concluse con pieno successo, nonostante il personale a bordo abbia operato in condizioni meteomarine molto avverse lungo la costa antartica di fronte all’Australia», conclude Coren.</span></p>
<p class="v1xxxmsonormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1xxxmsonormal" style="text-align: left;"><span>Il rientro in Italia, a Trieste, della nave e dell’equipaggio è previsto nella <strong>seconda metà di aprile</strong> dopo una navigazione che vedrà la Laura Bassi attraversare prima l’Oceano Pacifico Meridionale e poi l’Atlantico, fino ad arrivare nel Mediterraneo passando per lo Stretto di Gibilterra.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>In questi giorni, inoltre, le restrizioni al traffico aereo in alcune aree di transito hanno reso necessaria la riorganizzazione da parte dell’ENEA dei voli internazionali di rientro in Europa del personale scientifico.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">I progetti a bordo</span></b></h2>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">CSICLIC - Carbon and silica pelagic-benthic coupling processes in the Southern Ocean</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Coordinatrice: </span></b><span>Emanuela Frapiccini, Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Cnr (Cnr - IRBIM)</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il progetto intende studiare i processi che avvengono nei sedimenti marini subito dopo il loro deposito sul fondo dell’oceano. L’obiettivo principale è analizzare come l’anidride carbonica viene assorbita o rilasciata dai sedimenti marini e come il silicio viene incorporato in essi attraverso il fitoplancton.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">DIONE - Dynamic behavIor Of the East ANtarctic Ice ShEet in the Sabrina Coast (East Antarctica)</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Coordinatrice: </span></b><span>Federica Donda, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>L’obiettivo principale del progetto DIONE è quello di fornire una ricostruzione completa dell’evoluzione ambientale e climatica del margine continentale del Sabrina Coast a partire dal Pliocene, quando le concentrazioni atmosferiche di CO<sub>2</sub> erano simili a quelle attuali (circa 420 ppm contro le circa 418 ppm attuali), le temperature erano di 2-3 °C più elevate e il livello del mare era di circa 20 m più alto di oggi.<b></b></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">IOPPIERS - Ice-Ocean Past and Present Interactions in the Eastern Ross Sea</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Coordinatore:</span></b><span> Michele Rebesco, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>L’obiettivo principale del progetto è indagare le interazioni passate e presenti tra ghiaccio, oceano e sedimenti nell’area dell’Hillary Canyon (Mare di Ross Orientale) per far luce sulla sensibilità della calotta glaciale Antartica ai cambiamenti climatici previsti per i prossimi secoli attraverso un’indagine geofisica, geologica e oceanografica integrata.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">MORsea -<span> </span><span>Marine Observatory in the Ross Sea</span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"><span></span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Coordinatori:</span></b><span> Giorgio Budillon, Università degli studi di Napoli “Parthenope”, e Pasquale Castagno, Università degli Studi di Messina</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il progetto MORsea si svolge in continuità con progetti precedenti poiché si occupa della gestione della rete degli osservatori marini, una serie di strumentazioni oceanografiche che monitorano e forniscono dati sulle acque oceaniche, posizionati fin dal 1994 nel Mare di Ross.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB">MYSTERO - Multidisciplinary study of enigmatic mounds in the East Antarctica offshore</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-GB"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Coordinatore:</span></b><span> Giorgio Castellan, Istituto di scienze marine del Cnr (Cnr-Ismar)</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Ha come scopo l’indagine di rilievi sottomarini osservati durante precedenti spedizioni sul margine della piattaforma continentale del Mare di Ross, al largo di Capo Adare. L’origine di queste strutture, alte decine di metri, larghe centinaia, osservati a profondità tra 400 e 1200 metri, è attualmente sconosciuta ma importante da studiare. I rilievi sottomarini, infatti, influenzano la circolazione marina, ospitano comunità biologiche specifiche, possono convogliare gas e fluidi profondi dai sedimenti alla colonna d’acqua e preservare informazioni paleoceanografiche.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>La nave rompighiaccio Laura Bassi</span></b></h2>
<p><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La N/R Laura Bassi è oggi l’unica nave rompighiaccio italiana per la ricerca oceanografica in grado di operare in mari polari, sia in Antartide sia in Artico. È stata acquistata dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS nel 2019 grazie al finanziamento dell’allora Ministero dell’università e della ricerca – MUR e opera a supporto di tutta la comunità scientifica. L’obiettivo principale della nave Laura Bassi è il supporto scientifico e logistico alle missioni polari italiane e al contempo consentire la ricerca oceanografica e geofisica dei ricercatori dell’Ente e della comunità scientifica nazionale ed europea a livello globale e, in particolare, polare. È una rompighiaccio categoria A classe PC5 ed è stata concepita come una nave speciale combinando in maniera ottimale sia capacità cargo sia di ricerca scientifica. Ha una stazza di 4028 tonnellate, è lunga 80 metri e larga 17 metri, ha un sistema di posizionamento dinamico che le garantisce un’elevata manovrabilità e un’accuratezza di stazionamento in un prefissato punto dell’ordine di 1 metro. La struttura del fasciame, particolarmente robusta, le permette di operare in mari coperti da ghiaccio senza temere danni strutturali.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Concluso a Roma l&amp;apos;Arctic Circle – Polar Dialogue: l&amp;apos;Italia guida il confronto sulle regioni polari</title>
<link>https://www.italia24.news/concluso-a-roma-larctic-circle-polar-dialogue-litalia-guida-il-confronto-sulle-regioni-polari</link>
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<description><![CDATA[ Scienziati, ministri, rappresentanti istituzionali e delle società civile di oltre 40 Paesi si sono riuniti per due giorni a Roma, al Cnr, per discutere il futuro delle regioni polari tra ricerca, geopolitica e diplomazia scientifica ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 10:13:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof" style="text-align: left;">Scienza, diplomazia, sicurezza, formazione e ricerca. Sono le cinque parole chiave della due giorni dell'<a href="https://www.cnr.it/it/arctic-circle-2026" target="_blank" rel="noopener">Arctic Circle Rome Forum – Polar Dialogue</a> che ha riunito per la prima volta in Italia, presso la sede del <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</strong>, le voci più autorevoli della ricerca polare, insieme a rappresentanti di governi e istituzioni, del mondo produttivo, delle comunità indigene e della società civile da <strong>oltre 40 Paesi</strong> con l'obiettivo di discutere il futuro delle regioni polari.</div>
<div class="v1elementToProof" style="text-align: left;">
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il Forum è stato organizzato da Arctic Circle in collaborazione con il <strong>Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR),</strong> in coordinamento con il <strong>Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI),</strong> e con il coinvolgimento del <strong>Ministero della Difesa e del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Al centro del confronto internazionale la complessità delle sfide scientifiche e geopolitiche che interessano <strong>l'Artico, l'Antartico e il Terzo Polo himalayano</strong>. Tanti i temi sul tavolo: dal cambiamento climatico alle tecnologie avanzate per osservazione, monitoraggio e adattamento in ambienti estremi; dalle nuove rotte di navigazione alla questione delle risorse minerarie, dalla sicurezza internazionale alla diplomazia scientifica.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«L'Artico e le regioni polari sono ora al centro della scacchiera geopolitica. Il Rome Forum - Polar Dialogue arriva quindi in un momento storico», ha detto </span><strong>Ólafur Ragnar Grímsson</strong><span>, </span><span>Presidente di Arctic Circle.</span><span> </span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«È la prima volta che in Italia si tiene un Polar Summit. Ne siamo profondamente orgogliosi. Questa è la dimostrazione che la comunità scientifica internazionale riconosce il valore della ricerca artica italiana che da 50 anni è protagonista nell'Artico», ha dichiarato il </span><span>Ministro dell'Università e Ricerca, <strong>Anna Maria Bernini</strong>, </span><span>in apertura della prima plenaria.</span><span> </span><span>«L'Artico e le regioni polari sono il luogo dove la scienza diventa cooperazione. E in un momento così complesso dal punto di vista geopolitico, ricerca e scienza si dimostrano collegamento perfetto tra la diplomazia di una politica estera responsabile e una difesa che garantisce la sicurezza a tutti noi».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il Ministro degli Esteri <strong>Antonio Tajani</strong> </span><span>ha dichiarato: «L'Artico non è più una periferia, è una regione centrale, anche per il nostro sviluppo, per il futuro della nostra ricerca e per la nostra stessa sicurezza. Per questo abbiamo lanciato il nuovo Documento strategico italiano sull'Artico: vogliamo consolidare il ruolo dell'Italia come partner sempre più riconosciuto dalla famiglia dei popoli artici, che contribuisce agli equilibri e al benessere della regione, rafforzando così l'asse nord-sud del continente, dall'Artico al Mediterraneo. Con più progetti di ricerca e più imprese italiane attive nel territorio, possiamo rendere l'Artico più prospero e consolidare il rapporto transatlantico».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Isabella Rauti</strong><span>, </span><span>Sottosegretario alla Difesa con delega all'Artico, Sub-artico e Antartide</span><span>, ha dichiarato: «L'Artico è un baricentro strategico ed una responsabilità condivisa; uno scenario in cui si intrecciano sicurezza, cambiamenti climatici, nuove rotte commerciali e interessi globali confliggenti. È fondamentale preservare stabilità, cooperazione e rispetto del diritto internazionale».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il Presidente del CNR <strong>Andrea Lenzi</strong></span><span>,</span><span> </span><span>a conclusione dell'evento, ha commentato: «È stata una due giorni intensa e di grande valore per il nostro Paese, che ha ospitato per la prima volta a Roma l'Arctic Circle Forum, presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Un appuntamento di straordinaria rilevanza scientifica e istituzionale, con 40 sessioni tematiche parallele, 2 plenarie e oltre 500 presenze tra ricercatori ed esperti provenienti da diversi ambiti disciplinari. L'Artico ci riguarda tutti da vicino: è un laboratorio naturale che ci aiuta a comprendere i cambiamenti climatici, gli equilibri ambientali e le dinamiche che influenzano direttamente le nostre società. Continuare a investire nella ricerca polare significa credere nella capacità di anticipare i rischi, proteggere gli ecosistemi e tutelare le future generazioni. Il Cnr, quale ente di ricerca, è al fianco del Governo italiano per l'attuazione della Strategia nazionale artica, con l'obiettivo di consolidare il ruolo dell'Italia nella ricerca internazionale e di garantire che la scienza possa continuare a fornire le conoscenze, gli strumenti e le soluzioni più innovative per affrontare le sfide che abbiamo di fronte».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La ricerca polare è una sfida globale: richiede infrastrutture condivise, tecnologie avanzate e una comunità scientifica capace di lavorare con visione e responsabilità», ha detto </span><span><strong>Francesco Petracchini</strong>, direttore del Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l'Ambiente del CNR. </span><span>«Il Cnr è attivo da decenni in Artico, dove alle Svalbard gestisce</span><span> </span><span>la stazione Dirigibile Italia, punto di riferimento per le misure climatiche di lungo periodo. Il Cnr è protagonista anche negli altri luoghi estremi del pianeta, dall'Antartide all'Himalaya attraverso collaborazioni interdisciplinari che trascendono i confini nazionali e che oggi più che mai sono cruciali per affrontare le trasformazioni in atto sul nostro pianeta».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Studiare l'Artico oggi significa guardare direttamente al futuro del nostro pianeta. La regione artica si sta riscaldando più del doppio rispetto al resto del mondo, e il 2025 ha segnato nuovi record di riduzione del ghiaccio marino, sia in inverno che in estate», ha commentato </span><strong>Giuliana Panieri</strong><span>, </span><span>direttrice dell'Istituto di Scienze Polari del CNR, che ha coordinato la parte scientifica dell'evento</span><span>. «Se questa tendenza non si arresta, entro pochi decenni l'Artico potrebbe diventare un mare blu in estate, quasi privo di ghiaccio, influenzando correnti, clima ed ecosistemi in tutto il mondo. La chiave per comprendere questi cambiamenti e per affrontare questa sfida globale è un impegno scientifico costante e condiviso, sostenuto da maggiori investimenti in ricerca e infrastrutture».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>A conclusione del Forum di Roma, <strong>l'Accademia Pontificia delle Scienze</strong> ospita la mattina del 5 marzo un seminario presieduto dal <strong>Cardinale Turkson</strong>, nel corso del quale saranno presentati i risultati e le conclusioni dell'incontro internazionale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Arctic Circle</strong><span> è la più grande rete di dialogo e cooperazione internazionale dedicata all'Artico. È una piattaforma aperta alla partecipazione di rappresentanti di governo, organizzazioni, aziende, comunità scientifica, università, think tank, associazioni ambientaliste, comunità indigene, società civile e altri stakeholder di potenziale interesse.</span></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Astrofisica, onde gravitazionali: pubblicato il catalogo aggiornato di tutti gli eventi gravitazionali osservati finora</title>
<link>https://www.italia24.news/astrofisica-onde-gravitazionali-pubblicato-il-catalogo-aggiornato-di-tutti-gli-eventi-gravitazionali-osservati-finora</link>
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<description><![CDATA[ La collaborazione delle reti internazionali dei rivelatori di onde gravitazionali LIGO-Virgo-KAGRA pubblicano oggi il nuovo catalogo degli eventi registrati nel corso del ciclo di presa dati chiamato O4a, da maggio 2023 a gennaio 2024 ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 09:59:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-9e942f08-7fff-06dc-2f7c-10308194a35e"><span>È stato pubblicato il 5 marzo 2026 il catalogo di tutti i </span><strong>128 nuovi eventi osservati da LIGO, Virgo e KAGRA</strong><span> tra maggio 2023 e gennaio 2024. Il catalogo rivela una varietà ancora maggiore di sistemi binari che producono </span><strong>onde gravitazionali</strong><span> rispetto a quanto noto in precedenza. Le nuove osservazioni ci permettono di </span><strong>comprendere meglio la formazione dei buchi neri, di indagare l'evoluzione cosmologica dell'universo e di fornire conferme sempre più rigorose della teoria della relatività generale.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La rete internazionale di rivelatori di onde gravitazionali LIGO negli Stati Uniti, Virgo in Italia e KAGRA in Giappone (LVK) ha annunciato oggi la pubblicazione di un catalogo aggiornato di tutti gli eventi gravitazionali osservati finora, chiamato </span><strong>Gravitational-Wave Transient Catalogue-4.0 (GWTC-4).</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati sono il frutto di analisi approfondite, condotte per oltre due anni dalle scienziate e dagli scienziati della collaborazione LVK, per verificarne la validità e studiarne le più importanti implicazioni astrofisiche e cosmologiche.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>Il catalogo, accompagnato da una serie di articoli pubblicati su </span><strong>Astrophysical Journal Letters</strong><span>, raccoglie 128 nuovi eventi, più che raddoppiando il numero di eventi del catalogo precedente, che conteneva i 90 segnali rivelati durante le tre campagne di osservazione precedenti. I dati, ora resi disponibili per ulteriori analisi da parte di gruppi di ricerca esterni alla collaborazione LVK, rivelano, infatti, </span><strong>una varietà ancora maggiore di sistemi binari sorgenti di onde gravitazionali rispetto a quanto noto in precedenza</strong><span>. Tra questi figurano il sistema binario di buchi neri più massiccio mai rivelato tramite onde gravitazionali, un sistema con la maggiore asimmetria di massa mai osservata e uno in cui entrambi i buchi neri presentano spin eccezionalmente elevati, oltre a due sistemi composti da un buco nero e una stella di neutroni.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«Nell'ultimo decennio, l'astronomia delle onde gravitazionali è passata dalla prima rivelazione all'osservazione di centinaia di fusioni di buchi neri», commenta </span><strong>Stephen Fairhurst</strong><span>, professore alla Cardiff University e coordinatore della LIGO Scientific Collaboration. «Queste osservazioni ci permettono di comprendere meglio come i buchi neri si formino dal collasso di stelle massicce, di sondare l'evoluzione cosmologica dell'universo e di fornire conferme sempre più rigorose della teoria della relatività generale».</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«La pubblicazione del catalogo GWTC-4 rappresenta un passo in avanti decisivo, aggiungendo 128 nuovi segnali al nostro archivio in meno di un anno di osservazioni», sottolinea </span><strong>Gianluca Gemme</strong><span>, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e coordinatore della collaborazione Virgo. «Questa ricchezza di dati rivela un vero caleidoscopio di collisioni cosmiche: dai buchi neri binari più pesanti mai rilevati, a coppie che ruotano a quasi metà della velocità della luce. Non si tratta più di casi eccezionali, e costituiscono la base statistica necessaria per testare la relatività generale di Albert Einstein con una precisione senza precedenti, e fornire una nuova misura indipendente della velocità di espansione dell'universo. Per Virgo e la rete LVK, questi risultati dimostrano che stiamo mappando l'evoluzione complessa del cosmo con una chiarezza mai raggiunta prima».</span></p>
<h2 dir="ltr"></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Segnali insoliti</span></h2>
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<p dir="ltr"><span>Tra i segnali più insoliti rivelati nella prima fase della campagna di osservazione O4 vi è GW231123 (il nome si riferisce al giorno in cui il segnale è stato osservato, secondo la convenzione statunitense): questo segnale è stato generato dal sistema binario di buchi neri più massiccio mai rivelato finora, ciascuno con una </span><strong>massa pari a circa 130 volte quella del Sole</strong><span><strong>.</strong> La maggior parte dei buchi neri nei sistemi binari finora osservati ha una massa di circa 30 masse solari. I buchi neri molto più massicci che hanno generato GW231123 suggeriscono che ciascuno di essi possa essere il risultato di una precedente </span><strong>collisione tra buchi neri "progenitori"</strong><span><strong> più leggeri</strong>, probabilmente in ambienti cosmici estremamente affollati e caotici. Un altro caso di straordinario interesse è quello di GW231028, generato da una coppia di buchi neri con lo spin più elevato mai osservato: entrambi ruotano a circa il 40% della velocità della luce. Anche in questo caso, i buchi neri potrebbero essere il prodotto di collisioni precedenti, dalle quali avrebbero ereditato la loro enorme energia rotazionale. Tra gli eventi del catalogo vi è anche GW231118, generato da una coppia insolitamente sbilanciata, con un buco nero due volte più massiccio dell'altro.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>Grazie alle più recenti rivelazioni di onde gravitazionali e alla significativa crescita dei dati sulle fusioni di buchi neri, gli scienziati hanno iniziato a studiarne le proprietà anche in termini di popolazioni.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«Segnali inattesi come GW231123 e GW231028 ci ricordano che l'universo può sorprenderci. Per comprenderlo davvero, i nostri modelli scientifici devono essere in grado di spiegare, e persino anticipare, l'intera gamma di segnali che la natura produce», spiega </span><strong>Filippo Santoliquido</strong><span>, ricercatore al Gran Sasso Science Institute.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>I nuovi dati consentono inoltre ai gruppi di ricerca di perfezionare test e misure precedentemente effettuati con un insieme di dati più limitato, continuando a esplorare alcune delle grandi questioni ancora irrisolte della fisica contemporanea.</span></p>
<h2 dir="ltr"></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Einstein aveva ragione?</span></h2>
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<p dir="ltr"><span>Le nuove scoperte permettono, ad esempio, di testare ulteriormente e con maggiore precisione la teoria della relatività generale di Einstein: la teoria che un secolo fa ha rivoluzionato la nostra visione dell'universo, descrivendo la gravità come una proprietà geometrica dello spazio e del tempo. Da allora, la teoria di Einstein è stata confermata da numerosi test sperimentali e osservazioni, dimostrandosi la migliore descrizione teorica della gravità di cui disponiamo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Tuttavia, il fatto che le collisioni tra buchi neri scuotano lo spazio e il tempo più intensamente di quasi ogni altro fenomeno concepibile le rende candidate ideali per mettere alla prova la teoria stessa.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«Quando testiamo le nostre teorie fisiche, è bene considerare le situazioni più estreme possibili, perché è proprio lì che le teorie hanno maggiori probabilità di fallire e dove abbiamo le maggiori possibilità di fare nuove scoperte», aggiunge </span><strong>Aaron Zimmerman</strong><span>, professore associato di fisica alla University of Texas di Austin.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>I ricercatori e le ricercatrici hanno testato la teoria di Einstein utilizzando GW230814, uno dei segnali di onde gravitazionali più "forti" di quest'ultimo catalogo. La sorprendente nitidezza del segnale ha permesso di analizzarlo in dettaglio per verificare eventuali deviazioni dalla teoria di Einstein. Finora, tuttavia, la teoria ha superato tutti i test.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«Sono entusiasta di vedere come il numero crescente e la qualità in miglioramento delle rivelazioni di onde gravitazionali stiano consentendo test sempre più sensibili della relatività generale nel regime dinamico e di campo forte della gravità», commenta </span><strong>Soumen Roy</strong><span>, ricercatore al Centre for Cosmology, Particle Physics and Phenomenology (CP3) dell'Università di Louvain in Belgio. «Con future osservazioni che copriranno una gamma più ampia di masse, spin ed eccentricità orbitali dei buchi neri, potremo imporre vincoli più stringenti alle teorie alternative della gravità e, potenzialmente, scoprire anche segnali di nuova fisica».</span></p>
<h2 dir="ltr"></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Quanto velocemente si sta espandendo l'universo?</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Un altro grande mistero della cosmologia riguarda la velocità con cui il nostro universo si sta espandendo oggi. Per rispondere a questa domanda è fondamentale stimare la costante di Hubble, che indica la velocità di espansione attuale dell'universo. Esistono diverse stime di questa costante che, utilizzando metodi e sorgenti astrofisiche differenti, hanno fornito risultati contrastanti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Le onde gravitazionali offrono un ulteriore modo per misurare la costante di Hubble</strong><span>, perché studiando il segnale è possibile calcolare, in modo relativamente semplice, la distanza percorsa dalla sorgente.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>Analizzando tutte le rivelazioni di onde gravitazionali dell'intero catalogo LVK, gli scienziati hanno sviluppato una nuova stima indipendente della costante di Hubble, che suggerisce che l'universo si stia espandendo a un ritmo di 76 chilometri al secondo per megaparsec, il che significa che una galassia distante un megaparsec dalla Terra si allontanerebbe da noi alla velocità di 76 km/s.</span></p>
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<p dir="ltr"><span>«C'è un entusiasmo crescente attorno alla cosmologia delle onde gravitazionali», commenta </span><strong>Ulyana Dupletsa</strong><span>, ricercatrice al Marietta Blau Institute (Accademia Austriaca delle Scienze). «Oltre a rappresentare un approccio nuovo e indipendente, è molto interessante perché evita la complessa calibrazione richiesta dai metodi consolidati. Anche se non disponiamo ancora di un numero sufficiente di osservazioni per eguagliare la precisione delle misure tradizionali, ogni nuova rivelazione di onde gravitazionali contribuisce a fare sempre più luce su quanto velocemente si stia espandendo il nostro universo».</span></p>
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<title>Università di Padova: uno studio rivela che le neurotossine botuliniche possono favorire le infenzioni intestinali</title>
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<description><![CDATA[ Un team di ricerca coordinato dall’Università di Padova evidenzia come quantità di tossina non sufficienti a causare paralisi sistemica possono alterare la barriera intestinale e facilitare infezioni batteriche ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 09:41:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-0526b21b-7fff-3e89-6eb2-d4eeb3e3df4f" style="text-align: left;"><span><strong>Dosi molto basse di tossina botulinica</strong>, <strong>insufficienti a causare il botulismo, possono interferire con i meccanismi di difesa dell’intestino.</strong> Questo quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’<strong>Università di Padova</strong> e pubblicato in «<strong>Science Advances</strong>».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il <strong>botulismo</strong> è una malattia rara ma potenzialmente letale, causata da <strong>tossine prodotte da batteri del genere Clostridium</strong>, che bloccano il rilascio dei neurotrasmettitori e provocano <strong>paralisi muscolare</strong>. </span><span>Queste tossine sono tra le sostanze biologiche più potenti conosciute e agiscono bloccando il rilascio dei neurotrasmettitori a livello delle terminazioni nervose, provocando una paralisi flaccida che nei casi più gravi può richiedere il ricovero in terapia intensiva. Per la loro estrema tossicità le tossine botuliniche sono incluse nelle liste degli agenti a potenziale uso bioterroristico.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>D’altro canto però, la loro straordinaria specificità d’azione le ha rese <strong>farmaci di grande valore clinico</strong>: sono oggi utilizzate nel trattamento di distonie, spasticità, iperidrosi, emicrania cronica, vescica iperattiva e numerose altre condizioni patologiche, con applicazioni che interessano molteplici ambiti della pratica medica, oltre ad avere ampia diffusione in <strong>medicina estetica</strong> per il trattamento delle rughe di espressione. La stessa molecola che in determinate condizioni può causare una grave paralisi rappresenta dunque, in dosi controllate, uno strumento terapeutico sicuro ed efficace.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Il nostro studio dimostra che, nel corso di un’intossicazione alimentare, le tossine botuliniche sono in grado di entrare nei neuroni del sistema nervoso enterico, costituito prevalentemente da neuroni colinergici, e di agire direttamente al loro interno bloccando il rilascio di acetilcolina e quindi alterando funzioni fondamentali per la difesa della mucosa intestinale – </span><span>spiega </span><span>la <strong>prof.ssa Ornella Rossetto</strong>, dip di Scienze biomediche dell’Università di Padova e </span><span>co-corresponding author</span><span> della ricerca</span><span> -. </span><span>L’inibizione dei neuroni colinergici enterici determina un’alterazione della peristalsi intestinale e </span><span>riduce il rilascio di muco protettivo favorendo così le infezioni da batteri patogeni quali Salmonella e Shigella».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Come è successo nei casi verificatesi in Calabria ed in Sardegna nell'estate 2025, il botulismo si manifesta in gruppi di persone che hanno condiviso alimenti contenenti la tossina botulinica – </span><span>dice il prof <strong>Cesare Montecucco</strong></span><span>, </span><span>co-corresponding author</span><span> della ricerca -.</span><span> Il gruppo si può suddividere in alcuni sottogruppi. Il primo comprende coloro che muoiono prima che venga formulata una diagnosi corretta, avendo ingerito una quantità significativa di tossina. Il secondo include i pazienti salvati grazie al ricovero tempestivo in terapia intensiva. Il terzo è costituito da chi ha ingerito una quantità piccola o molto piccola di cibo contaminato ed è sopravvissuto con sintomi lievi o lievissimi, prevalentemente a carico dell'intestino. Quest'ultimo gruppo è generalmente considerato clinicamente irrilevante. Abbiamo invece dimostrato che dosi bassissime di tossina botulinica ingerita con cibi contaminati possono favorire infezioni intestinali dovute a batteri patogeni presenti nell'intestino in quantità così basse, da non provocare normalmente alcuna malattia. Questo risultato evidenzia l’importanza di monitorare attentamente i pazienti con botulismo dopo la dimissione dalla terapia intensiva, così come coloro che hanno ingerito dosi molto basse di tossina, insufficienti a causare botulismo, valutando l’adozione di opportune terapie antibiotiche per prevenire l'insorgenza di infezioni intestinali causate da batteri intestinali patogeni od opportunisti».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong>L’alterazione della peristalsi</strong> fornisce inoltre una spiegazione meccanicistica a un sintomo clinico frequentemente osservato (ma poco considerato) nei pazienti con intossicazione botulinica: la costipazione. Questo disturbo, spesso presente già nelle fasi iniziali prima della comparsa della paralisi sistemica, alla luce di questo studio può ora essere interpretato come conseguenza diretta dell’azione della tossina sul sistema nervoso enterico (i neuroni presenti nelle pareti del tratto gastrointestinale, noti per costituire il nostro “secondo cervello”) e sul blocco della trasmissione colinergica intestinale.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Questi risultati portano anche a una revisione importante del modello tradizionale della patogenesi del botulismo – </span><span>dice il dott. <strong>Federico Fabris</strong>, primo autore dello studio</span><span> -. Finora infatti l’intestino era considerato principalmente come una porta d’ingresso della tossina nel circolo sanguigno, necessaria a raggiungere il sistema nervoso periferico. Il nostro studio dimostra invece che l’intestino, e in particolare il sistema nervoso enterico, rappresenta il primo sito d’azione funzionale della tossina. L’effetto locale sul sistema nervoso enterico precede e contribuisce a determinare alterazioni fisiologiche significative, modificando la suscettibilità alle infezioni.»</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Lo studio "</span><span><a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ady9407" target="_blank" rel="noopener">Enteric botulinum neurotoxins facilitate infection by Salmonella and Shigella</a>"</span><span> si caratterizza per un forte <strong>approccio multidisciplinare</strong>, integrando competenze in <strong>neurobiologia, microbiologia, immunologia e fisiologia, </strong>e contribuisce a una visione più ampia dell’interazione tra sistema nervoso e sistema immunitario nell’intestino.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Questi risultati aprono nuove prospettive nella comprensione dei meccanismi con cui queste neurotossine possono influenzare l’equilibrio tra ospite e microbiota.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>L&amp;apos;Università di Milano&#45;Bicocca in prima linea per la cura materno&#45;infantile e oncologica in Uganda con il progetto PRISMA</title>
<link>https://www.italia24.news/luniversita-di-milano-bicocca-in-prima-linea-per-la-cura-materno-infantile-e-oncologica-in-uganda-con-il-progetto-prisma</link>
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<description><![CDATA[ Il progetto del centro di ricerca BReCHS dell&#039;ateneo, che ha ricevuto un finanziamento di 12.750.000 euro dall&#039;AICS, Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, mira a rafforzare in modo strutturale ed equo il sistema sanitario nei contesti più vulnerabili del Nord del Paese africano ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 11:09:56 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Migliorare l'accesso, la qualità e la continuità delle cure materno-infantili, neonatali e oncologiche nel Nord dell'Uganda, con particolare attenzione alle donne, ai bambini e alle popolazioni più vulnerabili. Potenziare i servizi clinici e preventivi e la formazione del personale sanitario. Introdurre tecnologie innovative e rafforzare la governance sanitaria locale e lo sviluppo di attività di ricerca e monitoraggio. Sono gli obiettivi del <b>progetto PRISMA</b> (<i>Prevention, Research and Integrated Services </i><i>for Maternal child and cancer health care</i>: Prevenzione, Ricerca e Servizi Integrati per la cura materno-infantile e oncologica), promosso dal centro di ricerca <b>B</b><b>ReCHS</b> (</span><a href="https://customer72157g.musvc2.net/e/tr?q=6%3dFXHTJW%262%3dT%263%3dUKX%264%3dRJUJT%26A%3dA9K6L_7ris_Hb_8thq_Hi_7ris_GgrKt4xL.0EyFx3.yM_7ris_Gg%26t%3dF0JB6G.EuM%26xJ%3dGXLW%260L%3dGaHYOTPXFa4p2qPWGT%26x%3dWG3qcFUL9u7ucO6sbq6P4q6sas5qap4rUpWKaJ3N5sarWt4O7NTNbIWIZr3HZuVu&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>Bicocca Research Center in Health Services</span></a><span>) dell'<b>Università di Milano-Bicocca</b></span><span> e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attraverso l'<b>AICS</b>, </span><a href="https://customer72157g.musvc2.net/e/tr?q=4%3d3a6R7Z%26p%3dR%26p%3dX9V%26q%3dU8S7W%26y%3d9vNtJ_tuWq_5e_vrUt_6g_tuWq_4j1Ny.5m4u.AsM.kN_vrUt_6g%26f%3dGyJx76.EgN%26mJ%3d3YAW%26vM%3d6a4ZDTBY5aB2c5eX6T%26j%3dXBRfZ7Z5cBY666ag6fY59855YfS7Z75c99Wedf43ajX0dA648jWBY523W064Y943&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo</span></a><span>, per un importo di 12.750.000 euro.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Il progetto, che si avvale della collaborazione di <b>sette enti e istituzioni partner</b> (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori, Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari – Medici con l'Africa CUAMM, Fondazione AVSI, Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, Fondazione Piero e Lucille Corti, Gulu University e Uganda Cancer Institute), offrirà il proprio contributo alla riduzione della mortalità nelle zone più vulnerabili nel Nord del Paese africano, al miglioramento complessivo della qualità delle cure, promuovendo anche l'empowerment femminile e la sostenibilità del sistema sanitario anche oltre la durata dell'intervento. Prenderà il via il 1° </span><span>luglio e durerà tre anni.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Il progetto è coordinato dall'ateneo tramite il <b>Centro interdipartimentale BReCHS</b>, costituito due anni fa e che riunisce docenti e ricercatori afferenti ai dipartimenti di Medicina e chirurgia, Statistica e </span><span>metodi quantitativi, Economia e management, Informatica, sistemistica e comunicazione dell'Università di Milano-Bicocca. Il Centro opera con un approccio interdisciplinare alla ricerca sui servizi e sulle tecnologie sanitarie, integrando pratica assistenziale, politiche sanitarie e innovazione.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><b><span></span></b></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><b><span>«</span></b><span>Questo progetto, sviluppato con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in funzione dello sviluppo della sanità in Africa insieme alle OSC (Organizzazioni della Società Civile) e alle istituzioni ugandesi </span><b><span>– </span></b><span>ha affermato il direttore del Centro BReCHS, <b>Giorgio Vittadini</b> </span><b><span>–</span></b><span> è l'esempio di cosa voglia dire una sussidiarietà </span><span>in atto </span><span>che permette lo sviluppo. È un passo avanti non solo dal punto di vista del contenuto ma anche del metodo che si fonda sulle relazioni fra realtà diverse: pubblico e privato, istituzionale e terzo settore, enti italiani e africani. In particolare senza le OSC partner, esempi della enorme professionalità e abnegazione delle realtà del terzo settore, non sarebbe stato possibile ideare questo progetto<b>»</b>.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><b><span></span></b></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><b><span>«</span></b><span>In Uganda la Cooperazione italiana può contare su una presenza storica e diffusa, costruita nel tempo dal lavoro delle OSC, dei missionari e delle missionarie che hanno saputo creare relazioni e competenze radicate nei territori. Con PRISMA accompagniamo il Paese in priorità sanitarie cruciali come la salute materno-infantile e neonatale, particolarmente strategica alla luce degli elevati tassi di natalità, e al contempo contribuiamo a rafforzare ambiti di medicina specialistica, inclusa l'oncologia. La dimensione dell'intervento e il partenariato ampio e integrato sono perfettamente in linea con i nuovi indirizzi della Cooperazione italiana: meno frammentazione, più alleanze tra implementatori e maggiore capacità di generare risultati misurabili per le comunità» - ha dichiarato <b>Marco Riccardo Rusconi</b>, Direttore AICS.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>PRISMA concentrerà le sue attività in <b>quattro sub-regioni del Nord Uganda</b> – West Nile, Acholi, Lango e Karamoja – caratterizzate da <b>elevati livelli di vulnerabilità socio-sanitaria</b>, carenza di servizi specialistici e <b>limitata accessibilità alle cure</b>, in particolare per donne in età fertile o in gravidanza, per neonati e per bambini sotto i 5 anni di età, con l'obiettivo di disegnare un intervento sanitario di ampio respiro, in collaborazione con la <b>Gulu University</b>, per rafforzare le cure materno-infantili e supportare la nuova sede regionale dell'<b>Uganda Cancer Institute</b> (UCI) nel distretto di Gulu. I beneficiari diretti dell'iniziativa saranno oltre <b>500mila persone</b>, che potranno usufruire dell'aumentata offerta di qualità dei servizi.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Le attività del progetto PRISMA si articoleranno su quattro direttive principali:</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<ol style="text-align: left;">
<li><u><span>Salute riproduttiva, sessuale, materna, neonatale e infantile</span></u>
<p><span>Rafforzamento delle capacità cliniche e organizzative delle strutture sanitarie, prevenzione delle gravidanze precoci, assistenza alle vittime di violenza di genere, promozione della salute riproduttiva e supporto alle madri durante l'allattamento.</span></p>
</li>
<li><u><span>Salute oncologica femminile e pediatrica</span></u>
<p><span>Espansione dell'accesso a programmi di screening, diagnosi precoce e cura dei tumori più diffusi tra le donne (cervice uterina e mammella) e nei bambini (linfoma di Burkitt), in raccordo con l'Uganda Cancer Institute di Gulu.</span></p>
</li>
<li><u><span>Formazione e ricerca</span></u>
<p><span>Programmi di training on the job, ricerca operativa e scambio accademico tra Italia e Uganda, con corsi, master, mobilità bidirezionale di docenti e studenti e una piattaforma digitale per l'e-learning, integrando un approccio sensibile al genere e alla diversità.</span></p>
</li>
<li><u><span>Governance, monitoraggio e valutazione</span></u></li>
</ol>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Rafforzamento della governance sanitaria distrettuale attraverso sistemi di monitoraggio basati sull'uso dei dati, indicatori approvati dal Ministero della Salute ugandese, survey conoscitive e analisi di impatto, garantendo l'inclusione delle popolazioni vulnerabili.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>Oltre al direttore del centro BReCHS Giorgio Vittadini, il team di coordinamento di PRISMA vede coinvolti come responsabile scientifico e coordinatore del progetto <b>Giuseppe Carrà</b>, direttore del dipartimento di Medicina e chirurgia e prorettore ai Rapporti con il Sistema Sanitario e alla Salute dell'Università di Milano-Bicocca, come coordinatore tecnico-scientifico <b>Paolo Bonfanti</b>, professore del medesimo dipartimento, <b>Guido Cavaletti</b>, prorettore vicario dell'ateneo, e <b>Silvia Dusi </b>come referente amministrativa per il centro BReCHS.</span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1normal1" style="text-align: left;"><span>PRISMA rientra tra le iniziative di cooperazione internazionale di Milano-Bicocca e porta avanti l'esperienza maturata grazie a <b>"BRIDGE</b> (Bicocca Research and Innovation for Development and Global hEalth) – <b>Uganda"</b>, il progetto di collaborazione tra l'ateneo e il Lacor Hospital, nel Nord del Paese africano, lanciato nel 2024 per lo sviluppo di attività congiunte di ricerca e formazione all'insegna della </span><span>multidisciplinarietà. Inoltre, PRISMA si inserisce all'interno del progetto </span><a href="https://customer72157g.musvc2.net/e/tr?q=4%3dBb9RFa%26s%3dR%26y%3dYBV%26z%3dVASFX%262%3d95OwJ_3vZq_Df_yrdu_9g_3vZq_Cki0nJj4lBsFm6s9p6sKs.Pu0xDi.05_MXta_WM%265%3dxPzMnW.u65%26Dz%3dRFbC%262l6hK4%3dWGSGe0aFVGaEW0%269%3dE6F2Ceh2CZGWqW9UpACVI8lZBdE5FeA6FXiYm70WCck3IXD3E0EVJciSI883DAlV&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>Bicocca Global Health Center</span></b></a><span>, che coinvolge tutte le professionalità dell'ateneo nello sviluppo di soluzioni innovative e sostenibili per affrontare le sfide della salute globale attraverso un <b>approccio multidisciplinare</b> e per promuovere la salute e il benessere nei Paesi a basso e medio reddito attraverso la formazione medica e sanitaria, l'assistenza clinica, la ricerca applicata e biomedica e il coinvolgimento delle comunità local</span><span>i.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Astrofisica: una sorgente radio passata inosservata potrebbe rivelare il bagliore residuo di un potente lampo di raggi gamma</title>
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<description><![CDATA[ Un gruppo internazionale di scienziati ha rilevato quello che sembra essere il bagliore residuo di un lampo di raggi gamma, un&#039;esplosione cosmica i cui getti non erano diretti verso la Terra e quindi è sfuggita alle osservazioni ad alta energia ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 10:47:28 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span>Molte tra le esplosioni più estreme dell’universo passano inosservate. In certi casi, però, nonostante l’evento in sé non risulti visibile, le osservazioni che conduciamo da terra e dallo spazio riescono a coglierne l’eco. In uno </span><a href="https://arxiv.org/pdf/2602.20522" target="_blank" rel="noopener">studio</a><span> che verrà presto pubblicato su </span><strong>The Astrophysical Journal</strong><span>, gli autori – tra cui </span><strong>Giancarlo Ghirlanda<span> </span></strong><span>e </span><strong>Om Sharan Salafia</strong><span> dell’</span><a href="https://brera.inaf.it/" target="_blank" rel="noopener">Inaf di Brera</a><span> e </span><strong>Roberto Soria</strong><span> dell’</span><a href="https://www.oato.inaf.it/" target="_blank" rel="noopener">Inaf di Torino</a><span> – riportano la scoperta di quello che potrebbe essere, a oggi, l’esempio più convincente di una di queste esplosioni “nascoste”: il bagliore radio di un potente </span><a href="https://www.media.inaf.it/tag/grb/" rel="noopener">lampo di raggi gamma</a><span> (Grb, dall’inglese </span><em>gamma ray burst</em><span>) passato inosservato.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Un<span> </span><em>gamma-ray burst</em><span> </span>è un lampo di luce breve e molto variabile (prevalentemente raggi gamma) proveniente da un getto di plasma lanciato a una velocità prossima a quella della luce da un “motore centrale”, che molto probabilmente è costituito da un<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Buco_nero_stellare" target="_blank" rel="noopener">buco nero</a><span> </span>appena nato all’interno di una stella massiccia che sta collassando per poi esplodere in<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Supernova" target="_blank" rel="noopener">supernova</a>», spiega a<span> </span><em>Media Inaf<span> </span></em><strong>Salafia</strong>. «Per via dell’<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Aberrazione_relativistica" target="_blank" rel="noopener">aberrazione relativistica</a><span> </span>della radiazione elettromagnetica, la luce che fuoriesce dal getto è molto luminosa nella direzione di moto del plasma, mentre è estremamente debole nelle altre direzioni. Per questo motivo, il Grb può essere rivelato solo quando il getto punta verso la Terra. Dopo aver emesso il Grb, il plasma del getto continua a muoversi attraverso il mezzo interstellare, trasportando una grande energia cinetica».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«A causa della velocità del getto, che è supersonica, si forma un’onda d’urto (chiamata<span> </span><em>blastwave</em>) che deposita l’energia cinetica del getto nel mezzo interstellare», continua il ricercatore dell’Inaf. «La<span> </span><em>blastwave</em><span> </span>a sua volta emette luce a tutte le frequenze: la sua emissione, che varia molto più lentamente rispetto al Grb, viene chiamata<span> </span><em>afterglow</em><span> </span>(post-luminescenza) del Grb. Inizialmente, la<span> </span><em>blastwave</em><span> </span>si espande nel mezzo interstellare a una velocità prossima a quella della luce (più o meno la stessa che aveva inizialmente il getto), nella stessa direzione in cui si muoveva il getto. Perciò, in questa prima fase, l’<em>afterglow</em><span> </span>è anch’esso soggetto all’aberrazione relativistica, ed è visibile solo se il getto inizialmente puntava verso la Terra. Espandendosi, però, la<span> </span><em>blastwave</em><span> </span>accumula massa e rallenta. L’aberrazione relativistica via via si riduce e la luce non è più emessa solo nella direzione di espansione, ma<span> </span><strong>in una gamma di direzioni più vasta, che allargandosi può intercettare anche la direzione in cui si trova la Terra</strong>. Questo può portare a una sorta di ossimoro: se il getto non punta verso la Terra,<span> </span><strong>è possibile che i nostri strumenti rilevino un<span> </span><em>afterglow</em><span> </span>senza che sia preceduto da un Grb (osservabile)</strong>. In questo caso, si parla di<span> </span><em>orphan afterglow</em>, cioè<span> </span><strong>post-luminescenza orfana</strong>, visto che non segue nulla di osservabile».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 style="text-align: left;">Setacciare i cieli</h2>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Sebbene questi segnali orfani siano previsti da decenni, individuarli è estremamente difficile. In assenza di un lampo gamma che ne annunci l’arrivo, gli astronomi devono setacciare migliaia di gradi quadrati di cielo. «L’esistenza degli<span> </span><em>orphan afterglow</em><span> </span>è stata proposta nel 1997 dall’astrofisico americano James E. Rhoads come test fondamentale dell’idea che i Grb siano prodotti da getti relativistici, invece che da esplosioni isotrope (cioè che espellono materiale – e di conseguenza anche luce – in tutte le direzioni)», continua <strong>Salafia</strong>. «In linea di principio, dato che i getti dei Grb sono probabilmente molto stretti, gli<span> </span><em>orphan afterglow</em><span> </span>dovrebbero essere molti di più dei Grb. Tuttavia, rivelarli con i nostri telescopi, e soprattutto riconoscerli, si è rivelata essere una sfida molto difficile, e<span> </span><strong>a oggi esistono solo pochi candidati conosciuti</strong>, la cui natura è ancora dibattuta».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Utilizzando l’Australian Ska Pathfinder (<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Australian_Square_Kilometre_Array_Pathfinder" target="_blank" rel="noopener">Askap</a>), un radiotelescopio composto da 36 antenne situato presso <strong>l’Inyarrimanha Ilgari Bundara, nell’Australia Occidentale,</strong> gli autori dello studio hanno scandagliato vaste regioni di cielo alla ricerca di<span> </span><strong>transienti radio inaspettati e di lunga durata</strong><span> </span>– che compaiono e si evolvono nell’arco di settimane o anni – con l’obiettivo di intercettare eventi rari che si rivelano soltanto attraverso la loro emissione radio in progressiva attenuazione.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Nei dati di una di queste<span> </span><em>survey</em><span> </span>a grande campo hanno individuato una sorgente radio – denominata<span> </span><strong>Askap J005512-255834</strong><span> </span>– che<span> </span><strong>in precedenza non era presente</strong>. La sorgente si è intensificata rapidamente, emettendo circa 10³² joule di energia al secondo sotto forma di radiazione radio –<span> </span><strong>una potenza paragonabile alla produzione radio complessiva di miliardi di Soli</strong><span> </span>–, per poi iniziare a svanire gradualmente nel tempo.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Questo comportamento lo ha immediatamente distinto dagli altri transienti radio, la maggior parte dei quali si evolve rapidamente o si ripete più volte. Questa sorgente non ha fatto né l’una né l’altra cosa: si è comportata proprio come ci si aspetta che si comporti l’eco di una singola esplosione immensamente potente.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Sebbene Askap J005512-255834 fosse brillante alle lunghezze d’onda radio, non ha mostrato quasi alcun segnale nelle altre bande dello spettro:<span> </span><strong>non è stata rilevata alcuna controparte visibile o nei raggi X</strong>. E anche questo corrisponde esattamente a quanto ci si aspetta da una post-luminescenza orfana: un’emissione diffusa e in espansione di un getto cosmico inizialmente orientato lontano dalla Terra, che diventa osservabile solo dopo aver rallentato ed essersi diffuso.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Idealmente, si potrebbe pensare che questi<span> </span><em>afterglow</em><span> </span>non siano così rari: il getto, infatti, si allarga nel tempo e, prima o poi, potrebbe intercettare la linea di vista di un osservatore sulla Terra», commenta Ghirlanda. «Tuttavia, il flusso diminuisce progressivamente e, quando ciò avviene, è ormai troppo debole per essere rivelato. Di questi getti orientati di sbieco ci si aspetta un numero molto elevato per un semplice argomento geometrico;<span> </span><strong>la loro individuazione, però, è resa difficile proprio dal flusso estremamente debole nel momento in cui diventano osservabili</strong>».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 style="text-align: left;">Una sorgente insolita</h2>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Questo raro transiente si trova in una galassia piccola ma luminosa a circa 1,7 miliardi di anni luce dalla Terra. La galassia ha una struttura irregolare e sta formando attivamente stelle, rendendola un ambiente naturale per eventi stellari estremi come il collasso stellare o la violenta distruzione stellare. Il punto dell’esplosione è spostato su un lato della galassia, non allineato con il suo nucleo centrale. Sembra invece trovarsi all’interno di una regione compatta di formazione stellare, forse un ammasso stellare. Questo solleva nuove domande su quali tipi di ambienti possano ospitare eventi cosmici così potenti</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Poiché Askap J005512-255834 è così insolita, gli autori hanno condotto un’indagine approfondita per comprenderne la natura, esaminandola attentamente e scartando diverse spiegazioni alternative, tra cui stelle, pulsar e supernove.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Un’altra possibilità è che il getto che produce l’emissione radio sia stato invece lanciato in conseguenza della<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Evento_di_distruzione_mareale" target="_blank" rel="noopener">distruzione</a><span> </span>(<em>tidal disruption</em>) di una stella passata troppo vicino a un buco nero», conclude Soria, coautore dell’Inaf. «Simili eventi accadono spesso attorno ai<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Buco_nero_supermassiccio" target="_blank" rel="noopener">buchi neri supermassicci</a><span> </span>nei nuclei galattici, ma possono avvenire anche vicino ai cosiddetti<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Buco_nero_di_massa_intermedia" target="_blank" rel="noopener">buchi neri di massa intermedia</a><span> </span>alla periferia di una galassia, come in questo caso. I buchi neri intermedi giocano un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle galassie ma sono molto difficili da osservare e studiare, se non quando ingeriscono una stella, diventando temporaneamente molto luminosi. In questo scenario, sarebbe la prima volta che riusciamo a individuare un buco nero intermedio basandoci solo sulla sua emissione radio».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">In entrambi i casi, stiamo osservando le conseguenze di uno degli eventi più estremi e rari che il cosmo possa produrre. In futuro, per distinguere fra i due scenari, sarà decisivo poter condurre osservazioni simultanee in banda radio (con Askap, MeerKat e poi Ska) e banda X (con Swift, se verrà riattivato, e con Einstein Probe).</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p>Link su<span> </span>ArXiv<span> de</span>l<span> </span>pre-print<span> </span>dell’articolo “<a href="https://arxiv.org/abs/2602.20522" target="_blank" rel="noopener">ASKAP J005512.2-255834: A Luminous, Long-Lived Radio Transient at z = 0.1 — an Orphan Afterglow or an off-nuclear TDE from an IMBH?</a>” di Ashna Gulati, Tara Murphy, David L. Kaplan, Dougal Dobie, Charlotte Ward, Gemma Anderson, Manisha Caleb, Poonam Chandra, Jeff Cooke, Barnali Das, Adam Deller, Adelle Goodwin, Kelly Gourdji, Giancarlo Ghirlanda, Emil Lenc, Anais Möller, James K. Leung, Stella Koch Ocker, Joshua Pritchard, Claudio Ricci, Elaine M. Sadler, Om Sharan Salafia, Kavya Shaji, Roberto Soria, Mark Suhr, Artem Tuntsov e Ziteng Wang</p>
<p style="text-align: left;"></p>]]> </content:encoded>
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<title>Oceanografia: secondo una ricerca il livello del mare è molto più alto di quanto finora stimato negli studi sugli impatti costieri</title>
<link>https://www.italia24.news/livello-del-mare-secondo-una-ricerca-e-molto-piu-alto-di-quando-finora-stimato-negli-studi-sugli-impatti-costieri</link>
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<description><![CDATA[ Lo studio, condotto dai ricercatori Philip Minderhoud e Katharina Seeger, evidenzia che oltre il 90% delle analisi esistenti utilizza un livello di riferimento del mare inferiore rispetto a quello effettivamente misurato lungo le coste, risultando quindi più alto di quanto stimato ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 10:18:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-dcc6ad91-7fff-2d25-3913-a5b92e15b063" style="text-align: left;"><span><strong>Il livello del mare lungo le coste di tutto il mondo è in realtà molto più alto di quanto finora indicato da molti studi sugli impatti costieri</strong>. Nelle aree più vulnerabili, come il <strong>Sud-Est asiatico e la regione indo-pacifica,</strong> la differenza può raggiungere <strong>1–1,5 metri</strong> rispetto ai valori comunemente utilizzati nelle valutazioni di rischio. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>È quanto emerge dalla ricerca condotta da </span><strong>Philip Minderhoud</strong><span> (Università di Padova, Wageningen University &amp; Research, Deltares Research Institute), professore associato esperto di subsidenza dei delta costieri e innalzamento relativo del livello del mare, e da </span><strong>Katharina Seeger</strong><span> (Università di Padova, Wageningen University &amp; Research, University of Cologne), ricercatrice post-dottorato specializzata in elevazione costiera e impatti dell’innalzamento marino.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Lo studio</span><span>, pubblicato sulla rivista «<strong>Springer Nature</strong>» con il titolo "</span><span><a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10196-1" target="_blank" rel="noopener">Sea level much higher than assumed in most coastal hazard assessments</a>"</span><span>, </span><span>evidenzia che oltre il <strong>90%</strong> delle analisi esistenti <strong>utilizza un livello di riferimento del mare inferiore rispetto a quello effettivamente misurato lungo le coste.</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«I nostri risultati dimostrano la necessità di rivedere – e nella maggior parte dei casi aggiornare – le basi metodologiche su cui si fondano gli attuali studi sui rischi costieri – </span><span>spiegano</span><span> </span><strong>Minderhoud e Seeger</strong><span> –. Le analisi mostrano che in molte aree del pianeta i livelli del mare costieri misurati sono più elevati di quanto generalmente assunto negli studi precedenti».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Livello reale e livello “assunto”: una discrepanza sistematica</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I ricercatori hanno confrontato i loro risultati, basati sulla differenza calcolata tra l'elevazione del terreno costiero e il livello del mare in tutto il mondo, con 385 recenti pubblicazioni scientifiche. </span><span>Ne è emerso che <strong>oltre il 90% degli studi non utilizza misurazioni dirette del livello del mare</strong></span><span><strong>, ma si basa esclusivamente su misurazioni dell'elevazione del terreno</strong> con riferimento ai cosiddetti “<strong>modelli geoidi globali</strong>”: questi modelli forniscono una stima del livello globale del mare basata sulla gravità e sulla rotazione terrestre. Tuttavia, il livello reale del mare è influenzato anche da numerosi altri fattori tra cui <strong>venti, correnti oceaniche, temperatura e salinità dell’acqua.</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«I nostri risultati dimostrano quanto sia fondamentale integrare misurazioni effettive del livello del mare, anziché assumere automaticamente che l’altezza del geoide coincida con il livello medio attuale», </span><span>precisa <strong>Minderhoud</strong></span><span>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sebbene i satelliti forniscano misurazioni globali sia dell’elevazione del suolo sia del livello del mare – quest’ultimo con un margine di errore di pochi centimetri – l’integrazione dei dati non è immediata.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Terra e mare vengono misurati da satelliti diversi e spesso con superfici di riferimento verticale differenti – </span><span>aggiunge <strong>Seeger</strong></span><span> –. Abbiamo osservato che anche negli studi che tentano di integrare queste informazioni, l’operazione non sempre viene effettuata correttamente. Quando abbiamo unito in modo corretto i dati più accurati disponibili, è emerso che in molte aree del mondo il livello del mare lungo le coste è sensibilmente più alto di quanto suggerito dai modelli di geoide».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Una scoperta maturata nel tempo</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Individuare questo punto critico non è stato immediato: ci sono voluti anni per ottenere il quadro complessivo poiché il tema riguarda discipline diverse e richiede l’integrazione di molteplici dati e misurazioni.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Un momento decisivo risale a circa dieci anni fa, durante una visita nel <strong>Delta del Mekong, in Vietnam</strong>: le valutazioni internazionali ipotizzavano che vaste aree sarebbero state sommerse con un innalzamento del mare compreso tra 1,5 e 2 metri. Tuttavia, sul campo risultava evidente che il livello dell'acqua superficiale era a pochi decimetri dall'elevazione del terreno.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Un successivo studio sul Delta del Mekong evidenziò infatti significative incertezze nelle stime degli impatti dell’innalzamento marino, con <strong>errori potenzialmente equivalenti a oltre un secolo di aumento del livello del mare</strong>. Più tardi la stessa discrepanza è stata riscontrata nel <strong>delta dell’Ayeyarwady, in Myanmar</strong>. L’analisi è stata quindi estesa ad altre regioni del Sud-Est asiatico e successivamente al resto del mondo, rivelando che il problema ha carattere globale e non riguarda singoli casi isolati.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Impatti sottostimati su territori e popolazioni</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Secondo i ricercatori, la maggior parte degli studi analizzati risente di questa discrepanza tra il livello del mare effettivamente misurato e quello ipotizzato.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Gli studi che si basano su un livello del mare ipotetico anziché su quello misurato sottovalutano l’entità e l'esposizione delle zone costiere e delle popolazioni in tutto il mondo», </span><span>continua <strong>Seeger</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Integrando correttamente i calcoli del livello del mare misurato con l'elevazione del terreno costiero e analizzando l'esposizione a seguito di un ipotetico innalzamento relativo del livello del mare di un metro, emerge che con un innalzamento relativo del livello del mare di un metro, le aree al di sotto del livello marino sarebbero superiori del 37% rispetto alle stime precedenti. Le persone esposte aumenterebbero del 68%, fino a 132 milioni in più rispetto alle valutazioni basate esclusivamente sui modelli di geoide.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Le implicazioni sono rilevanti anche sul piano delle politiche di adattamento. «Se il livello del mare è già oggi più alto di quanto si pensasse per una determinata isola o città costiera, gli impatti dell’innalzamento futuro si manifesteranno prima del previsto», </span><span>osserva <strong>Minderhoud</strong>.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Le prossime tappe</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span><strong>È necessario innanzitutto rivalutare le metodologie su cui si basano gli studi esistenti sui rischi costieri e,</strong> qualora risultino influenzate dai problemi riscontrati, <strong>aggiornarle</strong>. alla revisione metodologica degli studi esistenti, i ricercatori ritengono opportuno che governi e autorità competenti, soprattutto nelle aree più vulnerabili, verifichino se questa criticità abbia inciso sulle strategie di adattamento costiero e sulle misure di protezione dall’innalzamento del mare. </span><span>Per aiutare le future attività di ricerca, il team ha reso disponibili in modo trasparente tutti i passaggi metodologici necessari per integrare correttamente i dati sul livello del mare con quelli sull’elevazione costiera, oltre a dati sull'elevazione costiera pronti all'uso per tutto il mondo, in cui sono correttamente integrate le misurazioni più recenti del livello del mare.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Ci auguriamo che questo approccio possa diventare un nuovo standard per valutazioni più accurate degli impatti futuri lungo le coste e nelle città costiere di tutto il mondo. Il progresso scientifico nasce proprio così: ponendo domande fondamentali, confrontando i risultati, migliorando i metodi e ampliando insieme la comprensione dei fenomeni che studiamo» concludono gli <strong>autori</strong>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia: ENEA realizza al Centro Ricerche Casaccia un nuovo impianto di separazione idrogeno/metano</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-enea-realizza-al-centro-ricerche-casaccia-un-nuovo-impianto-di-separazione-idrogenometano</link>
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<description><![CDATA[ ENEA, utilizzando una tecnologia a membrana, ha realizzato presso il Centro Ricerche Casaccia (Roma) un impianto pilota per separare i componenti delle miscele che contengono idrogeno e metano. Questo prototipo è una delle unità innovative da integrare nell&#039;Hydrogen Demo Valley ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 09:55:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>ENEA ha realizzato al <strong>Centro Ricerche Casaccia (Roma)</strong> un impianto pilota per <strong>separare i componenti delle miscele che contengono idrogeno e metano,</strong> utilizzando una tecnologia a membrana. Allestito in un container, questo prototipo per il cosiddetto<span> </span><strong>deblending</strong><span> </span>è una delle unità innovative da integrare nell’<strong>Hydrogen Demo Valley</strong><em>,<span> </span></em>in corso di realizzazione nello stesso Centro ricerche nell’ambito di “<strong>Mission Innovation</strong>”, il programma di cooperazione internazionale per accelerare l’innovazione nelle tecnologie per la decarbonizzazione.</p>
<p></p>
<p>Nato nel quadro delle attività di <strong>Ricerca di Sistema Elettrico</strong> (a<span>ttività proseguite nel Piano Operativo di “Ricerca e sviluppo sull’idrogeno”)</span><span> </span>dalla collaborazione di <strong>ENEA</strong> con <strong>SIAD</strong> <strong>S.p.A. e Tecno Project Industriale TPI</strong> (società del gruppo SIAD), l’impianto può essere utilizzato facilmente su scala industriale. La tecnologia a membrana è adatta ad essere impiegata per il <strong>Power-to-Methane</strong>, ovvero il sistema per produrre metano sintetico dal surplus di energia rinnovabile, che apre la strada a nuove opportunità di utilizzo dell’idrogeno.</p>
<p></p>
<p>«Il ruolo dell’idrogeno quale vettore energetico estremamente flessibile, in grado di interconnettere diversi sistemi energetici, è oggi diffusamente riconosciuto», commenta il ricercatore ENEA <strong>Alberto Giaconia</strong>, responsabile del Laboratorio Idrogeno e nuovi vettori energetici all’interno del Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili (TERIN-DEC-H2V).</p>
<p></p>
<p>L’idrogeno può essere distribuito attraverso la rete gas in diverse forme: idrogeno puro oppure in miscela con altri gas, tra cui il metano, tradizionalmente utilizzati nelle reti gas (attualmente l’idrogeno può essere immesso nella rete del gas naturale fino a percentuali pari al 2% in volume). «Dunque, risulta funzionale all’intero sistema energetico poter disporre di tecnologie flessibili e sostenibili per separare e recuperare l’idrogeno da miscele gassose, rendendolo così puro per i vari usi finali», conclude <strong>Giaconia</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Imprese: ENEA investe 1 milione di euro per lo sviluppo industriale con il programma &amp;quot;Proof of Concept&amp;quot;</title>
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<description><![CDATA[ Pubblicato il nuovo bando del programma di trasferimento tecnologico ENEA Proof of Concept (PoC), rivolto alle imprese interessate a industrializzare tecnologie o processi sviluppati da ENEA. Fino al prossimo 7 aprile le aziende interessate potranno presentare la propria candidatura al programma ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 09:51:15 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span>Al via il nuovo bando del <strong>programma di trasferimento tecnologico</strong> <b><u><a href="https://www.opportunita.enea.it/altre-opportunita/avviso-pubblico-di-manifestazione-di-interesse-per-la-ricerca-di-partner-industriali-per-i-progetti-del-programma-di-proof-of-concept-enea-2025-poc.html" target="_blank" rel="noopener">ENEA Proof of Concept (PoC),</a></u> </b><strong>rivolto alle imprese interessate a industrializzare tecnologie o processi sviluppati da ENEA</strong>. L’iniziativa, che conta su una disponibilità di 1 milione di euro, punta a dimostrare la fattibilità di trasferire su scala industriale tecnologie o prodotti ideati in laboratorio, riducendo rischi e costi legati agli investimenti in ricerca e sviluppo.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Fino al prossimo <b>7 aprile</b> le aziende interessate potranno presentare la propria candidatura a due distinte call, denominate <b>Open e Challenges</b>.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>La linea Open, con una dotazione finanziaria di 500 mila euro, supporta iniziative in qualsiasi ambito scientifico, tecnologico e applicativo, da scegliere tra 71 proposte tecnologiche sviluppate nei laboratori ENEA. Per ogni progetto il contributo massimo ENEA sarà di 60 mila euro, con un cofinanziamento minimo del partner industriale pari al 10% dei costi vivi.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>La linea <b>Challenges,</b> di pari dotazione di 500 mila euro, è invece dedicata espressamente ai settori <b>aerospazio, agrifood e materiali avanzati</b>. In questo caso, il contributo massimo ENEA può arrivare fino a 250 mila euro a progetto, con un cofinanziamento minimo del partner industriale pari al 30% dei costi vivi.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Per entrambe le linee di intervento, al partner industriale è riconosciuto un diritto di opzione per la licenza esclusiva sui risultati del progetto.</span></p>
<p class="v1elementtoproof" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1elementtoproof" style="text-align: left;"><span>«Favorire l’integrazione tra competenze scientifiche e fabbisogni industriali fin dalle fasi iniziali di sviluppo tecnologico è un passaggio essenziale per rafforzare la competitività del sistema produttivo e generare impatti concreti per la collettività», sottolinea <strong>Gaetano Coletta</strong>, responsabile ENEA della Gestione operativa del trasferimento tecnologico. «Il Programma PoC ENEA – conclude – rappresenta uno strumento strategico per promuovere partnership tra ricerca pubblica e imprese, valorizzare i risultati della ricerca e accelerarne l’applicazione sul mercato».</span></p>
<p class="v1elementtoproof" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Istituito nel 2018 con l’obiettivo di creare partnership strategiche per l’innovazione e accelerare il trasferimento tecnologico, il programma PoC dell’ENEA ha già cofinanziato con 2,6 milioni di euro oltre 50 progetti realizzati insieme a partner industriali. La maturità tecnologica raggiunta grazie alle attività progettuali ha permesso di arrivare sia alla concessione di licenze esclusive ai partner coinvolti sia alla nascita di nuove realtà imprenditoriali ad alta intensità tecnologica come lo spin-off ENEA Ascanio srl, partecipata sia dall’azienda partner sia da ricercatori dell’Agenzia.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span>Altri dettagli e modalità di partecipazione al seguente <a href="https://www.opportunita.enea.it/altre-opportunita/avviso-pubblico-di-manifestazione-di-interesse-per-la-ricerca-di-partner-industriali-per-i-progetti-del-programma-di-proof-of-concept-enea-2025-poc.html" target="_blank" rel="noopener">link</a>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Dalla biologia marina alla neuromodulazione: un piccolo organismo aiuta a capire come l&amp;apos;elettricità influenza i geni</title>
<link>https://www.italia24.news/dalla-biologia-marina-alla-neuromodulazione-un-piccolo-organismo-aiuta-capire-come-lelettricita-influenza-i-geni</link>
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<description><![CDATA[ Pubblicato uno studio dell&#039;Università di Padova e la Statale di Milano sugli effetti molecolari della stimolazione a corrente continua nel modello marino Botryllus schlosser, i cui risultati aiuteranno studi futuri sui meccanismi che regolano mantenimento e vulnerabilità dei tessuti ]]></description>
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<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 11:14:56 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">I <strong>tunicati</strong>, invertebrati marini molto comuni nei nostri mari, sono i parenti più stretti dei vertebrati e costituiscono dei perfetti "laboratori" di studio per <strong>capire i meccanismi alla base delle diverse forme di demenza </strong>poiché condividono con i vertebrati molte caratteristiche genetiche e presentano una degenerazione del cervello simile a quella umana.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Tra i tunicati, <strong>il <i>Botryllus schlosseri</i> (botrillo) </strong>rappresenta un modello sperimentale emergente per lo studio dell'invecchiamento e dei processi neurodegenerativi ed è al centro dell'articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica «<strong>Neurobiology of Disease</strong>» da un team di ricercatori <strong>dell'Università di Padova e la Statale di Milano</strong> che ha investigato gli effetti molecolari della <strong>stimolazione a corrente continua </strong>(<strong>Direct Current Stimulation<i> –</i> DCS</strong>) sul piccolo cordato marino coloniale.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La DCS è una tecnica di <strong>neuromodulazione non invasiva</strong>, utilizzata e studiata in ambito clinico per modulare l'attività del sistema nervoso nell'uomo. Nonostante il crescente interesse per questa tecnica, i meccanismi biologici che seguono la stimolazione, soprattutto su scala molecolare e nel tempo, non sono ancora pienamente chiariti.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">I ricercatori dell'Università di Padova e la Statale di Milano hanno indagato, in vivo e su larga scala, <strong>come la stimolazione elettrica a corrente continua possa influenzare in modo dinamico l'attività dei geni nelle ore successive alla sua applicazione.</strong></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">In questo studio, colonie di <i>Botryllus</i> sono state sottoposte a brevi periodi di stimolazione elettrica (0,5 mA per 30 minuti): i ricercatori hanno misurato parametri fisiologici e comportamentali (frequenza cardiaca e reattività del sifone orale, ovvero la "bocca" degli animali che compongono la colonia) nelle colonie stimolate rispetto a quelle di controllo (non trattate con la corrente) e analizzato la risposta molecolare a 3, 24 e 48 ore dalla stimolazione.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Abbiamo osservato che una stimolazione elettrica non invasiva può modulare, nelle ore successive, l'espressione di centinaia di geni in un invertebrato marino – <b>spiega Chiara Anselmi, prima autrice dello studio e ricercatrice al dipartimento di Biologia dell'Università di Padova</b> –. Poiché <i>Botryllus</i> appartiene ai cordati, questo modello ci aiuta a interrogare in modo sperimentale programmi molecolari evolutivamente conservati che collegano neuromodulazione, risposta allo stress cellulare e funzioni neurali, offrendo indizi utili per capire come questi meccanismi si siano mantenuti lungo l'evoluzione e come possano agire nell'uomo».</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">I risultati hanno infatti evidenziato un aumento transitorio della frequenza cardiaca subito dopo la stimolazione, senza effetti duraturi sull'organismo o il comportamento. A livello molecolare, però, la DCS ha attivato una risposta più articolata: l'attività di numerosi geni è cambiata nel tempo, con 191 geni coinvolti dopo 3 ore, 104 dopo 24 ore e 529 dopo 48 ore. <strong>Le analisi indicano che questi cambiamenti interessano soprattutto meccanismi legati alla risposta immunitaria e infiammatoria, all'equilibrio ossidativo delle cellule e alla comunicazione tra neuroni.</strong> Dopo 48 ore, in particolare, emergono segnali collegati ai processi che regolano la sopravvivenza cellulare e il funzionamento dei mitocondri, le "centrali energetiche" delle cellule.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Capire quali vie cellulari si attivino dopo la stimolazione è fondamentale per interpretare gli effetti della DCS e migliorare i protocolli applicati all'uomo – <b>aggiunge Tommaso Bocci, primo autore e neurologo della Statale di Milano</b> –. Un modello sperimentale come <i>Botryllus</i> permette di generare ipotesi in tempi brevi e di leggere risposte molecolari con un dettaglio temporale difficilmente ottenibile in altri contesti».</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«<i>Botryllus</i> è un sistema sperimentale unico perché combina accessibilità in laboratorio e una straordinaria plasticità biologica, che si basa su processi naturali di rinnovamento e regressione dei tessuti – <b>commenta Lucia Manni, <i>corresponding author</i> e docente al dipartimento di Biologia dell'Ateneo patavino –</b>. Questo permette di osservare come programmi cellulari e molecolari si attivino o si spengano in modo controllabile, offrendo un punto di vista comparativo sui meccanismi che regolano mantenimento e vulnerabilità dei tessuti».</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Dati sperimentali che collegano la neuromodulazione a risposte molecolari misurabili aiutano a costruire un ponte tra ricerca di base e applicazioni cliniche. Questo tipo di evidenza è utile per chiarire i meccanismi d'azione e orientare in modo più mirato gli studi futuri» <b>conclude il neurologo Alberto Priori, <i>corresponding author</i> e docente alla Statale di Milano</b>.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Lo studio propone così <i>Botryllus schlosseri</i> come piattaforma preclinica complementare ad altri modelli animali per indagare gli effetti nel tempo della DCS e le loro traiettorie temporali, contribuendo a una comprensione più ampia di come la neuromodulazione possa influenzare programmi biologici conservati e potenzialmente rilevanti per la neuroprotezione.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Link allo studio: <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0969996126000586?via%3Dihub" target="_blank" rel="noopener">Direct current stimulation (DCS) modulates gene expression related to human diseases in the marine chordate Botryllus schlosseri</a> – «Neurobiology of Disease» – 2026. Autori: Chiara Anselmi, Tommaso Bocci, Federico La Torre, Natale Vincenzo Maiorana, Emanuela De Lisa, Giacomo Sabbadin, Virginia Vanni, Luca Consuma, Matteo Guidetti, Lucia Manni, Alberto Priori</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Beni culturali: ENEA utilizza innovativi sistemi laser per l’analisi di un monumento storico all’Aquila</title>
<link>https://www.italia24.news/beni-culturali-enea-utilizza-innovativi-sistemi-laser-per-lanalisi-di-un-monumento-storico-allaquila</link>
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<description><![CDATA[ Nuovi sistemi laser di imaging sono stati messi in campo per la prima volta dai ricercatori ENEA per valutare lo stato di conservazione del monumento funebre Camponeschi, celebre mausoleo del &#039;400 nella Basilica di San Giuseppe Artigiano all&#039;Aquila ]]></description>
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<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 11:35:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">I <strong>ricercatori ENEA</strong> hanno messo in campo per la prima volta <strong>nuovi sistemi laser di imaging</strong> per valutare lo stato di conservazione di un celebre mausoleo del ’400 all’Aquila, il <strong>monumento funebre Camponeschi nella Basilica di San Giuseppe Artigiano</strong>. L’attività è stata condotta su incarico del <strong>Gran Sasso Science Institute (GSSI) </strong>nell’ambito del progetto <a href="https://www.fondazionechanges.org/en/pnrr-en/" target="_blank" rel="noopener">PNRR CHANGES</a>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’analisi ha messo in evidenza tracce di materiali non chiaramente visibili ad occhio nudo, riconducibili sia ad azioni di conservazione e restauro che a parti mancanti di iscrizioni all’apparenza incomplete.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Seguendo le indicazioni dei restauratori e degli storici dell’arte abbiamo dedicato particolare attenzione all’identificazione di dettagli non chiaramente visibili a occhio nudo grazie ai prototipi di sistemi laser di imaging che abbiamo realizzato nel nostro Laboratorio, basati su diverse tecniche spettroscopiche e affiancati a strumentazione commerciale», spiega la responsabile del progetto <strong>Luisa Caneve</strong>, ricercatrice del Laboratorio ENEA di Diagnostica e metrologia.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">I nuovi sistemi possono lavorare a distanza (fino a circa 10 metri) e sono non distruttivi, risultando particolarmente adatti all’analisi di beni artistici.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Gli strumenti che abbiamo utilizzato si basano su <strong>tecniche spettroscopiche</strong><span> </span>quali Raman<span> </span>e LIF (Laser Induced Fluorescence) che, mediante l’analisi della radiazione emessa a seguito dell’interazione di un fascio laser con la superficie, permettono di identificare e localizzare i diversi materiali, fornendo una mappatura della superficie analizzata», prosegue <strong>Caneve</strong>. «Oltre a rintracciare i materiali non visibili - conclude - un risultato particolarmente significativo per la datazione e l’attribuzione dell’opera è stata la rilevazione di interventi avvenuti in tempi diversi sull’iscrizione della lapide commemorativa».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Il monumento funebre al nobile condottiero <strong>Pietro Lalle Camponeschi</strong>, risalente al periodo tardogotico, è attribuito allo scultore tedesco <strong>Gualtiero d’Alemagna</strong> ed è stato dichiarato monumento nazionale.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Agroalimentare: ENEA testa l&amp;apos;utilizzo dei raggi gamma per migliorare sicurezza e conservazione del grano</title>
<link>https://www.italia24.news/agroalimentare-enea-testa-lutilizzo-dei-raggi-gamma-per-migliorare-sicurezza-e-conservazione-del-grano</link>
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<description><![CDATA[ Pubblicati sulla rivista scientifica open access Polysaccharides i risultati di ENEA sull&#039;utlizzo dei raggi gamma per migliorare sicurezza e conservazione del grano, che confermano la loro potenzialità per il trattamento e la conservazione agroalimentare ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_69a17198ed690.webp" length="102638" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 10:14:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">ENEA ha testato con successo<span> </span><strong>l’irraggiamento</strong><span> </span><strong>gamma</strong><span> </span>come tecnica sicura, efficace e sostenibile per garantire la sicurezza microbiologica, preservare le caratteristiche nutrizionali e prolungare la durata di conservazione del grano. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica<span> </span><em>open access</em><span> </span><a href="https://doi.org/10.3390/polysaccharides6020039%20" target="_blank" rel="noopener">Polysaccharides</a><span> </span>e confermano il suo <strong>potenziale come metodo di trattamento e di conservazione per nuove applicazioni nell’industria cerealicola e agroalimentare</strong>. I test sono stati condotti nella <strong>facility di irraggiamento Calliope del Dipartimento Nucleare presso il Centro Ricerche ENEA Casaccia (Roma),</strong> su quattro tipologie di frumento italiano: una di grano duro e tre di grano tenero provenienti da agricoltura convenzionale, biologica e integrata.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Dopo aver esposto il grano<span> </span>macinato a una dose di radiazioni gamma sufficiente a eliminare microrganismi patogeni, funghi e muffe, abbiamo comprovato che il trattamento non provoca alterazioni visibili nell’aspetto o nel colore dei campioni e, soprattutto, non compromette le proprietà chimico-fisiche né la struttura molecolare dell’amido presente nel grano», spiega <strong>Alessia Cemmi</strong>, responsabile del Laboratorio ENEA Facility Irraggiamento Gamma e coautrice dello studio insieme a Rocco Carcione, Beatrice D’Orsi, Ilaria Di Sarcina, Emiliana Mansi e Jessica Scifo.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=celex:31999L0003" target="_blank" rel="noopener">Il trattamento con raggi gamma</a>, generati dalla sorgente di <strong>Cobalto-60 </strong>della facility Calliope, garantisce l’assenza di modifiche in grado di indurre radioattività nei prodotti alimentari e consente di prolungare la conservazione degli alimenti, ritardando i processi di maturazione e di deterioramento. Inoltre, consente di trattare grandi quantità di merce in un unico lotto senza generare scarti o rifiuti inquinanti e, a differenza dei metodi convenzionali, non richiede un elevato consumo energetico né comporta un aumento di temperatura.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Sulla base dei risultati che abbiamo ottenuto, questo tipo di irraggiamento potrà essere applicato anche ad altri prodotti a base di polisaccaridi come il mais, un cereale particolarmente vulnerabile alla contaminazione da funghi pericolosi per la salute umana e animale», sottolinea <strong>Alessia Cemmi</strong>. «In questo contesto – aggiunge - stiamo partecipando a un progetto finanziato da Coldiretti Toscana focalizzato sull’eradicazione di questo tipo di biodeterogeni mediante approcci più<span> </span><em>green</em><span> </span>e sostenibili rispetto ai metodi tradizionali che includono ad esempio l’uso di pesticidi».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Attualmente, circa <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=celex%3A31999L0002" target="_blank" rel="noopener">50 Paesi</a> nel mondo adottano questo tipo di trattamento, fortemente sostenuto da organizzazioni internazionali quali FAO, OMS e IAEA, per garantire la sicurezza alimentare di oltre 50 categorie di alimenti, grazie alla sua efficacia nell’eliminare batteri, anche patogeni, come<span> </span><em>Escherichia coli</em>,<span> </span><em>Salmonella</em><span> </span>e<span> </span><em>Listeria</em>, nonché insetti infestanti e comunità fungine in carni, pesci freschi, spezie, prodotti deperibili e in alimenti congelati.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">In Italia non è ancora molto diffusa la tecnica dell’irraggiamento gamma, usata solo per il trattamento anti-germinativo per patate, aglio e cipolla e per sanificare spezie e altri prodotti vegetali essiccati.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Elevati costi gestionali e necessità di personale specializzato sono i principali motivi del suo utilizzo limitato nel nostro Paese», prosegue <strong>Cemmi</strong>. «Inoltre - conclude - ogni prodotto alimentare ha una dose limite applicabile che dipende dalla sua matrice. Il grano, ad esempio, può tollerare dosi anche relativamente elevate senza subire degradazioni significative perché è composto prevalentemente da polisaccaridi organizzati in strutture molecolari robuste. Al contrario, dosi elevate impiegate in frutta e verdura fresche possono degradare alcuni componenti, a causa di matrici più delicate. Per questo motivo, la tolleranza all’irraggiamento non può essere generalizzata: ogni matrice deve essere studiata individualmente, così da garantire sia la sicurezza sia la conservazione delle proprietà nutrizionali e funzionali dell’alimento».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Questo studio rientra nell’ambito del progetto <strong>METROFOOD-IT</strong>, coordinato dalla ricercatrice Claudia Zoani del Dipartimento Sostenibilità di ENEA, volto a creare una rete nazionale italiana in grado di rafforzare l’infrastruttura di ricerca per la metrologia e la gestione di dati<span> </span><em>open-access</em><span> </span>nel settore agroalimentare. Il 26 marzo si terrà a Roma l’evento finale del progetto, durante il quale saranno presentati i risultati conseguiti in tre anni e mezzo di attività a sostegno del sistema agroalimentare italiano (Orto botanico, ore 10 – 16).</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Ambiente: l&amp;apos;accordo tra INGV e FiberCop per l&amp;apos;utilizzo della fibra ottica come strumento per il monitoraggio sismico e vulcanico</title>
<link>https://www.italia24.news/ambiente-laccordo-tra-ingv-e-fibercop-per-lutilizzo-della-fibra-ottica-come-strumento-per-il-monitoraggio-sismico-e-vulcanico</link>
<guid>https://www.italia24.news/ambiente-laccordo-tra-ingv-e-fibercop-per-lutilizzo-della-fibra-ottica-come-strumento-per-il-monitoraggio-sismico-e-vulcanico</guid>
<description><![CDATA[ Siglato il Memorandum d&#039;Intesa tra INGV e FiberCop per l&#039;utilizzo della fibra ottica come strumento innovativo di monitoraggio, protezione e prevenzione sismico e ambientale. L&#039;accordo è inoltre un&#039;opportunità unica per integrare il monitoraggio geofisico con le infrastrutture digitali esistenti ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_69a171781f966.webp" length="31964" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 09:45:17 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">L'<b>Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e FiberCop hanno siglato un Memorandum d'Intesa (MOU) per l'utilizzo della fibra ottica come sensore distribuito per il monitoraggio sismico e vulcanico.</b><span> </span>FiberCop,<span> </span><b>che gestisce l'infrastruttura di rete digitale più avanzata, estesa e capillare d'Italia</b>, mette a disposizione dell'Ente la propria fibra ottica per applicazioni di ricerca e protezione del territorio, contribuendo allo sviluppo di sistemi avanzati di sorveglianza geofisica. L'iniziativa si inserisce nel più ampio impegno istituzionale dell'INGV di<span> </span><b>rendere sempre più efficaci le tecniche di osservazione dei fenomeni geofisici</b>, anche avvalendosi di metodologie innovative da affiancare agli strumenti esistenti.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Il MOU segna l'avvio di una nuova fase di studio e sperimentazione che mette al centro la rete non solo come connettività digitale del Paese, ma anche come strumento innovativo per la sicurezza e la prevenzione ambientale del territorio.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Inoltre, rappresenta un'opportunità unica per integrare il monitoraggio geofisico con le infrastrutture digitali esistenti.<span> </span><b>Grazie alla tecnologia Distributed Acoustic Sensing (DAS)</b>, già sperimentata con successo sull'isola di Vulcano,<span> </span><b>è possibile convertire i cavi in una fitta rete di sensori sensibili alle vibrazioni</b>, capaci di rilevare eventi sismo-vulcanici anche in ambienti sottomarini e difficilmente accessibili.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Durante la sperimentazione condotta da INGV e da partner internazionali, sono stati rilevati oltre 1.400 eventi sismici in un solo mese, con una varietà di segnali che ha permesso di studiare in dettaglio lo stato del sistema idrotermale dell'isola. L'utilizzo dell'intelligenza artificiale e del calcolo ad alte prestazioni ha reso possibile l'analisi di oltre 20 Terabyte di dati, aprendo nuove prospettive per la sorveglianza vulcanica e la gestione delle emergenze.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">In linea con quanto previsto dall'intesa, FiberCop mette a disposizione di INGV tratti di fibra ottica spenta per il potenziamento delle attività di osservazione geofisica in aree sensibili. L'obiettivo è contribuire alla creazione di un sistema di monitoraggio distribuito, permanente e ad alta precisione, per affiancare e potenziare le reti di sensori tradizionali in particolare nelle zone a rischio sismico e vulcanico.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it">È attualmente in corso l'attività di acquisizione e analisi di segnali DAS lungo un cavo in fibra ottica che attraversa l'area sismica attiva dei Campi Flegrei e copre circa 20 km da Bagnoli a Bacoli</span></b><span lang="it">. La natura distribuita delle misure DAS consente di ottenere un notevole numero di punti di misura (ogni 5 metri) che facilita l'identificazione di eventi minori soprattutto in caso di sciami sismici. L'INGV ha realizzato un'applicazione per l'analisi in tempo reale dei dati acquisiti e per la rilevazione degli eventi utilizzando tecniche di Intelligenza Artificiale.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span lang="it"></span></i></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">«La firma del Memorandum d'Intesa tra il nostro Istituto e FiberCop rappresenta un'importante opportunità per rafforzare e rendere sempre più efficaci le tecniche di osservazione dei fenomeni geofisici - </span><span lang="it">ha dichiarato <b>Fabio Florindo</b>, Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) - Garantire un sistema di monitoraggio capillare, integrato ed efficiente, in particolare nelle aree a maggiore rischio sismico e vulcanico, è per noi una priorità, anche attraverso l'adozione di metodologie innovative da affiancare agli strumenti di osservazione tradizionali».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">«La rete di FiberCop è un sistema capillare che abilita la connettività digitale, progettato per garantire comunicazioni affidabili e ad alte prestazioni, e capace di assumere un ruolo ancora più ampio diventando una piattaforma evoluta per il monitoraggio sismico e geofisico - </span><span lang="it">ha dichiarato <b>Massimo Sarmi, </b>Presidente e Amministratore Delegato di FiberCop. - L'accordo con INGV rappresenta un passaggio strategico nella valorizzazione della nostra infrastruttura come risorsa per la tutela del territorio e rafforza la nostra visione di un ecosistema digitale che unisce innovazione, sostenibilità e responsabilità, ponendo la fibra ottica come elemento chiave per la resilienza e il progresso del Paese».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="it">Con questa iniziativa FiberCop mette la propria rete al servizio del territorio e la fibra ottica da infrastruttura di trasmissione diventa anche uno strumento di monitoraggio grazie al Fiber Optic Sensing. In collaborazione con Università, Enti di ricerca e Progetti Europei, l'azienda sta studiando nuove applicazioni per rilevare temperatura e variazioni meccaniche lungo la rete e sviluppare soluzioni che uniscano tecnologia, sostenibilità e sicurezza.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it"></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="it">L'accordo si inserisce nel quadro delle attività di ricerca e sperimentazione finalizzate alla valutazione e alla implementazione di tecnologie innovative a supporto della sicurezza e della prevenzione del rischio</span></b><span lang="it">. In tale contesto, l'uso della fibra ottica costituisce un'importante integrazione alle infrastrutture esistenti, aprendo nuove prospettive nell'ambito del monitoraggio del territorio nazionale.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Astrofisica: segnato l&amp;apos;avvio dell&amp;apos;osservazione dinamica e in tempo reale del cielo notturno con il Vera C. Rubin Observatory</title>
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<description><![CDATA[ I primi alert scientifici del Vera C. Rubin Observatory sono stati diffusi, segnando un&#039;importante passo per l&#039;osservazione in tempo reale del cielo notturno. Coinvolto anche l&#039;INAF con una significativa partecipazione scientifica alle attività di ricerca e di analisi dei dati ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 11:01:30 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sono stati diffusi</span><strong> i primi alert scientifici del Vera C. Rubin Observatory</strong><span>, segnando un passaggio storico per l'astrofisica internazionale e l'avvio dell'osservazione dinamica e in tempo reale del cielo notturno. Il progetto vede anche il coinvolgimento dell'<strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong>, con una significativa partecipazione scientifica alle attività di ricerca e di analisi dei dati.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><strong>Gli alert sono segnali automatici generati ogni volta che viene rilevato un cambiamento nel cielo</strong><span>, come una nuova sorgente luminosa, una variazione di luminosità o lo spostamento di un oggetto, e </span><span>vengono <strong>diffusi pubblicamente entro circa due minuti dall'osservazione</strong></span><span>. Le notifiche generate nella <strong>notte del 24 febbraio sono state 800 mila - destinate ad aumentare progressivamente fino a raggiungere i </strong></span><strong>7 milioni per notte</strong><span> - hanno già portato alla <strong>scoperta di supernove, stelle variabili, nuclei galattici attivi e asteroidi in movimento nel Sistema solare.</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Si tratta di uno dei passaggi di avvio della</span><span> <strong>Legacy Survey of Space and Time</strong></span><span><strong> (LSST)</strong>, il grande programma decennale che vedrà il Vera Rubin Observatory scandagliare ogni notte il cielo dell'emisfero australe con la più grande fotocamera digitale mai costruita, da 3200 megapixel. Nel primo anno di attività, l'osservatorio produrrà immagini di un numero di oggetti superiore a quello raccolto complessivamente da tutti gli altri osservatori ottici nella storia dell'umanità.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Il sistema di </span><span>alert</span><span> di Rubin è stato progettato per permettere a chiunque di identificare eventi astronomici interessanti con sufficiente anticipo, così da ottenere rapidamente osservazioni di follow-up sensibili al tempo», spiega </span><strong>Eric Bellm</strong><span>, responsabile dell'Alert Production Pipeline Group per la gestione dei dati di NSF-DOE Rubin Observatory, presso <strong>NSF NOIRLab e l'Università di Washington</strong>. «Rendere possibile la scoperta in tempo reale su 10 terabyte di immagini ogni notte ha richiesto anni di innovazione tecnica negli algoritmi di elaborazione delle immagini, nei database e nell'orchestrazione dei dati. Non vediamo l'ora di assistere alla straordinaria scienza che proverrà da questi dati».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Per la comunità scientifica internazionale e per quella italiana si apre una stagione di straordinarie opportunità. I ricercatori e le ricercatrici dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) sono infatti coinvolti nelle collaborazioni scientifiche di Rubin LSST, come nello studio dei fenomeni variabili e transienti. «Ciò che rende rivoluzionario Rubin è la sua capacità di catturare sia i cambiamenti rapidi sia l'evoluzione a lungo termine del cielo», spiega </span><strong>Rosaria Bonito</strong><span>, ricercatrice dell'INAF e rappresentante INAF nel Board of Directors della LSST Discovery Alliance. «Le stelle giovani, ad esempio, possono manifestare improvvisi aumenti di luminosità legati a processi di accrescimento: eventi brevi, difficili da intercettare senza un monitoraggio continuo. Rubin ci permetterà di osservarli mentre accadono e di seguirne l'evoluzione per tutta la durata della survey, cioè per un intero decennio».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'Istituto Nazionale di Astrofisica svolge un ruolo di primo piano nel progetto Rubin-LSST presso il Vera C. Rubin Observatory, con responsabilità di leadership nelle collaborazioni scientifiche internazionali (con Rosaria Bonito come co-responsabile della LSST Transients and Variable Stars Science Collaboration e Crescenzo Tortora come co-responsabile della Strong Lensing Science Collaboration). L</span><span>a comunità nazionale, coordinata dall'INAF, ha contribuito in modo determinante alla definizione e all'ottimizzazione della strategia osservativa. L'INAF è inoltre impegnato nel supporto alle fasi di commissioning della strumentazione, nella gestione e nell'analisi dell'enorme mole di dati prodotti, sviluppando soluzioni basate su <strong>High Performance Computing e machine learning</strong> con oltre 20 contributi </span><span>in-kind</span><span>. Attraverso questo impegno, l'Istituto Nazionale di Astrofisica assicura alla comunità scientifica italiana l'accesso ai dati, promuove la formazione di giovani ricercatori e contribuisce allo sviluppo di tecnologie avanzate.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'enorme flusso di dati sarà gestito tramite piattaforme software avanzate, dette </span><span>broker</span><span>, che raccoglieranno e renderanno disponibili gli </span><span>alert</span><span> prodotti dalle variazioni osservate. «Lo straordinario numero di </span><span>alert</span><span> che Rubin produrrà rappresenta una sfida entusiasmante sia per gli astronomi sia per gli ingegneri del software», sottolinea </span><strong>Tom Matheson</strong><span>, direttore del Community Science and Data Center, un programma di NSF NOIRLab, e responsabile dei Time-Domain Services, che hanno sviluppato l'alert broker ANTARES. «I team che lavorano ai broker hanno costruito sistemi in grado di operare rapidamente su larga scala, così da permettere agli scienziati di individuare tutti gli oggetti di loro interesse, oltre a fenomeni che non abbiamo mai osservato prima».</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La natura pubblica e quasi in tempo reale del sistema favorirà, inoltre, la collaborazione globale e il coinvolgimento anche di studenti e </span><span>citizen scientist</span><span>. Per l'INAF e per la comunità astronomica italiana, l'avvio degli </span><span>alert</span><span> del Vera C. Rubin Observatory segna l'ingresso in una nuova era dell'astronomia: un cielo osservato notte dopo notte, analizzato istante per istante, pronto a rivelare fenomeni ancora sconosciuti e a fornire indizi cruciali sulla materia oscura, sull'energia oscura e sull'evoluzione dell'universo.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Quando la luce &amp;quot;pensa&amp;quot; come il cervello: scoperta la connessione tra fotoni e memoria artificiale</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio internazionale, condotto per parte italiana da Cnr-Nanotec, Istituto Italiano di Tecnologia  e Sapienza Università di Roma, dimostra come i fotoni possano essere impiegati per simulare i meccanismi di funzionamento della memoria associativa e delle reti neurali ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 08:02:47 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">
<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-7672d72a-7fff-b232-adec-08da57b2cbe4"><span>Uno <strong>studio internazionale</strong> ha rivelato un <strong>collegamento sorprendente tra la fisica quantistica e i modelli teorici alla base dell'intelligenza artificiale</strong>. La ricerca, frutto della collaborazione tra <strong>l'Istituto di Nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec), l'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e la Sapienza Università di Roma, </strong>insieme ad istituzioni di ricerca internazionali, è stata pubblicata sulla rivista <strong>Physical Review Letters</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati mostrano che <strong>fotoni identici che si propagano all'interno di circuiti ottici si comportano spontaneamente come una Rete di Hopfield</strong>, uno dei modelli matematici più noti per descrivere i meccanismi di memoria associativa del cervello umano.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Invece di utilizzare chip elettronici tradizionali, abbiamo sfruttato l'interferenza quantistica, il fenomeno che si manifesta nei chip fotonici quando le particelle di luce si sovrappongono e interagiscono tra loro per codificare e recuperare informazioni», spiega <strong>Marco Leonetti</strong>, coordinatore e corresponding author dello studio, primo ricercatore del Cnr-Nanotec e affiliato al Center for Life Nano- and Neuro-Science dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). «In questo sistema, i fotoni non sono semplici portatori di dati, ma diventano essi stessi i 'neuroni' di una memoria associativa».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio evidenzia, inoltre, l'esistenza di un limite fondamentale della capacità di memoria, analogo a quello osservato nei sistemi biologici. «Quando il numero di informazioni memorizzate è limitato, il sistema riesce a recuperarle correttamente grazie alla coerenza quantistica», aggiunge <strong>Gennaro Zanfardino, </strong>attualmente borsista di ricerca dell'Università del Salento e primo autore dello studio. «All'aumentare dei dati, però, emerge una transizione verso una fase di black-out della memoria, in cui il sistema entra in uno stato di disordine, tecnicamente definito vetro di spin, perdendo la capacità di recupero».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Questi risultati aprono nuove prospettive per l'impiego dell'ottica quantistica e della fotonica integrata nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale», sottolinea <strong>Luca Leuzzi</strong>, co-autore della ricerca, dirigente di ricerca Cnr-Nanotec e associato alla Sapienza Università di Roma. «Dispositivi di questo tipo potrebbero garantire elevate prestazioni con un consumo energetico drasticamente inferiore rispetto agli attuali data center».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le implicazioni dello studio vanno <strong>oltre l'ambito dell'intelligenza artificiale</strong>. La piattaforma fotonica sviluppata consente infatti di simulare e investigare sistemi fisici complessi e disordinati, difficilmente trattabili con i computer convenzionali. In questo contesto, il lavoro si inserisce nella tradizione della fisica teorica dei sistemi complessi e stabilisce un ponte concettuale con gli studi sui vetri di spin che hanno valso il Premio Nobel per la Fisica 2021 a Giorgio Parisi. Non a caso, la scoperta è maturata nello stesso ambiente scientifico in cui Parisi ha sviluppato le sue teorie.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Con questo studio, di cui siamo particolarmente orgogliosi, dimostriamo che le leggi del disordine osservate nei sistemi classici emergono anche nei circuiti quantistici fotonici», conclude <strong>Fabrizio Illuminati,</strong> direttore del Cnr-Nanotec e co-autore della ricerca. «La luce diventa così un vero e proprio laboratorio in miniatura, capace di esplorare i fenomeni complessi che governano sistemi naturali e artificiali, dal clima alle reti biologiche».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: "<a href="https://journals.aps.org/prl/abstract/10.1103/945c-11wt" target="_blank" rel="noopener">Multiphoton quantum simulation of the generalized Hopfield memory model</a>"; </span><span>Gennaro Zanfardino, Stefano Paesani, Luca Leuzzi, Raffaele Santagati, Fabio Sciarrino, Fabrizio Illuminati, Giancarlo Ruocco, and Marco Leonetti; Phys. Rev. Lett. 136, 070602 </span></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>122 milioni di ore di calcolo per scienza e industria: Il report di ENEA sui dati raccolti dal supercomputer CRESCO</title>
<link>https://www.italia24.news/122-milioni-di-ore-di-calcolo-per-scienza-e-industria-il-report-di-enea-sui-dati-raccolti-dal-supercomputer-cresco</link>
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<description><![CDATA[ Il supercomputer CRESCO dell&#039;ENEA ha fornito in un anno 122 milioni di ore di calcolo a supporto di oltre 200 tra centri di ricerca, atenei e imprese, secondo quanto emerge dal report ENEA che ha raccolto i dati 2024 sull&#039;utilizzo di CRESCO in diversi settori ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 08:02:40 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Con<span> </span><strong>122 milioni di ore di calcolo</strong><span> </span>in un anno, il supercomputer <strong>ENEA CRESCO</strong><span> </span>ha contributo in modo significativo alla ricerca scientifica internazionale.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Oltre<span> </span><strong>200 tra centri di ricerca</strong>,<strong><span> </span>atenei<span> </span></strong>e<strong><span> </span>imprese</strong><span> </span>sono stati supportati dal supercalcolatore nelle attività condotte in diversi settori applicativi, dall’<strong>energia nucleare </strong>alla <strong>scienza dei materiali</strong>, dalla<span> </span><strong>dinamica molecolare</strong><span> </span>alle<span> </span><strong>biotecnologie</strong>, ma anche per<strong><span> </span>clima </strong>e <strong>transizione energetica</strong><span> </span>e<span> </span><strong>digitale</strong>. È quanto emerge dal report<span> </span><a href="https://www.pubblicazioni.enea.it/le-pubblicazioni-enea/edizioni-enea/anno-2025/high-performance-computing-on-cresco-infrastructure-research-activities-and-results-2024.html" target="_blank" rel="noopener">High Performance Computing on CRESCO infrastructure: research activity and results 2024</a>, che ha raccolto i dati sull'utilizzo di CRESCO.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Tra i principali utilizzatori dei servizi CRESCO, centri di ricerca come <strong>Cnr, ICCOM, ICSC, INFN, ITT</strong>, oltre ai principali atenei italiani.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Tra i progetti di maggior rilievo supportati nel 2024 dal sistema ENEA di supercalcolo il <strong>progetto PNRR Divertor Tokamak Test Facility Upgrade (DTT-U),</strong> teso a migliorare l’affidabilità dei sistemi dell’impianto DTT per l’energia da fusione in costruzione presso il <strong>Centro Ricerche ENEA di Frascati (Roma).</strong> Il supercomputer consente di sviluppare modelli avanzati e simulazioni per il comportamento del plasma utilizzato nella reazione di fusione nucleare.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Le principali risorse computazionali dell’ENEA si trovano presso il Centro Ricerche di Portici (Napoli) e rimangono costantemente accessibili anche alla comunità scientifica esterna, sia pubblica che privata. CRESCO, entrato in funzione per la prima volta nel 2008, ha attualmente una potenza di picco di oltre 9 PFlops ed è costituito da 758 nodi di calcolo. A giugno 2025, CRESCO8 è entrato alla 228esima posizione della classifica Top500 dei computer più potenti al mondo e alla 134esima posizione della Green TOP500, che misura le prestazioni del supercalcolatore in rapporto all’efficienza energetica.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’infrastruttura vanta infatti consumi energetici molto contenuti grazie a una particolare tecnologia di raffreddamento ad acqua, in grado di dissipare fino al 98% del calore prodotto dal supercomputer e di far risparmiare il 40% dell’energia.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Il contributo di CRESCO alla ricerca è sempre in aumento, come dimostra il trend in crescita rilevato dal 2008 ad oggi», sottolinea <strong>Giovanni Ponti</strong>, responsabile ENEA della<span> </span><a href="https://ict.enea.it/" target="_blank" rel="noopener">Divisione Sviluppo sistemi per informatica e ICT</a><span> </span>presso il Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili, «L’avvio nel 2025 di CRESCO8 – conclude - rappresenta un passaggio strategico, in quanto il nuovo sistema HPC consente di ampliare in modo significativo la capacità computazionale a supporto delle attività di ricerca più avanzate, garantendo all’ENEA una posizione di riferimento nel panorama delle infrastrutture ad alte prestazioni messe a disposizione della comunità nazionale e internazionale».</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: premiata la tesi della ricercatrice Elena Gazzea sulla conservazione degli insetti impollinatori</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-premiata-la-tesi-della-ricercatrice-elena-gazzea-sulla-conservazione-degli-insetti-impollinatori</link>
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<description><![CDATA[ La tesi della ricercatrice Elena Gazzea, dedicata alla salvaguardia degli insetti impollinatori in ecosistemi agricoli e forestali degradati, è la vincitrice del &quot;Premio Angelo Pangrazio&quot; ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_699ec441a76b1.webp" length="58240" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 08:02:36 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La ricercatrice </span><b>Elena Gazzea </b>è<span> </span>la<span> </span><b>vincitrice del "Premio Angelo Pangrazio"</b>, giunto alla sua seconda edizione,<span> </span><b>consegnato oggi a Palazzo Wollemborg<span> </span></b>sede <strong>Museo di Geografia dell'Università di Padova</strong>. Il riconoscimento, dell'importo di 1.500 euro messo a disposizione dall' Associazione "Amici di Angelo Pangrazio" e dalla famiglia, ha premiato la<span> </span><b>migliore ricerca di dottorato dell'Università di Padova dedicata alle tematiche ambientali ad alto impatto sociale</b>, con l'obiettivo di stimolare la diffusione di conoscenze utili alla tutela e valorizzazione del territorio.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La tesi vincitrice è stata selezionata tra le 50 domande presentate, provenienti da 27 corsi di dottorato. Nelle<span> </span>motivazioni<span> </span>del riconoscimento la <strong>giuria</strong> ha sottolineato:<span> «I</span>l voto eccellente assegnato dalla commissione d'esame, il prestigioso riconoscimento internazionale "Daikin Prize for Biodiversity Conservation" ricevuto da Elena Gazzea nel 2025, l'approccio interdisciplinare al tema della biodiversità con particolare attenzione alle implicazioni sociali e, infine, l'apertura internazionale e al tempo stesso l'attinenza della ricerca al contesto locale veneto, sul quale in particolare si è concentrata l'attività di inchiesta e comunicazione giornalistica di Angelo Pangrazio».<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Il "Premio Angelo Pangrazio", ideato dall'Associazione "Amici di Angelo Pangrazio" e coordinato in collaborazione con l'Università di Padova, è dedicato al giornalista Angelo Pangrazio della Tgr Rai, scrittore sensibile ai temi ambientali e osservatore della realtà con spirito libero e critico. Non solo, è un riconoscimento all'eccellenza scientifica dei ricercatori, ma è anche un segnale forte dell'impegno dell'Ateneo patavino nel promuovere una cultura della sostenibilità fondata su conoscenza, responsabilità e apertura al mondo.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La giuria ha assegnato all'unanimità il Premio alla ricercatrice<span> </span><b>Elena Gazzea</b><span> </span>per la sua tesi di dottorato in lingua inglese dal titolo "<b>Ecology and conservation of pollinators in forest and agricultural landscapes</b>", discussa all'interno del Dottorato in "<strong>Crop Science</strong>" sotto la supervisione del professor <strong>Lorenzo Marini</strong>, docente di <strong>Landscape Ecology</strong> del dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell'Università di Padova. Elena Gazzea ha ritirato il premio tornando dal Canada, dove attualmente svolge attività di ricerca post- dottorato all'Università dell'Alberta.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«La partecipazione di 50 dottorandi, provenienti da ben 27 corsi di dottorato diversi -<span> </span><b>sottolinea il Prorettore alla formazione post-lauream Massimiliano Zattin</b><span> </span>- testimonia in modo eloquente la ricchezza e la vivacità della nostra comunità accademica. L'ambiente è un tema che attraversa discipline differenti - dalle scienze di base all'ingegneria, dalle scienze sociali alle discipline umanistiche - e questa varietà di percorsi dimostra quanto l'interdisciplinarietà sia oggi imprescindibile per affrontare problemi complessi. Desidero inoltre sottolineare con soddisfazione che il 20% dei partecipanti è costituito da cittadini stranieri: un dato che conferma l'attrattività internazionale del nostro Ateneo e la capacità del dottorato di ricerca di Padova di inserirsi in una rete globale di competenze e sensibilità».<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Siamo contenti e onorati di contribuire con il giusto riconoscimento a premiare la ricerca scientifica - <b>commenta Claudia Pelattieri, presidente dell'Associazione "Amici di Angelo Pangrazio"</b><span> </span>- soprattutto quando a farla sono i giovani. Angelo è sempre stato attento al loro mondo: ci vedeva una speranza per il futuro, e così sarebbe stato anche in questo caso con Elena Gazzea. Nel nostro piccolo, è un modo per ricordare i suoi valori oltre il giornalismo, sua passione e suo mestiere».<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Sintesi della tesi premiata</h2>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Gli <strong>insetti impollinatori</strong>, come api, farfalle e sirfidi, sono essenziali per la riproduzione della maggior parte delle piante selvatiche e coltivate, contribuendo quindi a importanti funzioni e servizi ecosistemici. Tuttavia, i cambiamenti nell'uso del suolo e l'intensivizzazione delle pratiche agricole e forestali hanno degradato habitat fondamentali, contribuendo al declino degli impollinatori. Nonostante gli sforzi di conservazione siano aumentati, molte azioni si concentrano soltanto su agroecosistemi a scala locale, trascurando spesso le foreste, i processi su scala di paesaggio e l'integrazione di diversi obiettivi di gestione del territorio. Inoltre, i limiti nel monitoraggio degli impollinatori rendono difficile valutarne l'efficacia.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La tesi indaga <strong>le opportunità di conservazione per gli impollinatori in ecosistemi agricoli e forestali degradati ed esplora come integrarle in paesaggi con obiettivi di gestione diversi.</strong> Sono stati affrontati cinque temi principali: gli effetti dei disturbi naturali, l'efficacia del ripristino forestale come intervento di conservazione, le implicazioni socio-economiche del declino degli impollinatori, la conciliazione tra attività di conservazione e attività di controllo di insetti dannosi e gli strumenti di monitoraggio. Le conclusioni della tesi sono state che gli insetti impollinatori traggono beneficio da una maggiore eterogeneità di habitat.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">In particolare nel lavoro scientifico sono stati studiati <strong>gli effetti degli schianti da vento della tempesta Vaia sugli insetti impollinatori</strong>. I risultati hanno mostrato che le aree colpite da disturbi naturali presentano una maggiore diversità di specie di impollinatori rispetto alle foreste intatte e che le comunità cambiano rapidamente durante le prime fasi della successione ecologica. Queste aree disturbate funzionano come hotspot temporanei di biodiversità, offrendo nuove risorse fiorali indipendentemente dalle caratteristiche locali o paesaggistiche.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">È stata approfondita l'efficacia della creazione di aree forestali in paesaggi agricoli gestiti intensamente nel sostenere impollinatori tipici di foresta. Il confronto tra aree ripristinate e frammenti forestali residui ha evidenziato comunità di impollinatori molto simili, dimostrando che il ripristino forestale può sostenere efficacemente gli impollinatori forestali negli agroecosistemi degradati.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Sono stati presentati i risultati di una <strong>meta-analisi sull'effetto della impollinazione sulla qualità delle colture.</strong> Gli impollinatori contribuiscono significativamente alla produzione agricola di qualità, migliorando caratteristiche commerciali come la forma e la dimensione dei frutti. Questi risultati sottolineano i <strong>rischi economici legati alla perdita di impollinatori e rafforzano la necessità di tutelare il servizio di impollinazione per garantire la sicurezza alimentare.</strong><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La tesi si è conclusa con una sintesi qualitativa delle attività gestionali finalizzate alla conservazione e al controllo di insetti dannosi e mostra come sia possibile una conciliazione tra i due obiettivi. Non solo, sono stati testati dei semplici indicatori di biodiversità di api selvatiche utili per il loro monitoraggio. L'abbondanza totale delle api sembra essere un buon indicatore della ricchezza di specie, offrendo quindi uno strumento pratico e a basso costo per valutare l'efficacia degli interventi di conservazione.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b>Elena Gazzea</b><span> </span>(Abano Terme, 1994) è ricercatrice in ecologia applicata, con interessi di ricerca nell'ambito della biodiversità e della biologia della conservazione. Ha ottenuto la laurea in Scienze Forestali all'Università di Padova, dove nel 2025 ha conseguito anche il dottorato di ricerca sotto la supervisione del prof. Lorenzo Marini (dip. DAFNAE). Il suo progetto di dottorato ha riguardato l'ecologia degli insetti impollinatori in paesaggi forestali e agricoli, studiando gli effetti dei disturbi naturali e l'efficacia degli interventi di ripristino forestale per la loro conservazione. Attualmente è ricercatrice postdoc nel gruppo di ricerca del prof. Scott Nielsen all'Università dell'Alberta (Canada), dove si occupa di ripristino ecologico in ecosistemi boreali disturbati da attività di esplorazione ed estrazione petrolifera. La sua attività è fortemente orientata alla ricerca scientifica che influenzi direttamente la gestione ambientale e le politiche di conservazione, nonché alla valorizzazione delle informazioni e dei dati esistenti attraverso sintesi quantitative.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b>Angelo Pangrazio</b><span> </span>(4 aprile 1957 – 25 dicembre 2022), veronese di Zevio, ha lavorato come giornalista nei quotidiani "L'Arena", la "Cronaca di Verona", "Il Corriere Canadese" ed è stato inviato della Tgr Rai Veneto, per anni punto di riferimento per la politica regionale. Ha collaborato con diverse testate fra cui "L'Unità", "L'Espresso" e "Il Giornale". Con Cierre Edizioni ha pubblicato l'inchiesta "Lupi a Nordest. Antiche paure, nuovi conflitti", vincendo la 20esima edizione del premio letterario LeggiMontagna - sezione Saggistica.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Astrofisica: uno studio internazionale indaga sulla natura dell&amp;apos;oggetto astronomico Capotauro</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio internazionale, pubblicato su Astronomy &amp; Astrophysics, cerca di scoprire qualcosa di più sulla natura dell&#039;oggetto Capotauro, che potrebbe essere la galassia più lontana mai osservata oppure una nana bruna tra le più fredde e distanti mai scoperte ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 08:02:31 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span>Nelle profondità dello spazio perlustrate dal </span><a href="https://www.media.inaf.it/tag/jwst/" target="_blank" rel="noopener">telescopio spaziale James Webb</a><span> è apparso un puntino rosso che sta togliendo il sonno agli astronomi. Il suo nome completo è </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Capotauro" target="_blank" rel="noopener">Ceers U-100588</a><span>, ma gli scienziati lo hanno ribattezzato </span><strong>Capotauro</strong><span>, dal nome antico del monte Corno alle Scale, nell’Appennino tosco-emiliano. Identificato nella </span><strong>survey</strong><span><strong> Ceers</strong> (<strong>Cosmic Evolution Early Release Science</strong>), Capotauro si presenta come un enigma senza precedenti: <strong>potrebbe essere la galassia più lontana mai vista oppure un oggetto molto più vicino ma altrettanto straordinario.</strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span></span></p>
<p style="text-align: left;">Secondo le analisi<span> </span>pubblicate oggi<span> </span>su<span> </span><strong>Astronomy &amp; Astrophysics</strong>, condotte da un team internazionale guidato da<span> </span><strong>Giovanni Gandolfi</strong>, ricercatore dell’Inaf di Roma, l’ipotesi più affascinante è che Capotauro sia<span> </span><strong>la galassia più lontana mai vista finora</strong>, situata a un<span> </span><strong>redshift di z~32</strong>. Se questa ipotesi fosse confermata, vorrebbe dire che stiamo osservando questo oggetto come appariva ad appena 90 milioni di anni dopo il Big Bang. Si tratterebbe di un record assoluto, capace di rivoluzionare le attuali teorie sulla formazione delle prime stelle e galassie, poiché Capotauro appare straordinariamente brillante per un’epoca così remota.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Tuttavia, la scienza impone cautela, ed è fondamentale non escludere nessuna ipotesi che si accordi con i dati. Le osservazioni fino a ora raccolte mostrano un brusco calo di luce tra le lunghezze d’onda di 3.5 e 4.5 micron. Questo segnale, pur essendo compatibile con l’ipotesi di una galassia distante, ammette anche un’interpretazione alternativa, altrettanto sorprendente: Capotauro potrebbe non essere una galassia lontana, ma un <strong>oggetto substellare all’interno della nostra Via Lattea</strong>. Nello specifico, potrebbe trattarsi di<span> </span><strong>una nana bruna estremamente fredda<span> </span></strong>o addirittura di un<span> </span><strong>esopianeta errante</strong>, con una temperatura inferiore ai 300 kelvin. Se così fosse, si tratterebbe di uno dei primi oggetti di questo tipo – già di per sé rari – individuato a una distanza così elevata – fino a 6500 anni luce.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Questa sorgente sta facendo discutere. Studi successivi al nostro», dice a<span> </span>Media Inaf<span> </span><strong>Gandolfi</strong>, primo autore dell’articolo pubblicato su<span> </span>A&amp;A<em>,</em><span> </span>«suggeriscono che, se Capotauro si trovasse davvero a<span> </span>redshift<span> </span>molto elevato, la sua luminosità osservata potrebbe essere spiegata da un fenomeno potente e mai osservato prima: una<span> </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Supernova_a_instabilit%C3%A0_di_coppia" target="_blank" rel="noopener">supernova a instabilità di coppia</a>. Si tratta di esplosioni estremamente energetiche, associate alla morte della prima generazione di stelle dell’universo e visibili anche a distanze cosmologiche – il <strong>telescopio spaziale James Webb</strong> potrebbe riuscire a rilevarle. In più, abbiamo identificato oggetti simili a Capotauro in altre immagini del James Webb. Questo suggerisce che Capotauro possa essere il primo esempio di una popolazione che, sebbene rara, è più ampia di quanto pensato. Comprenderne la natura è cruciale: solo distinguendo tra “impostori” locali e galassie o transienti realmente primordiali potremo usare Webb per rivelare le prime strutture del cosmo».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Al momento la natura di Capotauro rimane dunque incerta. I dati raccolti dal team d’astronomi non sono bastati a sciogliere il dubbio. Saranno necessarie nuove e più profonde osservazioni del telescopio spaziale James Webb per capire se stiamo davvero lanciando lo sguardo poco dopo l’inizio del tempo oppure se abbiamo immortalato un raro e solitario viaggiatore galattico.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Link all'articolo su<span> </span><i>Astronomy &amp; Astrophysics</i> “<a href="https://doi.org/10.1051/0004-6361/202557061" target="_blank" rel="noopener">Mysteries of Capotauro: investigating the puzzling nature of an extreme F356W-dropout</a>” di Giovanni Gandolfi, Giulia Rodighiero, Marco Castellano, Adriano Fontana, Paola Santini,<span> </span><em>et al.</em></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Università di Padova: utilizzate in una ricerca cellule staminali di origini umane per studiare la perdita di massa muscolare provocata dal cancro</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-utilizzate-in-una-ricerca-cellule-staminali-di-origini-umane-per-studiare-la-perdita-di-massa-muscolare-provocata-dal-cancro</link>
<guid>https://www.italia24.news/universita-di-padova-utilizzate-in-una-ricerca-cellule-staminali-di-origini-umane-per-studiare-la-perdita-di-massa-muscolare-provocata-dal-cancro</guid>
<description><![CDATA[ In un articolo pubblicato sulla rivista «Cell Reports Methods», un gruppo di ricercatori dell&#039;Università di Padova ha proposto una nuova piattaforma, a base di cellule staminali pluripotenti indotte di origine umana, per studiare la perdita di massa muscolare provocata dal cancro ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 17:27:25 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La <strong>cachessia tumorale</strong> è una sindrome che colpisce fino all'80% dei pazienti con tumori solidi, caratterizzata dalla <strong>perdita di massa muscolare e a volte anche di grasso corporeo</strong>. L'impatto della cachessia sulla qualità della vita dei pazienti, sulla risposta alla chemioterapia e sulle probabilità di sopravvivenza è notevole e mancano ancora terapie efficaci. Ciò è dovuto in parte ai limiti degli studi condotti con animali di laboratorio, nei quali non è sempre possibile riprodurre fedelmente ciò che accade nel corpo umano. Per questo motivo c'è un grande bisogno di <strong>sviluppare sistemi di studio sperimentali con tessuti umani in colture tridimensionali per studiare i meccanismi della cachessia e trovare nuove cure, riducendo al contempo l'uso della sperimentazione animale.</strong><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Nell'articolo appena pubblicato sulla rivista «<strong>Cell Reports Methods</strong>», un gruppo di ricercatori dei <strong>dipartimenti di Medicina molecolare e di Scienze biomediche dell'Università di Padova </strong>ha utilizzato <strong>organoidi neuromuscolari</strong> (<strong>NMO</strong>) derivati da <strong>cellule staminali pluripotenti</strong> <strong>indotte di origine umana</strong> (<strong>hiPSC</strong>) come nuova piattaforma per studiare la cachessia muscolare provocata dal cancro.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Grazie alla struttura tridimensionale, le fibre muscolari sperimentali (in gergo, miotubi) sono risultate più mature e sviluppate rispetto a quelle ottenute con le tradizionali colture in piastra bidimensionale. Inoltre la complessità raggiunta da tali organoidi, che contengono anche componenti nervose, crea un ambiente più fisiologico e maggiormente in grado di riprodurre le risposte muscolari in modo accurato.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Avere in laboratorio un modello di muscolo scheletrico umano in cui poter studiare i meccanismi molecolari alla base della cachessia muscolare indotta dal cancro apre nuove prospettive per la conoscenza e l'identificazione di possibili bersagli terapeutici specifici per gli esseri umani. Queste prospettive in futuro potrebbero estendersi anche allo studio di altre patologie che, direttamente o indirettamente, affliggono il muscolo scheletrico –<span> </span><b>spiega la<span> </span></b><span id="v1gmail-330428161"><b>dottoressa</b></span><span> </span><b>Anna Urciuolo del Dipartimento di Medicina Molecolare dell'Università di Padova</b><span> </span>–. I risultati pubblicati sono frutto di un'attività collaborativa fertile all'interno dell'Ateneo patavino, che ha in particolare coinvolto i colleghi Roberta Sartori e Marco Sandri, del Dipartimento di Scienze biomediche e da anni studiosi di cachessia muscolare. Competenze ed esperienze complementari si sono unite a un approccio scientifico multidisciplinare per raggiungere un obiettivo comune».<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Gli NMO rispondono, quindi, efficacemente agli stimoli atrofici, riproducendo le caratteristiche principali della cachessia tumorale quando vengono trattati con terreno di coltura condizionato, ottenuto da colture di cellule tumorali che inducono cachessia. Sperimentalmente osservando tale fenomeno si rilevano perdita di massa muscolare, indebolimento della contrazione, alterazione dei livelli di calcio all'interno delle cellule (fondamentali per la contrazione), comparsa di mitocondri danneggiati e frammentati con conseguenti problemi energetici e un aumento del processo di autofagia che porta alla distruzione dei componenti cellulari.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Il modello di organoide neuromuscolare proposto dai ricercatori padovani e derivato da cellule staminali di origine umana rappresenta un importante passo avanti per la ricerca sulla cachessia tumorale. Offre infatti un promettente <strong>modello di muscolo umano per studiare i meccanismi alla base della cachessia e per sviluppare e valutare potenziali terapie</strong>, tra cui nuovi farmaci più precisi e mirati.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">I risultati ottenuti sono stati possibili grazie a un "<strong>My First AIRC Grant</strong>", un finanziamento quinquennale per un progetto condotto dalla dottoressa Anna Urciuolo. Il progetto, dal titolo "Modeling and targeting the mechanisms underlying cancer-cachexia using human neuromuscular system in vitro models", ha ricevuto un contributo della Fondazione Panciera, in memoria di Ezio, Maria e Bianca Panciera.</p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">Link all'articolo: "<a href="https://www.cell.com/cell-reports-methods/fulltext/S2667-2375(26)00031-7" target="_blank" rel="noopener">Human neuromuscular organoids mimic cancer-induced muscle cachexia" - «Cell Reports Methods</a>» - 2026</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Politecnico di Torino: lo studio su una nuova tecnologia per la dissalazione basata su un idrogel ricavato da alghe brune</title>
<link>https://www.italia24.news/politecnico-di-torino-lo-studio-su-una-nuova-tecnologia-per-la-dissalazione-basata-su-un-idrogel-ricavato-da-alghe-brune</link>
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<description><![CDATA[ La ricerca del Politecnico di Torino pubblicata su Cell Reports Physical Science, mostra come un idrogel ricavato da alghe brune possa desalinizzare usando calore di scarto a bassa temperatura, con prospettive di integrazione energetica e multi-generazione, anche per il raffrescamento ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 17:27:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><b><span>La disponibilità di acqua dolce sta diventando uno dei temi più urgenti del nostro tempo, anche per l'Europa e per l'Italia</span></b><span>. Le ondate di calore, le siccità sempre più frequenti e l'aumento della domanda idrica stanno mettendo sotto stress fiumi, invasi e falde, mentre in molte aree costiere l'acqua di mare resta una risorsa enorme ma ancora difficile da trasformare in acqua potabile in modo sostenibile.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La <b>dissalazione</b> è già oggi una <b>tecnologia strategica</b>, ma richiede spesso ingenti quantità di energia elettrica o calore ad alta temperatura, con costi, impatti e complessità che ne limitano la diffusione su larga scala. Proprio per affrontare questi limiti, un </span><a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxEz09u6yAQgPHTwBLNDJg_CxZv42tE2APJPDmxBaitevoq3fQCP30f56XxzlbXjCHgkjz6pOuzyHEbV2X5lvNVM2DzNsRtC8rBc9w9mWdlKcy9jmFk6keOwW8pNAht2SJ6SqnwUlOgFlvbo9OSCcgDEaADcskQbM7tmDgsdkfr3jZzN9d5yDzf6pEfc15D2X-KVkUrn2LOfle0IhgE9IrW_-Zr75d52wbBok265165_KYrBzLLIYWcedXPof-ubsKZfIwO9cz6I9NPAAAA___cc0_X" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>nuovo studio del Politecnico di Torino</span></b><span></span></a><b><span>,</span></b><span> <b>pubblicato sulla prestigiosa rivista</b> </span><a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxEzzFuxCAQQNHTQLcIBgx2QZHG11hhZjYeCS8WoFjJ6SOnSferLz2M0wszWknRhGCmxRu_SDoSl2c_CfmH65uiNi9vw7xtQTh99E8P6iDkhNiod8VD7jHbl8nTjCaRNVZnConmKcweaFscOskRNHgNoI3T4BYFenMumwXDZLOx7n4jNnXWwqPe1xL3Mc4u7IeAVcB6XZfKVIrK9RCw3vlodNY2-uPcvzvnVB49M70zCVj3epBssRGmP4dwmkcqnMCpN11d_hOfjBH8PDsjR5RfEX4DAAD__7nDWQ4" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>Cell Reports Physical Science</span></b><span></span></a><span>,<b> </b>propone un'innovazione nello stato dell'arte della dissalazione termica: un <b>materiale ottenuto da alghe brune, in grado di produrre acqua dolce valorizzando anche il calore a bassa temperatura</b> che oggi, in molti processi industriali, viene semplicemente disperso.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal">«Da anni lavoriamo su tecnologie che mettano insieme acqua ed energia in modo intelligente – spiega <b>Eliodoro Chiavazzo</b>, docente del Dipartimento Energia-DENERG del Politecnico di Torino (laboratorio <a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxEz72K7DAMxfGnsctgy4o_ChW3yWsMTqTcETiTEJtd2KdfZpupD_w4f6Z5542DFfIp-blEH4uVo2p79EtYf_R8CTm_x5DyuiaD7uj_I0yHsFbmW3qfdNgn4SaYYWVYy55wTjmDILq4-znkBMUqgYPoAJxHB1gmcCvi5gunOWw-4NtmvqfrbDrOt9roOcbVTfhnYDGw9KO29tkNLPamW7j-3TTodNSmFXB6yXe3n4KHMkHMGb0dZL8IfgMAAP__NtBLyA" target="_blank" rel="noopener noreferrer">SMaLL</a>) e coordinatore della ricerca – La domanda è semplice: quanta energia stiamo perdendo ogni giorno sotto forma di calore a bassa temperatura, e quanto valore potremmo ricavarne? Se trasformiamo anche solo una parte di quel calore per produrre acqua dolce, apriamo una strada nuova per la resilienza idrica, soprattutto dove l'accesso all'energia elettrica non è scontato o dove i costi energetici rendono le soluzioni tradizionali meno praticabili».</p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>La dissalazione non è</span></b><span> infatti <b>solo una questione idrica</b>: <b>è un processo energivoro</b>, e la possibilità di alimentarlo con calore a bassa temperatura cambia le regole del gioco perché trasforma una fonte spesso inutilizzata in una risorsa. In pratica, significa immaginare impianti in cui una parte dell'energia termica oggi dissipata venga recuperata e utilizzata per produrre acqua dolce, riducendo il fabbisogno elettrico e migliorando il bilancio complessivo di sostenibilità.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La ricerca ruota attorno ad un protagonista inatteso: un <b>idrogel di alginato di calcio</b>, materiale bio-derivato a base di alginati presenti naturalmente nelle pareti cellulari delle alghe brune. In laboratorio gli autori lo hanno realizzato sotto forma di piccole sfere con una proprietà cruciale per la <b>dissalazione termica di nuova generazione</b>: sono infatti capaci di assorbire rapidamente grandi quantità </span><span>di vapore acqueo e di rilasciarlo quindi in modo controllato quando viene fornito calore.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal">«Il mio lavoro si è concentrato sulla sintesi del materiale e sui test sperimentali – racconta <b>Matteo Calò</b>, dottorando al DENERG e primo autore dello studio – Quello che ci ha colpito è la combinazione di prestazioni elevate e sostenibilità. In condizioni tipiche (30° gradi e 70% di umidità relativa), questo idrogel assorbe fino a 1,28 grammi di acqua per grammo di materiale. Si tratta di un valore nettamente superiore a quello di sorbenti comuni, come i silica-gel o altri materiali innovativi attualmente in fase avanzata di studio, che nelle stesse condizioni si fermano a meno della metà di questa capacità. Questo aspetto è cruciale: maggiore è l'acqua caricata dal materiale, più veloce è il processo con cui avviene, e maggiore è l'acqua purificata che possiamo produrre».</p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal"><span>Tecniche di dissalazione </span></h2>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Per comprendere la portata di questo risultato, occorre guardare alla dissalazione non come a una tecnologia unica, ma come a un insieme di soluzioni diverse, ciascuna con caratteristiche, vantaggi e limiti specifici. La più nota è l'osmosi inversa, estremamente efficace e oggi molto diffusa, che però richiede energia elettrica e impianti in grado di gestire alte pressioni, con sistemi spesso complessi da manutenere. Esistono poi approcci termici che separano il sale facendo evaporare e successivamente ricondensare l'acqua, ma in genere necessitano di sorgenti di calore a temperature più elevate, quindi più costose o meno facilmente disponibili. Il lavoro del Politecnico punta invece su una via emergente: la <b>dissalazione basata su adsorbimento, che può operare a temperature decisamente più basse,</b> <b>trasformando in risorsa quel calore "di scarto" che abbonda nell'industria</b>, in alcuni impianti energetici e, sempre più spesso, anche in infrastrutture moderne.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Il principio è intuitivo, anche se realizzarlo in modo efficiente ed economico richiede ricerca e ingegneria</span></b><span>. In una camera sotto vuoto l'acqua salata evapora anche a temperature moderate; il vapore viene catturato dall'idrogel; poi, scaldando il materiale, il vapore viene rilasciato e fatto condensare come acqua dolce in un'altra zona del sistema, dove può essere raccolto. In questo passaggio il sale resta indietro, nella soluzione di partenza: un modo diverso di "separare" acqua e sale, che non punta a forzare l'acqua attraverso una membrana ad alta pressione, ma a guidare un ciclo di evaporazione, cattura e rilascio del vapore a bassa temperatura.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La <b>novità più concreta</b> e promettente in ottica applicativa riguarda le prestazioni del <b>prototipo sperimentale, che ha dimostrato la capacità di produrre acqua dolce già con una sorgente a 45 °C</b>. Si tratta di una <b>temperatura molto comune</b>: è quella di molti flussi di calore residuo industriale, di alcune soluzioni solari termiche a bassa temperatura e di diverse applicazioni in cui oggi il calore viene semplicemente dissipato. In condizioni ottimali, con una sorgente a 60 °C, gli autori riportano una produttività giornaliera specifica di circa 6 metri cubi di acqua al giorno per tonnellata di materiale impiegato, <b>collocando il sistema</b> <b>tra le soluzioni più interessanti per applicazioni di piccola scala alimentata da calore a temperature moderate</b>. Anche l'<b>efficacia della separazione è stata confermata: </b>a partire da un'acqua con salinità paragonabile a quella marina, si raggiunge una rimozione del sale superiore al 99%.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal"><span>Il ruolo del calore a bassa temperatura</span></h2>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>In questo contesto emerge un aspetto centrale dal punto di vista energetico: quando un sistema è alimentato da calore a bassa temperatura, la vera opportunità non consiste soltanto nella produzione di acqua dolce, ma nella possibilità di integrarla con altri usi termici, aumentando l'efficienza complessiva dell'impianto. La <b>dissalazione può così diventare parte di un'architettura di "multi-generazione", in cui una stessa sorgente termica alimenta più servizi in modo sinergico</b>. «Dal punto di vista energetico, l'aspetto interessante è l'integrazione – osserva <b>Calò</b> – Se hai una sorgente di calore a bassa temperatura, puoi pensare a un sistema capace di produrre acqua dolce e, al tempo stesso, contribuire a servizi come il raffrescamento, migliorando il fattore di utilizzo del calore disponibile».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Il collegamento con il raffrescamento è particolarmente attuale, perché la domanda di freddo sta crescendo in molte aree del mondo proprio a causa dell'aumento delle temperature</span></b><span>. In diversi contesti, soprattutto in regioni costiere calde, i bisogni di acqua dolce e di raffrescamento crescono insieme. Le tecnologie basate su adsorbimento sono interessanti anche per questo: possono essere impiegate non solo per la dissalazione, ma anche per cicli di raffrescamento termicamente attivati, riducendo il ricorso a compressori elettrici nelle ore più critiche.<s></s></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal">«Quando si confrontano tecnologie, è fondamentale partire dai vincoli reali: energia disponibile, manutenzione, infrastrutture, impatto ambientale e contesto d'uso – sottolinea <b>Vincenzo Gentile</b>, ricercatore del DENERG e coautore dello studio – In questo lavoro abbiamo ragionato in modo non troppo diverso da quanto si fa nel riciclo dei rifiuti, provando a rivalorizzare qualcosa che per decenni è stato considerato uno scarto, se non addirittura un problema da smaltire, ovvero il calore disperso nei processi industriali».</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Questo lavoro è anche un tassello di una visione più ampia che il Politecnico di Torino porta avanti sul tema dell'acqua</span></b><span>, con attività che uniscono ricerca sui materiali, chimica, termofluidodinamica, sistemi energetici e prototipazione. «Nel </span><a href="https://email.mddr.polito.it/c/eJxMzz1uxCAQxfHTQGkxwwB2QZHG11iNPeMsEv6QQVkpp482TdI__fT-ksMmq3irGVKCMEWIk9WdS320S6V8l_PQ7GCLPo3Lkgy5vX1GHHaVwiK3tjaUbp-ZOC3IG_AS_MaYJgZgFwL7RArrZktGh9EhOiCHNA3oFqIVJknBr-DpbYvcw3XW0s-3WvOz96sZ_2FwNjivVfl4cdd_I4OzvfOtwr9fDbnSuRZGGg59NfuX8SiSMY4jge3ZfmX8CQAA__9jsU7F" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b>Clean Water Center</b></a> lavoriamo per trasformare ricerca e prototipi in soluzioni che possano avere impatto – spiega <b>Matteo Fasano</b>, docente del DENERG e coautore dello studio – L'acqua è una questione tecnica, ma anche sociale ed economica: significa sicurezza alimentare, salute, stabilità dei territori. Una tecnologia che produce acqua dolce usando calore a bassa temperatura può essere utile in comunità costiere, in aree isolate, in situazioni emergenziali, ma anche in contesti industriali dove oggi si paga due volte: prima per generare energia e poi per disperderla. Se quell'energia residua diventa acqua, e potenzialmente contribuisce anche a servizi energetici come il raffrescamento, il bilancio cambia».</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Sviluppi futuri</h2>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Gli autori sono chiari sui <b>prossimi passi</b>: il prototipo dimostra la fattibilità della soluzione, ma il passaggio alla scala applicativa richiede ulteriori sviluppi, dall'ottimizzazione dei cicli alla verifica della durata nel tempo, fino alla progettazione modulare e all'integrazione con specifiche sorgenti di calore, considerando fin dall'inizio l'architettura energetica complessiva. È il momento in cui un'idea promettente deve trasformarsi in una tecnologia solida, replicabile e adatta alle condizioni del mondo reale.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">«La cosa importante è che i numeri ci dicono che la direzione è giusta – conclude <b>Matteo Calò</b> – Quando un materiale sostenibile supera nettamente i sorbenti convenzionali e abilita la dissalazione a temperature così basse, non stiamo semplicemente migliorando un dettaglio: stiamo aprendo una nuova finestra tecnologica. E in un'epoca in cui acqua, energia e clima sono sempre più intrecciati, questa finestra potrebbe fare la differenza».</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Astrofisica: individuate nuove tracce di un campo magnetico primordiale nei vuoti tra le galassie</title>
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<description><![CDATA[ Un team internazionale, con la partecipazione di INAF, INFN e ASI, ha rilevato nuove evidenze dell&#039;esistenza di campi magnetici primordiali nei vuoti cosmici. Lo studio pone, a oggi, il vincolo più stringente sull&#039;intensità minima dei campi magnetici intergalattici, aprendo nuove prospettive per lo studio dell&#039;Universo primordiale ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 17:27:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Un team internazionale che vede coinvolti ricercatori dell'<strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) </strong>ha ottenuto </span><span>nuove evidenze dell'esistenza di <strong>campi magnetici primordiali nei vuoti cosmici</strong></span><span><strong>, aprendo una nuova finestra sullo studio delle condizioni fisiche dell'Universo primordiale</strong>. I risultati dello studio sono stati pubblicati oggi su </span><strong>Physical Review D.</strong></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie a questo studio, realizzato con i dati raccolti dal <strong>telescopio spaziale Fermi della NASA</strong> e, in particolare, da <strong>LAT (Large Area Telescope)</strong>, strumento progettato e realizzato con un contributo decisivo dell'Italia, grazie all'ASI, all'INFN e all'INAF, è stato possibile stabilire che i <strong>vuoti tra le galassie sono permeati da un campo magnetico primordiale</strong>, originato nelle prime fasi dell'evoluzione dell'Universo. Il valore minimo dell'intensità del campo magnetico stimato, pari a 25 miliardesimi di miliardesimi di gauss (per confronto, il campo magnetico terrestre è circa 20 milioni di miliardi di volte più intenso), rappresenta il vincolo più stringente e robusto finora ottenuto, in quanto basato su un numero minimo di assunzioni rispetto alle stime precedenti.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Per effettuare questa misura<strong>, </strong></span><strong>i ricercatori hanno sfruttato l'esplosione cosmica più potente mai osservata, il lampo di raggi gamma GRB 221009A</strong><span>, che ha "illuminato" i vuoti tra le galassie e la cui emissione nella banda dei <strong>TeV (teraelettronvolt) </strong>è stata direttamente misurata grazie alle osservazioni del <strong>Large High Altitude Air Shower Observatory (LHAASO).</strong></span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«Rispetto ai precedenti lavori sulle sorgenti transienti, i nostri risultati rappresentano un nuovo record per l'intensità minima che i campi magnetici cosmologici dovrebbero avere», commenta </span><strong>Paolo Da Vela</strong><span><strong> </strong>dell'INAF, coautore dello studio, nonché uno dei tre </span><span>contact author</span><span> che hanno guidato il lavoro.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>L'origine dei campi magnetici a larga scala nell'Universo è uno dei misteri della cosmologia contemporanea. Per spiegare la loro origine sono stati proposti diversi meccanismi, la maggior parte dei quali prevede che i vuoti tra le galassie non siano così vuoti, bensì permeati da campi magnetici originati nell'Universo primordiale.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>La misura di questi campi magnetici è particolarmente complessa. Nelle grandi strutture galattiche viene tipicamente effettuata tramite osservazioni nella banda radio, che hanno consentito di porre limiti superiori all'intensità dei campi magnetici cosmologici.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Anche le osservazioni nella banda dei raggi gamma consentono di stabilire vincoli, ma in questo caso sull'intensità minima del campo magnetico. La misura avviene in modo indiretto, tramite lo studio delle interazioni tra le particelle. Quando una sorgente extragalattica luminosa emette raggi gamma di altissima energia, dell'ordine dei TeV, che si propagano nei vuoti tra le galassie, tali fotoni interagiscono con la luce ottica di fondo producendo una "cascata" di elettroni e positroni. Queste particelle, a loro volta, generano raggi gamma secondari con energie circa mille volte inferiori, dell'ordine dei GeV. In presenza di un campo magnetico, la traiettoria delle particelle cariche viene deviata, modificando lo sviluppo della cascata e lasciando una traccia osservabile nell'emissione gamma.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Questo metodo permette di individuare la presenza di campi magnetici nei vuoti cosmici, ponendo vincoli massimi e minimi della loro intensità. C'è però una limitazione: la ricostruzione della cascata richiede l'introduzione di alcune ipotesi sulla durata dell'emissione di raggi gamma nella banda dei TeV da parte della sorgente. Tale durata, infatti, non è in generale nota, poiché non è sempre possibile stabilire da quanto tempo siano attive le sorgenti extragalattiche sufficientemente luminose.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>La situazione è cambiata il <strong>9 ottobre 2022</strong>, quando il <strong>satellite Fermi</strong> ha rivelato un lampo di raggi gamma di eccezionale luminosità ed energia, stabilendo il record per il flusso di fotoni ad alta energia mai osservato prima. L'evento, noto come GRB 221009A, è stato sufficientemente energetico e vicino da essere rivelato anche nella banda dei TeV dall'osservatorio terrestre LHAASO per alcune migliaia di secondi.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Nel loro percorso dalla galassia ospite fino alla Terra, i raggi gamma di altissima energia hanno prodotto <strong>un flusso sufficiente a innescare la cascata di interazioni tra le particelle nei vuoti cosmici</strong>. In questo caso, grazie alla breve e ben definita durata dell'evento, è possibile escludere il contributo di altri processi fisici, rendendo i campi magnetici cosmologici l'unico fattore in grado di influenzare lo sviluppo della cascata.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«Le nostre simulazioni indicano inoltre che il monitoraggio di questa regione di cielo nei prossimi anni consentirà di migliorare ulteriormente i risultati, proseguendo la ricerca dei campi magnetici primordiali», conclude <strong>Da Vela</strong>. «In particolare, si mostra come la futura osservazione di nuovi eventi transienti, quali i lampi di raggi gamma nella banda dei TeV, con il Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO), sarà cruciale non solo per aumentare il numero di GRB osservati nella banda delle altissime energie, ma anche per lo studio dei campi magnetici intergalattici».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie al suo ampio intervallo energetico e alla sua sensibilità, CTAO permetterà per la prima volta di studiare con un unico strumento sia l'emissione dei GRB nella banda dei TeV sia quella delle cascate elettromagnetiche alle decine di GeV, particolarmente rilevanti per l'analisi dei campi magnetici cosmologici. Un ruolo chiave sarà svolto dal sito <strong>Nord</strong>, dove è prevista l'installazione dei telescopi Large-Sized Telescope (LST), sensibili fino a energie minime dell'ordine dei 20 GeV. </span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span></span><span>Link all'articolo "</span><a href="https://journals.aps.org/prd/accepted/10.1103/g8rr-g7p4" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>Constraints on the intergalactic magnetic field from Fermi-LAT observations of GRB 221009A</span></a><span>",</span><span> di Lea Burmeister, Paolo Da Vela, Francesco Longo, Guillem Martí-Devesa, Manuel Meyer, Francesco G. Saturni, Antonio Stamerra e Péter Veres, pubblicato su </span><span>Physical Review D</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Antartide: al via alla campagna invernale di ricerche del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide</title>
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<description><![CDATA[ Inizia la 22a missione invernale del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) nella base Concordia, mentre chiude la stazione Mario Zucchelli, dove sono state condotte attività per la 41a campagna estiva che continuerà sulla nave Laura Bassi fino al prossimo marzo ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 10:57:50 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La 22<sup>a</sup> missione invernale del PNRA</span></h2>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>A <strong>Dome C, </strong>presso la <strong>base italo-francese Concordia</strong>, è iniziata la <strong>22<sup>a</sup> missione invernale</strong></span><span><strong> </strong><span><strong>del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA)</strong>, finanziata dal <strong>Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR)</strong> e attuato dal <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) </strong>per il coordinamento scientifico, da <strong>ENEA</strong> per la pianificazione e l’organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche e </span>dall’<strong>Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS</strong> per la gestione tecnica e scientifica della <strong>nave da ricerca Laura Bassi</strong>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La spedizione è guidata dallo station leader <strong>Gabriele Carugati</strong>, glaciologo dell’Università dell’Insubria, che raccoglie il testimone da Riccardo Scipinotti dell’ENEA, station leader della missione estiva. Il gruppo è composto quest’anno da <strong>12 membri: 5 italiani del PNRA, 6 francesi dell’Istituto polare francese Paul-Émile Victor (IPEV) e una ricercatrice dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA)</strong>. Il team vivrà in isolamento per nove mesi a oltre tremila metri di altezza, con tre mesi di buio completo e temperature che possono raggiungere i -80°C, garantendo la manutenzione della stazione e conducendo <strong>21 attività scientifiche su diverse discipline, come il nuovo progetto sulle microplastiche PASSPORT</strong>. Inoltre, verranno portati avanti <strong>7 progetti di biomedicina</strong>, coordinati dall’ESA, che studieranno gli effetti di un ambiente estremo, simile a quello spaziale, sugli invernanti.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>In questo stesso periodo, alla base <strong>Mario Zucchelli</strong> termina la <strong>41<sup>a</sup> missione estiva del PNRA,</strong> che ha visto la realizzazione di <strong>14 attività scientifiche</strong>, tra progetti e osservatori permanenti su: climatologia, sismologia, geodesia, geomagnetismo, alta atmosfera e attività solare, vulcanismo, cambiamenti di comunità microbiche, permafrost e vegetazione.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«La base Mario Zucchelli ha ospitato due progetti internazionali Polarin, rafforzando così la collaborazione scientifica con partner stranieri. Le ricerche si sono focalizzate sull’evoluzione della criosfera, analizzando il drenaggio della calotta glaciale, le variazioni stagionali della velocità del ghiaccio e le interazioni con l’atmosfera. L’attività scientifica ha inoltre approfondito l’emissione secondaria di contaminanti, rivelando anche minime tracce di attività antropica nell’ambiente antartico», spiega <b>Nicoletta Ademollo</b>, <b>coordinatrice scientifica della spedizione </b>(ruolo che nel primo periodo è stato di Gaetano Giudice dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV)<b> e ricercatrice dell’Istituto di Scienze Polari del CNR</b>. </span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Altri progetti hanno analizzato i ghiacciai attraverso geodesia, sismologia e remote sensing, oltre alle rocce vulcaniche per le interazioni tra criosfera e atmosfera, e le strategie di sopravvivenza microbica in ambienti estremi. Gli studi più focalizzati sull’ecosistema marino hanno esaminato l’adattamento e la biodiversità degli organismi, monitorando le comunità planctoniche e i flussi di carbonio nelle acque costiere».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>I progetti di ricerca hanno coinvolto quasi 170 persone tra ricercatori, ricercatrici e personale tecnico, di cui 20 esperti militari di Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei Carabinieri e 3 Vigili del Fuoco.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">la 41<sup>a</sup> missione estiva del PNRA</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La 41<sup>a</sup> spedizione è stata una missione impegnativa anche per lo sforzo logistico richiesto. In entrambe le stazioni sono stati realizzati importanti lavori infrastrutturali. A Zucchelli, sotto il coordinamento del capo base <strong>Francesco Pellegrino</strong> dell’ENEA, è stata ultimata una nuova area dove verranno installati moderni impianti tecnologici a sostituzione degli esistenti ed è stato messo in sicurezza il molo, attraverso complesse lavorazioni meccaniche subacquee. Inoltre è stata realizzata una variante stradale per facilitare il raggiungimento dell’aeropista di Boulder Clay che garantisce l’interoperabilità tra le stazioni antartiche di diversi Paesi. A Concordia ENEA ha proseguito i lavori per realizzare all’esterno dell’edifico principale una nuova area abitativa, un magazzino e un nuovo modulo per servizi.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«Durante questa missione le basi italiane antartiche, grazie anche a questi interventi infrastrutturali, sono diventate snodi strategici per la cooperazione scientifica internazionale, a supporto delle campagne GANOWEX del BGR (Istituto tedesco per le geoscienze e le risorse naturali) e RINGS di AWI (Istituto Alfred Wagner), del programma IPEV (Francia) e di quelli dei nostri vicini di ‘casa’ KOPRI (Corea) e PRIC (Cina)», commenta <b>Rocco Ascione dell’Unità Tecnica Antartide dell’ENEA e a capo della 41<sup>a</sup> Spedizione</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Le attività di ricerca continueranno a essere svolte sulla nave rompighiaccio Laura Bassi fino a marzo prossimo, dove sono impiegate circa 30 persone fra ricercatori e tecnici, oltre all’equipaggio navigante, per lo svolgimento di 5 progetti di ricerca.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Progetti recenti</span></h2>
<p><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Da novembre a gennaio, nel campo di Little Dome C, si è svolta la quinta e ultima campagna del progetto <strong>Beyond EPICA - Oldest Ice</strong>, coordinato dall’<strong>Istituto di Scienze Polari del CNR,</strong> a cui prendono parte per l’Italia anche <strong>Università Ca’ Foscari Venezia ed ENEA</strong> (che gestisce la logistica insieme all’IPEV). Il team internazionale ha lavorato con un duplice obiettivo: da un lato perforare il substrato roccioso sotto la calotta glaciale per stimare quando è stato esposto per l’ultima volta alla luce solare; dall’altro deviare il foro di perforazione per estrarre nuovi campioni di ghiaccio dalla parte più profonda e quindi più antica, così da ottenere ulteriore materiale da analizzare in relazione alla <strong>Transizione del Pleistocene Medio (MPT)</strong>, periodo cruciale per comprendere l’evoluzione del clima terrestre.</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Nell’ambito del progetto <strong>Ice Memory</strong>, lanciato nel 2015 da CNR e Università Ca’ Foscari Venezia con CNRS, IRD e Université Grenoble-Alpes (Francia) e Paul Scherrer Institute (Svizzera), </span><span>sì è svolta </span><span>a </span><span>Concordia l’inaugurazione della Ice Memory Sanctuary, una grotta scavata nel ghiaccio che preserverà per le future generazioni campioni dei ghiacciai montani in ritiro provenienti da tutto il mondo.</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Nella Ice Cave </span><span>sono stati già trasportati due campioni di ghiaccio provenienti dal </span><span>Monte Bianco e dal Grand Combin,</span><span> giunti alla base Mario Zucchelli da Trieste a bordo della rompighiaccio Laura Bassi. </span><span>Da qui, con un volo speciale reso possibile dall’ENEA, le carote di ghiaccio hanno attraversato l’interno del continente antartico fino a Concordia</span><span>, grazie allo sforzo logistico che ha garantito la catena del freddo tra i due emisferi della Terra</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia: ENEA studia l’impatto dell’idrogeno nella rete del gas</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-enea-studia-limpatto-dellidrogeno-nella-rete-del-gas</link>
<guid>https://www.italia24.news/energia-enea-studia-limpatto-dellidrogeno-nella-rete-del-gas</guid>
<description><![CDATA[ Lo studio condotto da ENEA e l&#039;Università di Cassino sull&#039;utilizzo dell&#039;idrogeno nelle reti di gas naturale per influenzare la misurazione degli odorizzanti potrebbe portare a futuri regolamenti per la miscelazione dell’idrogeno ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 10:43:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>ENEA</strong> e <strong>Università di Cassino</strong> hanno studiato come <strong>l’uso di idrogeno nelle reti di gas naturale possa influenzare la misurazione degli odorizzanti,</strong> sostanze chimiche che conferiscono al gas naturale (incolore e inodore) un odore intenso e caratteristico rendendo immediatamente percepibili eventuali fughe. Lo studio ha considerato tre diversi scenari: metano puro, miscela metano e idrogeno al 20% e idrogeno puro e analizzato gli odorizzanti THT e TBM. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica<span> </span><a href="https://www.mdpi.com/1424-8220/25/14/4394" target="_blank" rel="noopener">Sensors</a>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">I dati mostrano una lieve sovrastima del THT (+2,3%) nelle miscele gas-idrogeno al 20%, mentre nel caso dell’idrogeno puro la presenza dell’odorizzante TBM risulta sottostimata (-3,4%).</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«I risultati indicano che, all’aumentare della quota di idrogeno, diventa più complesso garantire una percezione olfattiva costante, rendendo necessario aggiornare gli attuali standard di misura», spiega la coautrice dello studio <strong>Viviana Cigolotti</strong>, responsabile della Divisione ENEA Tecnologie e vettori per la decarbonizzazione. «Una sovrastima nella misura delle concentrazioni di odorizzante - prosegue - potrebbe comportare rischi per la sicurezza legati alla mancata rilevazione di fughe di gas. Al contrario, una sottostima potrebbe generare falsi allarmi e determinare un aumento dei costi del gestore per garantire il rispetto della soglia minima di concentrazione di odorizzante nel gas che arriva fino alle nostre abitazioni».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">La campagna sperimentale si è articolata in <strong>due fasi</strong>: una prima di test su bombole con miscele di metano e idrogeno e una seconda di prove su gas naturale odorizzato prelevato da una rete cittadina e successivamente miscelato con idrogeno in una rete in scala (p<span>rova condotta presso Hydrogen Innovation Lab di Pietro Fiorentini Spa ad Arcugnano, Vicenza</span>.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">L’introduzione dell’idrogeno nelle reti di distribuzione del gas - attualmente consentita fino al 2% -costituisce una strategia promettente per ridurre le emissioni di carbonio nei settori che oggi dipendono dal gas naturale, come la produzione di energia, l’industria pesante, il riscaldamento domestico e i trasporti. Questa soluzione permette inoltre di valorizzare le infrastrutture esistenti, senza richiedere modifiche significative alle tubazioni o alle apparecchiature ma comporta sfide tecniche e operative: l’idrogeno, infatti, è un gas molto leggero, con bassa viscosità e alta diffusività, caratteristiche che possono impedire una miscelazione uniforme con l’odorizzante che svolge, invece, un ruolo cruciale per la sicurezza.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Di conseguenza, le letture dei gascromatografi (gli strumenti attualmente più affidabili per l’analisi della composizione del gas) possono risultare meno precise. «Il nostro studio fornisce<span> </span><strong>indicazioni pratiche</strong><span> </span>per<span> </span><strong>migliorare la sicurezza</strong><span> </span>e<span> </span><strong>ridurre i costi,<span> </span></strong>ad esempio, ottimizzando i sistemi di iniezione dell’odorizzante, oppure impiegando nei misuratori materiali resistenti all’idrogeno, come l’acciaio inox», sottolinea l’altra coautrice ENEA dello studio <strong>Giulia Monteleone</strong>, direttrice del Dipartimento ENEA di Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili. «I risultati di questa ricerca – conclude - potrebbero aiutare a definire i regolamenti per la miscelazione dell’idrogeno e offrire alle aziende di distribuzione indicazioni utili per aggiornare le procedure di dosaggio e di monitoraggio degli odorizzanti in vista dei futuri requisiti normativi».</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: uno studio rivela che anche i pulcini formano associazioni tra suoni e forme</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-uno-studio-rivela-che-anche-i-pulcini-formano-associazioni-tra-suoni-e-forme</link>
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<description><![CDATA[ Pubblicata su «Science» la ricerca dell&#039;Università di Padova in cui si dimostra che anche i pulcini hanno una predisposizione innata verso specifici collegamenti tra suono e forma ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_699c19721e26e.webp" length="29504" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 10:09:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Negli umani, <strong>Bouba-Kiki</strong> è quel fenomeno in cui le persone, indipendentemente dalla loro cultura o lingua parlata, <strong>associano sistematicamente determinate forme astratte a specifici suoni</strong>. Bouba e Kiki non esistono in realtà, sono "etichette verbali", parole inventate che evocano caratteristiche fisiche. Nella specifica associazione la maggior parte degli individui della nostra specie associa il suono "Kiki" a un oggetto appuntito e "Bouba" a uno tondeggiante. Studi condotti su bambini molto piccoli suggeriscono che questo effetto possa riflettere un meccanismo percettivo innato, sebbene sia difficile escludere del tutto la possibilità che tali associazioni possano venire apprese molto rapidamente dopo la nascita, dato che i bambini sono precocemente esposti ad a una grande quantità di informazioni multisensoriali.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Lo studio intitolato "</span><a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adq7188" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><i><span>Matching sounds to shapes: Evidence of the Bouba-Kiki effect in naïve baby chicks</span></i></a><span>", pubblicato su «<strong>Science</strong>»<i> </i>dai ricercatori dei dipartimenti di <strong>Psicologia Generale e di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova,</strong> ha indagato <strong>l'effetto Bouba-Kiki in pulcini di pollo nei primissimi giorni di vita dopo la schiusa</strong>, testando in modo pressoché totale le loro esperienze precedenti al test.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">La ricerca:</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>In una prima fase, i ricercatori hanno insegnato a pulcini di tre giorni ad aggirare un pannello su cui era stampata una forma ambigua, composta sia da elementi tondeggianti che elementi spigolosi, rispetto ad un pannello privo di disegno. Lo scopo era quello di indurre gli animali a scegliere il pannello con la forma secondo la regola "forma per cibo appetitoso".<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Successivamente, i pulcini si sono confrontati con due nuovi pannelli: uno dal contorno interamente appuntito e uno tondeggiante. Ciascun animale è stato sottoposto a <strong>24 prove</strong>, alternate in modo casuale: in metà veniva riprodotta in sottofondo, tramite un altoparlante nascosto, una ripetizione del suono "Kiki", nelle altre, il suono "Bouba". <strong>I ricercatori hanno osservato che i pulcini sceglievano il pannello con la forma appuntita quando udivano "Kiki" e quello con la forma tondeggiante quando udivano "Bouba".</strong><span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>I ricercatori - </span><strong>Maria Loconsole, Silvia Benavides-Varela e Lucia Regolin</strong> -<span> hanno poi rafforzato il controllo su tre fattori critici: la maturazione (testando i pulcini entro le prime 24 ore dalla schiusa), l'esperienza sociale (effettuando il test prima che gli animali avessero contatto con altri pulcini) e l'associazione tra pannello con forma ambigua e ricompensa (quindi eliminando qualsiasi precedente addestramento o ricompensa alimentare).<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Alla nascita, ciascun pulcino veniva inserito in un'arena in cui era presente uno schermo televisivo su cui veniva proiettato per 30 minuti uno stimolo visivo con contorni sia rotondi che spigolosi, così da consentire un periodo di familiarizzazione. Dopodiché, i ricercatori hanno testato la preferenza spontanea dei pulcini tra due forme (tondeggiante e spigolosa), associate alla ripetizione del suono "Bouba" o "Kiki". Si è registrato che gli animali - che erano liberi di esplorare l'ambiente e di avvicinarsi a ciascuna delle due forme - <strong>trascorrevano più tempo in prossimità della forma congruente con il suono udito, </strong>similmente a quel che accade negli umani.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>I dati raccolti su <strong>pulcini di pochi giorni</strong> sembrano indicare <strong>l'esistenza di una predisposizione innata verso specifiche associazioni tra suono e forma</strong></span><strong>, di conseguenza tale meccanismo non è una solo prerogativa degli umani, ma può essere presente in altre specie animali</strong><span><strong>.</strong><span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>«I nostri risultati ci hanno permesso di dimostrare che non è necessario avere un cervello predisposto al </span><span>linguaggio umano </span><span>perché si creino delle associazioni tra suoni e forme <b>- dice Maria Loconsole del dipartimento di Psicologia Generale dell'Università di Padova</b> -. La ricerca evidenzia come esistano dei meccanismi percettivi semplici e basilari che sono condivisi tra diverse specie animali. <strong>Questo lavoro rappresenta un'importante punto di partenza per nuove ricerche sul fonosimbolismo nell'uomo,</strong> per capire come una predisposizione comune ad associazioni tra diverse modalità sensoriali possa aver svolto un ruolo particolare nel supportare l'emergere del linguaggio nella nostra specie».</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Roma Tor Vergata e INFN: inaugurato il nuovo laboratorio AiLoV&#45;ET per lo sviluppo di tecnologie per la ricerca di onde gravitazionali</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-roma-tor-vergata-e-infn-inaugurato-il-nuovo-laboratorio-ailov-et-per-lo-sviluppo-di-tecnologie-per-la-ricerca-di-onde-gravitazionali</link>
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<description><![CDATA[ Inaugurato il nuovo laboratorio AiLoV-ET (Advanced Optics Lab @ Tor Vergata for Einstein Telescope), con la collaborazione tra INFN e l&#039;Università di Roma Tor Vergata, dedicato alla ricerca e allo sviluppo delle tecnologie per il futuro rivelatore di onde gravitazionali di nuova generazione, Einstein Telescope ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 09:55:00 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">È stato inaugurato il 19 febbraio 2026, negli spazi dei laboratori della Sezione <strong>INFN</strong> presso il <strong>dipartimento di Fisica dell'Università di Roma Tor Vergata</strong>, il nuovo <strong>laboratorio AiLoV-ET (Advanced Optics Lab @ Tor Vergata for Einstein Telescope).</strong> L'infrastruttura è dedicata alla ricerca e sviluppo delle tecnologie per il futuro rivelatore di onde gravitazionali di nuova generazione, Einstein Telescope, ed è frutto della collaborazione tra l'INFN e l'Università di Roma Tor Vergata nell'ambito del progetto <strong>ETIC</strong>, finanziato dal <strong>Ministero dell'Università e della Ricerca</strong> con i fondi del PNRR, per promuovere la candidatura italiana della Sardegna a ospitare Einstein Telescope attraverso la creazione  di una rete nazionale di laboratori diffusi sul territorio, di cui fa parte, appunto, anche l'infrastruttura AiLoV-ET.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Grazie al finanziamento di circa<span> </span><span>tre</span><span> </span>milioni di euro, il nuovo laboratorio AiLoV-ET ospita camere bianche e grigie, ossia gli ambienti a contaminazione controllata propri di un laboratorio di ricerca di fisica strumentale, banchi ottici, laser, specchi e strumentazione altamente tecnologica», ha spiegato <strong>Viviana Fafone</strong>, responsabile di AiLoV-ET, professoressa dell'Università di Roma Tor Vergata e ricercatrice all'INFN. «AiLoV-ET è dunque a tutti gli effetti un centro di ricerca di rilievo internazionale, focalizzato sulla realizzazione di soluzioni tecnologiche di ottica adattiva e di nuovi materiali per gli specchi del rivelatore, elementi chiave per gli obiettivi scientifici di Einstein Telescope. L'attività si inserisce in una tradizione di ricerca sulle onde gravitazionali che a Roma Tor Vergata è attiva da oltre quarant'anni, dai primi rivelatori a barre criogeniche, all'interferometro Virgo, fino agli attuali sviluppi per Einstein Telescope», conclude Fafone.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«È con grande orgoglio che inauguriamo AiLoV-ET, un nuovo importante capitolo nella storia scientifica del nostro ateneo», ha commentato <strong>Nathan Levialdi Ghiron</strong>, rettore dell'Università di Roma Tor Vergata. «Questa infrastruttura nasce dalla sinergia con l'INFN nell'ambito del progetto ETIC sostenuto dal MUR con fondi PNRR: un esempio concreto di come la collaborazione tra istituzioni sostenuta da una visione strategica nazionale ed europea possa generare ricerca di frontiera e innovazione tecnologica. Un investimento non solo nelle infrastrutture ma nelle persone - ha sottolineato il rettore - nei nostri ricercatori, nei giovani studiosi, nelle studentesse e negli studenti che qui trovano un ambiente di formazione avanzata e di collaborazione internazionale. AiLoV-ET non è soltanto un laboratorio, è un segnale di fiducia nella scienza, nella collaborazione europea e nella capacità del nostro paese di essere protagonista nelle grandi sfide della conoscenza», ha concluso il rettore.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Einstein Telescope rappresenta una delle sfide scientifiche più ambiziose dei prossimi decenni e richiede lo sviluppo di tecnologie altamente innovative. Il nuovo laboratorio AiLOV-ET opererà nel campo del controllo termico degli specchi, un ambito già cruciale negli interferometri attuali, come Virgo, ma destinato a diventare ancora più strategico negli osservatori di prossima generazione, come Einstein Telescope», ha spiegato <strong>Marco Pallavicini</strong> membro della Giunta Esecutiva dell'INFN con la delega al progetto Einstein Telescope. «La realizzazione del laboratorio nasce dalla proficua collaborazione tra l'INFN e l'Università di Roma Tor Vergata, in continuità con la sinergia già consolidata nell'ambito dell'esperimento Virgo».</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">All'inaugurazione ha fatto seguito un convegno sui quarant'anni di ricerca a Roma Tor Vergata e sulla ricerca delle onde gravitazionali con interventi dedicati alla storia, allo stato attuale e alle prospettive, con contributi di <strong>Michele Mazzola</strong> del Ministero dell'Università e della Ricerca,  <strong>Lucio Cerrito</strong>, direttore Dipartimento di Fisica dell'Università di Roma Tor Vergata, <strong>Roberta Sparvoli</strong>, direttrice Sezione INFN di Roma Tor Vergata, <strong>Renato Baciocchi</strong>, prorettore al Trasferimento Tecnologico dell'Università di Roma Tor Vergata, <strong>Eugenio Coccia</strong>, direttore Istituto di Fisica delle Alte Energie di Barcellona, <strong>Viviana Fafone</strong> responsabile laboratorio AiLoV-ET, <strong>Michele Maggiore</strong> dell'Executive Board di Einstein Telescope e professore dell'Università di Ginevra, <strong>Marco Pallavicini</strong> della Giunta Esecutiva dell'INFN, <strong>Michele Punturo</strong>, coordinatore della collaborazione scientifica Einstein Telescope e ricercatore dell'INFN.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Radioastronomia: realizzata la più grande mappa radio del cielo con il programma LOFAR</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo set di dati di LoTSS-DR3, che comprende la più grande e dettagliata mappa radio del cielo mai realizzata, ottenuta grazie alla rete europea di antenne LOFAR, permetterà numerose scoperte dando un forte impatto in molti ambiti della ricerca astrofisica e cosmologica ]]></description>
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<pubDate>Sun, 22 Feb 2026 18:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Una vasta collaborazione internazionale, con la significativa partecipazione dell'<strong>Istituto Nazionale di Astrofisica</strong> (INAF), ha reso pubblico il terzo set di dati della </span><span><a href="https://lofar-surveys.org/dr3.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b>LOFAR Two-metre Sky Survey</b></a></span><span><b><a href="https://lofar-surveys.org/dr3.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> </a><a href="https://lofar-surveys.org/dr3.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(LoTSS-DR3)</a></b>, uno dei più ambiziosi programmi di mappatura del cielo radio a bassa frequenza mai realizzati. Sfruttando il radiotelescopio europeo <strong>Low Frequency Array (LOFAR)</strong>, il team di ricerca ha identificato </span><span><strong>13,7 milioni di radiosorgenti</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il nuovo set di osservazioni ha consentito di produrre </span><strong>una mappa del cielo radio a bassa frequenza di straordinario dettaglio e di realizzare il censimento più completo mai ottenuto dei buchi neri supermassicci in fase di accrescimento</strong><span><strong>,</strong> rappresentando un traguardo di grande rilievo per la radioastronomia e la cooperazione scientifica internazionale. I risultati</span><span> sono in corso di pubblicazione </span><span>sulla rivista </span><strong>Astronomy &amp; Astrophysics</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Questo nuovo catalogo rappresenta un deciso salto di qualità rispetto ai precedenti.</span><span> </span><a href="https://www.media.inaf.it/2022/02/25/mappa-lofar-milioni-sorgenti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>La seconda </span><span>data release</span><span>, pubblicata nel 2022</span></a><span>,</span><span> comprendeva quasi 4,4 milioni di sorgenti radio e copriva poco più di un quarto dell'emisfero settentrionale. Con la <a href="https://lofar-surveys.org/public_hips/LoTSS_DR3_high_hips/" target="_blank" rel="noopener">DR3</a>, il numero di sorgenti catalogate cresce di oltre il triplo, mentre l'area di cielo mappata si estende fino a circa l'88% dell'emisfero nord, pari a circa 19 mila gradi quadrati. Il passo in avanti rispetto alla DR2 è quindi evidente sotto diversi aspetti: una copertura di cielo molto più estesa, un numero significativamente maggiore di sorgenti rilevate e l'inclusione di <strong>nuove regioni finora inesplorate</strong>, come porzioni del piano galattico, che non erano incluse nella precedente data release. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La survey è stata effettuata con uno dei radiotelescopi più sensibili e ad alta risoluzione al mondo. Nato da un progetto di <strong>ASTRON</strong> e oggi </span><strong>European Research Infrastructure Consortium (ERIC)</strong><span>, LOFAR è la rete radioastronomica a bassa frequenza più estesa attualmente operativa. Lo strumento è composto da <strong>52 stazioni distribuite in Europa</strong>, per un totale di oltre <strong>25 mila antenne collegate tra loro</strong> tramite reti in fibra ottica e gestite come un unico grande interferometro.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il progetto si basa su oltre <strong>13 mila ore di osservazioni, </strong>per un volume complessivo di circa 18,6 petabyte di dati e su oltre 20 milioni di ore di calcolo distribuite su 10 anni</span><span>.</span><span> L'elaborazione di una mole di dati così imponente ha richiesto lo sviluppo di algoritmi altamente automatizzati e ottimizzati, nonché la distribuzione del carico computazionale su numerosi sistemi di calcolo ad alte prestazioni, con attività di elaborazione e di monitoraggio protratte per anni. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>In questo senso, LOFAR ha spinto la radioastronomia a basse frequenze in un territorio in gran parte inesplorato: non solo per la quantità di dati prodotti, ma anche per le nuove tecniche di calibrazione e di analisi rese necessarie. Affrontare queste sfide ha richiesto lo sviluppo di <strong>nuovi approcci metodologici e l'impiego di infrastrutture computazionali ad altissime prestazioni</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La combinazione di ampia copertura del cielo, elevata sensibilità e alta risoluzione angolare consente di ottenere immagini del cielo radio a bassa frequenza estremamente nitide e ricche di dettaglio. Le osservazioni, condotte nell'intervallo di <strong>frequenze 120–168 MHz</strong>, corrispondente a lunghezze d'onda di circa due metri, raggiungono una risoluzione angolare di circa 6 secondi d'arco, consentendo di studiare le sorgenti radio su un'ampia gamma di scale spaziali. Per ottenere questi risultati, le immagini sono state accuratamente corrette per le forti distorsioni introdotte dalla ionosfera terrestre, un aspetto critico alle basse frequenze radio.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Questa </span><span>data release</span><span> rappresenta il risultato di oltre dieci anni di osservazioni, di elaborazione dei dati e di analisi scientifica condotte da un ampio team internazionale», afferma </span><strong>Timothy Shimwell</strong><span>, primo autore dello studio, ricercatore presso ASTRON, l'Istituto nazionale per la radioastronomia dei Paesi Bassi, e l'Università di Leiden.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Sebbene l'utilizzo scientifico dei dati sia ancora agli inizi, la combinazione di scala, sensibilità e risoluzione sta già trasformando la radioastronomia, aprendo la strada a nuove scoperte in un'ampia varietà di ambienti cosmici.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Grazie a una sensibilità oltre 100 volte superiore e a una risoluzione angolare più elevata rispetto alle survey precedenti nello stesso intervallo di frequenze, LoTSS apre una nuova finestra di osservazione dell'Universo alle basse frequenze radio, permettendo numerose scoperte e un forte impatto in molti ambiti della ricerca astrofisica e cosmologica», afferma </span><strong>Gianfranco Brunetti</strong><span>, direttore di INAF - Istituto di Radioastronomia e delegato italiano nel Council di LOFAR ERIC.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Una vasta gamma di segnali radio</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Grazie a queste caratteristiche, la survey consente di osservare una straordinaria <strong>varietà di segnali radio provenienti dal cosmo:</strong> dall'emissione generata da particelle che viaggiano a velocità prossime a quella della luce in campi magnetici, come l'emissione radio diffusa in ammassi di galassie, ai potenti getti prodotti dai buchi neri supermassicci, fino alle galassie con intensa formazione di nuove stelle.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Questo patrimonio osservativo sta già alimentando numerosi studi in diversi ambiti dell'astrofisica ed è analizzato in modo sistematico anche alla ricerca di fenomeni rari, quali radiosorgenti transienti e variabili, resti di supernova finora sconosciuti, alcune delle radiogalassie più estese e antiche mai osservate e segnali radio compatibili con interazioni tra esopianeti e le loro stelle madri. I dati e le mappe radio prodotti dalla survey sono resi pubblicamente disponibili alla comunità scientifica.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Un esempio emblematico di queste nuove possibilità di studio riguarda gli ammassi di galassie, come sottolinea </span><span><strong>Andrea Botteon</strong>,</span><span> ricercatore in forza all'INAF e co-autore dell'articolo: «Creando campioni statistici di ammassi di galassie, possiamo dimostrare che onde d'urto e turbolenze guidano l'accelerazione delle particelle e l'amplificazione dei campi magnetici su milioni di anni luce. Questo è uno dei campi di ricerca che ha ricevuto una delle spinte più significative negli ultimi anni grazie ai dati LoTSS».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Parallelamente, i dati vengono analizzati in modo sistematico alla ricerca di fenomeni astrofisici rari.</span><span> </span><span>Il team ne ha già individuati diversi, tra cui radiosorgenti transienti e variabili, resti di supernova finora sconosciuti, alcune delle radiogalassie più estese e antiche mai osservate e segnali radio compatibili con interazioni tra esopianeti e le loro stelle madri. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«INAF sta investendo risorse significative sul piano scientifico e tecnologico in LOFAR 2.0, che, nei prossimi decenni, sarà uno strumento complementare a SKA-Low. Grazie a baseline molto più lunghe, LOFAR 2.0 permetterà di ottenere mappe del cielo con una risoluzione angolare fino a dieci volte superiore a LoTSS, raggiungendo al tempo stesso una profondità osservativa senza precedenti», conclude Brunetti.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Link alla pubblicazione: <a href="https://www.aanda.org/component/article?access=doi&amp;doi=10.1051/0004-6361/202557749" target="_blank" rel="noopener">"The LOFAR Two-metre Sky Survey VII. Third Data Release"</a>, T.W. Shimwell et al., per la rivista Astronomy &amp; Astrophysics.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Malaria: scoperta una variante genetica in grado di ostacolare la crescita del parassita</title>
<link>https://www.italia24.news/malaria-scoperta-una-variante-genetica-in-grado-di-ostacolare-la-crescita-del-parassita</link>
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<description><![CDATA[ Pubblicato su Nature uno studio di Cnr-Irgb e Università di Sassari su un nuovo gene che apre la strada a nuove terapie per la cura della Malaria ]]></description>
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<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 14:18:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-d039f76f-7fff-a7c9-00e6-33a28e424d0d"><span><strong>Una variante genetica capace di ostacolare la crescita del parassita della malaria</strong> è stata scoperta da un gruppo di ricercatori e ricercatrici dell'<strong>Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) di Cagliari e dell'Università degli Studi di Sassari.</strong> Il lavoro intitolato "<strong>Reduced cyclin D3 expression in erythroid cells protects against malaria</strong>", pubblicato sulla rivista Nature, chiarisce anche il meccanismo biologico della protezione e indica una possibile strada per nuovi farmaci. All'articolo è stato anche dedicato un editoriale della rivista.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La malaria provoca ancora oggi oltre 600.000 morti all'anno, soprattutto nei <strong>Paesi tropicali</strong>. Non tutte le persone infette, però, si ammalano nello stesso modo: alcuni individui sviluppano forme molto gravi, altri manifestano sintomi più lievi. Capire perché accade è una delle sfide più importanti della medicina.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Un indizio nel DNA dei Sardi</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La scoperta nasce da un'osservazione effettuata a partire da <strong>analisi genomiche</strong> su circa 7.000 volontari dello studio di popolazione sardo "SardiNIA" in Ogliastra, un grande progetto di genetica di popolazione che analizza in che modo il patrimonio genetico degli abitanti dell'isola influenzi migliaia di variabili rilevanti per la salute. I ricercatori avevano individuato una variante del DNA associata a particolari caratteristiche dei globuli rossi, le cellule del sangue in cui vive il parassita della malaria.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Cosa succede dentro ai globuli rossi</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Gli scienziati hanno poi ricostruito passo dopo passo il <strong>meccanismo biologico alla base delle osservazioni genetiche</strong>. «La variante riduce l'attività del gene CCND3 che regola lo sviluppo dei precursori dei globuli rossi, producendo globuli rossi circolanti più grandi e con caratteristiche particolari. Con esperimenti durati diversi anni abbiamo spiegato del dettaglio i meccanismi molecolari e biologici alla base di queste osservazioni», spiega <strong>Maria Giuseppina Marini</strong>, prima autrice dello studio insieme a <strong>Maura Mingoia e Maristella Steri</strong> del Cnr-Irgb.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La genetica umana conserva tracce delle malattie del passato», spiega <strong>Francesco Cucca</strong>, genetista dell'Università di Sassari e del Cnr-Irgb, coordinatore dello studio. «Questo ci permette di individuare adattamenti biologici selezionati dall'evoluzione».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Analisi evolutive hanno infatti mostrato che la variante è diventata frequente in <strong>Sardegna</strong> perché offriva un vantaggio di sopravvivenza. «Abbiamo quindi ipotizzato che la malaria, storicamente endemica in Sardegna, potesse essere la pressione evolutiva che ha favorito la diffusione della variante», aggiunge <strong>Cucca</strong>. </span><span>E quando i <strong>globuli rossi</strong> provenienti da individui con quella variante sono state infettati in laboratorio con il Plasmodium falciparum — il principale agente della malaria — il parassita non riesce a proliferare normalmente.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Abbiamo osservato una forte inibizione della crescita del parassita fino alla sua morte», spiega <strong>Antonella Pantaleo</strong> dell'Università di Sassari, che ha coordinato gli esperimenti di infezione in laboratorio. «Il fenomeno è legato a un aumento dello stress ossidativo nei globuli rossi, un meccanismo simile a quello che protegge le persone con deficit di G6PD in quanto crea un ambiente inospitale per il parassita in queste cellule».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Dall'evoluzione alla medicina</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La variante è oggi frequente in Sardegna ma assente nelle regioni del mondo dove la malaria è ancora diffusa. Probabilmente è comparsa in Europa dopo l'uscita dell'Homo sapiens dall'Africa. Per i ricercatori, però, proprio questo "esperimento naturale" offre una nuova opportunità terapeutica.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La natura ci ha mostrato un modo efficace per bloccare la malaria», conclude <strong>Cucca</strong>. «La sfida ora è trasformare questo meccanismo biologico in una terapia: riprodurre farmacologicamente l'effetto protettivo della variante per proteggere le popolazioni che oggi convivono con la malattia».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio fornisce così una base scientifica concreta per sviluppare nuovi farmaci mirati, ispirati direttamente all'evoluzione umana.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: "<a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10110-9" target="_blank" rel="noopener">Reduced cyclin D3 expression in erythroid cells protects against malaria</a>" Maria Giuseppina Marini, Maura Mingoia, Maristella Steri, et al. Nature (2026)</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Progetto &amp;quot;Rockfall&amp;quot;: presentati a Torino nuovi sviluppi per analizzare l&amp;apos;effetto dell&amp;apos;aumento delle temperature sulle rocce alpine</title>
<link>https://www.italia24.news/progetto-rockfall-presentati-a-torino-nuovi-sviluppi-per-analizzare-leffetto-dellaumento-delle-temperature-sulle-rocce-alpine</link>
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<description><![CDATA[ A Torino il workshop conclusivo del progetto “Rockfall”, coordinato dall’INRiM, ha presentato nuove misure sul campo e modelli fisici per analizzare l’effetto dell’aumento delle temperature sulle rocce alpine ]]></description>
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<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 14:03:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-687e48ba-7fff-b80c-3ab5-203c1093aa0b" style="text-align: left;"><span>In un periodo nel quale il riscaldamento globale è scientificamente accertato, le <strong>aree montane</strong> rappresentano <strong>ambienti particolarmente vulnerabili</strong>. L’aumento delle temperature medie ed estreme dell’aria e i cicli di stress termico contribuiscono alla degradazione del ghiaccio presente nelle fratture rocciose, elemento chiave per la stabilità dei pendii, e all’indebolimento delle masse rocciose, con un conseguente incremento del rischio di frane e crolli. </span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Nonostante la solidità delle evidenze sul cambiamento climatico, la <strong>relazione tra temperatura dell’aria e regime termico della roccia </strong>resta un ambito di studio complesso. La temperatura superficiale delle rocce dipende infatti da molteplici fattori, tra cui la radiazione solare, l’esposizione, le proprietà fisiche dei materiali e le interazioni aria-roccia, rendendo necessarie misure accurate e modelli condivisi.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Di questi temi se ne è parlato nel corso del workshop <strong>“</strong></span><strong>Trasferimento del calore nella roccia: misure sul campo e modelli</strong><span><strong>”</strong>, momento conclusivo del progetto triennale <strong>PRIN 2022 “</strong></span><strong>Rockfall – Rockfall risk mitigation in the Alps</strong><span><strong>”,</strong> coordinato dall’<strong>INRiM</strong> e dedicato allo studio degli <strong>effetti del cambiamento climatico sull’instabilità dei versanti montani.</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L’iniziativa, svoltasi presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM) di Torino, ha riunito ricercatrici e ricercatori dell’<strong>INRiM, del Politecnico di Torino, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dell’Università degli Studi di Torino, dell’Università degli Studi di Milano e di ARPA Piemonte</strong>, con l’obiettivo di condividere risultati scientifici, protocolli di misura e modelli fisici per l’analisi del trasferimento di calore nelle formazioni rocciose alpine.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Ad aprire i lavori è stato il Dirigente di Ricerca dell’INRiM, </span><strong>Andrea Merlone</strong><span>, che ha sottolineato il valore del percorso scientifico svolto in questi tre anni: «</span><span>Una collaborazione interdisciplinare tra geologia, modellistica e strumentazione, con al centro la metrologia, la scienza delle misure. Taratura di sensori, analisi e riduzione delle incertezze di misura, validazione dei modelli e miglioramento della strumentazione, sono i contributi scientifici di rilievo che l’INRiM ha fornito, mirando al miglioramento generale delle analisi e previsioni dei fenomeni. L’affinamento delle metodologie di misura, verso la standardizzazione dei protocolli, garantisce maggiore confrontabilità dei dati tra luoghi diversi e serie temporali. La generazione di dati riferibili si colloca in un più ampio contesto di supporto metrologico alla climatologia, che vede un crescente coinvolgimenti di ricercatrici e ricercatori INRiM nelle commissioni e comitati scientifici internazionali</span><span>»</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Nel corso della giornata sono stati presentati i risultati delle attività sperimentali condotte in alta quota, gli sviluppi nella modellazione del trasferimento di calore nelle formazioni rocciose alpine, le buone pratiche per le misure sul permafrost e le esperienze di monitoraggio termico in contesti specifici, come gli ammassi carbonatici e le reti di osservazione ambientale regionali.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il workshop ha rappresentato un’importante occasione di confronto interdisciplinare su un tema di forte impatto per i territori alpini, confermando il ruolo dell’INRiM come punto di riferimento per la qualità e l’affidabilità delle misure a supporto delle politiche di adattamento al cambiamento climatico e di prevenzione del rischio naturale.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Almanacco della scienza: il tema della &amp;quot;riparazione&amp;quot; esaminato in diversi ambiti</title>
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<description><![CDATA[ Dalle piante ai manufatti antichi, dalla psicoterapia alle dipendenza: la riparazione in azione e la collaborazione con il Consiglio nazionale della ricerca per esplorare tutti gli ambiti in cui la riparazione è necessaria ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 15:30:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Sono tanti gli ambiti in cui occorre effettuare delle riparazioni, delle modifiche, che rendano un'attività, un prodotto, una funzione migliori: dalla natura alla tecnologia, fino alla psicologia. Per esaminarne alcuni L'<strong>Almanacco della Scienza </strong>ha dedicato proprio al tema "riparare" il numero del magazine dell'Ufficio stampa on line da oggi, facendosi affiancare dalle ricercatrici e dai ricercatori del Cnr (<strong>Consiglio nazionale delle ricerche</strong>)</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Non sempre quello che facciamo riesce subito bene, a volte sono necessarie modifiche, sistemazioni, dobbiamo insomma compiere interventi di riparazione. L'attività di "<strong>riparare</strong>", intesa in varie accezioni, riguarda <strong>diversi ambiti</strong> e spesso coinvolge anche il <strong>mondo della ricerca</strong>. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel Focus, <strong>Alberto Santini</strong> dell'<strong>Istituto per la protezione sostenibile delle piante </strong>illustra la <strong>capacità di riparazione</strong> che hanno le<strong> piante</strong>; <strong>Federica Fiorucci</strong> e<strong> Paola Salvati</strong> dell'<strong>Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica</strong> raccontano le varie attività svolte da numerosi Istituti del Cnr in occasione di<strong> eventi climatici estremi</strong>: dalle frane ai terremoti, dalle eruzioni vulcaniche alle alluvioni; <strong>Valerio Rossi Albertini</strong> dell'<strong>Istituto di struttura della materia</strong> mostra come anche <strong>teorie scientifiche </strong>verificate possano, a volte, avere bisogno di essere <strong>risistemate</strong>; Infine,<strong> Italia De Feis </strong>dell'<strong>Istituto delle applicazioni del calcolo "Mauro Picone"</strong>,ci informa delle opportunità fornite dalla <strong>statistica</strong>, che riconosce gli errori e li sfrutta per apprendere da essi.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><strong>Loredana Luvidi</strong> dell'<strong>Istituto di scienze del patrimonio culturale</strong> ci aiuta a capire le tante <strong>competenze</strong> necessarie<strong> </strong>nell'attività di<strong> restauro di manufatti</strong>, sia antichi che moderni;<strong> Antonio Cerasa</strong>, neuroscienziato dell'<strong>Istituto di bioimmagini e sistemi biologici complessi</strong>, spiega come la<strong> psicoterapia</strong> aiuti nella cura delle persone che devono ritrovare l'immagine di sé, la<strong> propria identità</strong>; degli interventi da fare nel complesso percorso di recupero dalle dipendenze da droghe, alcool, ma anche da internet parla <strong>Sabrina Molinaro</strong> dell'<strong>Istituto di fisiologia clinica</strong>;<strong> Alessia Famengo</strong> dell'<strong>Istituto di chimica della materia condensata e di tecnologie per l'energia</strong> chiarisce come gli antiossidanti<strong> </strong>svolgano processi fisiologici importanti, quali la <strong>guarigione</strong> delle ferite e la riparazione dei tessuti danneggiati, ma se la loro concentrazione è elevata possono anche rivelarsi nocivi.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il tema torna in<strong> </strong>Salute a tavola, in cui <strong>Concetta Montagnese</strong> dell'<strong>Istituto di scienze dell'alimentazione</strong> spiega come rimediare agli eccessi a tavola; in Vita di mare, dove <strong>Ester Cecere</strong>, già ricercatrice dell'<strong>Istituto di ricerca sulle acque</strong>, racconta dei tanti animali marini in grado di rigenerare parti del loro corpo; in Curiosità, con <strong>Martina Orefice </strong>dell'<strong>Asi</strong>, che parla delle officine spaziali, in cui si effettuano anche operazioni di riparazione e manutenzione dei veicoli spaziali; in Cinescienza, con <strong>Anna Tampieri</strong> dell'<strong>Istituto di scienza, tecnologia e sostenibilità per lo sviluppo dei materiali ceramici</strong>, che commenta il film "The substance"; negli<strong> Appuntamenti</strong>, in cui si ricorda la mostra in corso a Deruta (Pg) "Clima: è tempo di agire!" dedicata alla<strong> transizione ecologica </strong>e agli impatti che il <strong>cambiamento climatico</strong> ha sulle nostre vite e alle possibili soluzioni.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Nel Faccia a faccia<strong> </strong>l'Almanacco ha intervistato <strong>Innocenzo Cipolletta</strong>, <strong>presidente </strong>dell<strong>'Associazione italiana editori</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">In Altra ricerca<strong> </strong>si ricordano anche il<strong> bando</strong> lanciato dal <strong>consorzio Ecdi </strong>a sostegno della digitalizzazione dei droni; il <strong>premio RomeCup</strong> rivolto a ricercatrici e ricercatori che studiano robotica e Intelligenza Artificiale; le <strong>prove di ammaraggio della capsula Nyx</strong> effettuate a Roma presso l'Istituto di ingegneria del mare del Cnr; i <strong>laboratori</strong> per scoprire la <strong>scienza nelle attività artigianali</strong> in corso a Firenze; la <strong>mostra "Beyond Heritage"</strong> visitabile al Museo di Roma Palazzo Braschi.<br><br><a href="https://almanacco.cnr.it/" target="_blank" rel="noopener">Homepage | Almanacco della Scienza</a><br></span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"></span></p>
<p></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Un accordo italiano di collaborazione scientifica condurrà gli studi preparatori per la ricerca di onde gravitazionali dalla Luna</title>
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<description><![CDATA[ GSSI, INAF, INFN, INGV e l&#039;Università di Camerino siglano un accordo di collaborazione per lo sviluppo di un rivelatore sulla superficie lunare. Il programma sarà finanziato dall&#039;Agenzia Spaziale Italiana ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 11:20:00 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Un consorzio nazionale, guidato dal <strong>Gran Sasso Science Institute (GSSI), </strong>che include <strong>l'Università di Camerino, l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), e l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN),</strong> condurrà gli studi preparatori per la <strong>Lunar Gravitational-wave Antenna (LGWA).</strong> </span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>L'accordo di collaborazione scientifica, siglato dalle istituzioni lo scorso 21 gennaio, segna un passo avanti fondamentale per questo ambizioso progetto volto alla ricerca di onde gravitazionali dalla Luna. LGWA era stato selezionato nel 2023 dalla <strong>European Space Agency (ESA) </strong>nel <strong><i>Reserve Pool of Science Activities for the Moon</i></strong>, ricevendo la valutazione più alta tra tutti i progetti proposti. A seguito di questo successo, <strong>l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI)</strong> ha scelto di finanziare gli studi preparatori per i progetti selezionati dall'ESA con leadership italiana.</span><span lang="it"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Le attività finanziate si concentrano attualmente sullo sviluppo tecnologico del payload lunare (GSSI, Università di Camerino, INFN e INAF), e poi su specifici pacchetti di attività legati agli studi di caratterizzazione del suolo lunare con la produzione di un modello sintetico di propagazione delle onde sismiche (INGV) e la scienza con le onde gravitazionali (INAF). Il finanziamento attuale sosterrà i primi due anni di studi preparatori, con la possibilità di estendere le attività oltre il 2027.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>L'idea di rendere la Luna stessa parte di un rivelatore gravitazionale sfruttando la sua intrinseca risposta alle onde gravitazionali fu alla base del lavoro del fisico americano <strong>Joseph Weber</strong> negli anni Settanta del secolo scorso. Lo scienziato statunitense contribuì alla realizzazione del <strong>Lunar Surface Gravimeter, </strong>un gravimetro installato sulla superficie lunare nel <strong>1972</strong> durante la missione <strong>Apollo 17.</strong> L'obiettivo era osservare le vibrazioni lunari causate dalle onde gravitazionali, ma un errore di progettazione del misuratore ha reso impossibile proseguire l'esperimento.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Oltre cinquant'anni dopo, LGWA con la realizzazione di <strong>un'antenna lunare per le onde gravitazionali</strong> potrebbe segnare un punto di svolta e aprire nuovi scenari per l'astrofisica e non solo. Lo strumento sarebbe capace di rivelare segnali da sistemi binari compatti costituiti da nane bianche galattiche sino a enormi buchi neri a distanze cosmiche, o ancora raccogliere dati sulla struttura interna del nostro satellite naturale e fare luce sui meccanismi dei suoi terremoti.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Politecnico di Torino: i due progetti finanziati durante l&amp;apos;incontro di cooperazione accademica tra Italia e Uzbekistan</title>
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<description><![CDATA[ Due progetti di cooperazione del Politecnico di Torino sono stati finanziati durante l&#039;incontro bilaterale sull&#039;innovazione e i rapporti di cooperazione accademica tra Italia e Uzbekistan ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 10:58:25 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Il Politecnico di Torino, con il Rettore Stefano Corgnati e il Vicerettore per l'Internazionalizzazione Alberto Sapora, ha partecipato al "2nd Rectors' Forum of Italian and Uzbek universities",</span></b><span> iI Forum dei rettori italiani e uzbeki che si è tenuto il 18 febbraio a Roma, nell'ambito dell'incontro bilaterale "Innovation and academic cooperation between Italy and Uzbekistan. State of the art and new perspectives for the future" alla presenza del Ministro dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e Kongratbay SHARIPOV, Minister of Higher Education, Science and Innovation dell'Uzbekistan.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Durante l'incontro dedicato all'innovazione e ai rapporti di cooperazione accademica tra Italia e Uzbekistan sono stati <b>presentati i progetti </b>che, a seguito di valutazione tecnico-scientifica, sono stati <b>selezionati e ammessi a finanziamento all'interno della call internazionale "Joint Actions and programmes in the framework of the Memorandum of Understanding on Cooperation in fields of Science, Technology and Innovation 2024-2027"</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Il Politecnico di Torino ottiene 2 progetti finanziati, in collaborazione con il Turin Polytechnic University in Tashkent, sui 10 progetti selezionati tra 200 proposte.</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>Il Rettore Stefano Corgnati</span></b><span>, in riferimento ai risultati del bando bilaterale Italia-Uzbekistan, commenta: «siamo molto soddisfatti di questo risultato che ci vede collaborare insieme al Turin Polytechnic University in Tashkent, perché rappresenta molto bene il cambio di passo nell'impostazione dell'approccio che ci caratterizza in Uzbekistan. Da una focalizzazione concentrata sull'education, oggi ci si dirige maggiormente verso una combinazione di education &amp; research, nel solco del percorso che stiamo perseguendo anche al Politecnico».</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;">«Questo forum e questi risultati sulla ricerca, come sempre, al di là dell'eccellenza dei singoli, esprimono il frutto di un lavoro di squadra consolidato nel tempo. A tutti gli effetti, il Politecnico di Torino rappresenta un riferimento universitario consolidato in tutta l'Asia centrale»<span>, aggiunge il <b>Vicerettore per l'Internazionalizzazione</b> <b>Alberto Sapora</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<h2 class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span lang="EN-US">I progetti selezionati</span></h2>
<p><span lang="EN-US"></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-US">NOVABONE-Novel technologies for the development of high-added-value bioactive glass scaffolds and coatings for bone repair</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span lang="EN-US"></span></b></p>
<ul>
<li class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span>Coordinatore di progetto: Politecnico di Torino (ref. PoliTo: Prof. Francesco Baino – DISAT)</span></i></li>
<li class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span>Partner di progetto: Politecnico di Milano, Turin Polytechnic University in Tashkent e Tashkent State Dental Insititute</span></i></li>
</ul>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Considerato il problema causato dalle gravi perdite ossee dovute a traumi, tumori o infezioni che generano difetti critici che non guariscono spontaneamente e comportano elevati costi clinici e sociali, NOVABONE propone l'uso di <strong>vetri bioattivi per favorire la rigenerazione ossea</strong>, sviluppando scaffold porosi per l'ingegneria tissutale e rivestimenti bioattivi per migliorare l'osteointegrazione degli impianti metallici. Verrà selezionata e ottimizzata una composizione di vetro bioattivo adatta sia alla stampa 3D di scaffold sia al coating di protesi. I prototipi saranno caratterizzati dal punto di vista fisico-meccanico e testati in vivo per valutarne l'efficacia clinica.</span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span>W4GC- Water for Growing Cities</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><b><span></span></b></p>
<ul>
<li class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span>Coordinatore di progetto: Politecnico di Torino (ref. PoliTo: Prof. Riccardo Vesipa – DIATI)</span></i></li>
<li class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><i><span>Partner di progetto: Turin Polytechnic University in Tashkent e Università degli Studi "G. D'Annunzio" Chieti - Pescara</span></i></li>
</ul>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>Il progetto mira a sviluppare un <strong>modello di distretto a neutralità idrica per le città del futuro</strong>, con particolare attenzione alla gestione sostenibile delle risorse idriche in ambito urbano. Gli obiettivi principali includono l'analisi del ciclo idrologico urbano, la valutazione di politiche e tecnologie esistenti (come pareti e tetti verdi o bacini di raccolta delle acque piovane) e la definizione di criteri per nuove soluzioni innovative adattate al contesto regionale. Tra i risultati attesi vi sono linee guida per modelli quantitativi di idrologia urbana, un blueprint per distretti water-neutral e indicazioni per integrare tecnologie innovative e IoT nelle smart city. Il progetto produrrà benefici nel breve, medio e lungo termine, migliorando l'approvvigionamento idrico, riducendo il rischio di alluvioni e puntando alla chiusura del ciclo idrico urbano. Il consorzio opererà come <strong>Centro di Competenza in Centro-Asia </strong>per orientare lo sviluppo urbano verso la sostenibilità idrica.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia da fusione: pronto il primo generatore di onde elettromagnetiche per il reattore sperimentale italiano Divertor Tokamak Test</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-da-fusione-passi-avanti-con-il-primo-generatore-di-onde-elettromagnetiche-per-reattore-sperimentale-italiano-divertor-tokamak-test</link>
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<description><![CDATA[ Il primo dei 16 generatori di onde elettromagnetiche (Gyrotron) che comporranno il reattore sperimentale italiano Divertor Tokamak Test ha superato i test prestazionali: questi risultati costituiscono dei passi avanti per la produzione di energia a fusione ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 10:37:52 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Ha superato i test il primo dei <strong>16 generatori di onde elettromagnetiche (Gyrotron)</strong> che andranno a comporre il <strong>reattore sperimentale 100% italiano Divertor Tokamak Test (DTT)</strong>, in costruzione presso il <strong>Centro Ricerche ENEA di Frascati (Roma).</strong> Questi dispositivi sono realizzati da <strong>THALES</strong> e nello specifico serviranno a <strong>riscaldare il plasma nel DTT</strong>, sfruttando il fenomeno per cui gli elettroni che girano nel campo magnetico assorbono energia in modo molto efficace se colpiti da onde della stessa frequenza.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Le prove hanno pienamente soddisfatto le aspettative prestazionali e sono state condotte in Svizzera presso la <strong>struttura FALCON a Losanna dello Swiss Plasma Centre (EPFL);</strong> il Gyrotron ha erogato una potenza di 1 MW a 170 GHz in 100 second, iniettata tramite un fascio gaussiano di 3 cm di diametro.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Il risultato è stato possibile anche grazie alla stretta collaborazione con <strong>Fusion for Energy (F4E),</strong> l’Agenzia europea creata nel 2007 con il compito di contribuire a rendere l’energia da fusione una realtà. Questa collaborazione si è consolidata negli anni, a partire dalla gara congiunta per la fornitura di 16 Gyrotron per DTT e 6 per ITER, permettendo di sviluppare sinergie tra i due progetti sull’energia da fusione.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">«Questo traguardo costituisce la prima dimostrazione europea di un gyrotron industriale da 170 GHz e rappresenta un passo chiave verso la realizzazione dell’intero sistema di riscaldamento a Risonanza Ciclotronica Elettronica di DTT», commenta <strong>Francesco Romanelli, Presidente del DTT Scarl.</strong> «Oltre al risultato tecnico questo traguardo mette in evidenza anche la collaborazione di successo tra THALES, Fusion for Energy e Swiss Plasma Center - incluso il ruolo strategico della struttura FALCON - e dimostra l’emergere di una solida catena di fornitura europea in grado di sostenere il futuro delle centrali a fusione nucleare», aggiunge.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Passi in avanti per DTT anche a livello logistico: sono iniziati presso il Centro ENEA di Frascati i lavori preparatori sugli spazi e sugli edifici del nuovo complesso che ospiterà DTT. Le attività rientrano nella fase di realizzazione del sito destinato al progetto “<strong>Tokamak Hall and New Building</strong>”, che prevede la costruzione di oltre 150 mila metri cubi di nuovi edifici.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Il progetto DTT è promosso da un consorzio che vede la partecipazione di ENEA, Eni e numerose università e istituzioni di ricerca italiane. L’iniziativa prevede un investimento complessivo superiore ai <strong>600 milioni di euro</strong> e si stima possa generare un impatto economico e occupazionale pari a circa 2 miliardi di euro. Il progetto darà inoltre vita a uno dei centri scientifico-tecnologici più avanzati a livello mondiale, concepito come un hub internazionale aperto alla collaborazione di ricercatori e scienziati provenienti da tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p style="text-align: left;">Dalla sua realizzazione sono attese risposte di grande rilievo scientifico e tecnologico ad alcune sfide ancora aperte sul cammino della <strong>produzione di energia da fusione</strong>, come ad esempio la gestione dei grandi flussi di potenza prodotti dal plasma.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>L&amp;apos;Italia incaricata alla realizzazione dell&amp;apos;elenco di stelle da osservare per la missione ESA con il Plato Input Catalog</title>
<link>https://www.italia24.news/litalia-incaricata-alla-realizzazione-dellelenco-di-stelle-da-osservare-per-la-missione-esa-plato</link>
<guid>https://www.italia24.news/litalia-incaricata-alla-realizzazione-dellelenco-di-stelle-da-osservare-per-la-missione-esa-plato</guid>
<description><![CDATA[ Lo Space Science Data Center dell’ASI guida il Plato Input Catalog, l’elenco di 290.000 stelle che il satellite osserverà dal 2027 per scovare esopianeti, anche potenzialmente simili alla Terra ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 10:11:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-a6d0777f-7fff-9258-42d1-0aa45a018c45" style="text-align: left;"><span>La caccia a una "seconda Terra" entra oggi nella sua fase più operativa: i</span><span>l <strong>Consorzio Scientifico della missione ESA Plato (PLAnetary Transits and Oscillations of stars)</strong> ha reso disponibile alla collaborazione Plato il <strong>Plato Input Catalog (PIC),</strong> la lista definitiva delle stelle che il satellite osserverà per i prossimi anni.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Si tratta di un passo fondamentale per la missione dell'ESA e un risultato che vede l’Italia in prima linea: lo <strong>Space Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI – SSDC) </strong>ha infatti la responsabilità della realizzazione del Plato Input Catalog, selezionando e caratterizzando le stelle secondo le specifiche dettate dal consorzio internazionale. Senza questa mappa, il satellite non saprebbe dove guardare. L’obiettivo è ambizioso: <strong>individuare </strong></span><strong>pianeti rocciosi nella "zona di abitabilità"</strong><span>, ovvero quella fascia di distanza dalla propria stella che permette l'esistenza di acqua liquida, condizione essenziale per la vita come la conosciamo.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Con i suoi </span><strong>26 telescopi</strong><span> la cui parte opto-meccanica è stata progettata da ricercatori <strong>INAF</strong> e realizzata dall’industria italiana, Plato dal 2027 misurerà la luminosità delle 290.000 stelle del PIC ogni 25 secondi, per alcuni anni, osservando un campo (LOng-Pointing field South 2 - LOPS2) di circa 2200 gradi quadrati (per capire: una ampiezza simile alla porzione di cielo che vedono i nostri occhi) nell’emisfero celeste australe. Il satellite cercherà variazioni di luce impercettibili (meno di 8 parti per mille nel caso della Terra di fronte al Sole) causate dal passaggio ("transito") di un pianeta davanti alla sua stella. Le stime indicano che nei suoi 4 anni e mezzo di attività, Plato scoprirà almeno </span><span>5.000 nuovi esopianeti</span><span>, di cui circa </span><span>500 di dimensioni terrestri</span><span>. Molti di questi si trovano in zona abitabile. Gli scienziati sono certi che </span><span>alcuni potrebbero essere proprio i gemelli della Terra.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il responsabile della mappa stellare PIC per la missione PLATO è il <strong>prof Giampaolo Piotto del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova, direttore del Centro di Ateneo Studi e Attività spaziali (CISAS)</strong>.</span><span> «La pubblicazione del catalogo è un passo essenziale per la missione PLATO – dice Giampaolo Piotto -. Senza questo elenco, PLATO non saprebbe dove cercare esopianeti analoghi alla Terra. PLATO scoprirà migliaia di nuovi esopianeti e alcuni di questi saranno molto simili alla Terra».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Il campo di osservazione di PLATO nell’emisfero australe è stato selezionato non solo per la quantità di stelle adatte ad ospitare pianeti, ma anche per la sinergia con i grandi telescopi terrestri che, dalle montagne del Cile, aiuteranno poi a misurare la massa e la densità dei nuovi mondi scoperti» </span><span>aggiunge <strong>Marco Montalto</strong>, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) all’Osservatorio Astronomico di Catania, che ha definito le proprietà delle stelle poi inserite nel catalogo.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<h2 dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Cercare e selezionare tra miliardi di stelle</span></h2>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Per arrivare al PIC, il team di ricercatori italiani ed europei, coordinato da Padova, è partito da un <strong>database di quasi 2 miliardi di stelle </strong>osservate da <strong>Gaia</strong> (altro satellite dell’ESA). Tra queste i ricercatori hanno selezionato 2.5 milioni di nane e sub-giganti con temperature alla superficie tra 3200 gradi e 6700 gradi (5770 gradi è la temperatura superficiale del Sole) che sono servite ad identificare il campo di osservazione LOPS2 come la regione di cielo che contiene il massimo numero di quelle adatte ad ospitare pianeti. Infine, hanno scelto le più promettenti per trovare esopianeti: sono proprio queste ultime le 290.000 stelle contenute nel PIC pubblicato oggi.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«È stato un lavoro monumentale, durato più di 15 anni, iniziato con la selezione del più promettente campo da osservare - </span><span>dice <strong>Paola Marrese</strong>, ricercatrice INAF presso lo Space Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e responsabile della preparazione finale del catalogo </span><span>-. La realizzazione del PIC richiede un’attenta caratterizzazione dei target e dei loro contaminanti a partire dalle posizioni sulla sfera celeste fino alle proprietà fotometriche e astrofisiche. La conoscenza dei contaminanti di ciascuna delle stelle di interesse per la ricerca degli esopianeti è fondamentale per essere poi in grado di rimuoverne la luce.»</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Oltre alle stelle che saranno monitorate per trovare <strong>nuovi esopianeti</strong>, il PIC contiene anche le stelle che serviranno a mantenere stabile la posizione del satellite e le stelle che saranno usate per calibrare gli strumenti di bordo e i modelli per misurare la loro massa, raggio ed età.</span><span></span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La </span><span>realizzazione dei 26 telescopi di </span><span>Plato</span><span>, del computer principale a bordo e la preparazione del PIC sono stati gestiti e finanziati dall’ASI, che ha fortemente supportato la missione fin dall’inizio attraverso il coinvolgimento dell’industria nazionale leader in questo settore</span><span>.</span></p>
<p style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Il satellite Plato (PLAnetary Transits and Oscillations of stars) dell'ESA utilizzerà 26 telecamere per studiare gli esopianeti terrestri in orbita fino alla zona abitabile di stelle simili al Sole. </span><span>La strumentazione scientifica di Plato, composta da telecamere e unità elettroniche, è fornita grazie alla collaborazione tra <strong>l'ESA e il </strong></span><strong>Plato Mission Consortium</strong><span>, composto da vari centri di ricerca, istituti e industrie europei. In particolare, le attività di assemblaggio, test e verifica delle 26 telecamere è stata coordinata da ricercatori INAF, responsabili della conformità delle stesse ai requisiti scientifici della missione. Il veicolo spaziale è stato costruito e assemblato da un team industriale Plato Core Team guidato da OHB insieme a Thales Alenia Space e Beyond Gravity.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Plato è una missione di classe media del programma </span><strong>Cosmic Vision dell'ESA.</strong></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>La tecnologia &amp;quot;Black Diamond&amp;quot;: l&amp;apos;utilizzo del diamante per la produzione di energia rinnovabile ad alta efficienza</title>
<link>https://www.italia24.news/la-tecnologia-black-diamond-lutilizzo-del-diamante-per-la-produzione-di-energia-rinnovabile-ad-alta-efficienza</link>
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<description><![CDATA[ La nuova frontiera per l&#039;integrazione tra fotovoltaico e solare termodinamico viene dalla tecnologia Black Diamond: il diamante diventa un elemento chiave per la realizzazione di convertitori solari in grado di operare in ambienti ad alta temperatura ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 10:29:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">
<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-cbb22d33-7fff-2de6-df9e-9a19b5b0cec2" style="text-align: left;"><span>Il <strong>DiaTHEMA Lab</strong> <strong>dell'Istituto di struttura della materia del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma Montelibretti (Cnr-Ism)</strong> ha progettato e testato – in collaborazione con <strong>l'Università di Tor Vergata</strong> - le prime <strong>celle solari ad alta temperatura basate</strong> su tecnologia <strong>Black Diamond</strong>, nelle quali il <strong>diamante</strong> diventa un elemento chiave per la realizzazione di dispositivi altamente efficienti in grado di funzionare sotto radiazione solare concentrata e in condizioni termiche estreme.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>L'importante innovazione, descritta sulla rivista <strong>Joule</strong>, utilizza la tecnologia Black Diamond -basata su un'accurata ingegnerizzazione dei difetti del diamante sintetico prodotto industrialmente- per la realizzazione di dispositivi capaci di operare in un intervallo di temperatura compreso tra 325 °C e 625 °C, mostrando una marcata risposta sinergica a luce e calore. In tale intervallo di temperatura, i dispositivi operano in regime <strong>PETE (Photon-Enhanced Thermionic Emission),</strong> con una generazione efficiente di energia elettrica a temperature compatibili con sistemi di accumulo termico, tipici delle piattaforme di <strong>Concentrated Solar Power (CSP).</strong></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Spiega <strong>Daniele M. Trucchi</strong>, il ricercatore del Cnr-Ism che ha coordinato lo studio: «Il meccanismo PETE combina la generazione di cariche elettriche mediante radiazione solare ed energia termica associata, superando uno dei limiti storici del fotovoltaico convenzionale: la perdita di efficienza alle alte temperature. Gli esperimenti, in cui i convertitori sono stati testati fino a 750 °C, hanno permesso di individuare una chiara finestra operativa in cui tensione di uscita ed efficienza di conversione raggiungono i valori massimi, rendendo questi dispositivi particolarmente promettenti per l'integrazione diretta nel settore del Concentrated Solar Power (CSP)».</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>I dispositivi mostrano un'architettura avanzata che combina una nanotesturizzazione della superficie per incrementare in modo significativo l'assorbimento della radiazione solare nel visibile, e un "cuore" costituito da un catodo che integra microcanali di grafite realizzati mediante laser: in questo modo si favorisce un trasporto elettronico efficiente verso la superficie emittente e garantisce stabilità operativa anche a temperature elevate.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>«Altro elemento chiave per l'ulteriore incremento delle prestazioni è rappresentato dallo spessore del catodo: se lo strato di diamante superficiale passasse dagli attuali 100 micrometri a membrane sottili di circa 300 nanometri, potremmo aumentare significativamente l'efficienza del sistema, consentendo di raggiungere una efficienza quantica del 30% e una efficienza solare-elettrica del 14,5% a 425 °C», prosegue <strong>Trucchi</strong>.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>La ricerca è stata condotta nell'ambito del <strong>Progetto PRIN 2022 TECHPRO</strong>, in collaborazione con ricercatori delle Università di Roma Tor Vergata, e rappresenta un passo decisivo verso convertitori solari a stato solido in grado di operare in ambienti ad alta temperatura, aprendo nuove prospettive per la produzione di energia rinnovabile ad alta efficienza.</span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span></span></p>
<p dir="ltr" style="text-align: left;"><span>Link all'articolo: "<a href="https://www.cell.com/joule/fulltext/S2542-4351(25)00404-0" target="_blank" rel="noopener">Demonstrating black-diamond-based high-temperature solar cells</a>", Bellucci, Alessandro et al., Joule, Volume 10, Issue 1, 102223.</span></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Il progetto europeo PROTEIN4IMPACT: coinvolta anche ENEA nella realizzazione di Nuovi Alimenti Proteici (NPF)</title>
<link>https://www.italia24.news/il-progetto-europeo-protein4impact-anche-enea-nella-realizzazione-di-nuovi-alimenti-proteici-npf</link>
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<description><![CDATA[ ENEA è impegnata nello sviluppo di nuovi alimenti proteici a partire da sottoprodotti agroalimentari come funghi, batteri, insetti e alghe. L’attività è svolta nell’ambito del progetto europeo PROTEIN4IMPACT, che mira ad aumentare la sostenibilità dei sistemi alimentari ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 10:12:53 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovi alimenti proteici (NPF) da fonti non convenzionali come sottoprodotti agroalimentari, funghi, batteri, insetti e alghe. È quanto metterà a punto il progetto europeo<span> </span><a href="https://www.protein4impact.eu/" target="_blank" rel="noopener">PROTEIN4IMPACT</a><span> </span>da 5,3 milioni di euro, al quale partecipano 18 partner di 13 Paesi europei, tra cui per l’Italia ENEA, Cnr e Consorzio In.Bio. Il progetto mira a valutare le caratteristiche nutrizionali, sanitarie, di sicurezza e di qualità degli NPF derivati da fonti non convenzionali, analizzandone al contempo l’impatto ambientale e socioeconomico.</p>
<p></p>
<p>«Il consumo di proteine è indispensabile per l’alimentazione e la salute umana. Tuttavia, il modello tradizionale di produzione, basato prevalentemente sui grandi allevamenti animali, comporta costi ambientali e sociali che necessitano di un’alternativa», spiega il referente ENEA del progetto <strong>Antonio Molino,</strong> ricercatore del Dipartimento Sostenibilità.</p>
<p></p>
<p>Per la produzione di farine proteiche, <strong>ENEA</strong> curerà <strong>l’allevamento di insetti</strong>, in particolare Tenebrio molitor e Alphitobius diaperinus, utilizzando diete non convenzionali basate su scarti del settore agroindustriale, con l’obiettivo di valutare soluzioni innovative per la produzione sostenibile di proteine. Inoltre, saranno coltivate microalghe in specifiche condizioni operative, studiate per massimizzare il contenuto proteico della biomassa.</p>
<p></p>
<p>Inoltre, ENEA si occuperà del recupero delle frazioni proteiche e lipidica degli <strong>scarti ittici</strong> particolarmente ricchi di acidi grassi Omega-3; in particolare il DHA, già ampiamente utilizzato come integratore alimentare per la salute cardiovascolare e lo sviluppo neurologico, sia durante la gravidanza che nei formulati per neonati. Le attività si svolgono presso i <strong>Centri Ricerca ENEA di Portici (Napoli), Casaccia (Roma) e Trisaia (Matera)</strong> e coinvolgono un team di circa 15 ricercatori esperti del settore.</p>
<p></p>
<p>«Grazie a queste attività, ENEA contribuisce allo sviluppo di soluzioni innovative basate sul recupero delle risorse e sull’uso efficiente delle materie prime, rafforzando il ruolo della ricerca pubblica italiana nella transizione verso sistemi alimentari più sostenibili, dove queste nuove fonti proteiche possano contribuire a ridurre l’impatto ambientale rispetto a quelle tradizionali», conclude Molino.</p>
<p></p>
<p>Personale ENEA del Dipartimento Sostenibilità coinvolto nel progetto, coordinato da Antonio Molino: <strong>Marco Iannaccone e Patrizia Casella</strong> (produzione di farine proteiche); <strong>Stefania Moliterni e Simona Errico,</strong> (allevamento di insetti); <strong>Vincenzo Larocca, Gian Paolo Leone e Maria Martino</strong>, (tecnologie estrattive a fluidi supercritici).</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: lo studio sull&amp;apos;importanza del supporto sociale nei momenti di stress</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-lo-studio-sullimportanza-del-supporto-sociale-nei-momenti-di-stress</link>
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<description><![CDATA[ Una ricerca dell&#039;Università di Padova svela che esiste uno &quot;scudo sociale&quot; capace di ridurre l&#039;allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress acuto ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_6992f69925242.webp" length="41986" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 11:17:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal">Lo <strong>stress</strong> è una componente inevitabile della nostra quotidianità, ma <strong>la capacità di gestirlo non dipende solo da risorse individuali. </strong>Le ricerche epidemiologiche in ambito psicologico e medico suggeriscono che il <strong>supporto sociale</strong> sia associato a un migliore stato di salute fisica e mentale e a una maggiore longevità.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Lo studio dal titolo "<i><a href="http://dx.doi.org/10.1111/psyp.70259" target="_blank" rel="noopener">Physical Proximity With Social Support Regulates Vigilance to Threat: Evidence From Startle Reactivity During Emotional Stress Induction</a></i>" pubblicato su «<strong>Psychophysiology</strong>» dai ricercatori dei dipartimenti di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione e di Psicologia Generale dell'<strong>Università di Padova</strong>, in collaborazione con la <strong>Wake Forest University (USA)</strong>, ha indagato i meccanismi che sovraintendono il rapporto tra supporto sociale e stress. Il team padovano ha monitorato un riflesso primordiale, il trasalimento, quando si affronta una situazione stressante da soli oppure in compagnia. Il trasalimento è la rapida contrazione muscolare che segue un rumore improvviso: è una risposta automatica e, in una condizione di minaccia, questo riflesso viene modulato dal cervello per "prepararci all'azione". Se ci sentiamo in pericolo, il sistema si "accende" o si "spegne" a seconda delle strategie difensive più adatte. Ma cambia qualcosa se si è soli o in compagnia?<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">La ricerca</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal">Il campione preso in esame era di 70 partecipanti dello stesso sesso (donne) per minimizzare gli effetti delle differenze di genere nella reattività affettiva. I soggetti (divisi in tre gruppi) sono stati sottoposti al<span> </span><strong>Trier Social Stress Test (TSST),</strong> un protocollo standardizzato che induce stress attraverso la simulazione di un colloquio di lavoro svolto davanti a una commissione di valutazione. A fronte della stessa prova, un primo gruppo svolgeva la prova da solo, un secondo con accanto il proprio partner e il terzo con accanto una persona sconosciuta.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Durante il test, i ricercatori hanno misurato il "<strong>grado di allerta</strong>" dei partecipanti attraverso il <strong>riflesso di trasalimento (<i>startle reflex</i>),</strong> una risposta muscolare involontaria (primordiale) prodotta da un suono improvviso. Questo riflesso aumenta sempre di più quando il nostro organismo percepisce l'ambiente circostante come minaccioso.<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><strong>Dalla ricerca emerge che in una situazione di stress, quando si è soli nell'affrontarla, il cervello sia più in allerta rispetto a quando lo stesso contesto critico viene affrontato insieme a qualcun altro</strong>: il riflesso di trasalimento aumentava in chi era da solo nell'affrontare il compito e con una soglia significativamente più alta rispetto a chi era in compagnia.<u><span></span></u></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">L'aspetto interessante è che questo effetto di "scudo sociale" non era limitato solo a chi era accompagnato al test dal partner, ma anche da chi lo faceva alla presenza di uno sconosciuto.<span> </span><strong>La presenza di un altro si è rivelata efficace nel produrre una protezione sulla reattività del sistema nervoso delle partecipanti</strong>: un "regolatore fisiologico" capace di ridurre l'allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress acuto.</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">«I nostri dati supportano la<span> </span><strong>Social Baseline Theory</strong>, una recente teoria che suggerisce che il cervello umano sia ottimizzato per lavorare al meglio quando siamo insieme ad altre persone e non in isolamento, soprattutto quando si tratta di affrontare situazioni stressanti -<span> </span><b>spiega Antonio Maffei, del dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova e primo autore dello studio</b><span> </span>-. Quando siamo soli, il sistema nervoso deve farsi carico interamente di monitorare l'ambiente per prevenire eventuali pericoli, un'attività che richiede una maggiore quantità di risorse sia cognitive che metaboliche. La semplice presenza fisica di un altro individuo agisce come un segnale di sicurezza che permette al cervello di ottimizzare questo investimento di risorse, regolando la risposta da stress in modo più efficiente e agisce quindi come un "regolatore fisiologico" capace di ridurre l'allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress acuto».<span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal">Questi risultati mostrano come l'ambiente sociale modelli la nostra reazione psicofisiologica alle situazioni stressanti. Inoltre la ricerca pone le basi per futuri studi volti a comprendere il ruolo che le differenze individuali svolgono nel potenziare questi effetti. L'obiettivo ultimo è comprendere come sfruttare al massimo l'enorme potenziale che le relazioni hanno nel migliorare la nostra salute e il nostro benessere.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>&amp;quot;La Scienza della Bolletta&amp;quot;: la guida di ENEA per M’illumino di Meno che svela il &amp;quot;dietro le quinte&amp;quot; della bolletta</title>
<link>https://www.italia24.news/la-scienza-della-bolletta-la-guida-di-enea-per-millumino-di-meno-che-svela-il-dietro-le-quinte-della-bolletta</link>
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<description><![CDATA[ ENEA mette online la pubblicazione &quot;La scienza della bolletta&quot;, in occasione della Giornata nazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili “M’illumino di Meno”, promossa ogni 16 febbraio dal programma Caterpillar di Rai Radio2 ]]></description>
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<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 10:15:40 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Aiutare i cittadini a comprendere cosa si ‘nasconde’ dietro la bolletta di luce e gas, partendo dai principi scientifici che regolano il funzionamento del sistema energetico. È questo l’obiettivo della <b>guida</b> <b><i>La scienza della bolletta</i></b><i> – Come l’energia arriva nelle nostre case e perché la paghiamo così</i>, realizzata dall’<b>ENEA</b> in occasione della Giornata nazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili “<b>M’illumino di Meno</b>”, promossa dal programma Caterpillar di Rai Radio2.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il testo accompagna il lettore lungo il viaggio dell’energia - produzione, infrastrutture, reti di trasmissione e distribuzione, sistemi di misura e meccanismi economici - descrivendo in modo semplice il ruolo delle reti elettriche, dei trasformatori e dei contatori, nonché l’equilibrio continuo tra produzione e consumi che consente al sistema di funzionare.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>«</span><span>La bolletta rappresenta il punto di arrivo di questo lungo percorso dell’energia, ma resta ancora per molti utenti un documento difficile da decifrare, fatto di numeri, sigle e voci poco comprensibili», commenta <strong>Antonio Disi</strong>, responsabile del Laboratorio ENEA Strumenti per la promozione dell’efficienza Energetica.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Attraverso esempi pratici e un linguaggio divulgativo, la guida spiega dal punto di vista della fisica che <strong>cos’è l’energia</strong> e perché si tratta di una grandezza unica che può assumere forme diverse. Fornisce chiavi di lettura semplici all’utente, ma soprattutto lo aiuta a interpretare in modo più consapevole consumi e costi energetici.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Un capitolo specifico è dedicato al <strong>gas naturale</strong>, principale fonte per il riscaldamento domestico, di cui vengono illustrate modalità di utilizzo, criteri di misura e ragioni dell’impatto sulla spesa energetica, soprattutto nei mesi invernali.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Ampio spazio è riservato anche alla <strong>struttura della bolletta</strong> e ai diversi elementi che ne determinano l’importo finale: non solo il costo dell’energia consumata, ma anche trasporto, gestione delle reti, oneri di sistema e imposte. Inoltre, viene spiegato come andamento dei mercati, condizioni climatiche e meccanismi di formazione dei prezzi influenzino la variabilità della spesa nel tempo.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>«Negli ultimi anni l’energia è entrata con forza nel dibattito pubblico, ma spesso se ne parla senza conoscerne i meccanismi di base», aggiunge <strong>Disi</strong>. «Non vogliamo trasformare i cittadini in esperti, ma metterli in condizione di leggere la bolletta con spirito critico e fare scelte più informate. Capire la differenza tra energia e potenza, tra chilowattora e metri cubi, o tra costo dell’energia e costi di rete ci aiuta a distinguere tra ciò che dipende dai nostri comportamenti e ciò che dipende dal sistema. Solo così la bolletta può diventare uno strumento utile, non soltanto un conto da pagare».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal" style="text-align: left;"><span>La guida è disponibile gratuitamente sul sito ENEA al seguente <a href="https://italiainclassea.enea.it/la-scienza-della-bolletta" target="_blank" rel="noopener">link</a>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>SMART PhD 2026: 12 borse di dottorato in azienda per rafforzare il ponte tra università e impresa</title>
<link>https://www.italia24.news/smart-phd-2026-12-borse-di-dottorato-in-azienda-per-rafforzare-il-ponte-tra-universita-e-impresa</link>
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<description><![CDATA[ Un progetto di collaborazione tra Università degli Studi di Padova, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Intesa Sanpaolo, Confindustria Veneto Est e UniSMART per promuovere l&#039;innovazione e lo sviluppo del territorio ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 13:39:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Promuovere e attivare i dottorati di ricerca industriale per favorire il match tra la domanda di innovazione delle imprese e l’offerta di conoscenza del mondo accademico e della ricerca. </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Anche quest'anno il Bando per 12 borse per lo sviluppo di altrettante tematiche di <strong>ricerca e innovazione</strong> a forte ricaduta economica e sociale sui territori interessati vede il sostegno di <strong>Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo</strong> e<strong> Intesa Sanpaolo </strong>per un totale di 360.000 euro; ogni azienda il cui progetto risulterà <strong>idoneo</strong> parteciperà con un contributo in qualità di <strong>co-finanziamento</strong>, variabile a seconda se si tratti di dottorati di ricerca triennali in azienda (47.000-52.000 euro) o di borse di dottorato quadriennali (70.000 euro).</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<strong>obiettivo</strong> è quello di costruire e <strong>rafforzare quel “ponte”</strong> sempre più imprescindibile <strong>tra ricerca e produzione</strong>, potenziando così i benefici per entrambe.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’<strong>Università degli Studi di Padova</strong> ribadisce il proprio impegno nella promozione del dottorato in azienda come strumento chiave per lo sviluppo di idee innovative e per il rafforzamento del legame tra mondo accademico e produttivo. Grazie al supporto di partner strategici come<strong> Fondazione Cariparo, Intesa Sanpaolo e Confindustria Veneto Est</strong>, verranno <strong>assegnate dodici borse di studio</strong> a giovani ricercatrici e ricercatori che avranno l’opportunità di operare all’interno di aziende altamente innovative.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Questa iniziativa - afferma <strong>Massimiliano Zattin, Prorettore con delega al Dottorato e Post-lauream dell’Università di Padova</strong> - si inserisce perfettamente nella missione dell’Ateneo di valorizzare il trasferimento scientifico, tecnologico e culturale. Attraverso il dottorato in azienda, mettiamo in connessione il sapere accademico con le necessità concrete delle imprese, creando un circolo virtuoso di crescita e innovazione reciproca».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Il <strong>dottorato in azienda</strong> rappresenta un <strong>modello vincente</strong> per entrambe le parti: da un lato, le imprese possono beneficiare dell’apporto di giovani talenti altamente specializzati, capaci di portare avanti progetti di ricerca avanzata e di trasformare il sapere in soluzioni applicabili; dall’altro, i dottorandi e le dottorande acquisiscono competenze di alto livello in un contesto dinamico e stimolante, aumentando così le loro possibilità di inserimento professionale in ruoli di responsabilità tecnica, manageriale e di sviluppo strategico.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Il nostro <strong>obiettivo </strong>- conclude <strong>Zattin</strong> - è <strong>formare figure professionali </strong>in grado di contribuire attivamente al sistema industriale e dei servizi, rispondendo alle sfide sempre più complesse di un’economia basata sulla conoscenza. Il dottorato in collaborazione con le aziende è una leva fondamentale per il progresso del nostro territorio, favorendo un dialogo costante tra ricerca e impresa e stimolando l’innovazione in settori chiave per la competitività del Paese».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Con le borse di dottorato in azienda del bando <strong>SMART PHD</strong> - aggiunge <strong>Gilberto Muraro, Presidente di Fondazione Cariparo</strong> - la Fondazione Cariparo rinnova il proprio impegno nel favorire l’incontro tra ricerca avanzata e sistema produttivo. <strong>Rafforzare il dialogo</strong> tra università e imprese significa <strong>accelerare l’innovazione</strong> e mettere a disposizione del territorio competenze altamente qualificate, indispensabili per affrontare le sfide della transizione tecnologica e della competitività globale. Questa iniziativa offre infatti alle aziende l’opportunità di sviluppare progetti strategici e ai giovani ricercatori un contesto concreto in cui applicare e valorizzare il loro talento».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Investire nei dottorati di ricerca in azienda significa costruire un’alleanza concreta tra imprese, università e giovani di talento per portare innovazione dove serve davvero, nei processi produttivi e nelle competenze, e fare la differenza - dichiara<strong> Paola Carron, Presidente di Confindustria Veneto Est </strong>-. Con il progetto SMART PhD la nostra associazione rinnova il proprio impegno nell’attività di sensibilizzazione e promozione tra le imprese associate, anche piccole e medie, che negli anni hanno dimostrato un interesse crescente per questa iniziativa e investimenti significativi. <strong>Trattenere e valorizzare i talenti </strong>formati nelle nostre università è una<strong> priorità</strong> per il sistema produttivo che rappresentiamo e la collaborazione tra Confindustria Veneto Est, Fondazione Cariparo e Intesa Sanpaolo insieme a Università di Padova e a UniSMART, va nella giusta direzione. Un impegno condiviso che contribuisce a rafforzare l’attrattività del nostro territorio, contrastando la perdita di capitale umano e sostenendo una visione di crescita fondata sulle competenze, sul merito e sui giovani».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Rinnoviamo il nostro sostegno a questa iniziativa, che interpreta in modo concreto il ruolo di Intesa Sanpaolo come banca radicata nei territori e attenta allo sviluppo economico e sociale delle comunità - sottolinea <strong>Cristina Balbo, direttrice regionale Veneto Ovest e Trentino Alto Adige Intesa Sanpaolo</strong> -. Con l’Ateneo, la Fondazione Cariparo e Confindustria Veneto Est portiamo avanti un dialogo strutturato che si traduce in borse di studio, assegni di ricerca, testimonianze in aula e collaborazioni qualificate, come quelle sviluppate attraverso il nostro Laboratorio ESG e il Competence Center SMACT. Un <strong>lavoro condiviso</strong> che punta a <strong>rafforzare il collegamento tra formazione e impresa</strong>, creando opportunità professionali per i giovani e valorizzando le eccellenze del territorio in un’ottica di sistema e di crescita duratura per la comunità».</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dunque, non solo ricerca ma anche una grande opportunità per fare <strong>recruiting</strong>: l’avviso di selezione si configura infatti come strumento per stimolare l’individuazione di talenti ad altissima professionalità, figure essenziali e abilitanti per quelle aziende che fanno dell’innovazione di prodotto, di servizio o di processo, la propria mission per affrontare la competitività dei mercati e ridare slancio alla crescita.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">A testimonianza dell’interesse suscitato dall’iniziativa nelle scorse edizioni, ben <strong>105 aziende hanno presentato i loro progetti </strong>stimolando l’interesse alla candidatura di oltre <strong>550 studentesse e studenti</strong> ambiziosi di cimentarsi con progetti di ricerca di reale interesse aziendale nei più diversi ambiti di applicazione: dall’Ingegneria dell’Informazione alla Medicina Molecolare, dall’Ingegneria Civile all’Animal &amp; Food Science, dall’Economia e Management alla Brain-Mind &amp; Computer Science, dalla mobilità sostenibile all’economia circolare. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">L’avviso di selezione, reperibile alla pagina <a href="https://www.unismart.it/smart-phd-2026/" target="_blank" rel="noopener">www.unismart.it/smart-phd-2026</a>, è rivolto ad aziende aventi sede legale e/o amministrativa e/o operativa nelle province di Padova, Rovigo e Treviso.</span></p>
<p dir="ltr"><strong><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">La data ultima per la presentazione delle proposte è mercoledì 04 marzo 2026 ore 13:00.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 107%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><o:p> </o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;"><span style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Astrofisica: scoperta un&amp;apos;anomalia nel sistema di una stella nana rossa che riscrive i modelli di formazione planetaria</title>
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<description><![CDATA[ Grazie ai dati del satellite Cheops dell&#039;ESA, un team internazionale, di cui fanno parte anche ricercatrici e ricercatori dell&#039;INAF e dell&#039;ASI, ha scoperto un&#039;anomalia nel sistema di una stella nana rossa, che mette in discussione le attuali teorie sulla nascita dei pianeti ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 10:40:49 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Il sistema planetario orbitante attorno alla <strong>stella LHS 1903</strong> sta mettendo <strong>a dura prova le teorie che descrivono la formazione planetaria</strong>. Le recenti osservazioni del <strong>satellite Cheops (CHaracterising ExOplanet Satellite) dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA)</strong> hanno infatti evidenziato anomalie strutturali capaci di scardinare i modelli consolidati da decenni di osservazioni e studi teorici: sorprendentemente, il pianeta più esterno sembra essere roccioso e pare essersi formato più tardi e in un ambiente diverso rispetto a quello degli altri pianeti del sistema. Il lavoro, guidato da <strong>Thomas G. Wilson (dell'Università di St. Andrews e dell'Università di Warwick, Regno Unito)</strong> e che vede il coinvolgimento dell'<strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dell'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e delle Università di Padova e Torino</strong>, è stato pubblicato oggi sulla rivista </span><strong>Science</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«L'Italia riveste un ruolo di primo piano nella missione Cheops grazie alla sinergia tra ASI, INAF e Università, contribuendo sia alla progettazione degli strumenti ottici sia all'analisi scientifica dei dati», dice </span><strong>Gaetano Scandariato</strong><span>, ricercatore dell'INAF, coautore dello studio e Responsabile Scientifico Nazionale per la missione CHEOPS. «Il successo di questa scoperta su </span><span>Science </span><span>dimostra l'eccellenza della nostra comunità astrofisica nella comprensione dell'architettura e dell'evoluzione dei sistemi esoplanetari».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«I risultati di questo lavoro confermano l'importante contributo della missione per lo studio degli esopianeti», commenta </span><strong>Manuele Gangi</strong><span>, responsabile ASI delle attività scientifiche di Cheops. «L'esperienza e le conoscenze acquisite con Cheops daranno un notevole supporto alle future missioni PLATO e Ariel, che vedono ancora una volta una forte partecipazione dell'Agenzia Spaziale Italiana e della comunità scientifica italiana».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<h2 dir="ltr"><span>Il quarto pianeta e la sua particolarità</span></h2>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>LHS 1903 è una <strong>piccola nana rossa</strong> di classe M, una stella più fredda e meno luminosa del Sole, distante <strong>circa 116 anni luce dalla Terra</strong>. Precedenti osservazioni avevano individuato <strong>tre pianeti in orbita attorno a essa</strong>: il più interno di natura rocciosa, seguito da due giganti gassosi. Una configurazione apparentemente ordinaria, finché i dati del satellite Cheops non hanno rivelato un <strong>quarto piccolo pianeta</strong>, il più distante dalla stella, che, contrariamente a ogni previsione, risulta essere roccioso.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Le teorie attuali prevedono infatti che i pianeti interni siano piccoli e rocciosi perché la potente radiazione stellare spazza via la maggior parte del gas attorno al nucleo in formazione; al contrario, nelle zone esterne, le temperature più basse dovrebbero favorire la formazione di giganti gassosi. La presenza di un mondo roccioso in un'orbita così remota suggerisce che questo corpo celeste possa essersi formato in un momento successivo rispetto ai suoi compagni.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Dopo aver escluso scenari come impatti catastrofici o migrazioni planetarie, la spiegazione più accreditata suggerisce che i pianeti non siano nati simultaneamente da un unico disco protoplanetario, come comunemente avviene, ma che la stella li abbia generati in successione. Questa teoria, nota come <strong>formazione planetaria "inside-out"</strong> (dall'interno verso l'esterno), era stata ipotizzata circa un decennio fa, ma il sistema di LHS 1903 ne rappresenta oggi la prova più concreta mai osservata finora.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Questa scoperta suggerisce che <strong>il pianeta roccioso esterno si sia formato quando il sistema aveva ormai esaurito il gas,</strong> una condizione finora ritenuta proibitiva per la nascita di nuovi mondi. Se i modelli tradizionali si basano sulla struttura del nostro Sistema solare, la varietà di sistemi individuati da strumenti sempre più sensibili e precisi sta spingendo gli astronomi a riconsiderare queste teorie. Come sottolineato dagli autori dello studio, la rarità potrebbe non risiedere in sistemi "anomali" come LHS 1903, ma nel nostro stesso Sistema solare.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link all</span><span>'articolo </span><a href="https://doi.org/10.1126/science.adl2348" target="_blank" rel="noopener"><span>"</span><span>Gas-depleted planet formation occurred in the four-planet system around the red dwarf LHS 1903</span><span>"</span></a><span>, di Thomas G. Wilson et al., pubblicato online sulla rivista </span><span>Science</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Un nuovo modo di esplorare l&amp;apos;universo: Francia e Italia celebrano 10 anni di onde gravitazionali</title>
<link>https://www.italia24.news/un-nuovo-modo-di-esplorare-luniverso-francia-e-italia-celebrano-10-anni-di-onde-gravitazionali</link>
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<description><![CDATA[ La scoperta che ha cambiato la nostra comprensione dell&#039;Universo e le prospettive future della ricerca. Oggi, partendo dalla realizzazione di Virgo, si procede verso un futuro che cento anni fa era inimmaginabile anche per Albert Einstein. Un approfondimento sull&#039;evento, ospitato dall&#039;Ambasciata di Francia a Roma e promosso da MUR (Ministero dell&#039;Università e della Ricerca), l&#039;INFN, il CNRS ed EGO ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 15:26:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Dieci anni fa con il titolo </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 16px;">"<strong>Observation of Gravitational Waves from a Binary Black Hole Merger"</strong> </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">le <strong>collaborazioni</strong> degli <strong>esperimenti LIGO e Virgo </strong>pubblicavano sulla rivista Physical Review Letters l'articolo che presentava alla comunità scientifica internazionale e al mondo intero la <strong>scoperta delle onde gravitazionali</strong>. Le scienziate e gli scienziati delle due collaborazioni firmavano l'inizio di un nuovo straordinario capitolo del libro della scienza ma anche un traguardo storico. L'anno successivo infatti l'articolo viene riconosciuto con il <strong>Premio Nobel per la Fisica</strong>, che coronava il sogno e l'impresa di migliaia di persone e centinaia di istituzioni che in tutto il mondo vi avevano lavorato. Il sogno e l'impresa erano ritenuti impossibili da realizzare dallo stesso <strong>Albert Einstein</strong>, che cento anni prima aveva previsto, nella sua teoria della relatività generale, l'<strong>esistenza delle onde gravitazionali</strong>: increspature dello spaziotempo, la struttura quadridimensionale dell'universo, che si propagano nel cosmo alla velocità della luce dopo essere state prodotte da cataclismi astrofisici, e i cui effetti sulla Terra, all'epoca di Einstein e anche oltre, si pensava fossero troppo infinitesimali da poter essere misurati. Invece, dopo cinquant'anni di ricerche, sviluppi tecnologici oltre lo stato dell'arte, perseveranza e intraprendenza, il sogno si è realizzato e l'impresa è stata condotta al successo.<br></span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"><br>Di questo traguardo <strong>Italia e Francia</strong> sono le protagoniste, con l'INFN (<strong>Istituto Nazionale di Fisica Nucleare</strong>) e il CNRS (<strong>Centre Nationale de la Recherche Scientifique</strong>). Inoltre, le loro comunità scientifiche in Europa hanno fondato, finanziato e condotto in collaborazione il progetto Virgo al <strong>consorzio EGO</strong> (European Gravtational Observatory), oggi l'unico centro europeo dove si fa ricerca diretta sulle onde gravitazionali e dove le nuove generazioni si possono formare sul campo. </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">Oggi, 12 febbraio 2026, il <strong>MUR</strong> (Ministero dell'Università e della Ricerca), l'<strong>INFN</strong>, il <strong>CNRS </strong>ed<strong> EGO</strong> hanno promosso l'evento, ospitato dall'Ambasciata di Francia a Roma, <i>The era of gravitational waves. Ten years of Virgo science and future prospects for a new way of exploring the universe</i>, per celebrare il decimo anniversario della prima storica osservazione delle onde gravitazionali. Lo scopo è di ripercorrere le scoperte che sono scaturite da questo nuovo modo di studiare l'universo, guardare al futuro della ricerca del settore con il potenziamento degli attuali strumenti di rivelazione e la progettazione dei nuovi, come il futuro interferometro di terza generazione <strong>Einstein Telescope</strong>.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Il progresso scientifico nasce dalla cooperazione e dalla capacità di condividere visione, competenze e investimenti», commenta il <b>Ministro dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini</b>. «È questo il senso più profondo dell'integrazione europea nella ricerca: mettere in rete eccellenze nazionali per generare risultati che nessun Paese, da solo, potrebbe raggiungere. <strong>Virgo</strong> ed <strong>EGO</strong> rappresentano uno degli esempi più alti di questo modello. Italia e Francia, lavorando insieme per oltre vent'anni, hanno contribuito in modo decisivo allo <strong>sviluppo dell'astronomia gravitazionale</strong>, aprendo una nuova stagione nell'osservazione dell'universo. Oggi quell'esperienza ci proietta verso l'Einstein Telescope: la prossima grande sfida scientifica europea e la nuova frontiera di osservazione delle onde gravitazionali. L'Italia ha scelto di essere protagonista di questo percorso, con un impegno politico e finanziario chiaro, nella convinzione che la cooperazione scientifica possa fare davvero la differenza nella ricerca di frontiera e quindi nel progresso globale», conclude il Ministro Bernini. </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Quella delle onde gravitazionali è una storia, anzi un'impresa, lunga, difficile e bellissima. È iniziata oltre cento anni fa, con una ipotesi teorica di Einstein inizialmente reputata inverificabile, e ha cominciato a prendere forma cinquant'anni dopo, quando il progresso tecnologico ha reso possibile immaginare e realizzare strumenti capaci di osservare le increspature dello spaziotempo. E Italia e Francia, grazie ad <strong>Adalberto Giazotto</strong> e <strong>Alain Brillet</strong> che hanno avviato il <strong>progetto Virgo</strong>, sono state in prima linea in questa impresa fin da subito, collaborando con visione, coraggio e determinazione», commenta <b>Antonio Zoccoli, Presidente dell'INFN</b>. «In Italia, ad aprire la strada era stato <strong>Edoardo Amaldi</strong>, che ha inaugurato la linea di <strong>ricerca sulle onde gravitazionali </strong>e fondato una scuola d'eccellenza. Grazie alla sua eredità e al contributo negli anni di tutta la nostra comunità, oggi il nostro Paese dispone delle competenze scientifiche, tecnologiche e industriali per affrontare la prossima grande sfida: Einstein Telescope, l'interferometro di terza generazione che sogniamo di ospitare in Sardegna, con il supporto del Governo e del Ministero dell'Università e della Ricerca, e in particolare del Ministro Anna Maria Bernini», conclude Zoccoli.</span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Questa scoperta è il risultato di decenni di visione condivisa tra la Francia e l'Italia, attraverso il CNRS e l'INFN, e i nostri colleghi europei. Ma oggi, a dieci anni dall'osservazione del primo evento gravitazionale, il messaggio più importante non riguarda ciò che abbiamo già realizzato ma riguarda ciò che ci attende», commenta <b>Alain Schuhl, Vice CEO per la Scienza del CNRS</b>. </span></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">«Celebrare, a dieci anni di distanza, l'annuncio della scoperta delle onde gravitazionali significa allo stesso tempo ricordare la storia che ci ha condotto a quello straordinario successo e guardare al futuro», commenta <b>Massimo Carpinelli, Direttore di EGO</b>. <br>«Grazie </span><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;">alla proposta visionaria di Adalberto Giazzotto e Alain Brillet e alla lungimirante alleanza italo-francese, l'INFN e il CNRS, più di trenta anni fa, hanno avviato in Italia, il progetto di una delle sole tre grandi antenne gravitazionali del pianeta, Virgo, e fondato l'<strong>Osservatorio Gravitazionale Europeo a Cascina</strong>. È il successo di questa epocale impresa scientifica che consente oggi all'Europa, e all'Italia, di aspirare alla leadership in uno dei campi più promettenti della ricerca fondamentale, realizzando l'Einstein Telescope, il rivelatore gravitazionale della prossima generazione», conclude Carpinelli.</span></p>
<div>
<p></p>
<p><span style="font-family: helvetica, arial, sans-serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: sfruttare l&amp;apos;energia idroelettrica &amp;quot;nascosta&amp;quot; nelle reti idriche e fognarie con il progetto Horizon H&#45;HOPE</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-sfruttare-lenergia-idroelettrica-nascosta-nelle-reti-idriche-e-fognarie-con-il-progetto-horizo-h-hope</link>
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<description><![CDATA[ Il Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova guida il Progetto Horizon H-HOPE che sfrutta l’energia idroelettrica “nascosta” nelle reti idriche e fognarie per alimentare sensori IoT in grado di monitorare il loro stato di manutenzione senza la necessità di utilizzare energia esterna ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 11:18:48 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-11138b44-7fff-96de-d4a5-bb95aca5fdb2"><span>Il progetto </span><span><strong>Hidden Hydro Oscillating Power for Europe (H-HOPE</strong>)</span><span>, un'iniziativa pionieristica coordinata dall'Università di Padova dal 2022, nello specifico dalla professoressa </span><strong>Giovanna Cavazzini</strong><span><strong> </strong>del Dipartimento di Ingegneria Industriale e finanziata dal programma <strong>Horizon Europe dell'Unione Europea,</strong> nel 2025 ha compiuto progressi significativi raggiungendo traguardi tecnologici molto importanti.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><a href="https://h-hope.eu/" target="_blank" rel="noopener"><span>H-HOPE</span></a><span> è un progetto quadriennale, avviato nel novembre 2022 da un consorzio di </span><span><strong>14 partner di 9 Paesi europei</strong>,</span><span> incentrato sullo sviluppo e la dimostrazione di sistemi innovativi per recuperare l'energia idrica nascosta dalle infrastrutture idriche esistenti.</span><span> </span><span>Affronta una lacuna critica nel panorama delle energie rinnovabili, sviluppando una </span><strong>tecnologia innovativa per recuperare l'energia idroelettrica “nascosta”</strong><span>, ovvero l'energia inutilizzata che tipicamente si dissipa nelle condutture idriche esistenti e nei corsi d'acqua aperti.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Nel concreto, il progetto ha permesso di installare </span><strong>mini dispositivi idroelettrici</strong><span>, di forma cilindrica, all’interno delle condotte di acquedotti, canali di sistemi di depurazione e ambienti naturali: queste mini-centrali sfruttano il passaggio dell’acqua per generare quantità di energia sufficienti ad </span><strong>alimentare sensori IoT</strong><span><strong> – Internet of Things</strong>, che cioè rilevano dati ambientali o fisici come temperatura o quantità di acqua e li trasmettono in modalità wireless agli enti che gestiscono le condotte idriche. Il progetto mira così ad accelerare la digitalizzazione delle reti idriche e fognarie senza fare affidamento su reti elettriche esterne. L'impatto di questa innovazione va oltre la produzione di energia: migliora la resilienza delle reti idriche rispetto ai fattori di stress ambientali. Per esempio, in caso di eventi emergenziali, come la </span><strong>gestione di piene o perdite improvvise</strong><span>, non avere dati aggiornati in tempo reale può causare grossi ritardi negli interventi. Il nuovo sistema allo studio, invece, consentirebbe di </span><strong>avere dati sempre aggiornati ad un costo contenuto</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«L’obiettivo che ci poniamo al termine del progetto è di dimostrare la potenzialità della tecnologia in condizioni operative reali – spiega la professoressa </span><strong>Giovanna Cavazzini</strong><span> del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Padova, coordinatrice del progetto H-Hope – in modo da poterla poi applicare su larga scala in impianti quali impianti di depurazione, di irrigazione e acquedotti».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Mentre il progetto entra nella sua fase finale, il consorzio ha convalidato con successo le principali tecnologie di raccolta, ampliato le sue iniziative di dati open source e promosso una solida comunità di parti interessate dedicate alla gestione sostenibile delle risorse idriche.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>I risultati raggiunti nel 2025</span></h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Innovazioni tecnologiche nel campo dell'energy harvesting:</strong> n</span><span>el corso del 2025, il progetto ha compiuto progressi fondamentali nella progettazione e nella convalida della sua tecnologia idraulica nascosta, con </span><span>valori di efficienza raggiunti dal 25% al 40%</span><span> – pari alla percentuale di energia che si può ricavare dal totale ipotetico di energia dell’acqua disponibile. In sostanza, se la quantità di acqua che scorre in un canale di scarico di un impianto di depurazione può generare una quantità di elettricità ipoteticamente pari a 100 Watt, i prototipi realizzati nel progetto H-Hope riescono a ricavare una potenza di 40 Watt. Un risultato tutt’altro che disprezzabile, dal momento che si tratta di condotte molto piccole, attualmente non sfruttate per produrre energia.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Modellazione e progettazione avanzate: </strong>p<span>er progettare tenendo conto della complessità dei fenomeni e della variabilità della velocità dell’acqua tipica delle reti idriche, il team ha sviluppato e validato con successo un modello multifisico a parametri concentrati, cioè una rappresentazione semplificata di un sistema complesso che combina più fenomeni fisici. Questo modello, che consente di stimare il comportamento di un dispositivo immerso in acqua in ben determinate condizioni operative, è stato abbinato ad algoritmi di ottimizzazione, basati anche sull’intelligenza artificiale, per ottimizzare le dimensioni del dispositivo così da massimizzare il recupero di energia. Questo lavoro ha portato alla finalizzazione di dispositivi ottimizzati per i diversi casi applicativi (tubazioni pressurizzate, corsi d'acqua aperti e canali aperti). I modelli hanno stimato la possibilità di recuperare energia per centinaia di kWh di energia elettrica in alcuni dei siti pilota.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Prototipazione e test: </strong>i<span> team di ingegneri hanno sviluppato prototipi per applicazioni su tubazioni e corsi d'acqua aperti, che sono stati testati con successo in ambiente di laboratorio. I prototipi hanno consentito di recuperare potenze dell’ordine di 1W – pari alla potenza consumata ad esempio da un router WiFi domestico – anche in flussi d’acqua a bassissimo contenuto energetico, con la possibilità quindi di alimentare sensoristica a basso consumo.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Ottimizzazione dei siti pilota: </strong>u<span>n'analisi rigorosa dei diversi siti pilota situati in Italia – a Verona nell’acquedotto gestito da Acque Veronesi e in Piemonte in un canale artificiale di proprietà di Edison –, Spagna, Islanda, Austria, Svezia e Turchia ha identificato quelli più promettenti in termini di potenziale di raccolta di energia e sono in fase di sviluppo linee guida per applicazioni ottimali. Ciò è stato supportato da uno strumento completo di valutazione e analisi dei rischi sviluppato per valutare l'impatto ambientale e di resilienza della tecnologia, nonché il suo potenziale idroelettrico in tutta Europa.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Realizzazione del sistema: </strong>s<span>ono stati compiuti progressi significativi nella realizzazione hardware del Power Take-Off (PTO) e dell'elettronica per il prototipo in scala reale, con test di prestazioni attualmente in corso. </span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Accesso ai dati e ecosistema “fai da te”</strong>: f</span><span>edele al suo impegno a favore della scienza aperta, H-HOPE ha lanciato nel 2025 un Data Hub dedicato su </span><a href="https://github.com/H-HOPE" target="_blank" rel="noopener"><span>GitHub</span></a><span> per facilitare la condivisione di codici e risorse. Questa iniziativa sostiene l'approccio “fai da te” (DIY) del progetto, che ora include una guida tecnica dettagliata disponibile sulla web e sul canale YouTube di H-HOPE. Inoltre, il progetto ha approfondito la sua integrazione accademica, integrando la ricerca H-HOPE nei corsi universitari e avviando tre programmi di dottorato congiunti, garantendo che le conoscenze generate oggi supportino i leader energetici di domani. </span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Guardando al futuro</span></h2>
<p><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Con il completamento dei lavori di manutenzione da parte di Vattenfall, azienda svedese partner del consorzio, per facilitare i prossimi esperimenti e la raccolta di dati da importanti aziende di servizi pubblici come <strong>IZSU</strong> (Turchia), H-HOPE è pronto per un ultimo anno dinamico. L'attenzione si sposta ora sulla finalizzazione delle analisi pilota per i siti ad alto potenziale di recupero energetico in cui ci si aspetta di recuperare potenze dell’ordine di centinaia di Watt e sulla fornitura di una serie completa di mappe delle opportunità e raccomandazioni di implementazione per il settore idrico dell’Unione Europea.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Il Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII)</strong><strong> dell'Università di Padova</strong> rappresenta un polo per ricerca, formazione e competenze in numerose aree dell'ingegneria che comprendono l'ingegneria aerospaziale, chimica, elettrica, dell'energia, dei materiali e meccanica. La missione del Dipartimento è promuovere l'innovazione dell'ingegneria industriale e la competitività attraverso l'eccellenza nella ricerca e nella formazione. Fondato nel 2012 dall'unione di sei Dipartimenti indipendenti, il DII ospita 50 laboratori di ricerca ed eroga 4 lauree di Primo Livello, 7 lauree di Secondo Livello, 2 programmi di Dottorato e 6 Master. Il personale conta oltre 500 tra docenti, ricercatori, studenti di dottorato, assegnisti e borsisti di ricerca e personale tecnico e amministrativo. Gli studenti iscritti sono circa 6.300, di cui 1.700 matricole. Il Dipartimento vanta numerose collaborazioni a livello nazionale e internazionale con aziende, enti e centri di ricerca, ed è sede di diversi spin-off che ne testimoniano l’attitudine imprenditoriale.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Nucleare: l&amp;apos;accordo di collaborazione tra newcleo e il consorzio europeo EAGLES</title>
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<description><![CDATA[ Firmato a Bruxelles il 10 febbraio un accordo tra newcleo ed EAGLES, consorzio europeo con ENEA e Ansaldo Nucleare, per accelerare lo sviluppo di reattori veloci al piombo. In Belgio sarà realizzato il dimostratore LEANDREA, che sarà usato anche come impianto di prova per materiali e combustibili ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 10:25:42 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Firmato il 10 febbraio a Bruxelles un accordo di collaborazione tra il <strong>Consorzio europeo EAGLES</strong> – composto da <strong>Ansaldo Nucleare ed ENEA</strong> per <strong>l'Italia</strong>, <strong>RATEN</strong> per la <strong>Romania</strong> e <strong>SCK CEN</strong> per il <strong>Belgio</strong> – e <strong>newcleo</strong>. L'intesa, siglata in occasione dell'evento "<strong>Taking the Lead</strong>" dedicato al progetto <strong>EAGLES‑300</strong> alla presenza del <strong>Ministro dell'Energia belga Mathieu Bihet</strong>, riguarda la realizzazione di <strong>LEANDREA</strong>, prototipo di reattore che sarà realizzato entro il 2034 presso l'istituto di ricerca belga SCK CEN.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Una roadmap condivisa verso LEANDREA</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il consorzio EAGLES e newcleo lavoreranno in sinergia per <strong>rendere più efficiente lo sviluppo della tecnologia dei reattori veloci raffreddati al piombo in Europa</strong>, contribuendo alla progettazione e costruzione di LEANDREA sviluppato sia come dimostratore tecnologico sia come impianto di prova per materiali e combustibili.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Una volta operativo, LEANDREA consentirà di <strong>testare nuovi materiali e combustibili destinati ai reattori veloci,</strong> sostenendo così le roadmap di EAGLES e newcleo verso la futura commercializzazione dei loro rispettivi progetti. Il programma EAGLES adotta un approccio graduale che vede in un primo periodo il dimostratore tecnologico LEANDREA che verrà costruito a <strong>Mol, in Belgio</strong>, cui seguirà il dimostratore di performance <strong>ALFRED, in Romania</strong>, che aprirà la strada alla commercializzazione del reattore EAGLES-300 nel 2039. newcleo, dal canto suo, sta sviluppando un proprio progetto di reattore LFR con commercializzazione prevista per l'inizio degli anni 2030.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>LEANDREA sarà realizzato come infrastruttura di ricerca belga nel sito di SCK CEN, che – in qualità di partner di EAGLES – gestirà l'impianto. Il design si basa su tecnologie già verificate, così da convertire rapidamente le conoscenze disponibili in risultati concreti e garantire la sua realizzazione entro il 2034. </span><span>Per lo sviluppo e la realizzazione di LEANDREA, EAGLES e newcleo condivideranno sia le attività di supporto ingegneristico sia quelle di promozione del progetto come partner alla pari. <strong>Questa collaborazione rafforza la fattibilità della commercializzazione dell'EAGLES‑300 e del LFRAS200 di newcleo</strong>, entrambi selezionati tra i progetti più solidi dalla European Industrial Alliance on SMRs.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Le due organizzazioni identificheranno e coordineranno congiuntamente le attività di ricerca e sviluppo già previste nelle rispettive roadmap e potenzialmente condivisibili, riducendo sovrapposizioni nello sviluppo tecnologico di LEANDREA. Grazie a questo impegno comune, l'Europa rafforza la propria posizione nella tecnologia nucleare innovativa, avanzando verso gli obiettivi europei di <strong>decarbonizzazione e una maggiore autonomia energetica</strong>. L'impianto rappresenta un punto di riferimento per i futuri reattori che avranno un ruolo chiave nel fornire energia sostenibile, sicura e stabile in Europa.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<h2 class="v1MsoNormal">La collaborazione come filo conduttore del programma EAGLES</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La collaborazione è il principio al centro del consorzio EAGLES, che riunisce competenze industriali e tecnologiche di Belgio, Italia e Romania per sviluppare e implementare EAGLES‑300, uno <strong>Small Modular Reactor </strong>veloce raffreddato al piombo da 300 MWe. Combinando know‑how industriale, infrastrutture e competenze, unite all'esperienza ultraventennale nei metalli liquidi, il consorzio punta all'applicazione commerciale di tecnologie nucleari affidabili e al progresso scientifico-tecnologico.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>In parallelo, EAGLES attribuisce grande importanza all'allineamento con le autorità di sicurezza nucleare per il reattore EAGLES‑300. Per la prima volta, in collaborazione con le autorità competenti di Belgio, Italia e Romania, è stato lanciato un processo internazionale di pre‑licensing nell'ambito dell'<strong>IAEA Nuclear Harmonization and Standardization Initiative (NHSI)</strong> con l'obiettivo di allineare standard di sicurezza e aspettative normative e ridurre i tempi di autorizzazione, requisiti essenziali per la futura applicazione commerciale della tecnologia.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La collaborazione con newcleo si inserisce in questa strategia: lavorando insieme su LEANDREA, EAGLES e newcleo gettano le basi per portare i reattori veloci raffreddati al piombo sul mercato, rafforzando la competitività europea e contribuendo alla transizione energetica.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Roberto Adinolfi, Presidente dello Steering Committee di EAGLES e di Ansaldo Nucleare: «</span></b><span>Introdurre tecnologie nucleari avanzate sul mercato europeo richiede sinergie internazionali che valorizzino tutte le competenze disponibili: questa è la natura del Consorzio EAGLES. Attraverso la cooperazione su LEANDREA, con newcleo possiamo ottimizzare le risorse e abbreviare i tempi di realizzazione dei rispettivi progetti».<b></b></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Mariano Tarantino, responsabile divisione Sistemi Energetici Nucleari di ENEA: «</span></b><span>ENEA contribuisce attivamente da oltre 20 anni allo sviluppo della tecnologia dei reattori raffreddati a piombo, con le nostre professionalità, infrastrutture, impianti e laboratori presso i centri di ricerca di Brasimone, Bologna e Casaccia in Italia, con un forte focus su sicurezza, innovazione, progettazione e sviluppo tecnologico. La collaborazione con EAGLES e newcleo rappresenta un passo avanti fondamentale nel consolidare la leadership europea in questa tecnologia, con l'obiettivo di accelerare lo sviluppo dei reattori raffreddati a piombo come fonte energetica stabile, sicura e sostenibile per l'Europa».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Cătălin Ducu Presidente RATEN: «</span></b><span>Lo sviluppo congiunto di LEANDREA da parte di EAGLES e newcleo conferma i vantaggi di un approccio realmente europeo alle tecnologie nucleari avanzate. Basandosi sul coinvolgimento pluridecennale di RATEN nello sviluppo dei reattori veloci raffreddati a piombo, questa collaborazione rafforza la coerenza del programma EAGLES e aumenta la base sperimentale necessaria per ALFRED e per i futuri sistemi commerciali. Allineando infrastrutture di ricerca, sforzi ingegneristici e competenze nazionali, l'Europa dimostra la propria capacità di offrire soluzioni nucleari avanzate che rafforzano la sicurezza energetica e la sovranità tecnologica».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Peter Baeten Direttore Generale SCK CEN: «</span></b><span>Con l'evento 'Taking the Lead' stiamo dimostrando come LEANDREA stia avvicinandosi sempre più alla realtà grazie a una forte collaborazione europea. In quanto dimostratore tecnologico e impianto di test per materiali e combustibili, LEANDREA rappresenta una fase cruciale per validare ulteriormente la tecnologia dei reattori veloci raffreddati a piombo. Siamo quindi molto lieti che newcleo si unisca al Consorzio EAGLES nella progettazione e costruzione di questa infrastruttura. Combinando le nostre competenze complementari, stiamo lavorando insieme a un progetto concreto che può sostenere la sicurezza energetica e la capacità di innovazione dell'Europa».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Stefano Buono CEO newcleo: «</span></b><span>Con la firma di questo accordo stiamo ridefinendo il reattore veloce raffreddato a piombo come la tecnologia avanzata di riferimento per l'Europa. Insieme a EAGLES stiamo unendo decenni di ricerca di livello mondiale sugli LFR a beneficio di entrambe le organizzazioni. Questa collaborazione consoliderà la competitività dell'industria nucleare europea, permettendole di avanzare rapidamente e competere nella corsa globale verso una nuova era di sviluppo dell'energia nucleare».<b></b></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span></span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Mathieu Bihet, Ministro dell'Energia del Belgio: </span></b><span>«</span><span>Oggi il Belgio sta mettendo al servizio dell'Europa le sue decennali competenze e know‑how nel settore nucleare. Attraverso il progetto di SCK CEN e del consorzio EAGLES, dedicato alla ricerca e all'innovazione sui reattori di nuova generazione raffreddati a piombo, il nostro Paese afferma il proprio ruolo nello sviluppo di energia abbondante, competitiva e a basse emissioni. L'energia nucleare non è solo una fonte di transizione, ma un pilastro sostenibile e duraturo della nostra sovranità energetica. In questa prospettiva, il settore dei reattori veloci a neutroni rappresenta una strada essenziale».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><strong>EAGLES</strong> (<strong>European Advanced Generation IV Lead‑Cooled Energy System</strong>) è un programma europeo volto a sviluppare e preparare l'introduzione sul mercato entro il 2039 di EAGLES‑300, uno Small Modular Reactor veloce raffreddato al piombo. Il programma riunisce i principali attori industriali e di ricerca europei per un sistema nucleare flessibile, efficiente e commercialmente sostenibile. La messa in esercizio commerciale di EAGLES-300 è prevista per il 2039, a seguito del successo operativo delle infrastrutture dimostrative e prototipali del programma (LEANDREA, in Belgio, e ALFRED, in Romania).</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><strong>EAGLES‑300</strong> è il modello commerciale da 300 MWe sviluppato nell'ambito del programma EAGLES. Combina sicurezza intrinseca, funzionamento a bassa pressione e capacità di rimozione passiva del calore con i vantaggi di efficienza dello spettro neutronico veloce, consentendo un migliore utilizzo del combustibile e la compatibilità con un ciclo chiuso del combustibile. L'elevata temperatura di uscita del reattore consentirà sia la produzione di energia elettrica sia applicazioni industriali, inclusa la produzione di idrogeno e la sintesi di molecole. Interamente progettato all'interno dell'ecosistema scientifico e industriale europeo, EAGLES-300 contribuirà agli obiettivi di lungo termine del continente in termini di sovranità energetica, gestione responsabile delle risorse e riduzione dei rifiuti ad alta attività.</p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><strong>newcleo</strong> è un'azienda innovativa nel settore dell'energia nucleare, impegnata nello sviluppo di Reattori Modulari Avanzati (AMR) raffreddati a piombo liquido e di combustibile nucleare ottenuto dal riprocessamento di rifiuti nucleari, con l'obiettivo di fornire energia abbondante, competitiva e a basse emissioni di carbonio. La società è stata fondata dallo scienziato‑imprenditore Stefano Buono dopo la vendita, per 3,9 miliardi di dollari, della sua precedente impresa – la società di medicina nucleare Advanced Accelerator Applications, quotata al NASDAQ – a Novartis. Con oltre 70 milioni di euro di ricavi nel 2024, più di 645 milioni di euro di investimenti privati, e oltre 900 dipendenti altamente qualificati in Europa e negli Stati Uniti, l'azienda ha costruito una rete di oltre 100 partnership industriali e sostiene la propria crescita tramite acquisizioni mirate e l'integrazione verticale di aziende chiave della filiera nucleare.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Un passo avanti nei materiali quantistici: chiarito perchè gli elettroni si allineano nel reticolo &amp;quot;kagome&amp;quot;, una trama di triangoli ed esagoni</title>
<link>https://www.italia24.news/nematicita-elettronica-analizzata-per-la-prima-volta-lorigine-microscopica-in-un-materiale-kagome</link>
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<description><![CDATA[ Un team di ricerca delle Università di Padova e Bologna ha dimostrato per la prima volta che la nematicità, l&#039;allineamento spontaneo degli elettroni, nasce da sole interazioni elettroniche senza effetti della struttura ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 10:58:18 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Un team di ricerca delle<b> </b><strong>Università di Padova e Bologna</strong> pubblica su<b> </b>«<strong>Nature Communications</strong>» l'articolo dal titolo "<i><a href="https://rdcu.be/eYkLx" target="_blank" rel="noopener">Pomeranchuk instability from electronic correlations in CsTi3Bi5 kagome metal</a></i>" in cui per la prima volta si dimostra che <strong>la nematicità elettronica nasce da un meccanismo puramente elettronico.</strong> L'osservazione rappresenta un passo decisivo nella comprensione dei principi fondamentali che governano le proprietà emergenti dei materiali quantistici: fornisce una base solida per interpretare fenomeni come la superconduttività aprendo nuovi scenari per la progettazione di materiali quantistici con proprietà controllabili.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Materiali Kagome e nematicità elettronica</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>I cosiddetti <strong>materiali kagome</strong> costituiscono una classe emergente di materiali quantistici in cui la particolare geometria del reticolo elettronico, ispirata alla trama intrecciata dei tradizionali cesti giapponesi, <strong>favorisce l'insorgere di comportamenti collettivi degli elettroni</strong>. In questi sistemi, gli elettroni non si muovono in modo indipendente, ma tendono ad organizzarsi dando origine a proprietà inattese, che non possono essere ricondotte al comportamento dei singoli costituenti.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Tra questi fenomeni rientra la <strong>nematicità elettronica</strong>, una forma di auto-organizzazione in cui gli elettroni, pur muovendosi all'interno di un reticolo cristallino altamente simmetrico, rompono spontaneamente la simmetria di rotazione del sistema, scegliendo una direzione privilegiata. In modo analogo a quanto avviene nei cristalli liquidi nematici, il sistema perde parte della sua simmetria pur restando ordinato. Nel caso dei materiali quantistici, però, questa scelta direzionale riguarda esclusivamente gli elettroni e non comporta deformazioni visibili della struttura atomica.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Proprio all'interno della famiglia dei materiali kagome, un team internazionale di ricercatori ha ora chiarito l'origine microscopica di questo comportamento. Studiando il <strong>composto CsTi3Bi5</strong>, i ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che la nematicità elettronica nasce da un meccanismo puramente elettronico. Il risultato, pubblicato sulla rivista «Nature Communications», rappresenta un <strong>passo decisivo nella comprensione dei principi fondamentali che governano le proprietà emergenti dei materiali quantistici</strong>.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>«La nematicità è da tempo considerata un ingrediente essenziale per descrivere le proprietà dei materiali quantistici, ma mancava una dimostrazione sperimentale chiara della sua origine fondamentale», <b>spiegano Federico Mazzola</b> del Dipartimento di Fisica e Astronomia "Galileo Galilei" dell'Università di Padova, <b>e Domenico Di Sante</b> del Dipartimento di Fisica e Astronomia "Augusto Righi" dell'Università di Bologna -. In questo lavoro mostriamo che il meccanismo è intrinseco ed elettronico e forniamo la prima evidenza sperimentale di un'instabilità di Pomeranchuk in un materiale kagome reale».<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Metodologia della ricerca</h2>
<p><strong></strong></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Nel nuovo studio, il gruppo di ricerca ha combinato <strong>esperimenti avanzati di spettroscopia fotoelettronica risolta in angolo</strong>, effettuati con luce di sincrotrone, e calcoli teorici di molti corpi basati su modelli realistici del materiale. Questo approccio integrato ha permesso di escludere in modo univoco il ruolo di distorsioni del reticolo o di effetti strutturali, dimostrando che la nematicità in <strong>CsTi3Bi5</strong> è il risultato di un'instabilità elettronica intrinseca. In particolare, il lavoro identifica una cosiddetta <strong>instabilità di Pomeranchuk</strong>, un meccanismo teorico proposto oltre sessant'anni fa, in cui le interazioni tra elettroni portano a una riorganizzazione selettiva degli orbitali elettronici. Questa riorganizzazione deforma la struttura elettronica del materiale e ne riduce la simmetria, pur lasciando invariata la disposizione degli atomi, fornendo così una spiegazione microscopica diretta della nematicità osservata.<span></span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<h2 class="v1MsoNormal">Frontiere della scoperta</h2>
<p></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La scoperta va oltre il singolo composto studiato. I materiali kagome rappresentano una piattaforma privilegiata per esplorare nuove fasi della materia quantistica e comprendere l'origine microscopica della nematicità fornisce una base solida per interpretare fenomeni ancora più complessi, inclusa la superconduttività. Più in generale, questi risultati suggeriscono che instabilità elettroniche analoghe possano essere comuni in materiali con strutture di banda complesse, aprendo <strong>nuove prospettive per la progettazione di materiali quantistici con proprietà controllabili.</strong></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Stradivari: violini straordinari grazie agli abeti delle Alpi</title>
<link>https://www.italia24.news/stradivari-violini-straordinari-grazie-agli-abeti-delle-alpi</link>
<guid>https://www.italia24.news/stradivari-violini-straordinari-grazie-agli-abeti-delle-alpi</guid>
<description><![CDATA[ Una ricerca internazionale, coordinata dal Cnr-Ibe,  ha analizzato 314 serie di anelli di accrescimento di 284 violini autentici di Antonio Stradivari, e ha rivelato che il liutaio cremonese selezionava sistematicamente legno di alta quota dalle foreste alpine, in particolare della Val di Fiemme ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 10:26:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-d7041045-7fff-c985-9860-3aebf56feb11"><span>I violini di <strong>Antonio Stradivari</strong> devono la loro qualità non solo al genio del liutaio, ma anche al legno scelto con grande cura: <strong>abeti cresciuti in alta quota nelle foreste alpine, in particolare nella Val di Fiemme</strong>, in un periodo caratterizzato da temperature basse e stagioni vegetative brevi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Una ricerca internazionale, coordinata dall'<strong>Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibe)</strong>, ha analizzato <strong>314 serie di anelli di accrescimento di 284 violini autentici</strong>, dimostrando come il maestro cremonese selezionasse sistematicamente una qualità di legno particolarmente omogenea, ideale per le tavole armoniche; in particolare nella fase di massima maturità artistica e tecnica, detta la 'golden age', Stradivari si approvvigionava in quest'area geografica del Trentino. Lo studio, pubblicato sulla rivista </span><span><strong>Dendrochronologia</strong>, </span><span>si caratterizza per essere la più estesa indagine dendrocronologica mai condotta sull'opera del maestro cremonese.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'evoluzione delle fasi produttive di Stradivari va di pari passo con l'evoluzione delle fonti di approvvigionamento del legno. «Molti strumenti presentano sequenze di anelli estremamente simili e dimostrano come Stradivari abbia spesso utilizzato tavole ricavate dallo stesso tronco per realizzare diversi violini, prodotti anche a distanza di anni. Questo comportamento sembra riflettere una selezione molto accurata del legno, volto a sfruttare materiali ritenuti particolarmente adatti», spiega <strong>Mauro Bernabei</strong> del Cnr-Ibe e coordinatore della ricerca.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Infatti, le analisi conducono alla qualità particolare degli <strong>abeti rossi (</strong></span><strong>Picea abies</strong><span><strong>) </strong>cresciuti ad alta quota, caratterizzati da anelli sottili e regolari. «Gli anelli analizzati mostrano inoltre una crescita particolarmente ridotta, non corrispondente all'attuale limite dei boschi di abete rosso, ma coerente con le condizioni climatiche verificatesi durante il Minimo di Maunder (circa 1645–1715), un periodo caratterizzato da una diminuita attività solare e da un generale raffreddamento», continua Bernabei. «Se nei violini più antichi, le caratteristiche del legno sono riconducibili a provenienze eterogenee, non sempre localizzabili con precisione, all'inizio del Settecento si osserva una svolta netta, che coincide temporalmente con il 'periodo d'oro', nel quale si collocano proprio i violini costruiti grazie all'utilizzo dell'abete rosso della Val di Fiemme, nel Trentino orientale».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'insieme dei risultati consente di affinare la nostra conoscenza sul processo di selezione dei materiali da parte di Stradivari. Questi elementi suggeriscono una consapevolezza molto precisa delle proprietà del legno da parte del liutaio e confermano l'importanza delle foreste alpine nella tradizione della liuteria cremonese. «L'approfondimento degli aspetti dendrocronologici permette di chiarire come clima, ambiente e scelte del liutaio abbiano concorso alla realizzazione di strumenti oggi considerati insuperabili. Infine, lo studio rappresenta un tributo al lavoro del liutaio e dendrocronologo <strong>John Carass Topham</strong> (1951–2025) che nel corso della sua carriera ha raccolto una parte fondamentale dei dati utilizzati. La sua attività ha contribuito in modo determinante a definire le metodologie oggi adottate nello studio dendrocronologico degli antichi strumenti musicali», conclude il ricercatore.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: Bernabei M., Stefani I., Büntgen U., Carrer M., Cherubini P., Čufar h, Grabner M., Guibal F., La Porta N., Martinelli N., Pignatelli O., Pfeifer K., Seim A., Tegel W., Topham J.C., Wilson R., Franceschi P., 2026. <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1125786526000123?via%3Dihub" target="_blank" rel="noopener">Tracing the origins of Stradivari's resonance wood. Dendrochronologia 95: 126480</a></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Semiconduttori, svolta UE: 700 milioni per NanoIC, il banco di prova europeo per i chip di nuova generazione</title>
<link>https://www.italia24.news/la-struttura-europea-nanoic-lue-investe-700-milioni-di-euro-per-la-piu-grande-linea-pilota-del-chips-act-in-europa</link>
<guid>https://www.italia24.news/la-struttura-europea-nanoic-lue-investe-700-milioni-di-euro-per-la-piu-grande-linea-pilota-del-chips-act-in-europa</guid>
<description><![CDATA[ In Belgio, a IMEC, nasce un impianto da 2,5 miliardi per sperimentare design, macchinari e processi industriali dei chip sotto i 2 nanometri ]]></description>
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<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 10:32:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-ada2e38e-7fff-9348-d7e1-73bd59fe14b6"><span>L'Unione Europea ha avviato la sua più grande linea pilota del </span><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/european-chips-act" target="_blank" rel="noopener"><span>Chips Act</span></a><span>, </span><a href="https://www.nanoic-project.eu/en" target="_blank" rel="noopener"><span>NanoIC</span></a><span>, presso </span><span>IMEC a Lovanio</span><span>, segnando una tappa fondamentale per lo sviluppo e la produzione di semiconduttori in Europa. Con un investimento complessivo di </span><strong>2,5 miliardi di euro</strong><span>, l'impianto ha ricevuto 700 milioni di euro di finanziamenti UE, 700 milioni da governi nazionali e regionali e il restante importo da ASML e altri partner industriali. NanoIC accelererà lo sviluppo di tecnologie per semiconduttori di nuova generazione, essenziali per l'intelligenza artificiale, i veicoli autonomi, la sanità e la tecnologia mobile 6G.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>NanoIC</strong><span> è la prima struttura europea a utilizzare la più avanzata macchina di litografia a ultravioletti estremi </span><span>(<strong>EUV</strong>)</span><span>, concentrandosi sulla progettazione e produzione di chip basati su tecnologie inferiori ai due nanometri. Ciò rappresenta un progresso significativo nella tecnologia europea di produzione dei semiconduttori.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La struttura è stata inaugurata dalla Vicepresidente esecutiva </span><strong>Henna Virkkunen</strong><span>, dal Primo ministro belga Bart De Wever e dal Ministro-presidente delle Fiandre Matthias Diependaele. Essa consentirà a ricercatori e imprese di testare nuovi progetti di chip, apparecchiature e processi su una scala quasi industriale prima della produzione di massa.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Progettate per portare le tecnologie dei chip "dal laboratorio alla fabbrica", le linee pilota costituiscono un pilastro fondamentale dell'iniziativa </span><span>Chips for Europe</span><span> nell'ambito del Chips Act. Esse rafforzeranno la posizione degli operatori europei nella catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori e saranno aperte a partner affidabili, sostenendo la base industriale e la competitività dell'Europa e contribuendo al contempo a trattenere e attrarre talenti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Maggiori informazioni sono disponibili nel </span><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_329" target="_blank" rel="noopener"><span>comunicato stampa</span></a><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Microfluidica: l&amp;apos;utilizzo di canali di luce per guidare le particelle nei liquidi</title>
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<description><![CDATA[ Lo studio pubblicato su Nature Communications e co-firmato da ricercatori del Politecnico di Torino sul possibile utilizzo della luce, apre nuove prospettive per applicazioni biomedicali, diagnostiche e di laboratorio ]]></description>
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<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 10:04:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><b><span>È possibile controllare con precisione il movimento di particelle e oggetti microscopici in ambienti liquidi?</span></b><span> Rispondere a questa domanda è una delle sfide centrali della </span><b><span>microfluidica</span></b><span>, la disciplina che studia il comportamento dei fluidi su scala micrometrica, con applicazioni fondamentali in ambito biomedicale, diagnostico e di laboratorio.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Un <b>nuovo studio</b></span><b><span> pubblicato su <i><a href="https://email.tmg.vrfy.email/c/eJxEzztuAyEQANDTQImGYfgVFGn2GhaCWRvJ7FpAvEpOH8lNbvBeTYWQveSkvQdHRmOQ3HN73uaLa_tt58EJakQXbGYSBH3eHarOteVaB8-p2pKPFOJePbEt3iAZLk67WCybCF4HC7tsCQEdIERtdKCgtPWQdQ678cGAj4Jg9bt6j_1HfQjymR5rvaYwXwI3gdt1XerI63uwKmcXuB3l7H0K3ORIg2v-cAVBW_nZMpI6-Jryf3JrNaHzVpNcSb4T_gUAAP__G-BOCQ" target="_blank" rel="noopener">Nature Communications</a></i></span></b><span>, frutto della collaborazione tra il <b>Politecnico di Torino</b>, la </span><b><span>Norwegian University of Science and Technology (NTNU)</span></b><span>, l’</span><b><span>Università di Göteborg</span></b><span> e l’</span><b><span>Università di Münster</span></b><span>, ha dimostrato che sì, è possibile </span><span>controllare con precisione i movimenti delle particelle su una superficie liquida, e per farlo si può <b>utilizzare esclusivamente la luce</b></span><span>, senza dover ricorrere alla fabbricazione di canali fisici o all’applicazione di pressione idrodinamica per generare i flussi.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Dal punto di vista applicativo, questa scoperta potrebbe avere un impatto significativo. In futuro, la tecnica potrebbe essere utilizzata, ad esempio, per <strong>trasportare e posizionare cellule, batteri o micro-particelle</strong> <b>in test diagnostici</b>; per <strong>miscelare o separare sostanze</strong> <b>in laboratorio su chip senza pompe o valvole</b>; per <strong>assemblare strutture microscopiche</strong> <b>in modo controllato</b>; per <b>semplificare dispositivi biomedicali e di ricerca</b>, riducendo dimensioni, costi e complessità dei sistemi microfluidici tradizionali.</span></p>
<p><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’approccio introdotto dagli autori della ricerca si discosta radicalmente dai metodi tradizionali impiegati oggi nella microfluidica: l’idea innovativa sta infatti nel <b>“disegnare” dei canali di flusso su una superficie liquida direttamente al microscopio, utilizzando la luce come unico strumento di lavoro</b>. Nello specifico, il fenomeno si basa sull’impiego di minuscole particelle sospese nel liquido – particelle colloidali – realizzate con speciali materiali polimerici fotoattivi (azopolimeri). Quando illuminate, queste particelle modificano la propria forma e mettono in movimento il fluido circostante, generando flussi controllabili. In questo modo, sia le particelle stesse sia oggetti passivi – come microparticelle, cellule e batteri – possono essere trasportati lungo percorsi controllati, senza bisogno di strutture microfabbricate come pompe o valvole, che spesso limitano la flessibilità degli esperimenti e aumentano costi e ingombri nei laboratori.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’elemento distintivo della scoperta è il <b>controllo preciso della direzione del flusso</b>, ottenuto non solo modulando la forma del fascio luminoso, ma anche una proprietà fondamentale della luce: la <b>polarizzazione</b>, che determina la direzione di oscillazione del campo elettrico dell’onda luminosa. È proprio questa caratteristica a rendere possibile la creazione di flussi intrinsecamente direzionali, distinguendo il metodo da altre tecniche di manipolazione ottica.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span></span></p>
<p><span>Un ulteriore vantaggio del nuovo approccio è l’integrazione naturale con i sistemi ottici: poiché molti esperimenti e analisi avvengono già al microscopio, il <strong>controllo dei flussi tramite luce può essere integrato direttamente nello stesso strumento</strong>, evitando così l’uso di apparati fluidici separati e spesso ingombranti.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>La ricerca è il risultato di <strong>quasi tre anni di lavoro interdisciplinare</strong> e nasce da una collaborazione avviata nell’ambito della <strong>Geilo School</strong>, storica scuola internazionale di fisica della materia condensata. Quello che era iniziato come uno studio esplorativo guidato dalla curiosità scientifica ha portato a una scoperta inattesa, aprendo nuove linee di ricerca nei campi della <strong>soft matter</strong>, della <strong>scienza dei colloidi</strong> e dell’<strong>optofluidica</strong>, con potenziali ricadute tecnologiche e biomedicali.</span></p>
<p><span></span></p>
<p>«Questo lavoro rappresenta un bell’esempio di serendipity nella ricerca – commenta <b>Emiliano Descrovi</b>, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT del Politecnico di Torino e tra gli autori dello studio – La nostra intenzione iniziale era di studiare le foto-deformazioni di singole particelle di azopolimero, disperse sulla superficie di liquido. (S)fortunatamente, si è rivelato molto difficile isolare individualmente le particelle, e ci siamo trovati ad illuminare con il laser, sotto il microscopio, molte particelle contemporaneamente. Ci siamo quindi accorti che in certe condizioni di densità di particelle, un moto collettivo andava ad instaurarsi, generando così un flusso la cui direzione veniva controllata dalla polarizzazione della luce. L’effetto è stato molto sorprendente perché mai osservato prima e ci ha indotto ad abbandonare il nostro piano iniziale, per comprenderne più profondamente i meccanismi. In futuro vorremo applicare questo nuovo sistema di trasporto di fluidi in ambito biologico, in sinergia con altri sistemi noti come le pinzette ottiche».</p>
<p></p>
<p><span lang="EN-US">Leggi l’articolo completo su<span> </span><i>Nature Communications</i>:<span> </span></span><span><a href="https://email.tmg.vrfy.email/c/eJxEz0FuwyAQAMDXwC0IljULBw69-BvRxqwTJNuJgMZqX18pl_5gpuQFQUhLdkQ2oHcQtexct2t_Sam_9XlItiVBiBMLKrR7vwcwu5TKpTTp3dShH3lZb0mkoGdBIFrDlFYoVtZbFOaAumawECzY5LyLGI2byLLjuHqK3lJSaMd-N--2_pgPQW_5McarK_-lYFYwn-dpDh7fTczy3BXM3EZdNukK5o4OA10sTJdA5NMl6ZabFP4UFNo6eKsMaA45u_7fXWvJEGhyqEfW7wx_AQAA__8J3lQq" target="_blank" rel="noopener"><b><span lang="EN-US">“<i>Directional flows using capillary assembly of photo-deformable colloidal particles at water-air interface”</i></span></b></a></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Cellule celebrali: l&amp;apos;utilizzo di nanofili trasparenti e imaging 3D per osservarne la morfologia</title>
<link>https://www.italia24.news/cellule-celebrali-lutilizzo-di-nanofili-trasparenti-e-imaging-3d-per-osservarene-la-morfologia</link>
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<description><![CDATA[ Un team italo-statunitense coordinato da due studiose del Cnr ha messo a punto un approccio sperimentale che, grazie a nanofili vetrosi e trasparenti, permette di riprodurre in laboratorio la morfologia degli astrociti simile a quella assunta nel cervello ]]></description>
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<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 09:47:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Un team di ricerca italo-statunitense composto da ricercatrici <strong>dell'Istituto per la microelettronica e i microsistemi del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Imm)</strong> e <strong>dell'Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività di Bologna (Cnr-Isof), </strong>e da colleghi del <strong>Department of Mechanical Engineering della Johns Hopkins University a Baltimora (USA)</strong>, ha sviluppato una strategia sperimentale che consente di ricreare e studiare in laboratorio una morfologia cellulare molto simile a quella del cervello, in particolare per osservare gli <strong>astrociti, </strong><span>una sottopopolazione di cellule del cervello.</span></p>
<p></p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Advanced Science</strong>, ha dimostrato che la <strong>combinazione di nanomateriali trasparenti con tecniche avanzate di imaging ottico tridimensionale (3D) </strong>permette di osservare in vitro la morfologia naturale di queste cellule con un livello di dettaglio e realismo difficilmente ottenibile con gli approcci convenzionali.</p>
<p></p>
<p>Al centro della ricerca vi è l'integrazione di nanofili vetrosi e trasparenti con la tecnica ottica <strong>Low-Coherence Holotomography (LC-HT)</strong>, che fornisce una visualizzazione 3D ad alta risoluzione di cellule vive, senza ricorrere a marcatori fluorescenti e preservandone così l'integrità. Grazie ai substrati dei nanofili vetrosi, progettati per fungere simultaneamente da supporto per la crescita delle colture cellulari e da componente integrata del microscopio LC-HT, i ricercatori sono riusciti a ricreare un ambiente in vitro in cui gli astrociti, cellule gliali fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso centrale, mostrano una morfologia molto simile a quella naturale. Questo ha permesso di ottenere informazioni altrettanto realistiche su forma, volume e massa cellulari, offrendo un quadro molto più fedele rispetto alle colture tradizionali.</p>
<p></p>
<p>«Riprodurre in vitro strutture cellulari con morfologie che rispecchino fedelmente quelle presenti in vivo è una sfida cruciale per studiare la loro funzionalità biologica e l'origine di numerose patologie», spiega <strong>Annalisa Convertino</strong>, ricercatrice di Cnr-Imm. «Con riferimento agli astrociti, quando questi sono coltivati in vitro su superfici planari, come i tradizionali vetrini da microscopio o le piastre di Petri, tendono ad appiattirsi, assumendo una forma poligonale priva delle ramificazioni tipiche, quelle che nel cervello permettono loro di formare una complessa rete indispensabile al supporto dell'attività neuronale. Al contrario, quando crescono sui nanofili, gli astrociti recuperano una morfologia stellata ricca di estensioni, molto simile a quella che assumono nel tessuto cerebrale: in questo modo possiamo studiarli in maniera molto più approfondita e precisa».</p>
<p></p>
<h2>Una tecnica innovativa per l'imaging cellulare</h2>
<p></p>
<p>La tecnica, frutto di una forte sinergia tra competenze italiane e statunitensi, è innovativo in quanto unisce <strong>nanotecnologie, biofotonica e ingegneria biomedica</strong>. «La tecnica LC-HT rappresenta un nuovo modo di esplorare la morfogenesi cellulare con un dettaglio 3D straordinario, senza alterare le caratteristiche molecolari delle cellule come invece avviene con tecniche di biologia molecolare più invasive che prevedono l'impiego di marcatori e di conseguenza l'impossibilità di osservare le cellule in tempo reale», aggiunge <strong>Emanuela Saracino,</strong> ricercatrice di Cnr-Isof.</p>
<p></p>
<p>«Il segreto risiede nel combinare nanomateriali e tecniche biofotoniche in modo che si potenzino a vicenda. Questa integrazione permette di osservare meglio come le cellule crescono e comunicano con l'ambiente che le circonda, offrendo un nuovo modo per studiare in vitro i processi biologici», commenta <strong>Ishan Barman</strong> (JHU).</p>
<p></p>
<p>I risultati aprono una nuova frontiera nell'ambito dell<strong>'imaging cellulare</strong> applicato allo studio dello sviluppo cellulare, alla comprensione delle patologie neurodegenerative e alla sperimentazione di nuovi farmaci, grazie alla possibilità di osservare cellule vive senza marcatori e in condizioni fisiologiche realistiche. Una tecnica che, in prospettiva, permetterà di esplorare nuovi orizzonti della biomedicina e della biofisica, considerando questi progressi come un punto di partenza per indagare con maggiore precisione e realismo le proprietà del cervello, la complessa rete neuronale e la capacità delle cellule di comunicare e riorganizzarsi nei casi di malattie cerebrali.</p>
<p></p>
<p>La collaborazione tra il Cnr e la Johns Hopkins University è sostenuta dal <strong>Laboratorio Congiunto CNR–JHU "Integrating Transparent Nanowires in Optical Diffraction Tomography to Investigate Collective Cell Behaviour</strong>" un'iniziativa del Cnr che favorisce lo scambio scientifico e lo sviluppo di tecnologie avanzate in ambito biofisico. Lo studio è stato supportato anche dall'<strong>U.S. Air Force Office of Scientific Research</strong> e rientra nelle attività del <strong>Gruppo di Lavoro su Materiali Avanzati, Nanomateriali e Biofisica,</strong> promosso nell'ambito della <strong>Cooperazione scientifica e tecnologica Italia–USA,</strong> guidato da Luigi Ambrosio (Cnr) e Sofi Bin-Salamon (AFOSR).</p>
<p></p>
<p>Link allo studio:<span style="text-decoration: underline;"> </span><a title="Collegamento esterno" class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAcad2c6bd-14f7-7235-3a65-6bdf09ac7d5a" href="https://advanced.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/advs.202513424" target="_blank" rel="noopener">P. Anantha, A. Gupta, J. H. Kim, E. Saracino, P. Raj, I. Lucarini, S. Tanwar, J. Chen, L. Gu, J. Agrawal, A. Convertino*, I. Barman*. "Disordered Glass</a><a title="Collegamento esterno" class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAcad2c6bd-14f7-7235-3a65-6bdf09ac7d5a" href="https://advanced.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/advs.202513424" target="_blank" rel="noopener"> Nanowire </a><a title="Collegamento esterno" class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAcad2c6bd-14f7-7235-3a65-6bdf09ac7d5a" href="https://advanced.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/advs.202513424" target="_blank" rel="noopener">Substrates Produce in Vivo-Like Astrocyte Morphology Revealed by Low-Coherence Holotomography"</a><span> Advanced Science, 13 </span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Batteri “restauratori” diventano arte: ENEA porta i microrganismi vivi nelle sculture di Alessia Forconi</title>
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<description><![CDATA[ Da Gea a Linfa, due opere in marmo trasformate dalla vita microscopica: ceppi non patogeni e non OGM della collezione ENEA creano colori e patine, ribaltando la logica del biorestauro ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 16:36:46 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">I batteri “restauratori” provenienti dalla collezione microbica di ENEA diventano parte integrante di opere d’arte contemporanea, grazie a un progetto dell’artista <strong>Alessia Forconi</strong>, che ha realizzato due sculture in marmo, <strong>Gea e Linfa</strong>, in cui sono stati utilizzati microrganismi vivi.</span></p>
<h3>La collaborazione tra arte e ricerca ENEA</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Per ENEA hanno preso parte al progetto le ricercatrici <strong>Patrizia Paganin, Flavia Tasso e Chiara Alisi</strong><strong> </strong>del <strong>Laboratorio di Tecnologie per la salvaguardia del patrimonio architettonico e culturale</strong> (Dipartimento Sostenibilità), che hanno messo a disposizione competenze nel campo della microbiologia e i microrganismi della<a href="https://www.collezionemicrobica.enea.it/it/" target="_blank" rel="noopener"> collezione ENEA</a>, un patrimonio di batteri e funghi raccolti, studiati e preservati per applicazioni di <strong>biorisanamento nel restauro e nella conservazione dei beni culturali.</strong></span></p>
<h3>Ceppi selezionati e sicurezza: non patogeni e non OGM</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«La selezione dei microrganismi è avvenuta con particolare attenzione alla sicurezza: si tratta di ceppi ambientali, non patogeni e non geneticamente modificati, isolati da siti di grande valore archeologico e storico, come la <strong>Tomba della Mercareccia di Tarquinia (Viterbo)</strong><strong> </strong>e la <strong>Cappella del Palazzo dei Papi di Avignone</strong>, ma anche da aree contaminate di interesse nazionale come <strong>Bagnoli (Napoli)</strong><strong> </strong>e <strong>Ingurtosu (Cagliari)</strong>», spiega la ricercatrice ENEA <strong>Patrizia Paganin</strong>. «Molti di questi microrganismi – prosegue – hanno già “dialogato” con la storia dell’arte: sono gli stessi che hanno contribuito al <strong>biorestauro dei monumenti funebri di Michelangelo</strong> nella<strong> </strong><strong>Sagrestia Nuova delle Cappelle Medicee</strong> di Firenze e alla <strong>biopulitura della Madonna del Parto</strong><strong> </strong>di <strong>Jacopo Sansovino</strong><strong> </strong>a Roma, tra i più recenti interventi condotti da ENEA».</span></p>
<h3>Gea: la vita microscopica “confinata” in una sfera</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">In <strong>Gea</strong>, l’opera che raffigura la Terra, i microrganismi non sono a diretto contatto con il marmo e con l’ambiente esterno, ma restano confinati in una sfera collocata sulla testa della statua e contenente il terreno di coltura. «Al suo interno i batteri crescevano, mutavano e si trasformavano, dando vita a colori, forme e texture diverse che evolvevano nel tempo, rendendo l’opera viva e in continuo cambiamento: un vero e proprio dialogo tra materia, energia e vita microscopica», spiega l’artista <strong>Alessia Forconi</strong>. Attualmente l’opera senza batteri è esposta alla <strong>Reggia di Portici</strong> fino al <strong>12 aprile</strong>, ma presto i microrganismi torneranno a far parte della statua.</span></p>
<h3>Linfa: patine cromatiche sul marmo, una “sfida al contrario”</h3>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«In <strong>Linfa</strong>, l’artista ha voluto utilizzare i nostri microrganismi per creare patine cromatiche sul marmo, una sfida affascinante e anche divertente, perché di solito li impieghiamo per il processo opposto: la <strong>biopulitura</strong>, ossia la rimozione di quelle stesse patine dalle superfici lapidee», aggiunge la ricercatrice ENEA.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">«Rispetto a Gea, <strong>Linfa</strong><strong> </strong>è un’opera più sperimentale, perché è stata esposta nei giardini dello storico <strong>Palazzo Mezzacapo di Maiori</strong>, in un ambiente già fortemente colonizzato da microorganismi, in cui il marmo, trattato con il terreno di coltura per batteri e funghi forniti da ENEA, è rimasto a diretto contatto con l’ambiente naturale», conclude l’artista<strong> </strong><strong>Alessia Forconi</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><b id="docs-internal-guid-4315e19b-7fff-e7ef-33f6-70bd9fdb776d"></b></span><br><br></p>
<p></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Progetti INFN: nuove risorse e investimenti da parte del MUR nell&amp;apos;ambito del PNRR</title>
<link>https://www.italia24.news/progetti-infn-nuove-risorse-e-investimenti-da-parte-del-mur-nellambito-del-pnrr</link>
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<description><![CDATA[ Il Ministero dell&#039;Università e della Ricerca ha approvato il finanziamento di tre progetti a guida INFN che mettono in sicurezza le infrastrutture costruite negli anni del PNRR ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202602/image_870x580_6989be9817601.webp" length="43688" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 11:19:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Con la pubblicazione delle graduatorie di merito delle <strong>Manifestazioni di Interesse del Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività 2021–2027, il Ministero dell’Università e della Ricerca approva il 6 febbraio il finanziamento di tre progetti a guida delI'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN)</strong>: ASTRA Applied Superconductivity for Technology and Research Advancement, CREST Computing Research infrastructure for Engineering, Science and Technology e NAUTILUS Neutrino Astronomy Undersea enabled by Technology &amp; Innovation for Long-term Universe Studies; tre proposte che mettono in sicurezza le infrastrutture costruite negli anni del PNRR.</p>
<p></p>
<p><strong>ASTRA</strong> (finanziata con 23.169.492,67 euro suddivisi tra <strong>INFN, UniGE, UniMI, UniNA, UniSalento, UniSA</strong>) rappresenta la naturale prosecuzione del <strong>progetto IRIS</strong>, un’infrastruttura distribuita su tutto il territorio nazionale per lo sviluppo di <strong>tecnologie superconduttive ad alta temperatura e ad alto campo magnetico </strong>sia per applicazioni civili – come i cavi di connessione per il trasporto di energia elettrica e la riduzione delle perdite energetiche – sia per la realizzazione di magneti per gli acceleratori di particelle del futuro.</p>
<p></p>
<p><strong>CREST</strong> (che ha ricevuto 15.500.000,00 euro da suddividere tra <strong>INFN, UniNA, UniBA, CNR, OGS, INGV</strong>) dà un futuro al progetto <strong>TeRABIT</strong>, una vera e propria <strong>autostrada digitale</strong> di ultima generazione per l’interconnessione e lo scambio di informazioni tra le comunità scientifiche italiane alla velocità del terabit (1000 miliardi di bit) al secondo.</p>
<p></p>
<p><strong>NAUTILUS</strong> (ricevente 15.441.620,00 euro) prosegue il progetto <strong>KM3NeT4RR</strong>, volto ad ampliare, presso il sito italiano di Capo Passero, a largo della Sicilia, il <strong>telescopio sottomarino per neutrini ARCA-KM3NeT</strong>, e dunque a contribuire in modo significativo allo sviluppo dei programmi scientifici di astronomia multimessagera.</p>
<p></p>
<p>«Accogliamo con grande soddisfazione il finanziamento di ASTRA, CREST e NAUTILUS, che garantisce continuità e prospettiva alle infrastrutture dell’INFN costruite grazie al PNRR», commenta <strong>Antonio Zoccoli</strong>, presidente dell’INFN. «Gli investimenti fatti finora hanno prodotto un ecosistema di ricerca sempre più maturo, interconnesso e capace di innovare. Grazie al supporto del Ministero dell’Università e della Ricerca, l’Italia può proseguire in questa direzione, consolidando la propria competitività sulla scena internazionale, e continuando a generare conoscenza, tecnologie e ricadute strategiche per il Paese a partire dalle sue infrastrutture scientifiche d’avanguardia».</p>
<p></p>
<p>Sono stati finanziati inoltre i progetti <strong>Q-Sud e PIMIQ</strong>, ai quali l’INFN partecipa, e due progetti di cui l’INFN è co-proponente: il <strong>progetto CTA++ Cherenkov Telescope Array Plus Plus</strong> (che succede a CTA+) per il completamento del grande osservatorio per astronomia gamma da terra <strong>CTAO Cherenkov Telescope Array Observatory</strong>, coordinato dall’INAF; e il progetto <strong>NATURE Network for Advancing Technology in Using Research infrastructures for Environment (prosecuzione di ITINERIS),</strong> volto a istituire un sistema integrato italiano per l’osservazione e il monitoraggio del sistema terrestre e i suoi cambiamenti, coordinato dal CNR.</p>
<p></p>
<p>Infine, anche i progetti <strong>ECHO-TWIN-NET ed ECHO-TWIN-RISE</strong>, presentati dall’hub <strong>ICSC Centro Nazionale di Ricerca in High-Performance Computing, Big Data and Quantum Computing</strong>, al quale l’INFN partecipa, hanno ottenuto il via libera al finanziamento.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>INAF nell&amp;apos;ambito del PNRR: nuovi investimenti da parte del MUR per finanziare nuovi progetti e sviluppare tecnologie innovative</title>
<link>https://www.italia24.news/inaf-nellambito-del-pnrr-nuovi-investimenti-da-parte-del-mur-per-finanziare-nuovi-progetti-e-sviluppare-tecnologie-innovative</link>
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<description><![CDATA[ Assegnati oltre 55 milioni di euro da parte del Ministero dell&#039;Università e della Ricerca all&#039;INAF per finanziare progetti per il potenziamento di attività di ricerca, sviluppo di tecnologie innovative e realizzazione di nuovi laboratori per l&#039;astrofisica nell&#039;ambito del Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 10:51:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-6502e243-7fff-701f-a13e-0624245c685f"><span>Il <strong>Ministero dell'Università e della Ricerca</strong> ha assegnato <strong>55,22 milioni di euro all'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF),</strong> come riportato nelle graduatorie di merito delle <strong>Manifestazioni di Interesse del Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività 2021–2027 </strong>recentemente pubblicate. I fondi per l'INAF, parte di un'assegnazione complessiva di oltre </span><span>274 milioni di euro a Enti di Ricerca e Università italiane</span><span>, andranno a finanziare progetti per il potenziamento di attività di ricerca, sviluppo di tecnologie innovative e realizzazione di nuovi laboratori per l'astrofisica.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Le risorse assegnate all'INAF nell'ambito del Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività – circa 55 milioni di euro, cui si aggiungono i quasi 5 milioni del fondo premiale ottenuti nei giorni scorsi – confermano la volontà di guardare oltre il PNRR, mettendo in sicurezza, passo dopo passo, infrastrutture, filiere di ricerca e capitale umano essenziali per la competitività scientifica del Paese», commenta </span><strong>Roberto Ragazzoni</strong><span>, Presidente dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, che continua: «Sono risultati che nascono dal lavoro concreto della nostra comunità scientifica e ci permettono di continuare a progettare il futuro, dalla ricerca di base all'innovazione tecnologica, in collaborazione stabile con università, enti di ricerca e rete industriale. Come INAF investiamo ogni giorno competenze e infrastrutture al servizio dell'Italia e della comunità scientifica internazionale, consolidando il ruolo dell'astrofisica italiana nel panorama scientifico mondiale e la nostra capacità di attrarre talenti, sviluppare tecnologie innovative e contribuire alle grandi missioni spaziali e alle infrastrutture strategiche nazionali ed europee».</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>L'INAF vede finanziati tre suoi progetti, che proseguono altrettante linee di attività già finanzate con fondi PNRR di cui l'INAF stesso è capofila e che coinvolgeranno in modo significativo la filiera industriale del nostro Paese: </span><span>CTA++, STILEMI e ASTRASud.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Il progetto CTA++ (</strong>finanziato con 18.777.000,00 € e avente come partner l'Università degli Studi di Palermo, Politecnico di Bari, Università degli Studi di Bari, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e Università degli Studi di Siena) mira a </span><strong>espandere le applicazioni dell'astrofisica particellare in settori di frontiera</strong><span><strong>,</strong> sfruttando l'esperienza acquisita nell'ambito del </span><span>Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO)</span><span>, il più grande e potente osservatorio di raggi gamma al mondo in corso di realizzazione. Alcuni degli ambiti di sviluppo progettuale coinvolgeranno tecniche per lo studio e il monitoraggio di vulcani attivi e metodologie complementari alla sorveglianza spaziale tradizionale, ricerca su sensori al silicio con <strong>potenziale trasferimento tecnologico in settori biomedicali, monitoraggio ambientale e atmosferico avanzato.</strong></span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il programma <strong>STILEMI</strong> (finanziato con 18.729.994,22 € e totalmente INAF) ha l'obiettivo di creare un ecosistema di eccellenza tecnologica per supportare la missione scientifica di INAF e fungere da motore di innovazione, in particolare per il settore aerospaziale e delle micro/nano-tecnologie. STILEMI prevede la realizzazione di alcuni </span><strong>Laboratori altamente innovativi, tra cui una Camera di Simulazione dell'Ambiente Lunare</strong><span><strong> </strong>per replicare e controllare le ostili condizioni lunari e testare il degrado degli strumenti spaziali, un acceleratore ionico ad alta energia per la scienza dei materiali in ambienti estremi, una facility per la caratterizzazione e la fabbricazione di materiali e dispositivi integrati su scala nanometrica. Sono inoltre previste una facility avanzata per test a radio frequenza, una di ottica adattiva avanzata e una per lo sviluppo tecnologico e il test di componenti ottiche per telescopi ottici a largo campo.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>La proposta <strong>ASTRASud</strong> (finanziata con 17.512.992,78 € e totalmente INAF) vuole </span><strong>aggiornare i radiotelescopi e i telescopi dell'INAF presenti nelle regioni dell'Italia meridionale</strong><span><strong>, </strong>con il duplice scopo di rispondere alle attuali richieste di sorveglianza spaziale e per la ricerca nel campo dell'astronomia multimessaggera. L'obiettivo è di aggiornare i ricevitori del Sardinia Radio Telescope in Sardegna e del radiotelescopio di Noto in Sicilia per l'osservazione ad alta e bassa frequenza. ASTRASud si propone anche di sviluppare nuovi telescopi ottici per lo </span><span>space weather</span><span> e lo studio del Sole, progettare, realizzare e testare telescopi per l'osservazione del cielo a grande campo di vista, nonché sviluppare potenti sistemi di calcolo e algoritmi di processamento dei dati acquisiti.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: il Progetto di Ricerca di Lorenzo Pini è tra i vincitori del bando Agyr di Airalzh Onlus</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-il-ricercatore-lorenzo-pini-e-tra-i-vincitori-del-bando-agyr-di-airalzh-onlus-ricerca</link>
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<description><![CDATA[ Il ricercatore Lorenzo Pini del VIMM e dell’Università di Padova è tra i 6 vincitori dell’edizione 2025 del Bando indetto da Airalzh Onlus, che ha assegnato un totale di 300.000 Euro per lo sviluppo di Progetti di Ricerca sull’individuazione delle fasi precoci della malattia di Alzheimer e prevenzione ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 10:21:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-d22b19ef-7fff-b2c3-9cd0-81200c94675a"><span>Il 2 febbraio sono stati annunciati da </span><strong>Airalzh Onlus</strong><span> (<strong>Associazione Italiana Ricerca Alzheimer</strong>)<strong> i </strong></span><strong>sei vincitori dell’edizione 2025 del Bando AGYR</strong><span> (<strong>Airalzh Grants for Young Researchers</strong>), per una </span><span>somma totale </span><span>di</span><span> <strong>300.000 Euro</strong>.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il Progetto di ricerca di </span><strong>Lorenzo Pini</strong><span> – Ricercatore presso il </span><strong>Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Padova </strong><span>e il </span><strong>Veneto Institute of Molecular Medicine (VIMM)</strong><span><strong> –</strong> è risultato tra quelli </span><span>selezionati direttamente dal Comitato Tecnico Scientifico di Airalzh</span><span>, composto da esperti internazionali di alto livello.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Con il suo Progetto di Ricerca, Lorenzo Pini si prefigge di comprendere come </span><strong>l’esposizione prolungata a sostanze inquinanti</strong><span> – come ad es. i </span><span>PFAS</span><span> – possa danneggiare sia la struttura dei collegamenti cerebrali che il normale scambio di informazioni, </span><span>rendendo il sistema cerebrale meno efficiente e più vulnerabile</span><span> nel tempo e aumentando il rischio di sviluppare malattie neurodegenerative nel corso della vita.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Utilizzando dati provenienti da persone sane residenti in aree ad alto inquinamento e da studi preclinici, il progetto mira a </span><strong>chiarire in che modo l’esposizione cronica all’inquinamento possa incidere sulla salute del cervello prima della comparsa dei sintomi.</strong></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie al contributo di </span><span><strong>Manuela Allegra</strong>, <strong>ricercatrice presso la sede di Padova dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-In)</strong></span><span><strong>,</strong> il progetto integrerà i dati raccolti sull’uomo con evidenze provenienti da modelli preclinici. Questo approccio consentirà di approfondire i meccanismi biologici attraverso cui gli inquinanti ambientali alterano la connettività cerebrale, fornendo una </span><span>lettura più completa dell’impatto dell’esposizione cronica sulla salute del cervello.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«La connettività cerebrale e la comunicazione tra le diverse aree del cervello è influenzata da diversi fattori come l’età e le caratteristiche genetiche, ma anche da fattori ambientali»,</span><span> ha sottolineato </span><span><strong>Lorenzo Pini</strong>. «</span><span>I risultati di questo progetto porranno le basi per lo sviluppo di nuove strategie di prevenzione, supportando politiche di tutela ambientale e interventi mirati a proteggere la salute cerebrale della popolazione».</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>I Progetti vincitori del Bando AGYR sono stati invitati a presentare i propri progetti in una sezione dedicata del Convegno </span><span>“<strong>SINdem4Juniors</strong>”</span><span> in programma </span><span>giovedì 5 febbraio a Bressanone</span><span>.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Airalzh Onlus, con i soli Bandi AGYR, negli ultimi 5 anni, è riuscita a raccogliere </span><strong>1.8 milioni di Euro che hanno finanziato 38 Progetti di Ricerca di altrettanti Ricercatori Under 40,</strong><span><strong> </strong>a cui è stata data una possibilità di emergere e di sviluppare una carriera indipendente in Italia. <strong>Venerdì 13 Febbraio 2026</strong>, sul proprio sito, verrà pubblicata la “<strong>Call for Proposals</strong>” per il nuovo </span><strong>Bando AGYR 2026</strong><span>. Rivolto a Ricercatori Under 40, il Bando prevede lo stanziamento di </span><span>400mila Euro</span><span> - 100mila Euro in più rispetto alle precedenti edizioni - per finanziare Progetti di Ricerca su diagnosi precoce della malattia di Alzheimer, stili di vita preventivi e individuazione di nuovi bersagli per interventi terapeutici, farmacologici e non. </span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Mercoledì 1 Aprile 2026 è stato fissato come termine ultimo per presentare la propria candidatura.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>Lorenzo Pini</strong><span> è ricercatore del VIMM e RTD-A presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, dove svolge attività di ricerca nell’ambito delle neuroscienze cliniche e computazionali. I suoi interessi scientifici si concentrano sullo studio della connettività cerebrale nei disturbi neurologici attraverso tecniche di neuroimaging multimodale e sulla modulazione dei network cerebrali mediante stimolazione non invasiva. Ha svolto attività di ricerca presso l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, maturando una solida esperienza nella ricerca clinica traslazionale e nell’analisi della connettività cerebrale in pazienti con malattie neurodegenerative. Nel 2019 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Biomediche e Medicina Traslazionale presso l’Università di Brescia, Dipartimento di Medicina Molecolare Traslazionale. Successivamente ha avviato un’attività di ricerca presso l’Università di Padova, occupandosi dello studio della connettività strutturale e funzionale in pazienti neurologici, con particolare interesse per i modelli di disconnessione a seguito di lesioni cerebrali e in pazienti con neurodegenerazione.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Ha svolto un periodo di ricerca presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, applicando metodologie avanzate di imaging computazionale, e ha collaborato con ricercatori e clinici del Centre hospitalier universitaire vaudois (CHUV) di Losanna in Svizzera, contribuendo a studi sulla connettività cerebrale nella malattia di Alzheimer. Mantiene collaborazioni scientifiche con gruppi di ricerca dell’Università di Verona, dell’Università di Brescia e del Karolinska Institutet di Stoccolma.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>È autore di 70 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali peer-reviewed, oltre la metà delle quali come primo o senior autore, ed è co-titolare di un brevetto per un metodo basato su tecniche di diffusione per la predizione della sopravvivenza nei pazienti con tumore cerebrale.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Alzheimer: una nuova strategia di lotta alla malattia con una piccola molecola “smart”</title>
<link>https://www.italia24.news/alzheimer-una-nuova-strategia-di-lotta-alla-malattia-con-una-piccola-molecola-smart</link>
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<description><![CDATA[ Uno studio coordinato dal Cnr-Icb propone un nuovo approccio terapeutico per l&#039;Alzheimer, puntando sul rafforzamento delle difese naturali del cervello e la modulazione dell&#039;immunità innata cerebrale, per sostenere le funzioni neuronali e la memoria. Lo studio è pubblicato sul Journal of Neuroinflammation ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 10:12:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-af1d8612-7fff-1003-7596-100607e53238"><span>Uno studio coordinato dall'</span><strong>Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Cnr-Icb)</strong><span><strong> </strong>propone una nuova strategia nella lotta alla malattia di </span><span>Alzheimer</span><span> (Alzheimer disease, AD): puntare sul rafforzamento delle difese naturali del cervello attraverso lo sviluppo di una </span><span><strong>piccola molecola "smart"</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La ricerca, condotta in collaborazione con il Dipartimento di biologia dell'</span><strong>Università degli Studi di Napoli Federico II, l'Università Campus Bio-Medico di Roma e l'IRCCS Fondazione Santa Lucia</strong><span>, è pubblicata sul </span><strong>Journal of Neuroinflammation</strong><span> e descrive lo sviluppo di </span><strong>Sulfavant A</strong><span><strong>, </strong>composto di sintesi brevettato dal Cnr e già oggetto di studio per la sua capacità di potenziare la difesa naturale dell'organismo nel trattamento dei tumori, in particolare il melanoma, e nel contrasto ad agenti patogeni come i batteri.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nei modelli preclinici, Sulfavant A ha dimostrato di modulare in modo selettivo l'attività della microglia, le cellule immunitarie del sistema nervoso deputate alla sorveglianza e alla rimozione di detriti cellulari e aggregati proteici. Questo aspetto è particolarmente rilevante <strong>nell'Alzheimer</strong>, dove l'accumulo extracellulare del peptide beta-amiloide può aggregare in placche, contribuendo a neurotossicità e perdita neuronale: un tratto patologico distintivo della malattia di Alzheimer, oggi la forma più comune di patologia neurodegenerativa.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In questo contesto, il trattamento con Sulfavant A ha ridotto, e in parte prevenuto, la formazione delle placche, con un <strong>effetto protettivo sui neuroni</strong> e un conseguente miglioramento delle funzioni di memoria. Nel complesso, i risultati aprono prospettive promettenti per nuove strategie terapeutiche nell'Alzheimer e, più in generale, in altre malattie neurodegenerative.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Il lavoro suggerisce un vero e proprio cambio di prospettiva nel trattamento della malattia, cioè non concentrarsi esclusivamente sulla rimozione diretta delle placche amiloidi, ma di sostenere e potenziare i meccanismi endogeni di difesa del cervello, con particolare attenzione al ruolo dell'immunità innata», afferma </span><strong>Angelo Fontana</strong><span>, direttore del Cnr-Icb e coordinatore del team di studiosi. «La nostra ricerca ha adottato un approccio alternativo mirato al rafforzamento della funzione della microglia, le cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale deputate alla sorveglianza e alla rimozione di detriti cellulari e aggregati proteici di beta-amiloide, incluse le forme iniziali che si formano prima della comparsa dei sintomi patologici», spiega Fontana. «In particolare, lo studio si è concentrato sulla modulazione dei meccanismi di 'clearance' già presenti nel cervello, con l'obiettivo di aumentarne l'efficienza in modo selettivo senza intervenire esclusivamente sulla distruzione diretta dei depositi».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nonostante i progressi recenti, le opzioni terapeutiche oggi disponibili restano ancora limitate, rendendo prioritario lo sviluppo di approcci innovativi capaci di intervenire precocemente sui meccanismi di malattia. La ricerca ha dimostrato come Sulfavant A sia in grado di modulare selettivamente l'attività microgliale, incrementandone la capacità fagocitaria in fasi precoci.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Nei modelli preclinici di malattia di Alzheimer, il trattamento con Sulfavant A ha determinato una marcata riduzione delle placche di beta-amiloide, una diminuzione dei segni di degenerazione neuronale e un miglioramento significativo delle prestazioni nei test di memoria e apprendimento», spiega </span><strong>Marcello D'Amelio</strong><span>, responsabile dell'Unità di neuroscienze molecolari dell'Università Campus Bio-Medico di Roma - supportata da Fondazione Roma - e responsabile della sperimentazione preclinica. «I dati suggeriscono che il sostegno alla funzione microgliale, oltre a un intervento diretto sui depositi amiloidei, possa contribuire al ripristino di un equilibrio fisiologico compromesso nelle fasi di malattia».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati indicano che il potenziamento dell'immunità innata cerebrale rappresenta una strategia terapeutica promettente e complementare agli approcci tradizionali. «La ricerca, sostenuta da finanziamenti europei e della Regione Campania», conclude <strong>Fontana</strong>, «proseguirà ora verso la validazione clinica, per la quale auspichiamo il coinvolgimento di partner privati, con l'obiettivo di sviluppare interventi terapeutici sicuri ed efficaci per la malattia di Alzheimer».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: <a href="https://link.springer.com/article/10.1186/s12974-025-03634-w" target="_blank" rel="noopener">Microglial clearance, neuroprotection and cognitive recovery via a novel synthetic sulfolipid in Alzheimer's disease; J Neuroinflammation</a></span></p>]]> </content:encoded>
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<title>La Commissione Europea svela i campioni europei della parità di genere nella ricerca e nell&amp;apos;innovazione</title>
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<description><![CDATA[ Bruxelles premia le istituzioni e le organizzazioni che si sono distinte per l&#039;impegno concreto nella promozione della parità di genere all&#039;interno dell&#039;ecosistema europeo della ricerca e dell&#039;innovazione ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 11:58:42 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-a279c533-7fff-060b-f65b-f659b0704f94"><span>La Commissione europea ha annunciato i vincitori della quarta edizione dei </span><a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/funding/funding-opportunities/prizes/eu-award-gender-equality-champions_en" target="_blank" rel="noopener"><span>premi UE per i campioni della parità di genere nella ricerca e nell'innovazione</span></a><span>. I riconoscimenti premiano università, istituti di istruzione superiore e altre organizzazioni che si sono distinte per </span><strong>l'impegno concreto nella promozione della parità di genere all'interno dell'ecosistema europeo della ricerca e dell'innovazione</strong><span>. Tema centrale di <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/funding/funding-opportunities/funding-programmes-and-open-calls/horizon-europe_en" target="_blank" rel="noopener">Horizon Europe</a>, la parità di genere è sostenuta da piani obbligatori che costituiscono un prerequisito per la partecipazione al programma quadro.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Nella categoria "</span><strong>Campione della parità di genere sostenibile</strong><span>", </span><strong>l'Università di Bielefeld</strong><span>, in </span><strong>Germania</strong><span>, è stata premiata per il suo impegno triennale nell'attuazione di misure pionieristiche che hanno contribuito a trasformare la cultura istituzionale. Accanto ad essa, </span><strong>l'Universitat Oberta de Catalunya, in Spagna</strong><span>, è stata riconosciuta per un percorso progressivo lungo oltre 15 anni, culminato nel quinto piano per la parità di genere, costruito sui risultati precedenti e improntato a un miglioramento continuo.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span></span><span>La categoria "</span><strong>Campione della parità di genere Newcomer</strong><span>" valorizza le istituzioni che hanno recentemente avviato azioni incisive in questo ambito. </span><span><strong>L'Istituto Jozef Stefan</strong>, in Slovenia</span><span>, si è distinto per l'attuazione di interventi mirati nell'ambito del proprio piano per la parità di genere, affrontando questioni cruciali come la violenza di genere e le molestie. Analogamente, </span><strong>l'Università Karlova di Praga, in Cechia</strong><span>, si segnala per il suo approccio collaborativo, che coinvolge attivamente i portatori di interesse nelle diverse fasi di sviluppo e attuazione del piano.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Nella categoria "</span><strong>Campione inclusivo</strong><span>", </span><span><strong>l'University College Cork (UCC), in Irlanda</strong>,</span><span> è stato premiato per le sue iniziative pionieristiche di uguaglianza intersezionale. L'UCC ha introdotto programmi trasformativi, tra cui il tutoraggio inverso per le donne esposte a molteplici forme di pregiudizio, il miglioramento dell'accessibilità del campus e politiche di sostegno per le persone che affrontano transizioni personali.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span></span><span>Con questi nuovi riconoscimenti, i vincitori entrano a far parte di un gruppo di 11 istituzioni all'avanguardia nella promozione di cambiamenti duraturi a favore della parità di genere nella ricerca e nell'innovazione. Gestiti dall'<a href="https://rea.ec.europa.eu/index_en" target="_blank" rel="noopener">European Research Executive Agency</a>, i premi mirano a integrare i criteri di ammissibilità relativi ai piani per la parità di genere e a incentivare strategie sempre più inclusive nel quadro dello <a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/strategy/strategy-research-and-innovation/our-digital-future/european-research-area_en" target="_blank" rel="noopener">European Research Area (ERA).</a> I vincitori sono selezionati da una giuria di esperti indipendenti.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Nucleare: da Enea, nuovi combustibili per ridurre i rifiuti</title>
<link>https://www.italia24.news/nucleare-da-enea-nuovi-combustibili-per-ridurre-i-rifiuti</link>
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<description><![CDATA[ ENEA dispone combustibili nucleari riutilizzabili nell&#039;ambito del progetto FREDMANS al fine di un uso più efficiente delle risorse attraverso l’innovazione tecnologica ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 11:51:44 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-30944686-7fff-73db-258a-a075e2db6cc8"><span>ENEA mette a punto nell’ambito del </span><strong>progetto FREDMANS combustibili nucleari pronti per il riutilizzo</strong><span>, così da ridurre la quantità dei rifiuti da gestire e dare applicazione concreta ai principi dell’economia circolare anche in questo settore.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Si tratta di combustibili di ultima generazione, come i nitruri, in grado di <strong>migliorare sicurezza, sostenibilità e costi dell’energia nucleare;</strong> attualmente presso il <strong>Centro Ricerche ENEA di Bologna</strong> è in corso l’ideazione degli impianti di fabbricazione di questi combustibili, elemento cardine del funzionamento di un impianto nucleare, e nelle varie attività di </span><span>education &amp; training</span><span> per formare le nuove generazioni di ricercatori europei.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«L’obiettivo più ampio è creare un contesto sinergico di ricerca teorica e sperimentale per reimmaginare l’attuale processo (fabbricazione, riprocessamento e rifabbricazione) e far sì che il combustibile venga già prodotto tramite tecniche e tecnologie avanzate, come la manifattura additiva e la stampa 3D, che possano poi facilitarne il recupero e la gestione», spiega il responsabile del progetto per ENEA </span><strong>Francesco Lodi</strong><span>, ricercatore del Dipartimento Nucleare. «Abbiamo lavorato a stretto contatto con la start-up svedese Blykalla - aggiunge - per definire il layout di un impianto per la fabbricazione industriale di nitruri sulla base di tecnologie e metodologie innovative».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>ENEA ha contribuito in modo significativo anche alla realizzazione di iniziative formative, come scuole dedicate e training sul campo, mettendo a disposizione la storica esperienza nella progettazione di reattori nucleari avanzati e nel combustibile.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati del progetto FREDMANS, sia documentali che sperimentali, mirano a creare una filiera nucleare europea più efficiente nell’uso delle risorse, sia attraverso l’innovazione tecnologica sia mediante la formazione di nuove generazioni di ricercatori. «La sicurezza del nucleare del futuro – conclude <strong>Lodi</strong> - si basa su professionalità preparate che saranno sempre più consapevoli dell’importanza dell’integrazione della sostenibilità nel sistema nucleare».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Ulteriori informazioni su <a href="https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2026/nucleare-economia-circolare-da-enea-nuovi-combustibili-per-ridurre-i-rifiuti.html" target="_blank" rel="noopener">sito</a> di ENEA</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Università di Padova: la “vita segreta” degli insetti del legno</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-la-vita-segreta-degli-insetti-del-legno</link>
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<description><![CDATA[ Una ricerca dell’Università di Padova fa luce sulle interazioni nascoste che avvengono tra insetti del legno ricostruendo in 3D le gallerie scavate all’interno degli alberi attraverso tecniche di tomografia a raggi X ]]></description>
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<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 11:18:35 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-a8acd7a3-7fff-3b56-a326-93e24564b607"><span>Il legno, spesso percepito come un ambiente inerte, è in realtà un microcosmo complesso e dinamico che ospita una sorprendente biodiversità. In questo mondo nascosto vivono anche </span><strong>piccoli coleotteri</strong><span> del legno che scavano </span><strong>intricate gallerie</strong><span> in profondità nel tronco degli alberi, sulle cui pareti coltivano funghi simbionti, principale fonte di nutrimento per la loro prole.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Le gallerie scavate da questi insetti sono sempre state considerate unità familiari isolate, ognuna fondata da una singola femmina: tuttavia, alcune sporadiche osservazioni sul campo suggerivano che queste gallerie potessero interagire tra loro. La frequenza e le modalità di tali interazioni sono rimaste a lungo sconosciute, poiché impossibili da osservare senza ricorrere a strumenti e approcci altamente innovativi, capaci di ricostruire in tre dimensioni il mondo nascosto all’interno degli alberi.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Nella ricerca dal titolo </span><strong>Three-dimensional gallery system reconstruction reveals more frequent intraspecific than interspecific interactions in ambrosia beetles</strong><span>, pubblicata sulla rivista </span><span>«<strong>Proceedings of the Royal Society B</strong>»,</span><span> un team di ricerca del </span><span><strong>Dipartimento Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali, Ambiente (DAFNAE) dell’Università di Padova</strong>,</span><span> in collaborazione con </span><strong>l’Università di Catania, l’Università di Friburgo e l’ente americano USDA</strong><span><strong>,</strong> ha indagato ciò che accade all’interno del legno, svelando le interazioni tra le gallerie scavate da individui della stessa specie e di specie diverse di questi coleotteri del legno.</span></p>
<p></p>
<h2>Osservare le interazioni ecologiche</h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Per osservare e quantificare le interazioni tra le gallerie, i ricercatori hanno sfruttato le potenzialità della <strong>tomografia a raggi X</strong> applicata al legno precedentemente colonizzato dagli insetti oggetto di studio. In particolare, alberi coltivati in vaso sono stati sottoposti a due diversi tipi di stress (allagamento e iniezione di etanolo) per favorire la colonizzazione da parte dei coleotteri, simulando condizioni realistiche nel caso dell’allagamento e altamente favorevoli per gli insetti nel caso dell’iniezione di etanolo. Dopo circa un mese, gli alberi sono stati abbattuti, suddivisi in tronchetti e successivamente analizzati mediante tomografia a raggi X.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Questa tecnica ha permesso non solo di ricostruire in 3D le gallerie scavate all’interno del legno senza danneggiarlo, ma anche di identificare e classificare le interazioni tra le gallerie e attribuire ciascuna di esse alle diverse specie di coleotteri presenti.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«I nostri risultati mostrano che le gallerie di questi importanti insetti del legno non sono affatto sistemi isolati, come si pensava finora – </span><span>spiega il prof. <strong>Davide Rassati</strong>, coordinatore del team di ricerca e docente dell’Ateneo patavino </span><span>–. Al contrario, queste gallerie si intersecano frequentemente, dando origine a una rete di interazioni ecologiche sorprendenti. Le connessioni più comuni avvengono tra individui della stessa specie, aumentando le possibilità di riproduzione tra nuclei familiari diversi e, di conseguenza, il potenziale incremento della diversità genetica. Più rare, ma non assenti, sono invece le interazioni tra specie diverse, che potrebbero favorire lo scambio di microrganismi simbionti e avere importanti ripercussioni ecologiche, soprattutto quando specie native entrano in contatto con specie esotiche provenienti da altri continenti».</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>La ricerca ha evidenziato come la tomografia a raggi X possa svelare interazioni ecologiche finora rimaste invisibili, ma potenzialmente di grande rilevanza. Nel caso dei coleotteri del legno oggetto dello studio, i risultati aprono nuove prospettive sulle modalità con cui questi insetti (e potenzialmente altri) possono </span><span><strong>aumentare la loro diversità genetica interagendo direttamente all’interno del substrato riproduttiv</strong>o: </span><span>un comportamento che potrebbe consentire loro di ridurre i rischi legati alla predazione, evitando di dover uscire dalla propria galleria per cercarne altre appartenenti a individui della stessa specie.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Queste scoperte aprono una nuova finestra sulla “vita segreta” degli insetti del legno e sui delicati equilibri delle loro comunità: un intreccio invisibile che potrebbe cambiare il nostro modo di comprendere questi piccoli, ma fondamentali, abitanti degli alberi.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Link alla ricerca: </span><a href="https://doi.org/10.1098/rspb.2025.2280" target="_blank" rel="noopener"><span>Three-dimensional gallery system reconstruction reveals more frequent intraspecific than interspecific interactions in ambrosia beetles</span></a><span> – «Proceedings of the royal society B» – 2026 </span></p>
<p dir="ltr"><span>Autori: Elia Scabbio, Giacomo Santoiemma, Giacomo Cavaletto, Peter Biedermann, Christopher Ranger, Antonio Gugliuzzo, Juan Carlos Cambronero-Heinrichs, Davide Rassati</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Bambini a tavola: mangiare senza aiuto contribuisce allo sviluppo del linguaggio</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio, pubblicato sulla rivista Child Development, dimostra come i bambini che più spesso mangiano da soli sono in grado, già ad un anno, di sviluppare competenze comunicative più avanzate. La ricerca è frutto della collaborazione tra l&#039;Università di Roma Tor Vergata, Sapienza Università di Roma e l&#039;Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 17:48:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-801ce515-7fff-e206-1c0d-7dc5f3928863"><span><strong>Mangiare in modo autonomo</strong> rappresenta una delle tappe evolutive più significative nel percorso di crescita di ogni bambino. Generalmente è un'abilità che viene acquisita entro il secondo anno e mezzo di vita e il suo esordio si può osservare quando il bambino inizia a esprimere curiosità verso il cibo e comincia a voler mangiare da solo, con le mani o con le posate. Le evidenze scientifiche più recenti suggeriscono che la partecipazione del bambino ai pasti in famiglia sin dall'inizio dello svezzamento, secondo il <strong>modello dell'alimentazione complementare a richiesta</strong>, possa giocare un ruolo importante in un ambito dello <strong>sviluppo solo apparentemente distante, quello della comunicazione e del linguaggio</strong>. È questo il principale oggetto d'indagine di uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista </span><strong>Child Development</strong><span><strong> </strong>da parte di un gruppo di ricercatrici dell'<strong>Università di Roma Tor Vergata, della Sapienza Università di Roma</strong> e <strong>dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc)</strong>, in collaborazione con l'Istituto superiore di sanità, <strong>l'Appalachian State University (Usa), la Aston University (Uk) </strong>e condotto su un gruppo di <strong>quasi 200 tra bambini e bambine</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Il momento del pasto non rappresenta solamente un'occasione per soddisfare il bisogno di nutrirsi, ma è un contesto in cui si attivano molteplici processi evolutivi, che coinvolgono lo sviluppo motorio, cognitivo e socio-emotivo del bambino», spiega </span><strong>Giulia Pecora</strong><span>, dell'università di Roma Tor Vergata. «Quando il bambino può condividere il pasto con il resto della famiglia, ha la possibilità di osservare i comportamenti altrui, di imitarli e di assumere un ruolo attivo all'interno delle interazioni sociali».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Alimentazione autonoma e comunicazione</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Dalla ricerca condotta, che ha coinvolto anche le madri dei piccoli, è emerso che i bambini che, all'età di un anno, mangiano più frequentemente senza l'aiuto di un adulto, producono anche un numero significativamente maggiore di vocalizzazioni e gesti durante il pasto.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Ciò che sorprende particolarmente è che questa relazione tra autonomia nel mangiare e sviluppo comunicativo si mantenga anche a distanza di tempo», prosegue Pecora. «Infatti, i bambini che più spesso mangiano da soli a un anno presentano una probabilità circa due volte maggiore di produrre frasi a 24 mesi».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«In linea con le più recenti evidenze scientifiche, secondo cui l'acquisizione del linguaggio e delle abilità motorie si influenzano reciprocamente durante i primi due anni di vita, i bambini che imparano precocemente a mangiare in maniera autonoma hanno più occasioni per manipolare il cibo e affinare le proprie abilità motorie attraverso i movimenti fini delle mani e questo si ripercuote anche sulla capacità di comunicare tramite i gesti, cruciale a questa età», afferma </span><strong>Francesca Bellagamba</strong><span>, della Sapienza Università di Roma. «Queste abilità motorie sono strettamente legate ad altri processi cognitivi rilevanti che contribuiscono allo sviluppo del linguaggio, come l'attenzione condivisa, l'imitazione, l'uso di strumenti, l'autoregolazione, il riconoscimento visivo e l'apprendimento del nome degli oggetti».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«I risultati di questo studio mostrano che incoraggiare l'alimentazione autonoma nelle prime fasi di vita può stimolare lo sviluppo delle abilità motorie e comunicative in maniera reciproca e dinamica», conclude </span><strong>Elsa Addessi</strong><span>, del Cnr-Istc. «Pediatri, operatori sanitari e genitori possono trarre vantaggio da queste evidenze per integrare strategie di promozione dell'alimentazione autonoma nelle proprie routine quotidiane e nei programmi di intervento».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: <span>Giulia Pecora, Francesca Bellagamba, Valentina Focaroli, Melania Paoletti, Mariarosaria Ciolli, Elisa Iaboni, Noemi Palladino, Alice Di Prete, Claire Farrow, Laura Shapiro, Amy T Galloway, Flavia Chiarotti, Corinna Gasparini, Barbara Caravale, Serena Gastaldi, Elsa Addessi,<a href="https://academic.oup.com/chidev/advance-article/doi/10.1093/chidev/aacaf003/8444659" target="_blank" rel="noopener"> "Self-feeding and communicative development from 12 to 24 months of age: An observational study", </a></span><a href="https://academic.oup.com/chidev/advance-article/doi/10.1093/chidev/aacaf003/8444659" target="_blank" rel="noopener"><i>Child Development</i>, 2026</a></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>ASI e Telespazio insieme per potenziare le comunicazioni satellitari oltre l&amp;apos;orbita terrestre</title>
<link>https://www.italia24.news/asi-e-telespazio-insieme-per-potenziare-le-comunicazioni-satellitari-oltre-lorbita-terrestre</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;accordo siglato tra l&#039;Agenzia Spaziale Italiana e Telespazio per l&#039;avvio del programma RESPONSE, dedicato all&#039;ammodernamento della storica antenna del Centro spaziale del Fucino che supporterà, tra le altre, le future missioni e i collegamenti con la Luna ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 17:48:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-f2e67f9d-7fff-374f-8ecb-89063576f0fd"><span><strong>L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e Telespazio</strong>, azienda del gruppo Leonardo, hanno firmato un accordo per avviare il programma </span><strong>RESPONSE</strong><span>, dedicato all'</span><strong>ammodernamento dell’antenna FOC-1A</strong><span><strong> </strong>di Telespazio, installata e operativa dal 1967 presso il <strong>Centro spaziale “Piero Fanti”</strong> del Fucino, in Abruzzo.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>L'obiettivo del progetto è quello di rendere tale impianto, una antenna parabolica con un diametro di 27 metri, compatibile con le necessità di comunicazione </span><strong>vicino alla Terra</strong><span> (Near-Earth) e </span><span>nello <strong>spazio profondo</strong></span><span> (Deep Space). Non solo, l’antenna sarà poi in grado di supportare, tra le altre, le future missioni relative alla rete globale ESA dedicata al tracciamento di missioni e satelliti (ESTRACK) e i </span><strong>collegamenti con la Luna</strong><span>, sia attraverso il contributo diretto dell’Italia per il programma </span><strong>Artemis</strong><span> della <strong>NASA</strong>, sia attraverso il programma </span><strong>Moonlight</strong><span> <strong>dell’ESA</strong>, per la comunicazione e navigazione lunare, nel quale Telespazio è Prime Contractor.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Oltre al forte valore simbolico - l’antenna FOC-1A è stata, infatti, quella che nel 1969 ha consentito agli italiani di vedere in televisione lo sbarco sulla Luna - l’iniziativa consentirà all’Italia di usufruire di asset in grado di garantire prestazioni eccellenti al fine di soddisfare le esigenze di servizio richieste dal mercato spaziale mondiale.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Grazie al progetto RESPONSE, l’antenna FOC-1A supporterà le missioni lunari dell’ASI e dei partner internazionali, potenziando lo scambio di dati anche con missioni nello spazio profondo. La sua posizione geografica consentirà inoltre all'antenna di operare nel network con altre stazioni terrestri europee ed internazionali, garantendo comunicazioni continue ed affidabili per le prossime ambiziose missioni di esplorazione», ha dichiarato </span><strong>Roberto Formaro</strong><span><strong>, </strong>Responsabile della Direzione Ingegneria e Tecnologie dell’ASI.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Con RESPONSE Telespazio e ASI danno nuova vita a un’infrastruttura che ha fatto la storia delle comunicazioni satellitari italiane e internazionali. L’antenna FOC-1A, simbolo delle grandi imprese spaziali degli anni Sessanta e Settanta, viene oggi proiettata nel futuro per supportare le missioni lunari e di esplorazione dello spazio profondo dei prossimi decenni. È un esempio concreto di come Telespazio, con Leonardo, sappia valorizzare il proprio patrimonio tecnologico e industriale, mettendolo al servizio delle nuove ambizioni dell’Europa e della comunità spaziale globale», ha dichiarato </span><strong>Alessandra Farese</strong><span>, SVP Satellite Systems &amp; Operations di Telespazio.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>La realizzazione di adeguati sistemi di comunicazione a terra rappresenta un elemento fondamentale per il successo delle attuali e future missioni lunari. Senza collegamenti affidabili tra la Luna e la Terra, sarebbe impossibile controllare veicoli, trasmettere dati scientifici, garantire la sicurezza degli astronauti e coordinare le operazioni in tempo reale.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Con il ritorno dell’uomo sulla Luna e la prospettiva di presenze permanenti, i sistemi di comunicazione avranno il compito di trasmettere e ricevere grandi quantità di dati, come immagini ad alta risoluzione, video, telemetria, esperimenti scientifici e comunicazioni vocali. In questo contesto, le comunicazioni lunari non sono solo un supporto tecnico, ma una vera </span><strong>infrastruttura strategica</strong><span>, indispensabile </span><strong>per trasformare la Luna in un laboratorio scientifico e in un trampolino di lancio verso l’esplorazione di Marte e dello spazio profondo</strong><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Il progetto ENEA DRG4FOOD: migliorare l&amp;apos;efficienza e la sostenibilità agroalimentare tramite l&amp;apos;utilizzo di dati</title>
<link>https://www.italia24.news/agroalimentare-il-progetto-enea-drg4food-per-migliorare-lefficienza-e-la-sostenibilita-tramite-lutilizzo-di-dati</link>
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<description><![CDATA[ Il progetto ENEA DRG4FOOD sviluppa diverse iniziative basate sull&#039;utilizzo di dati al fine di ottimizzare il settore agroalimentare ]]></description>
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<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 17:18:50 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-c99b1bc1-7fff-a1bc-6738-9c444656d212"><span>L’uso corretto dei dati e del digitale per migliorare sicurezza e sostenibilità dell’agroalimentare. È stato questo l’obiettivo del progetto europeo a partecipazione </span><strong>ENEA DRG4FOOD</strong><span><strong>, </strong>che ha contribuito a sviluppare diverse iniziative in un settore sempre più caratterizzato dalla pervasività delle tecnologie. Ad esempio, i sensori GPS e IoT utilizzati nell’agricoltura di precisione, che consentono agli agricoltori di prendere decisioni basate sui dati per migliorare l'efficienza e la sostenibilità. Oppure i sistemi di tracciamento avanzati che possono aiutare i consumatori a verificare l'autenticità e la qualità dei prodotti alimentari.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La trasparenza rappresenta uno dei maggiori vantaggi dell'integrazione dei dati nel settore alimentare», sottolinea la referente ENEA del progetto, </span><strong>Claudia Zoani</strong><span>, ricercatrice della Divisione Sistemi agroalimentari sostenibili del Dipartimento Sostenibilità. «Grazie allo sfruttamento di tecnologie di tracciamento avanzate - prosegue - consumatori e aziende possono sapere esattamente da dove provengono i prodotti alimentari e chi è coinvolto nella lavorazione, permettendo così di effettuare scelte più consapevoli. Non solo: le informazioni basate sui dati consentono di monitorare gli standard di sicurezza alimentare, così da ridurre la probabilità di contaminazione e garantire la qualità del cibo che arriva sulle tavole».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nel corso del progetto sono state sviluppate iniziative come </span><strong>GENIE</strong><span>, che mira a rivoluzionare l'esperienza di acquisto fornendo consigli dietetici ultra-personalizzati basati su analisi del sangue genetiche, del microbiota e biochimiche, nonché sulle preferenze dei consumatori. Oppure </span><strong>PINACLE</strong><span>, che propone uno strumento mirato di raccomandazioni dietetiche e nutrizionali che abbina efficacemente le donazioni alimentari alle esigenze alimentari dei destinatari attraverso un approccio avanzato e personalizzato per diete più sane. O ancora </span><strong>SafeNutriKids</strong><span>, un'app di educazione alimentare ‘su misura’ basata sull'intelligenza artificiale, con particolare attenzione all'alfabetizzazione digitale per bambini dai 6 ai 12 anni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«L’esperienza di DRG4FOOD ha dimostrato il potenziale positivo dei dati nella nutrizione personalizzata, nella tracciabilità alimentare e nelle scelte dei consumatori. Come ENEA abbiamo collaborato attivamente anche alla realizzazione di una roadmap che fornisce raccomandazioni chiare a governi, imprese, ricercatori e società civile su come utilizzare gli strumenti digitali in modo da tutelare i diritti delle persone, creare fiducia e apportare benefici a tutti gli anelli della catena agroalimentare», conclude Zoani.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Università di Padova: il progetto CLIN&#45;TCR sul sistema immunitario di Giulia Pasqual selezionato dall&amp;apos;ERCEA</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-il-progetto-clin-tcr-sul-sistema-immunitario-giulia-pasqual-selezionato-dallercea</link>
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<description><![CDATA[ Annunciati dall&#039;ERCEA i 136 Principal Investigator (PI) per il programma Proof of Concept 2025, tra i selezionati anche Giulia Pasqual del Dipartimento di Scienze chirurgiche oncologiche e gastroenterologiche dell&#039;Università di Padova con il suo progetto CLIN-TCR sul funzionamento del sistema immunitario ]]></description>
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<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 17:18:26 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-955d1abf-7fff-a477-070e-84986eb4f94b"><span><strong>L'Agenzia Esecutiva dello European Research Council – ERCEA</strong> ha annunciato i <strong>136 Principal Investigator (PI)</strong> selezionati nell'ambito dell'ultima call <strong>ERC Proof of Concept 2025 (POC)</strong>. Il </span><span>programma Proof of Concept</span><span> supporta eccellenti PI che hanno già ricevuto una sovvenzione ERC per un progetto di ricerca di frontiera e ora desiderano esplorare il potenziale commerciale e sociale della propria idea scientifica con un finanziamento di 150.000 euro.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>A vincere per <strong>l'Università di Padova è</strong> stata </span><strong>Giulia Pasqual</strong><span> del Dipartimento di Scienze chirurgiche oncologiche e gastroenteroloiche con il suo </span><span>progetto <strong>CLIN-TCR</strong></span><span><strong> - Translating TCR-Antigen Pairing to Clinical Relevance: Platform for Cancer and Autoimmune Applications </strong>– che è uno dei 24 con base in Italia selezionati nella seconda call POC del 2025 e che ha visto ammesse al finanziamento un totale di 136 proposte.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Il progetto CLIN-TCR</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il </span><strong>sistema immunitario</strong><span> ci protegge riconoscendo minacce come le infezioni e le cellule anomale, incluse le cellule tumorali. Allo stesso tempo, in condizioni normali, è in grado di distinguere ciò che appartiene al nostro organismo da ciò che è estraneo, evitando di attaccare i tessuti sani. Quando questo meccanismo di tolleranza non funziona correttamente, possono svilupparsi malattie autoimmuni. Un ruolo centrale in questi processi è svolto dai </span><strong>linfociti T</strong><span><strong>, </strong>che utilizzano speciali "sensori", chiamati recettori dei linfociti T, per riconoscere piccoli bersagli molecolari esposti sulle cellule.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Comprendere quali recettori riconoscono quali bersagli è fondamentale per sviluppare strumenti diagnostici più accurati, terapie personalizzate e nuovi vaccini. Tuttavia, le tecnologie disponibili consentono di identificare solo una parte limitata di queste interazioni. In ricerche precedenti abbiamo sviluppato una tecnologia innovativa che consente di associare in modo sistematico i recettori dei linfociti T ai loro bersagli. Questo approccio - </span><span>sostiene <strong>Giulia Pasqual</strong></span><span> - è già stato validato su piccola scala ed è protetto da una domanda di brevetto presentata dalla nostra istituzione. L'obiettivo di questo progetto è dimostrare il valore clinico della tecnologia applicandola al cancro e alle malattie autoimmuni. In oncologia, la piattaforma permetterà di identificare recettori in grado di riconoscere antigeni tumorali, inclusi quelli specifici del singolo paziente. Nelle malattie autoimmuni, lo stesso approccio consentirà di chiarire quali recettori sono coinvolti quando il sistema immunitario reagisce erroneamente contro componenti dell'organismo».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Generando e validando ampi insiemi di dati di rilevanza clinica, <strong>il progetto potrà fornire nuovi biomarcatori e nuove opportunità per lo sviluppo di terapie basate sul sistema immunitario</strong>. Parallelamente, verrà rafforzata la protezione della proprietà intellettuale e definita una strategia per un futuro sfruttamento commerciale. Nel complesso, il progetto può aprire nuove prospettive per la medicina di precisione e accelerare lo sviluppo di immunoterapie e vaccini terapeutici di nuova generazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Proof of Concept POC 2025</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In generale, nell'ambito delle due call POC del 2025, sono stati 879 i progetti presentati quest'anno alla Commissione e 300 quelli finanziati complessivamente. Le proposte selezionate per il finanziamento sono distribuite tra 23 paesi: con 31 grant vinti, l'Italia è al terzo posto tra i paesi per numero di finanziamenti ottenuti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Le scoperte che emergono dalla ricerca finanziata dall'ERC sono molto spesso più di semplici progressi accademici – </span><span>conclude <strong>Ekaterina Zaharieva</strong></span><span>, Commissaria europea per le Startup, la Ricerca e l'Innovazione -. Esse costituiscono le fondamenta dei futuri ecosistemi dell'innovazione in tutta Europa, ispirando nuove tecnologie, imprese e soluzioni per la società. Sono lieta che l'UE stia finanziando quest'anno un numero record di sovvenzioni Proof of Concept e mi congratulo con tutti i beneficiari per il loro successo».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Giulia Pasqual</strong><span> ha conseguito la laurea magistrale in Biotecnologie Mediche presso l'Università di Padova nel 2007 e il dottorato di ricerca in Scienze della Vita presso l'Università di Losanna, in Svizzera, nel 2011. Dal 2012 al 2018 è stata ricercatrice post-dottorato prima al Massachusetts Institute of Technology e successivamente alla Rockefeller University, negli Stati Uniti. Durante questo periodo ha ottenuto numerosi finanziamenti competitivi internazionali, tra cui la Swiss National Science Foundation Mobility Fellowship, la Cancer Research Institute Irvington Postdoctoral Fellowship e la borsa L'Oréal-UNESCO "For Women in Science".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I suoi risultati scientifici sono stati riconosciuti con il Career Development Award della Rockefeller University (2017) e con il Regeneron Prize for Creative Innovation (finalista, 2018). Nel 2019 ha avviato il proprio laboratorio di ricerca indipendente presso l'Università di Padova grazie al programma per Giovani Ricercatori "Rita Levi Montalcini", finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Nello stesso anno ha inoltre ottenuto un ERC Starting Grant per il progetto SYNVIVO (2020–2025), finalizzato allo sviluppo di tecnologie innovative per lo studio delle interazioni tra cellule presentanti l'antigene e linfociti T. Da allora, il suo gruppo di ricerca è attivo nei campi dell'immunologia, dell'immunologia dei tumori e dello sviluppo di tecnologie applicate a queste aree.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>EU&#45;Italy Energy Days 2026: al Politecnico di Torino un confronto sui temi dell&amp;apos;energia in Italia e in Europa</title>
<link>https://www.italia24.news/eu-italy-energy-days-2026-al-politecnico-di-torino-un-confronto-sui-temi-dellenergia-in-italia-e-in-europa</link>
<guid>https://www.italia24.news/eu-italy-energy-days-2026-al-politecnico-di-torino-un-confronto-sui-temi-dellenergia-in-italia-e-in-europa</guid>
<description><![CDATA[ Si è conclusa la 3a edizione del simposio internazionale organizzato dal Politecnico di Torino e dedicato al confronto tra dimensione europea e nazionale sui temi dell&#039;energia. Annunciata Teresa Ribera, Vice Presidente esecutiva della Commissione Europea e Commissaria Europea per la Concorrenza, come vincitrice del PoliTO Foresight and Innovation International Award 2026 ]]></description>
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<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 17:18:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-da5009b1-7fff-a655-9a03-d9bf79e04ac7"><span>Gli <strong>Energy Days</strong>, organizzati dal </span><strong>Politecnico di Torino</strong><span> in collaborazione con il </span><strong>Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica</strong><span> e con il supporto del</span><span> <strong>Ministero dell'Università e della Ricerca</strong></span><span><strong> </strong>e della </span><strong>Commissione Europea</strong><span>, hanno rappresentato anche per questa terza edizione uno stimolante banco di confronto sui temi dell'energia, volgendo lo sguardo da un lato alla situazione europea e dall'altro alla realtà italiana.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Alla presenza del Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica</span><span> <strong>Gilberto Pichetto Fratin</strong></span><span> e del Vicepresidente Commissione ITRE del Parlamento Europeo </span><strong>Giorgio Gori</strong><span>, e con l'intervento video </span><strong>Raffaele Fitto</strong><span>, Commissione Europea, Vicepresidente esecutivo per la Coesione e le Riforme, si sono discusse le tematiche principali del comparto energetico internazionale. Nel corso di quest'anno, la Commissione europea presenterà il </span><strong>Pacchetto Energia e Clima 2040</strong><span>, che definirà nuovi obiettivi di decarbonizzazione, priorità strategiche per le infrastrutture e percorsi verso competitività e resilienza. Nel prossimo decennio l'UE dovrà quindi contemporaneamente garantire forniture diversificate, accelerare l'innovazione nelle tecnologie pulite e sbloccare la flessibilità dal lato della domanda per affrontare le sfide individuate dal rapporto Draghi, riprese anche dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA). </span><strong>Quale il futuro dell'energia in Italia?</strong></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>«La transizione energetica e il raggiungimento degli sfidanti obiettivi di decarbonizzazione impongono l'esigenza di coniugare crescita delle fonti rinnovabili, mercati concorrenziali ed efficienti, sviluppo infrastrutturale e sicurezza energetica in un contesto geopolitico incerto. L'Italia e il MASE sono impegnati a raggiungere gli obiettivi assunti in ambito Unione Europea e nei consessi internazionali, perché la transizione è si un impegno gravoso, ma è anche una grande opportunità di rilancio per la nostra economia e manifattura, ed è soprattutto un dovere morale che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. La collaborazione tra il MASE e il Politecnico di Torino continuerà a promuovere soluzioni tecnologiche innovative, contribuendo in maniera concreta al rafforzamento della sicurezza, del monitoraggio ambientale, dell'efficienza e della transizione verde del settore energetico»</span><span>, dichiara </span><span><strong>Gilberto Pichetto Fratin</strong>,</span><span> Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Un punto centrale di discussione è stato quello relativo alla </span><strong>formazione di nuove competenze</strong><span><strong>,</strong> necessarie per aggiornarsi e rispondere tempestivamente alle richieste del mercato del lavoro. Il ruolo giocato dagli atenei, con l'alta formazione e il trasferimento delle competenze tecnologiche, è qui fondamentale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Gli Energy Days sono diventati un appuntamento strutturale e parte della tradizione del Politecnico di Torino. Quando abbiamo iniziato a immaginare questa iniziativa, l'obiettivo era creare uno spazio stabile di dibattito, capace di far dialogare in modo aperto università, istituzioni, industria e società. In una prima fase il confronto si sviluppa in modo approfondito e riservato tra addetti ai lavori, per poi aprirsi ai decisori politici e agli stakeholder. In una società sempre più guidata dalla tecnologia, un ateneo tecnico ha anche il compito di facilitare il dialogo tra innovazione, regole e competenze, contribuendo alla definizione delle politiche pubbliche. Coinvolgere anche gli studenti in questo processo è per noi essenziale, perché comprendere come nascono le politiche è parte integrante della formazione delle nuove generazioni»</span><span>, commenta il R</span><span>ettore del Politecnico di Torino <strong>Stefano Corgnati</strong></span><strong>.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Durante l'incontro è stato anche assegnato il </span><span><strong>premio PoliTO</strong> <strong>Foresight and Innovation International Award</strong> a <strong>Teresa Ribera</strong></span><span>,</span><span> </span><span>Vice Presidente esecutiva della Commissione Europea e Commissaria Europea per la Concorrenza, che lo ritirerà nei prossimi mesi. Istituito per celebrare le competenze nell'affrontare la sfida collettiva di innovare e rinnovare, con una prospettiva a medio-lungo termine a livello nazionale e internazionale – il vincitore </span><span>PoliTO Foresight and Innovation International Award</span><span> è stato selezionato da un team di scienziati internazionali (Energy &amp; Climate High Level Group) nominati dal rettore. </span><span>Nel <strong>2025</strong> il riconoscimento, alla sua prima edizione, era andato a <strong>Mario Draghi</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Abbiamo dedicato il nostro simposio alle</span><span> "</span><span>Nuove azioni per garantire e rafforzare la nostra transizione energetica" proprio per sottolineare l'urgenza di trovare una via concreta ed efficace per l'implementazione di una transizione energetica complessa ma anche ricca di opportunità, di stimoli a cambiamenti strutturali, comportamentali e culturali che ci auguriamo possa garantire un futuro sostenibile e competitivo alla nostra società»,</span><span> illustra </span><strong>Giovanni Federigo De Santi</strong><span>, Presidente del Simposio, Politecnico di Torino.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'Europa si trova ad affrontare due grandi priorità: </span><span><strong>l'energia e l'innovazione</strong>.</span><span> </span><span>Rispetto alla prima, l'Europa deve infatti garantire la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e ricostruire la competitività dell'industria e dell'economia. Tuttavia, per riuscirci pienamente, deve anche avere successo nelle altre due priorità, dimostrando quanto esse siano interconnesse. La seconda </span><span>priorità è invece l'innovazione</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'Europa dispone di risorse energetiche tradizionali limitate ed è sfidata dagli USA nella digitalizzazione dell'economia e della società. Deve quindi spingere l'innovazione ovunque: nelle tecnologie pulite (per la produzione, il consumo e le infrastrutture), nella digitalizzazione dell'industria, nella creazione delle infrastrutture hardware e software di base dell'Unione (IA, e-commerce, social media responsabili, cloud europeo, satelliti, ecc.). Per riuscirci, però, deve implementare la manifattura sia delle apparecchiature sia dei componenti chiave.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In questa fase di grandi sfide </span><strong>l'Italia dispone di risorse straordinarie e ha responsabilità significative</strong><span><strong>: </strong>oltre a garantire la sicurezza energetica e guidare l'innovazione tecnologica, è necessario anche ricostruire catene di approvvigionamento resilienti e migliorare le competenze della forza lavoro.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Gli </span><strong>EU–Italy Energy Days 2026</strong><span> hanno aperto alla discussione basandosi su tre pilastri tematici – l'innovazione tecnologica energetica in linea con il Pacchetto Energia 2040, l'operatività dei nuovi ecosistemi emergenti e il rafforzamento mirato delle capacità – per arrivare a proporre una roadmap verso la prossima </span><strong>"rinascita" europea dell'energia e della competitività.</strong></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Nucleare: confermato lo Small Modular Reactor (SMR) EAGLES&#45;300 come tra le iniziative più promettenti per favorire la diffusione degli SMR di nuova generazione in Europa</title>
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<description><![CDATA[ La conferma dello Small Modular Reactor (SMR) EAGLES-300 come uno dei progetti più promettenti nell&#039;ambito del nucleare a seguito del lancio dell’iniziativa internazionale di pre-licensing come primo progetto pilota della Nuclear Harmonization and Standardization Initiative (NHSI) dell’AIEA ]]></description>
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<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 11:31:31 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-b9617294-7fff-a872-48f4-5a5364a0800d"><span>Lo </span><span><strong>Small Modular Reactor (SMR) veloce raffreddato a piombo EAGLES-300</strong></span><span><strong> </strong>è stato confermato dall’</span><strong>Alleanza Industriale Europea sugli SMR</strong><span> tra le otto iniziative più promettenti per favorire la diffusione degli SMR di nuova generazione in Europa. Guidato da </span><span><strong>Ansaldo Nucleare, ENEA, RATEN e SCK CEN</strong>,</span><span> il progetto era già stato inserito nella prima short list dell’Alleanza nel 2024; la valutazione attuale ha ora confermato che EAGLES-300 continua a soddisfare pienamente i criteri di selezione e ha registrato progressi concreti rispetto alla precedente valutazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Questo annuncio segue un altro importante traguardo per il programma. Nel corso della </span><strong>69ª Conferenza Generale dell’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA),</strong><span> tenutasi a Vienna il 15 settembre, è stata formalmente lanciata l’iniziativa internazionale di pre-licensing per EAGLES-300 come primo progetto pilota della </span><strong>Nuclear Harmonization and Standardization Initiative (NHSI)</strong><span> dell’AIEA, segnando un passo significativo verso l’armonizzazione normativa e processi di autorizzazione transfrontalieri più efficienti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La conferma di EAGLES-300 tra i progetti selezionati dall’Alleanza rappresenta un importante riconoscimento dei progressi del nostro programma. Questo rinnovato attestato di fiducia, che arriva subito dopo l’avvio del processo internazionale di pre-licensing, rafforza il nostro impegno a portare EAGLES-300 sul mercato come una tappa concreta dell’innovazione e della capacità industriale europea», ha dichiarato </span><strong>Roberto Adinolfi</strong><span>, Presidente dello Steering Committee di EAGLES.</span></p>
<h2 dir="ltr"></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Il consorzio EAGLES</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>EAGLES (European Advanced Generation IV Lead-Cooled Energy System)</strong><span> è un programma europeo volto allo sviluppo e alla preparazione dell’introduzione sul mercato di uno Small Modular Reactor veloce raffreddato a piombo (EAGLES-300) entro il 2039. Il programma riunisce le principali organizzazioni industriali e di ricerca nucleare europee per realizzare un sistema nucleare flessibile, efficiente e commercialmente sostenibile. La messa in esercizio commerciale di EAGLES-300 è prevista per il 2039, a seguito del successo operativo delle infrastrutture dimostrative e prototipali del programma (LEANDREA, in Belgio, e ALFRED, in Romania).</span></p>
<h2 dir="ltr"></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Il reattore EAGLES-300</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>EAGLES-300 è il modello commerciale da 300 MWe di SMR veloce raffreddato a piombo sviluppato nell’ambito del programma EAGLES. Combina sicurezza intrinseca, funzionamento a bassa pressione e capacità di rimozione passiva del calore con i vantaggi di efficienza di uno spettro neutronico veloce, consentendo un migliore utilizzo del combustibile e la compatibilità con un ciclo del combustibile chiuso. L’elevata temperatura di uscita del reattore consentirà sia la produzione di energia elettrica sia applicazioni industriali, inclusa la produzione di idrogeno e la sintesi di molecole. Interamente progettato all’interno dell’ecosistema scientifico e industriale europeo, EAGLES-300 contribuirà agli obiettivi di lungo termine della regione in termini di sovranità energetica, gestione responsabile delle risorse e riduzione dei rifiuti ad alta attività.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>La Specola di Bologna: inaugurata la riapertura con un nuovo percorso che omaggia l&amp;apos;astronomia</title>
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<description><![CDATA[ Il 30 gennaio 2026, a seguito di rinnovi strutturali, riapre la Specola di Bologna con un nuovo percorso espositivo all&#039;interno del suo Museo che ripercorre il passato, il presente e il futuro dell&#039;astronomia ]]></description>
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<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:26:35 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-dd633d24-7fff-0f73-9ced-eddf2c87b984"><span>Simbolo di una vocazione scientifica che attraversa i secoli, la settecentesca torre della Specola si prepara a entrare in una nuova stagione. Il <strong>30 gennaio 2026</strong> è stato inaugurato </span><span>un <strong>nuovo percorso espositivo all'interno del Museo della Specola dell'Università di Bologna</strong></span><span>,</span><span> </span><span>presentandosi completamente rinnovato dopo l'importante intervento di consolidamento strutturale della torre.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'operazione non è solo un omaggio all'astronomia del passato, ma anche un ponte verso l'astrofisica del futuro. Il riallestimento è stato realizzato grazie al </span><strong>progetto PNRR CTA+</strong><span>, finanziato dall'Unione Europea e coordinato dall'</span><strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong><span><strong>.</strong> Un intervento che restituisce alla città un gioiello architettonico, con un cuore di scienza, dedicato a tutti per scoprire come la scienza dialoga con la storia e la tecnologia d'avanguardia.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Siamo orgogliosi di avere contribuito, con l'impegno dei nostri ricercatori dell'Istituto Nazionale di Astrofisica e del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'Università di Bologna, al riallestimento della Specola, sottolineando l'importanza dell'idea e della tecnologia dei specchi tassellati per la costruzione del più grande e potente osservatorio terrestre per raggi gamma al mondo: il </span><a href="https://www.ctao.org/it/" target="_blank" rel="noopener"><span>Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO)</span></a><span>», commenta </span><strong>Massimo Cappi</strong><span><strong>,</strong> responsabile del progetto PNRR CTA+ guidato dall'INAF. «Questo osservatorio aprirà una nuova finestra osservativa nelle alte e altissime energie, che ci permetterà lo studio di fenomeni cosmici estremi quali le esplosioni di supernove, i getti di materia espulsi dai buchi neri nella nostra galassia e in altre galassie, nonché l'origine dei più energetici e ancora enigmatici raggi cosmici».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La visita parte dal quarto piano, interamente dedicato all'astronomo triestino </span><strong>Guido Horn d'Arturo</strong><span>. Tra queste mura, Horn sfidò i limiti tecnologici dell'epoca, costruendo </span><strong>il primo telescopio con specchio a tasselli della storia</strong><span>, oggi uno dei pezzi principali dell'esposizione. Si tratta di uno specchio da 1,80 metri di diametro composto da 61 piccoli tasselli. Astronomo di grande ingegno, Horn d'Arturo riuscì a trasformare l'architettura stessa della torre in uno strumento scientifico, utilizzandone la struttura verticale come se fosse il "tubo" di un telescopio.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Ma l'intuizione di Horn non è rimasta confinata nel passato. Salendo al quinto piano, il visitatore scopre come lo specchio a tasselli sia diventato lo standard per i progetti internazionali più ambiziosi. Dagli schermi multimediali emergono le sagome dei nuovi giganti che osservano il cosmo: il Cherenkov Telescope Array Observatory, l'erede diretto della tecnologia a tasselli per lo studio dei raggi gamma da terra; </span><strong>l'Extremely Large Telescope (ELT) dell'ESO</strong><span>, che, una volta terminato, sarà il più grande telescopio ottico al mondo; e il celebre </span><span><strong>James Webb Space Telescope</strong> </span><span>che dallo spazio scruta le origini del cosmo grazie a quegli stessi specchi segmentati immaginati decenni prima in via Zamboni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«È emozionante vedere come la tecnologia degli specchi tassellati, nata come una scommessa visionaria in questa torre, sia oggi il pilastro dei telescopi del CTAO», commenta </span><span><strong>Roberta Zanin</strong>, </span><span>project scientist del Cherenkov Telescope Array Observatory. «Per il CTAO, che ha la sua sede centrale proprio a Bologna, la Specola rappresenta l'origine di un filo conduttore che unisce la storia dell'astronomia all'esplorazione dell'Universo estremo. Questo spazio celebra oggi un'eredità condivisa e rafforza il ruolo di Bologna come punto d'incontro vitale per l'astrofisica dei raggi gamma, dove il lascito di Horn d'Arturo continua a ispirare la comunità scientifica globale che da questa città guarda al futuro di questo campo».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Se i primi due piani raccontano il passato recente, il presente e il futuro dell'astronomia, salendo la suggestiva scala a chiocciola si torna "indietro nel tempo". Al sesto piano, arte e scienza si fondono in una collezione di globi, sfere armillari, astrolabi, strumenti nautici e dipinti astronomici, che raccontano l'evoluzione delle conoscenze astronomiche e geografiche lungo i secoli.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span></span><span>Infine, raggiungendo la sommità della torre, il visitatore ripercorre la storia dell'evoluzione del telescopio ,in una suggestiva esposizione che racconta secoli di progressi e sfide tecnologiche. Il percorso trova il suo coronamento sulla terrazza panoramica, un'emozionante finestra sulla città che, per secoli, ha ispirato chiunque abbia alzato lo sguardo alle stelle.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Questo nuovo allestimento, che mette in dialogo un patrimonio straordinario di strumenti antichi, l'opera innovativa di Guido Horn d'Arturo e le grandi infrastrutture dell'astrofisica contemporanea», commenta </span><strong>Marcella Brusa</strong><span>, coordinatrice scientifica del Museo della Specola, «offre una chiave di lettura unitaria della Torre della Specola come un luogo vivo, in cui la storia dell'astronomia non è un capitolo concluso ma una fonte continua di ispirazione».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Con questa riapertura, la città non solo celebra i 300 anni della sua Torre (ultimata nel 1726 per volontà di Luigi Ferdinando Marsili), ma si riconferma come punto di riferimento internazionale per la ricerca e la cultura astronomica.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Torino: inaugurato il 30 gennaio il Centro di Competenza SEASTAR</title>
<link>https://www.italia24.news/torino-inaugurato-il-30-gennaio-il-centro-di-competenza-seastar</link>
<guid>https://www.italia24.news/torino-inaugurato-il-30-gennaio-il-centro-di-competenza-seastar</guid>
<description><![CDATA[ Istituito da Ministero dell&#039;Ambiente e della Sicurezza Energetica, Politecnico di Torino e IIT-Istituto Italiano di Tecnologia, il Competence Center Seastar svolge attività di ricerca applicata e di trasferimento tecnologico, stimolando lo sviluppo e la crescita nei settori tecnologici innovativi connessi alla transizione energetica e alla relativa sicurezza ]]></description>
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<pubDate>Sun, 01 Feb 2026 22:13:47 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-19031298-7fff-98f6-ac2d-0dcd62623bec"><span>Taglio del nastro all'Enviroment Park venerdì 30 gennaio per il </span><strong>Competence Center SEASTAR</strong><span>, alla presenza del </span><strong>Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, del Rettore del Politecnico di Torino Stefano Paolo Corgnati, e del Direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) Giorgio Metta</strong><span>. Dopo i saluti istituzionali del <strong>Presidente di Environment Park </strong></span><strong>Giacomo Portas</strong><span>, si è tenuta una breve tavola rotonda tra le istituzioni coinvolte nel progetto, per confermare impegni e obiettivi del Centro, e la visita ai laboratori di avanguardia.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il Centro di Competenza SEASTAR – per lo sviluppo del quale è stato sottoscritto un Accordo tra il MASE, il Politecnico di Torino e IIT–, costituisce un </span><strong>centro di aggregazione e di integrazione delle competenze sul tema della conversione dei giacimenti di idrocarburi esauriti, dello stoccaggio sotterraneo dei fluidi e della sicurezza della produzione degli idrocarburi e dei fluidi stoccati nel sottosuolo, in particolare off-shore.</strong></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie al supporto del MASE e agli importanti investimenti in infrastrutture, nel corso degli anni SEASTAR ha potuto crescere e affermarsi come un centro di livello internazionale. Oggi per l'hub si apre una nuova fase: grazie ai laboratori all'avanguardia e alle sue attrezzature specialistiche, inclusa una galleria del vento di grandi dimensioni, svilupperà e testerà sempre </span><strong>più soluzioni tecnologiche per la transizione energetica</strong><span> (inclusi idrogeno e metano verde), monitoraggio ambientale, nuovi materiali, cattura e utilizzo del carbonio, stoccaggio elettrico e geologico dei fluidi.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Negli anni il Centro di Competenza SEASTAR è di fatto divenuto un riferimento internazionale sul tema della transizione verso un futuro a basso tasso di carbonio costituendo un terreno comune di lavoro e di confronto per i ricercatori di molte Università italiane ed Enti Pubblici di Ricerca, anche in collaborazione con le PMI e l'industria. Oggi inauguriamo laboratori ai quali il Ministero ha dato un forte contributo; posso dire che rappresentano un momento di condivisione e di incontro tra i diversi livelli delle amministrazioni e della ricerca sul piano della transizione energetica. Sono certo che le linee di attività che il Politecnico di Torino e IIT svilupperanno nei prossimi anni potranno produrre risultati di rilevante valore per il raggiungimento degli obiettivi strategici del Ministero nel settore energetico», dichiara il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica </span><strong>Gilberto Pichetto Fratin.</strong></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Con l'inaugurazione del Competence Center SEASTAR si apre una nuova fase per un progetto che ha raggiunto oggi una piena maturità scientifica e infrastrutturale. Il Centro con il suo continuo sviluppo offre un contributo concreto alla sostenibilità e alla sicurezza energetica del Paese. Il Politecnico di Torino opera mettendo a disposizione competenze, infrastrutture e capitale umano altamente qualificato, con l'obiettivo di trasformare la ricerca in soluzioni operative e applicate a supporto del sistema industriale e delle politiche pubbliche», commenta il Rettore del Politecnico di Torino </span><span><strong>Stefano Corgnati</strong>.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Le principali tematiche affrontate dal centro SEASTAR sono la </span><strong>sostenibilità e la sicurezza delle tecnologie oil&amp;gas nella fase di transizione verso un'economia low-carbon</strong><span>; la sostenibilità e la sicurezza della dismissione e/o conversione degli impianti e infrastrutture oil&amp;gas arrivate a fine vita, come le piattaforme off-shore nei mari italiani, che oggi sono 136; la conversione dei giacimenti di idrocarburi esauriti per lo stoccaggio sotterraneo di metano "verde", di idrogeno e/o di anidride carbonica, la compatibilità dei materiali all'idrogeno e/o all'anidride carbonica, gli aspetti normativi della transizione.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>L'obiettivo principale dell'Accordo SEASTAR è lo svolgimento di </span><strong>attività di ricerca applicata e di trasferimento tecnologico e la disseminazione delle competenze multidisciplinari verso il territorio</strong><span><strong>, </strong>per stimolare lo sviluppo e la crescita nei settori tecnologici e innovativi connessi alla transizione energetica.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«La transizione energetica rappresenta una delle più grandi sfide del nostro tempo e richiede un cambiamento profondo che parte dalla ricerca. Con SEASTAR, vogliamo mettere le tecnologie più avanzate al servizio di soluzioni concrete per la sostenibilità, uno dei pilastri fondamentali del piano strategico di IIT. Questo centro è un esempio virtuoso di collaborazione tra istituzioni e ricerca, capace di trasformare conoscenza scientifica in impatto reale sull'industria e sul territorio», commenta </span><strong>Giorgio Metta</strong><span>, Direttore Scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Le attività formative e di ricerca sono state individuate per valorizzare da un lato le competenze e il capitale umano altamente specializzato, anche in un contesto internazionale, dall'altro rendere accessibili le infrastrutture di ricerca presenti sul territorio, ottimizzandole e migliorandole in relazione alle necessità del Paese, e infine offrire ai giovani talenti opportunità di formazione tecnico-scientifica di alto profilo in un contesto internazionale.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Nello specifico i filoni principali di attività sono sei – di cui uno dedicato alla formazione e all'aggiornamento professionale, a supporto delle istituzioni, e cinque caratterizzati da attività di ricerca di base e modellistica, ricerca sperimentale e trasferimento tecnologico a supporto del comparto industriale – e riguardano: formazione e aggiornamento; geotermia; fluidi per la transizione energetica: H2, CO2, ammonica e membrane per la separazione dei gas; processi di metanazione (aspetti di sicurezza/valutazione dei rischi); sicurezza delle attività minerarie e studio del riutilizzo dei giacimenti esauriti e conversione dei relativi impianti a supporto della transizione energetica low carbon; monitoraggio ambientale on-shore e off-shore.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Energia: sette soluzioni per la decarbonizzazione dell&amp;apos;industria del vetro</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-sette-soluzioni-per-la-decarbonizzazione-dellindustria-del-vetro</link>
<guid>https://www.italia24.news/energia-sette-soluzioni-per-la-decarbonizzazione-dellindustria-del-vetro</guid>
<description><![CDATA[ Uno studio ENEA-Assovetro, pubblicato sulla rivista internazionale “Gases”, propone sette soluzioni tecnologiche per la decarbonizzazione dell’industria del vetro al fine di accelerare la diffusione di tecnologie a basse emissioni di carbonio in tutto il settore ]]></description>
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<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 20:25:59 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-c8a990b0-7fff-b61d-dbd9-66a0cb2f5eac"><strong>Sette soluzioni </strong><span><strong>tecnologiche</strong> per la</span><span> <strong>decarbonizzazione </strong></span><strong>dell’industria del vetro</strong><span>, calibrate sul contesto italiano e allineate all’obiettivo di neutralità climatica al 2050. La proposta è contenuta in uno studio ENEA-Assovetro pubblicato sulla rivista internazionale </span><a href="https://www.mdpi.com/2673-5628/5/2/11" target="_blank" rel="noopener"><span>Gases</span></a><span>, che ha preso in esame due differenti strategie di transizione energetica.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Questo studio analizza la decarbonizzazione dell’industria vetraria, un settore ad alta intensità energetica, attraverso un approccio integrato e adattato alla realtà nazionale», commenta il presidente di Assovetro </span><strong>Marco Ravasi</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Le sette soluzioni individuate per decarbonizzare un settore energivoro come quello del vetro comprendono: </span><span><strong>uso di combustibili verdi</strong> </span><span>(biogas e idrogeno); </span><strong>cattura e stoccaggio della CO₂</strong><span>; interventi di </span><strong>efficienza energetica</strong><span>; </span><strong>elettrificazione dei forni</strong><span>; aumento dell’utilizzo di </span><strong>vetro riciclato</strong><span>; uso di </span><strong>materie prime già decarbonizzate</strong><span>; impiego di </span><strong>energia elettrica da fonti rinnovabili.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Queste leve tecnologiche sono pensate per essere combinate in modo flessibile, a seconda dei vincoli specifici degli impianti e delle tipologie di produzione, tenuto conto che la diversificazione delle soluzioni è considerata prioritaria per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica», sottolinea la coautrice dello studio </span><strong>Claudia Bassano</strong><span>, ricercatrice del Dipartimento ENEA Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili (TERIN).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L’analisi mette in luce l’urgenza di interventi concreti per accelerare la diffusione di tecnologie a basse emissioni di carbonio in tutto il settore. La sola riduzione prevista al 2050 delle emissioni indirette (quelle legate al funzionamento degli impianti grazie a un maggiore ricorso all’elettricità da fonti verdi) non sarà infatti sufficiente a centrare gli obiettivi <strong>dell’Accordo di Parigi</strong>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La decarbonizzazione del vetro non passerà da una sola tecnologia ‘miracolosa’: servirà un insieme di soluzioni in grado di ridurre emissioni e consumi, calibrate sulle specificità del contesto italiano», aggiunge </span><strong>Dario Atzori</strong><span><strong>,</strong> responsabile dell’Area Tecnica di Assovetro.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I ricercatori hanno applicato le diverse soluzioni a due differenti strategie di decarbonizzazione, che nella simulazione permetterebbero entrambe all’industria del vetro di centrare l’obiettivo di neutralità climatica al 2050; le differenze tra i due scenari sono sensibili.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nella </span><strong>prima strategia</strong><span><strong> </strong>denominata </span><strong>Green fuel</strong><span>, l’adozione di </span><span>biometano e idrogeno verde</span><span> si è rivelata la misura più efficace tra tutte le leve adottate, consentendo un abbattimento delle emissioni di anidride carbonica del 45%; per efficacia seguono le misure di cattura e stoccaggio della CO2, che contribuirebbero a una riduzione delle emissioni residue del 26% (a seguire, 21% da efficienza energetica ed elettrificazione, 3% da uso di rottame di vetro e 4% da materie prime alternative decarbonizzate).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nel caso della strategia denominata </span><strong>Carbon Capture and Storage (CCS</strong><span><strong>),</strong> il vero motore della transizione è stata appunto la cattura e lo stoccaggio della CO2 cha ha eliminato il 69% delle emissioni; a seguire, 21% da efficienza energetica ed elettrificazione, 7% da g</span><span>reen fuel</span><span> e 3% da vetro riciclato.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Abbiamo calcolato che il costo totale al 2050 per l’adozione della strategia </span><span>Green fuel</span><span> sia di circa 15 miliardi di euro, suddivisi in 4 miliardi per impianti e infrastrutture e in 10,6 miliardi per costi operativi», spiega </span><strong>Claudia Bassano</strong><span> di ENEA-TERIN. «Elementi critici di questa strategia rispetto a quella CCS – prosegue – sono i costi elevati di idrogeno verde e biocarburanti, oltre alla loro ridotta disponibilità che non consentirebbe di sostituire il gas naturale in industrie ad alto consumo energetico come quella del vetro. Inoltre, vi sono anche sfide infrastrutturali significative: il biogas può essere bruciato nei forni esistenti senza modifiche, mentre l’idrogeno può richiedere cambiamenti se utilizzato in alte percentuali».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per quanto riguarda la strategia CCS i costi totali ammontano a 11,2 miliardi di euro, suddivisi in 5,4 miliardi di euro per impianti e infrastrutture e in 5,8 miliardi di euro per costi operativi. «Nonostante il costo più basso di questo scenario, le tecnologie CCS presentano ancora la difficoltà di trovare siti geologici adatti, complessità e alto costo della separazione della CO2, oltre a ostacoli normativi e autorizzativi che ne complicano ulteriormente l’implementazione», conclude Bassano.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La transizione verso la neutralità climatica dell’industria italiana del vetro, così come quella di molti altri settori fortemente energivori, è tecnicamente realizzabile ma richiede una collaborazione strutturata e di lungo periodo tra industria, mondo della ricerca e pubblica amministrazione, affinché siano assicurati sviluppo e adozione di tecnologie abilitanti, adeguati sostegni finanziari e semplificazione burocratica e normativa», commenta Giulia Monteleone, direttrice di ENEA-TERIN.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il settore del vetro in Italia emette circa 3,7 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, di cui il 75% generate all’interno del perimetro aziendale (combustione di gas naturale nei forni e reazioni chimiche delle materie prime in fase di miscelazione) e le restanti legate al consumo di energia elettrica negli impianti di produzione.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Il Politecnico di Torino investe in ricerca e innovazione: al via 17 nuovi progetti finanziati da bandi interni</title>
<link>https://www.italia24.news/il-politecnico-di-torino-investe-in-ricerca-e-innovazione-al-via-17-nuovi-progetti-finanziati-da-bandi-interni-con-il-contributo-di-fondazione-compagnia-di-san-paolo-e-fondazione-crt</link>
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<description><![CDATA[ Annunciati i vincitori delle tre linee progettuali finanziate dall’ateneo torinese con il supporto di partner strategici: ricerca di eccellenza individuale, ricerca collaborativa e Tech to Market. Un’opportunità unica per produrre innovazione con approcci originali, interdisciplinari e ad alto impatto nei diversi ambiti della conoscenza ]]></description>
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<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 23:08:43 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-b72c9dfd-7fff-abfd-7ec1-ddd4868301a1"><strong>Il Politecnico di Torino consolida il proprio impegno nel creare opportunità concrete per giovani ricercatrici e ricercatori</strong><span><strong>,</strong> incentivando percorsi progettuali innovativi e ad alto impatto nei diversi ambiti della conoscenza. Grazie al contributo della </span><a href="https://email.tmg.vrfy.email/c/eJxEz7tqxDAQheGnkUoxM9bqUqhIs6-xDB7ZO-AblliTPH2Im3Dg1N8vZfRUo60FY8gBMiaydWVdXu2ooj-6b7WA4BSnDMEbD2ubA7m1irLIWVtz2u27YEzwePgH5iEKchgxCssQWZJUArRaCCgAUkIPgchNacS_TYlyCj4aD32d3eecvt1NsEt59340M3wZehp6Xtflxn09eN6URRtvB-_L7rQbet5nz3JW4ZttPGjnRZm82-rV7H_RS6VQCJQH24v9FPoNAAD__wJRUb4" target="_blank" rel="noopener"><span>Fondazione Compagnia di San Paolo</span></a><span> (nell’ambito delle convenzioni universitarie 2022-2024) e di </span><a href="https://email.tmg.vrfy.email/c/eJxEzzGOwyAQheHTQIlgwAMUU2zja0TEDMlIthMZFGv39KuNVope96rvr7QE4KiZXMSMNrsEmrci66U_ucqPPHYmW12LLVsMKtit3xDMxlVKrQf3bmToO0EsraD1zQPUkMKVvUvLNU4t-2nirIXAAloHyQWLAKalxf2tJcgJQ1TBju1mXkf7Nm-CXuk-xrMr_6VgVjCf52naY6_lzVqOYWQomPVBB_-fKlgZZZUCwex8dv3JuEglQITs9SD9IvgNAAD__7VXTiA" target="_blank" rel="noopener"><span>Fondazione CRT</span></a><span>, l’Ateneo finanzia, con un budget complessivo di </span><strong>oltre 1,3 milioni di euro</strong><span> – di cui</span><span> </span><span>850.000 erogati da Fondazione Compagnia di San Paolo e 300.000 euro da Fondazione CRT</span><span> </span><span>–</span><span> <strong>17 nuovi progetti</strong></span><span> risultati vincitori – sulle 127 proposte presentate – di bandi interni che promuovono la </span><span>ricerca e</span><span> l’</span><span>innovazione</span><span>, investendo in approcci originali e interdisciplinari.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'iniziativa si inserisce nel quadro dell’</span><span><strong>Action Plan 2025-2027</strong> </span><span>per l’attuazione del </span><strong>Piano strategico PoliTOinTransition</strong><span>, con particolare riferimento all’area di intervento </span><span>“<strong>supporto alla progettualità della ricerca</strong>”</span><span>. L’obiettivo è quello di migliorare l'efficacia delle proposte presentate da giovani ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Torino, in risposta a bandi competitivi nei tre Pillar del programma di finanziamento europeo alla ricerca Horizon Europe.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nello specifico, i bandi si sono articolati in </span><strong>tre linee progettuali</strong><span><strong> distinte</strong>: </span><span><strong>ricerca di eccellenza individuale</strong>, </span><span>finanziata da </span>Fondazione Compagnia di San Paolo<span> a sostegno di progetti innovativi e originali condotti da singoli ricercatrici e ricercatori; </span><strong>ricerca collaborativa</strong><span>,</span><span> </span><span>finanziata da </span><span>Fondazione CRT</span><span> con lo scopo di incentivare la cooperazione interdisciplinare tra gruppi di ricerca; e </span><strong>Tech to Market</strong><span>,</span><span> </span><span>finanziata da </span><span>Fondazione Compagnia di San Paolo</span><span> per supportare progetti collaborativi che, al termine del percorso, possano raggiungere i requisiti necessari alla sottomissione al bando </span><strong>EIC Transition del III Pillar del Programma Horizon Europe.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I progetti vincitori affrontano tematiche che spaziano dall’</span><span><strong>ingegneria biomedica</strong> </span><span>all’</span><span><strong>energia</strong> </span><span>e alla </span><strong>sostenibilità</strong><span>, con soluzioni avanzate per la previsione della produzione fotovoltaica e la gestione intelligente delle risorse. Altri filoni rilevanti riguardano<strong> l’</strong></span><span><strong>intelligenza artificiale</strong> </span><span>e i </span><strong>sistemi digitali</strong><span>, applicati sia all’industria e ai processi produttivi sia alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, attraverso piattaforme digitali, archivi intelligenti e modelli predittivi. Non mancano progetti focalizzati su </span><strong>materiali innovativi</strong><span>, manifattura avanzata e nuovi approcci alla progettazione, capaci di integrare dati, simulazioni e sostenibilità ambientale. Si tratta di ricerche innovative con il potenziale di generare impatti significativi sia sul piano scientifico sia su quello applicativo, favorendo il trasferimento tecnologico e contribuendo in modo concreto alle grandi sfide sociali, industriali e ambientali del nostro tempo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>«Grazie al contributo di Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, i bandi interni di ricerca e innovazione rappresentano per il Politecnico di Torino un investimento in strumenti differenziati, pensati per sostenere la qualità della ricerca in tutte le sue fasi: dall’esplorazione scientifica individuale alla collaborazione interdisciplinare, fino alla valorizzazione dei risultati</span><span> – ha commentato </span><span><strong>Giuliana Mattiazzo</strong>, Vicerettrice per l’Innovazione scientifica e tecnologica del Politecnico di Torino </span><span>– </span><span>Un’azione strategica che rafforza l’autonomia e la progettualità delle ricercatrici e dei ricercatori nella fase di avvio e consolidamento della carriera e la competitività dell’Ateneo nei programmi di finanziamento nazionali ed europei»</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Io, il satellite di Giove: una potente eruzione vulcanica rivela enormi e profondi sistemi magmatici collegati tra loro</title>
<link>https://www.italia24.news/io-il-satellite-di-giove-una-potente-eruzione-vulcanica-rivela-enormi-e-profondi-sistemi-magmatici-collegati-tra-loro</link>
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<description><![CDATA[ La missione Juno della NASA ha osservato una potentissima ed estesa eruzione vulcanica su Io, il satellite più attivo di Giove. L’evento, osservato dallo strumento JIRAM dell’Agenzia Spaziale Italiana, è il più energetico mai rilevato fuori dalla Terra ed ha coinvolto molteplici sorgenti vulcaniche attivate simultaneamente, rivelando l’esistenza di vasti sistemi magmatici interconnessi nel sottosuolo del satellite ]]></description>
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<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 23:08:28 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-447d60e8-7fff-623a-b7aa-4a0daf886850"><span>Il 27 dicembre 2024 la missione Juno della NASA ha osservato un evento vulcanico senza precedenti su Io, il satellite di Giove più attivo dal punto di vista geologico: </span><strong>l’eruzione più energetica mai rilevata su Io</strong><span> e, più in generale, </span><strong>in tutto il Sistema solare al di fuori della Terra</strong><span>. Il lavoro, guidato dall'</span><span>I<strong>stituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong></span><span>, è stato pubblicato sulla rivista </span><strong>Journal of Geophysical Research: Planets. </strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le osservazioni nell’infrarosso, condotte con lo strumento italiano </span><span><strong>JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper) dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI)</strong>,</span><span> a bordo della sonda Juno, mostrano un’eruzione che ha interessato una vastissima regione, pari a circa </span><strong>65.000 chilometri quadrati</strong><span> nell’emisfero meridionale del satellite. I dati indicano un rilascio di energia compreso tra </span><strong>140 e 260 terawatt</strong><span>, un valore che supera di gran lunga quello delle più grandi eruzioni precedentemente osservate su Io.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«A rendere l’evento ancora più straordinario è il fatto che non abbia coinvolto un singolo vulcano, ma </span><span>più sorgenti attive che si sono illuminate contemporaneamente</span><span>, aumentando la propria luminosità di oltre mille volte rispetto ai livelli abituali» afferma </span><strong>Alessandro Mura</strong><span>, ricercatore dell’INAF di Roma e primo autore dell’articolo. «Questa perfetta sincronia suggerisce che si sia trattato di un unico enorme evento eruttivo, propagatosi nel sottosuolo per centinaia di chilometri».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Un complesso sistema vulcanico</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il risultato suggerisce quindi l’esistenza di </span><strong>enormi serbatoi magmatici interconnessi nel sottosuolo di Io</strong><span>, in grado di attivarsi simultaneamente e di produrre un rilascio di energia su scala planetaria. Queste osservazioni forniscono una prova diretta che il vulcanismo di Io è alimentato da sistemi magmatici profondi e collegati tra loro, cambiando in modo sostanziale la nostra comprensione del corpo più vulcanicamente attivo del Sistema solare. Allo stesso tempo, altri vulcani situati nelle vicinanze non sono stati coinvolti nell’eruzione, aggiungendo elementi di complessità inattesi sul funzionamento dell’interno di Io.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Questo risultato straordinario conferma l’eccellenza del contributo italiano alla missione Juno», aggiunge </span><strong>Giuseppe Sindoni</strong><span>, Responsabile del Progetto JIRAM per ASI. «Lo strumento JIRAM ha permesso di osservare un evento eruttivo senza precedenti su Io, fornendo dati di valore unico che vanno addirittura oltre il suo obiettivo primario. Si tratta di un successo che valorizza la competenza nazionale nel settore spaziale e che contribuisce in modo decisivo all’avanzamento della conoscenza del Sistema Solare, preparandoci inoltre alle future missioni spaziali».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La scoperta è stata resa possibile grazie a una configurazione orbitale dedicata della sonda Juno, posta in modo da osservare Io da molto vicino e per periodi prolungati. La missione era infatti programmata per monitorare il satellite ogni due mesi per oltre un anno, consentendo di cogliere eventi rari ed eccezionalmente intensi come questo. Inoltre, lo strumento JIRAM, interamente realizzato in Italia con il finanziamento e la gestione dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e gestito sotto la guida scientifica dell’INAF, ha operato con successo in un ambiente estremamente ostile, caratterizzato da intensi livelli di radiazione, dimostrando l’eccellenza della sua progettazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le osservazioni future della sonda Juno potranno rivelare se l’eruzione abbia lasciato nuovi flussi di lava o depositi di cenere, fornendo ulteriori indizi sull’evoluzione geologica del satellite e sul funzionamento del suo vulcanismo estremo.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: "<span><a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JE009047" target="_blank" rel="noopener">Synchronized Eruptions on Io: Possible Evidence of Interconnected Subsurface Magma Reservoirs</a>" </span>di A. Mura, R. Lopes, F. Nimmo , S. Bolton , A. Ermakov , J. T. Keane , F. Tosi ,F. Zambon , R. Sordini , J. Radebaugh , J. Rathbun , W. McKinnon , S. Goossens ,M. Paris , M. Mirino, A. Cicchetti, G. Piccioni, R. Noschese , G. Sindoni, e C. Plainaki, è stato pubblicato online sulla rivista Journal of Geophysical Research.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Università Milano&#45;Bicocca: cinque progetti dell’Ateneo finanziati con 6,6 milioni di euro dal Fondo Italiano per la Scienza FIS3</title>
<link>https://www.italia24.news/univerista-milano-bicocca-cinque-progetti-dellateneo-finanziati-complessivamente-con-66-milioni-di-euro-dal-fondo-italiano-per-la-scienza-fis3</link>
<guid>https://www.italia24.news/univerista-milano-bicocca-cinque-progetti-dellateneo-finanziati-complessivamente-con-66-milioni-di-euro-dal-fondo-italiano-per-la-scienza-fis3</guid>
<description><![CDATA[ Il Fondo Italiano per la Scienza FIS3 finanzia 5 progetti dell&#039;Università Milano-Bicocca inerenti a ecosistemi lacustri, genitorialità, medicina di precisione, ruolo dei robot nelle scienze cognitive e transizione energetica. I responsabili dei progetti selezionati e finanziati FIS3 sono Veronica Nava, Davide Cino, Miriam Colombo, Edoardo Datteri e Giovanni Di Liberto ]]></description>
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<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 17:56:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-71756401-7fff-21ba-de6f-550a04f42a3f"><span><strong>L'Università di Milano-Bicocca</strong> vede cinque progetti di ricerca premiati dai </span><strong>Grant FIS3</strong><span> per un finanziamento complessivo di circa </span><strong>6,6 milioni di euro</strong><span>. I finanziamenti FIS vengono assegnati dal </span><strong>Fondo Italiano per la Scienza</strong><span> a progetti di ricerca di elevato contenuto scientifico, condotti da ricercatori emergenti (Starting Grant), da ricercatori in carriera (Consolidator Grant) e da ricercatori affermati (Advanced Grant). I progetti finanziati coinvolgono </span><strong>più settori disciplinari: ecosistemi lacustri, genitorialità, medicina di precisione, ruolo dei robot nelle scienze cognitive e transizione energetica.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In tema di <strong>ecologia ambientale</strong>, il progetto della ricercatrice </span><strong>Veronica Nava</strong><span>, </span><strong>Plastics As Novel Interference in the Carbon cycle (PANIC</strong><span>), indagherà gli effetti dell'inquinamento causato dalla plastica nel ciclo del carbonio degli ambienti lacustri. PANIC studierà, in particolare, il rilascio del carbonio in differenti tipologie di plastica, chiarendo in quale forma avviene e con quale reattività. L'obiettivo è definire l'influenza del processo sull'attività microbica e sulla biodiversità, dal metabolismo acquatico alle emissioni di gas serra. Il progetto preciserà il ruolo della plastica nel funzionamento di diversi ecosistemi lacustri, valutandone l'importanza come driver nelle dinamiche ecologiche.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Passando alla pedagogia sociale, </span><strong>DigiPE</strong><span> (</span><em>Digital Parenting Ecologies. Evolving landscapes of parenting and caregiving practices in the age of digital media and generative artificial intelligence</em><span><em>)</em>, condotto dal ricercatore </span><strong>Davide Cino</strong><span>, vuole studiare i meccanismi con cui i genitori apprendono le conoscenze sui temi legati al loro ruolo e alla cura dei figli attraverso gli ecosistemi digitali. Combinando survey, interviste e un'etnografia digitale, il progetto esplorerà le esperienze dei genitori contemporanei dalla gravidanza ai primi anni di vita dei figli, fino agli 8 anni. Tra gli esiti, nuove risorse liberamente accessibili per educatori e genitori, raccomandazioni per la progettazione di ambienti digitali e una maggiore consapevolezza sul ruolo di media digitali e AI generativa.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Sul fronte della <strong>medicina di precisione</strong>, invece, la professoressa </span><strong>Miriam Colombo</strong><span> con </span><strong>BRAVE</strong><span> (</span><em>Biomimetic Responsive Antigen-delivery Vehicles for therapeutic and preventive vaccines against triple-negative breast cancer associated with Evolutionary BRCA mutations</em><span>) mira a sviluppare nanoparticelle biomimetiche "invisibili" per il sistema immunitario, dotate di potenziali funzioni terapeutiche e preventive nei confronti del carcinoma mammario triplo negativo con mutazione genetica ereditaria BRCA1/2. Queste nanoparticelle, ottenute utilizzando la membrana delle cellule tumorali, potrebbero essere potenzialmente somministrabili anche alle discendenti della paziente per ridurre il rischio di insorgenza, considerata la caratteristica ereditaria della tipologia tumorale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Dal punto di vista della <strong>filosofia della scienza</strong>, il progetto </span><strong>RiLS</strong><span> (</span><em>Robots in the Life Sciences</em><span>), coordinato dal professor </span><strong>Edoardo Datteri</strong><span>,</span><span> </span><span>analizzerà il ruolo che i robot possono svolgere come strumenti di scoperta scientifica nelle scienze cognitive e neurali. In quali circostanze i robot possono costituire validi modelli per studiare le capacità cognitive e il comportamento sociale degli esseri umani e degli animali? A questa domanda si risponderà coniugando l'analisi filosofica con la biorobotica, la robotica sociale, l'etorobotica, la bionica e i sistemi bioibridi. I ricercatori esamineranno da vicino casi di studio scientifico realizzati all'interno del RobotiCSS Lab dell'Università di Milano-Bicocca.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'ultimo progetto finanziato, </span><strong>NEXT Generation Single-Atom Catalysis: Theory of PlaSma-promoted Molecular Activation</strong><span> del ricercatore </span><strong>Giovanni Di Liberto</strong><span>, studia l'attivazione di molecole chiave nella transizione energetica su catalizzatori a singolo atomo. Un tema di frontiera per la promozione di processi di fondamentale importanza nella transizione energetica, che coinvolgono la trasformazione di molecole stabili come anidride carbonica, azoto ed acqua nella produzione di combustibili, ammoniaca ed idrogeno. Un catalizzatore a singolo atomo è costituito da atomi metallici dispersi atomicamente su un materiale. </span><strong>NEXTSACs</strong><span> vuole sviluppare un nuovo metodo teorico che sfrutti l'eccitazione vibrazionale selettiva di molecole stabili per promuovere la loro attivazione su catalizzatori a singolo atomo, che altrimenti sarebbe altamente sfavorita usando catalisi convenzionale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>«I riconoscimenti ottenuti – dichiara il </span><span>prorettore alla Ricerca dell'Università di Milano-Bicocca, <strong>Leo Ferraris</strong></span><span> – confermano da un lato il valore dei progetti selezionati e dall'altro la qualità del lavoro svolto nel nostro Ateneo in svariate aree disciplinari. Questo risultato importante costituisce una forte spinta per l'intera comunità accademica nel continuare a perseguire una ricerca scientifica di eccellenza».</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Google: due procedimenti avviati dalla Commissione Europea per mantenere il rispetto del regolamento sui mercati digitali</title>
<link>https://www.italia24.news/google-due-procedimenti-avviati-dalla-commissione-europea-per-mantenere-il-rispetto-del-regolamento-sui-mercati-digitali</link>
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<description><![CDATA[ La Commissione Europea avvia due procedimenti che specificano gli obblighi che Google deve rispettare riguardo alle componenti utilizzate dai servizi di IA e al loro equo accesso da parte di fornitori terzi ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202601/image_870x580_6979d6a10c8ab.webp" length="28762" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 17:55:47 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-acaaf4ce-7fff-5453-43f8-3f70426731b0"><span>Il <strong>27 gennaio</strong> la Commissione Europea ha avviato </span><strong>due serie di procedimenti per aiutare Google nell'osservanza del regolamento sui mercati digitali</strong><span>, specificando gli obblighi che incombono alla società. Questi procedimenti formalizzano il dialogo normativo tra la Commissione e Google su alcuni aspetti della conformità a due obblighi previsti dal regolamento sui mercati digitali.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il </span><strong>primo procedimento</strong><span> riguarda l'obbligo di Google, ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 7, del regolamento, di fornire a titolo gratuito agli sviluppatori terzi l'effettiva interoperabilità con le componenti hardware e software controllate dal sistema operativo Android di Google. I procedimenti annunciati oggi si concentrano sulle componenti utilizzate dai servizi di intelligenza artificiale ("IA") di Google, come Gemini. La Commissione intende specificare in che modo Google dovrebbe concedere ai fornitori terzi di servizi di IA un accesso parimenti efficace alle stesse componenti di quelle a disposizione dei servizi di Google. </span><strong>L'obiettivo è garantire che i fornitori terzi abbiano pari opportunità di innovare e competere nel panorama in rapida evoluzione dell'IA sui dispositivi mobili intelligenti.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il </span><strong>secondo procedimento</strong><span> riguarda l'obbligo di Google, ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 11, di </span><strong>concedere ai fornitori terzi di motori di ricerca online l'accesso a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie a dati anonimizzati</strong><span>, relativi a posizionamento, ricerca, click e visualizzazione, detenuti da Google Search. I procedimenti si concentrano sull'ambito dei dati, sul metodo di anonimizzazione, sulle condizioni di accesso e sull'ammissibilità dei fornitori di chatbot basati sull'IA ad accedere ai dati. L'effettiva conformità e l'accesso a una serie sfruttabile di dati consentiranno ai fornitori terzi di motori di ricerca online di ottimizzare i propri servizi e offrire agli utenti alternative reali a Google Search.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Prossime tappe</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La Commissione concluderà i procedimenti </span><strong>entro sei mesi dall'avvio</strong><span>. Entro i prossimi tre mesi la Commissione comunicherà a Google le sue conclusioni preliminari, in cui esporrà le proposte di misure che intende imporre a Google per garantire un'osservanza effettiva del regolamento sui mercati digitali. Saranno pubblicate sintesi non riservate delle conclusioni preliminari e delle misure previste per consentire ai terzi di presentare osservazioni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Questi procedimenti, che per loro natura non prendono posizione in merito all'osservanza del regolamento sui mercati digitali, lasciano impregiudicato il potere della Commissione di adottare una decisione che stabilisca l'inosservanza, da parte di un gatekeeper, di uno qualsiasi degli obblighi sanciti dal suddetto regolamento, compresa la possibilità di irrogare ammende o penalità di mora.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Contesto</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Il regolamento sui mercati digitali mira a garantire la contendibilità e l'equità dei mercati del settore digitale</strong><span>. La normativa disciplina l'attività dei gatekeeper - grandi piattaforme digitali che forniscono un importante punto di collegamento tra utenti commerciali e consumatori - cui la posizione di mercato può conferire il potere di creare strozzature nell'economia digitale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il </span><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_23_4328" target="_blank" rel="noopener"><span>6 settembre 2023</span></a><span> la Commissione europea ha designato Google Inc., Google Play, Google Maps, YouTube, il sistema operativo Google Android, Google Chrome, Google Shopping e i servizi pubblicitari online come servizi di piattaforma di base. Dal </span><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_24_1342" target="_blank" rel="noopener"><span>7 marzo 2024</span></a><span> Google è tenuta a rispettare pienamente tutti gli obblighi previsti dal regolamento sui mercati digitali per quanto riguarda i servizi designati.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>La Commissione ha pubblicato una </span><a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025DC0166" target="_blank" rel="noopener"><span>relazione annuale</span></a><span> sull'attuazione del regolamento sui mercati digitali e sui progressi compiuti nel conseguimento dei suoi obiettivi.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Antartide: la stabilità del ghiaccio marino dipende dai cicli solari</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio coordinato dall&#039;Istituto di scienze polari del Cnr, analizzando i sedimenti prelevati dai fondali del Mare di Ross (Antartide), ha ricostruito la variabilità del ghiaccio marino costiero negli ultimi 3.700 anni. La ricerca, pubblicata su Nature Communications e realizzata in collaborazione con diverse organizzazioni nazionali e internazionali, ha dimostrato la relazione tra la rottura periodica di questo ghiaccio e l&#039;andamento dei cicli solari ]]></description>
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<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 17:55:37 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-aa2e84cb-7fff-aaaa-15a6-9790a27a63e6"><span>Uno studio internazionale, coordinato dall'</span><span>Istituto di <strong>Scienze Polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Isp)</strong>,</span><span> e pubblicato su </span><strong>Nature Communications</strong><span>, ha dimostrato che i cicli solari, fasi nelle quali l'attività del Sole oscilla toccando valori minimi e massimi, influenzano la rottura del ghiaccio marino costiero antartico. La ricerca, supportata dal </span><strong>Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), svolta in collaborazione con le Università di Trieste, Pisa, Napoli 'Parthenope', Bonn (Germania), Cambridge e Plymouth (Inghilterra) e con l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - Ogs di Trieste</strong><span>, ha introdotto un nuovo metodo di analisi ad alta risoluzione per lo studio del ghiaccio marino ancorato alla costa, chiamato 'fast ice'.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Abbiamo prelevato carote sedimentarie nel fondale del Mare di Ross, nell'insenatura di Edisto, che si trova nella zona settentrionale della Terra Vittoria. Attraverso l'analisi di immagini a scala submillimetrica, integrando i dati di biomarcatori chimici ottenuti dagli strati di sedimento con associazioni di diatomee, microalghe presenti in ambiente marino, siamo riusciti a ricostruire la variabilità del ghiaccio marino costiero negli ultimi 3.700 anni», afferma </span><strong>Tommaso Tesi</strong><span>, ricercatore del Cnr-Isp e coordinatore dello studio. «Questo approccio si è dimostrato efficace nell'estendere indietro nel tempo la capacità di osservazione, ben oltre i limiti imposti dalle immagini satellitari attualmente disponibili. In questo modo abbiamo potuto constatare che la rottura del ghiaccio non segue un ciclo annuale, ma mostra un pattern molto complesso che si manifesta su scale temporali più lunghe, attorno a 90 e 240 anni, sincronizzato con specifici cicli solari».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Comprendere e studiare la criosfera antartica</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Del comportamento del ghiaccio costiero si conosce poco, nonostante rivesta un ruolo molto importante perché regola la salinità del mare, sostiene la vita di diverse specie animali, tra cui i pinguini, e in alcune aree dell'Antartide rappresenta una piattaforma naturale di atterraggio per i velivoli. Il nuovo metodo di indagine - che va oltre i limiti temporali delle immagini satellitari acquisite a partire dagli anni '80 del secolo scorso - e l'ampia disponibilità di sedimenti apre alla possibilità di </span><strong>comprendere con maggiore efficacia i fattori che influenzano la criosfera antartica</strong><span>, permettendo di distinguere la variabilità naturale su scale temporali lunghe dagli effetti dei cambiamenti climatici causati dall'uomo. «Poiché questo tipo di sedimenti sono comuni negli archivi antartici, la tecnica adottata ha un enorme potenziale applicativo, per studiare il ruolo delle forzanti naturali nella dinamica del fast-ice in tutto il continente», conclude </span><strong>Michael Weber</strong><span><strong>, </strong>ricercatore dell'Università di Bonn che ha collaborato allo studio.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le missioni italiane in Antartide sono finanziate dal </span><strong>Ministero dell'Università e della Ricerca nell'ambito del PNRA</strong><span>, sono gestite dal </span><strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche - Cnr</strong><span> per il coordinamento scientifico, dall'</span><strong>Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile - Enea</strong><span><strong> </strong>per quanto riguarda la pianificazione e l'organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche, e dall'</span><strong>Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - Ogs</strong><span> per la gestione tecnica e scientifica della n/r Laura Bassi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: </span><a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-67781-7" target="_blank" rel="noopener"><span>“Late Holocene fast-ice dynamics around the Northern Victoria Land coast, Antarctica”</span></a></p>]]> </content:encoded>
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<title>Il Politecnico di Torino si aggiudica un prestigioso finanziamento  ERC Proof of Concept</title>
<link>https://www.italia24.news/il-politecnico-di-torino-si-aggiudica-un-prestigioso-finanziamento-erc-proof-of-concept</link>
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<description><![CDATA[ Il docente Federico Bella ottiene 150mila euro dall&#039;Unione europea per trasformare una ricerca d&#039;eccellenza in una tecnologia sostenibile per energia e agricoltura ]]></description>
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<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 14:17:17 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Un progetto di ricerca del Politecnico di Torino è risultato vincitore di uno dei prestigiosi finanziamenti <b>ERC Proof of Concept</b>, l'iniziativa dello <b>European Research Council (ERC)</b> pensata per sostenere la valorizzazione e l'applicazione pratica dei risultati di ricerche di frontiera già finanziate dall'ERC.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>A ottenere il riconoscimento è <b>Federico Bella</b>, docente presso il <b>Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT </b>dell'ateneo torinese, con il progetto <b>GIARRIZZO – Green Integrated Aqueous RechaRgeable potassIum batteries with fertiliZer optimiZed recOvery</b>, che riceve un finanziamento europeo di <b>150mila euro</b> per una durata di <b>18 mesi</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Lo schema <b>ERC Proof of Concept</b> è riservato a ricercatrici e ricercatori che hanno già vinto un finanziamento ERC e mira a colmare il divario tra ricerca di base e applicazione concreta, supportando lo sviluppo di prototipi, la verifica della fattibilità tecnico-commerciale, la protezione della proprietà intellettuale e la preparazione al trasferimento tecnologico verso il mercato.</span></p>
<h4 class="v1MsoNormal"><span>Dal finanziamento ERC alla valorizzazione dei risultati di ricerca</span></h4>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Dal progetto ERC SuN<sub>2</sub>rise a GIARRIZZO</span></b><span>: GIARRIZZO nasce come naturale evoluzione del progetto <b>ERC Starting Grant SuN<sub>2</sub>rise</b>, vinto dal professor Bella nel 2020 con un finanziamento di <b>1,5 milioni di euro</b> e dedicato allo sviluppo di tecnologie elettrochimiche sostenibili per la produzione di <b>ammoniaca</b>, composto alla base dei fertilizzanti agricoli. Il progetto SuN<sub>2</sub>rise ha introdotto un nuovo paradigma: utilizzare energia solare e processi elettrochimici in condizioni blande per convertire l'azoto atmosferico in ammoniaca, evitando le elevate temperature, pressioni e le emissioni di CO</span><span>₂</span><span> tipiche del processo industriale tradizionale Haber-Bosch. Un approccio che apre la strada alla <b>produzione decentralizzata di fertilizzanti direttamente nelle aziende agricole</b>, con importanti benefici in termini di sicurezza, sostenibilità e autonomia.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Partendo da queste ricerche di frontiera, <b>GIARRIZZO compie un ulteriore passo avanti</b>, spostando l'attenzione dai processi chimici ai <b>dispositivi di accumulo energetico</b> e introducendo una nuova idea di circolarità: <b>una batteria sicura, a basso costo e con recupero del fertilizzante a fine vita.</b></span></p>
<h4 class="v1MsoNormal">Batterie al potassio e circolarità: energia che diventa risorsa agricola</h4>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il cuore del progetto è lo sviluppo di <b>batterie ricaricabili agli ioni di potassio che funzionano in ambiente acquoso</b>, quindi <b>intrinsecamente sicure</b>, prive di elettroliti infiammabili e adatte a operare in contesti come serre e aziende agricole. Pensate per applicazioni residenziali, industriali e produttive, le <b>batterie al potassio</b> sono sistemi di accumulo energetico a basso costo, in grado di immagazzinare l'energia generata da fonti rinnovabili. Queste caratteristiche le rendono particolarmente adatte a <b>fornire elettricità on-demand</b>, cioè disponibile quando serve e non solo nel momento in cui viene prodotta: in contesti come quello agricolo, ciò si traduce nella possibilità di <b>alimentare impianti di illuminazione</b>, <b>ricaricare</b> <b>veicoli elettrici</b> o <b>mezzi agricoli a batteria</b>, <b>far funzionare</b> <b>macchinari e attrezzature</b> e <b>garantire la continuità operativa anche in presenza di discontinuità della rete elettrica</b>, contribuendo a rendere le aziende più autonome, efficienti e orientate all'uso delle energie rinnovabili.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il <b>potassio</b> rappresenta <b>un'alternativa strategica al litio</b>: è abbondante, facilmente reperibile, meno costoso e non classificato come materia prima critica. Inoltre, <b>è un elemento essenziale per l'agricoltura</b>. La vera innovazione della ricerca sta, infatti, nel <b>fine vita della batteria</b>. Una volta esaurita la sua funzione di accumulo energetico, <b>la batteria non diventa un rifiuto</b>: viene aperta e la parte liquida, contenente sali di potassio disciolti in acqua, viene recuperata e trasformata in <b>fertilizzante utilizzabile per le colture</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>In questo modo, la batteria fornisce energia durante la fase di utilizzo e, <b>al termine del proprio ciclo di vita, i materiali che la compongono vengono recuperati e valorizzati come risorsa agricola</b>. Il processo consente di superare il tradizionale modello basato sulla produzione di rifiuti, dando vita a <b>un sistema realmente circolare</b> che integra <b>accumulo energetico</b> e <b>recupero dei nutrienti</b>. Un'azienda agricola potrà quindi utilizzare la batteria per accumulare energia rinnovabile e, al termine del ciclo, recuperare il fertilizzante, chiudendo il cerchio tra energia e agricoltura.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>GIARRIZZO si inserisce pienamente nel quadro degli obiettivi europei di <b>sostenibilità, economia circolare e riduzione dell'uso di materie prime critiche</b>, in linea con il <b>Green Deal europeo</b>. L'utilizzo dell'acqua come unico solvente, la sicurezza intrinseca dei dispositivi e il recupero dei materiali a fine vita rendono così il progetto un esempio concreto di innovazione responsabile.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il professor <b>Federico Bella</b> è Principal Investigator del Proof of Concept e, grazie al nuovo finanziamento ERC, lavorerà all'incremento del livello di maturità tecnologica delle soluzioni sviluppate, in vista di future applicazioni industriali. Il finanziamento GIARRIZZO si inserisce in un percorso ERC di particolare rilievo: nel 2025 il professor Bella ha infatti ottenuto un ulteriore ERC PoC per il <b>progetto GINNY </b>(Glycerol and nItrogeN conversioN through electrochemistrY), dedicato allo sviluppo di approcci elettrochimici innovativi per la produzione sostenibile di ammoniaca e la valorizzazione di sottoprodotti industriali in composti ad alto valore aggiunto.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Nel loro insieme, questi progetti confermano <b>il ruolo del Politecnico di Torino come centro di eccellenza</b> nella ricerca europea di frontiera e valorizzano il contributo scientifico del professor <b>Federico Bella</b> allo sviluppo di soluzioni innovative per la <b>sostenibilità energetica e ambientale</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal">«GIARRIZZO rappresenta un passo concreto verso una nuova idea di sostenibilità, in cui l’energia rinnovabile e l’agricoltura dialogano attraverso dispositivi realmente circolari – commenta il professor Bella – Questo Proof of Concept ci permette di portare una ricerca di frontiera fuori dal laboratorio, avvicinandola a un impatto tecnologico e ambientale tangibile».</p>]]> </content:encoded>
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<title>Mercurio: un&amp;apos;analisi delle sue formazioni geologiche mette in discussione la sua immagine di pianeta geologicamente &amp;quot;morto”</title>
<link>https://www.italia24.news/mercurio-unanalisi-delle-formazioni-geologiche-del-pianeta-mette-in-discussione-la-sua-limmagine-di-pianeta-geologicamente-morto</link>
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<description><![CDATA[ Una ricerca, pubblicata su Communications Earth &amp; Environment, ha rilevato la presenza di particolari striature luminose sui pendii dei crateri, causate dal degassamento di materiali volatili dall&#039;interno del pianeta: è una prova significativa del fatto che Mercurio potrebbe essere ancora geologicamente attivo ]]></description>
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<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 11:42:49 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-40eee673-7fff-460c-f494-0ca6da33e304"><span>I Ricercatori del </span><strong>Center for Space and Habitability dell'Università di Berna e dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong><span> hanno condotto </span><span>la prima analisi statistica delle "</span><span><strong>lineae</strong>" </span><span>o striature chiare su <strong>Mercurio</strong>,</span><span> formazioni geologiche presenti sui pendii dei crateri e causate dal degassamento di materiale volatile dall'interno del pianeta, un fenomeno che si verifica anche sulla Terra. Una prova che, come si legge in uno studio pubblicato oggi sulla rivista </span><span>Communications Earth &amp; Environment</span><span>, </span><strong>il pianeta potrebbe essere ancora geologicamente attivo.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>È il primo e più piccolo pianeta del Sistema solare, sia per massa che per diametro; ha un'atmosfera pressoché inesistente e un "giorno solare" che dura 176 giorni terrestri, con un'escursione termica di circa 600 gradi fra il lato diurno e quello notturno. Mercurio, visitato finora solo dalla </span><strong>sonda MESSENGER</strong><span> della </span><strong>NASA</strong><span>, ha una superficie che appare quasi completamente statica, tanto da considerarlo ormai un pianeta morto e arido. Fino ad ora.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Le “striature chiare” di Mercurio</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le </span><span>lineae</span><span> (</span><em>slope streaks</em><span>, in inglese) compaiono lungo le pareti interne dei crateri o sui versanti dei picchi centrali. Si presentano come filamenti chiari e allungati, spesso in gruppi o fasci, e sono frequentemente associate a piccole depressioni molto chiare, dai bordi irregolari, simili a cavità scavate nella superficie (dette </span><em>hollows</em><span>).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«</span><span>Possiamo immaginarle come strisciate di materiale che cade lungo il versante</span><span>»</span><span>, spiega </span><strong>Silvia Bertoli</strong><span>, ricercatrice dell'INAF e coautrice dell'articolo. </span><span>«</span><span>Questo materiale probabilmente cade perché la roccia, ricca di volatili, si indebolisce e si sgretola quando i gas intrappolati in profondità risalgono attraverso piccole fratture preesistenti. La loro luminosità è dovuta al fatto che il materiale è appunto recente, 'fresco' e poco alterato</span><span>»</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Al fine di creare un inventario sistematico delle lineae presenti sulla superficie del pianeta, </span><span>i ricercatori hanno utilizzato il </span><strong>deep learning</strong><span> </span><span>per addestrare i computer a elaborare grandi quantità di dati con algoritmi che simulano le reti neurali umane. Nello specifico, è stato creato un algoritmo per analizzare circa 100 mila immagini ad alta risoluzione provenienti dalla sonda spaziale MESSENGER, che ha osservato Mercurio dal 2011 al 2015. </span><strong>In totale, sono state mappate la distribuzione globale e le proprietà morfologiche di circa 400 striature luminose su Mercurio.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati mostrano che le lineae si trovano principalmente sui versanti esposti al Sole di giovani crateri da impatto, facendo pensare che la radiazione solare svolga un ruolo importante nell'attivazione dei processi di formazione di queste strutture. <strong>La posizione delle lineae sulla superficie di Mercurio, dunque, non è casuale</strong>. L'impatto che dà forma a un cratere genera fratture nello strato più superficiale, che poi possono diventare vie preferenziali per la fuoriuscita di volatili dagli strati più profondi. Se questi fuoriescono alla base del cratere, si formano strutture di collasso come gli hollows; se accade sulle pareti, si formano </span><em>microhollows</em><span> che provocano la caduta di materiale che scivola lungo il cratere sotto forma di lineae.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«</span><span>Si riteneva che Mercurio fosse un pianeta 'morto', poiché, secondo i modelli di formazione planetaria e le alte temperature superficiali dovute alla prossimità del pianeta al Sole, tutti i volatili (fra cui sodio, potassio, zolfo e cloro) sarebbero dovuti 'sublimare' rapidamente, lasciando un pianeta completamente devolatilizzato</span><span>»</span><span>, sottolinea </span><strong>Giovanni Munaretto</strong><span>, ricercatore dell'INAF e coautore dello studio. </span><span>«</span><span>Le scoperte di crateri vulcanici e di hollows effettuate dalla missione MESSENGER hanno completamente rivisto questo paradigma, dimostrando la presenza di un'attività geologica relativamente recente. Infine, la caratterizzazione delle lineae che abbiamo effettuato in questo studio ci suggerisce che esse possano essere fenomeni ancora più recenti, e forse ancora in corso</span><span>»</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Dimostrare un'attività geologica</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per dimostrare le ipotesi avanzate sull'attività delle lineae occorreranno però nuove immagini di Mercurio, che potrebbero essere fornite dalla missione </span><strong>BepiColombo dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA</strong><span><strong>)</strong> e della </span><strong>Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA),</strong><span> attualmente in viaggio verso il pianeta, con l'inserimento in orbita previsto alla fine del 2026. L'obiettivo sarà utilizzare l'inventario creato per fotografare nuovamente ed esaminare specifiche regioni con lineae, per determinare se e quante nuove striature siano emerse tra le osservazioni della sonda MESSENGER e quelle di BepiColombo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>«Lo strumento SIMBIO-SYS a bordo della missione BepiColombo, a partire da marzo 2027, comincerà a fornire spettri, immagini ad alta risoluzione e immagini 3D della superficie», conclude </span><strong>Gabriele Cremonese</strong><span>, ricercatore dell'INAF, coautore dello studio e responsabile dello strumento italiano </span><strong>SIMBIO-SYS</strong><span><strong>. </strong>«Quindi fornirà la composizione della superficie e delle lineae che purtroppo è in buona parte mancante o insufficiente. Diverse delle lineae del nostro nuovo catalogo diventeranno obiettivi specifici (target) per l'osservazione ad alta risoluzione spaziale e spettrale poiché potrebbero fornire informazioni uniche e quindi importanti sull'evoluzione della superficie di Mercurio».</span></p>
<p><span></span></p>
<p><span>Link allo studio: "<a href="https://doi.org/10.1038/s43247-025-03146-" target="_blank" rel="noopener">Slope Lineae as Potential Indicators of Recent Volatile Loss on Mercury</a>", di V. T. Bickel, G. Munaretto, S. Bertoli, G. Cremonese, P. Cambianica , N. A. Vergara Sassarini, è stato pubblicato su Communication Earth and Environment.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Il “sole artificiale” della Cina segna un nuovo traguardo</title>
<link>https://www.italia24.news/il-sole-artificiale-della-cina-segna-un-nuovo-traguardo</link>
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<description><![CDATA[ Superato un record: il reattore EAST in Cina è riuscito a mantenere un plasma stabile a oltre 100 milioni di gradi Celsius per 1.066 secondi, si aprono scenari concreti per l’energia pulita del futuro ]]></description>
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<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 17:04:18 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-c75062b2-7fff-2db0-498d-4551d480fe3a"><span>Il Cina il reattore sperimentale di fusione nucleare, chiamato anche “il sole artificiale” ha infranto un limite a lungo considerato critico: <strong>è riuscito a mantenere un plasma stabile a oltre 100 milioni di gradi Celsius per 1.066 secondi</strong> (circa 18 minuti) in condizioni di confinamento “H-mode” molto efficiente, cioè con turbolenze ridotte e migliore contenimento di energia nel plasma.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Il risultato ottenuto è più del doppio del record precedente (403 secondi) e dimostra progressi significativi nel controllo e nella stabilità del plasma, rafforzando la possibilità di una fonte energetica reale e praticamente inesauribile.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>P</span><span>iù plasma, più stabilità</span></h2>
<p><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Negli esperimenti più recenti, il team cinese, guidato da ricercatori della </span><span><strong>Chinese Academy of Sciences</strong>,</span><span> è riuscito a superare il cosiddetto muro della densità del plasma. In termini semplici, è stato possibile “stipare” più particelle di plasma mantenendo la stabilità magnetica, un fattore essenziale per produrre energia in modo continuo.</span></p>
<p dir="ltr"><span>I </span><strong>tokamak</strong><span>, reattori sperimentali a forma di ciambella, confinano gas ionizzato (chiamato plasma) grazie a campi magnetici intensi con l’obiettivo di riprodurre sulla Terra ciò che avviene nel cuore del Sole: </span><span><strong>la fusione degli atomi di idrogeno in elio</strong>, </span><span>un processo che libera enormi quantità di energia. In natura, densità e pressione elevatissime permettono a queste reazioni di avvenire in modo continuo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nei reattori terrestri, invece, la pressione è molto più bassa rispetto a quella presente nel Sole e per compensare questa differenza è necessario raggiungere temperature decine di volte superiori. </span><span>Uno dei principali limiti operativi dei tokamak è da tempo il cosiddetto "<strong>limite di Greenwald</strong>", ovvero la densità massima di plasma che si può mantenere in modo stabile dentro un tokamak. A densità elevate, le interazioni tra plasma e pareti del reattore innescano turbolenze che finora hanno impedito di andare oltre certi valori senza disgregazione.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il team di ricerca del reattore EAST ha dimostrato che è possibile aggirare questo ostacolo. Modificando con grande precisione i parametri iniziali dell’esperimento,  — come la pressione del gas di combustibile e utilizzando tecniche avanzate di riscaldamento mediante "</span><span>risonanza ciclotronica elettronica"</span><span>,  — gli scienziati hanno ottimizzato le interazioni tra plasma e pareti metalliche fin dalla fase di avvio.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La </span><span><strong>risonanza ciclotronica elettronica</strong> è </span><span>una tecnica che permette di riscaldare e controllare il plasma, agendo in particolare gli elettroni: gli elettroni, infatti, nel campo magnetico del tokamak girano in cerchio a una frequenza ben precisa (frequenza ciclotronica). Se vengono colpiti con onde elettromagnetiche (microonde) a quella stessa frequenza, assorbono energia in modo molto efficiente. Questa metodologia ha permesso al plasma di entrare in quello che viene chiamato </span><span>"regime di assenza di densità"</span><span>, dove la densità può aumentare dal 30% fino al 65% oltre il limite di Greenwald senza interrompersi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per superare il limite di Greenwald, quindi, gli scienziati dell’EAST hanno gestito con attenzione l’interazione del plasma con le pareti del reattore controllando due parametri chiave all’avvio del reattore: la pressione iniziale del gas di combustibile e il riscaldamento a risonanza ciclotronica degli elettroni, ovvero la frequenza alla quale gli elettroni del plasma assorbono le microonde. In questo modo il plasma è rimasto stabile a densità estreme pari a 1,3–1,65 volte oltre il limite di Greenwald, valori molto superiori all’intervallo operativo abituale del tokamak, che secondo lo studio è compreso tra 0,8 e 1.</span></p>
<h3 dir="ltr"></h3>
<h2 dir="ltr"><span>L’auto-organizzazione del plasma: una scoperta chiave</span></h2>
<p><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Il risultato di questo traguardo, riportato anche sulla rivista <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.adz3040" target="_blank" rel="noopener">Science Advances</a>, si può considerare la prima prova sperimentale della teoria del <strong>Plasma-Wall Self-Organization (PWSO): </strong>un fenomeno osservato nei dispositivi per la fusione in cui il plasma e la parete circostante interagiscono ed evolvono fino a formare una configurazione stabile e favorevole. Questa interazione può portare a un miglior confinamento del plasma e a una riduzione della contaminazione da impurità. La comprensione della PWSO si è evoluta nel tempo grazie a osservazioni sperimentali e alla modellizzazione teorica delle interazioni plasma-parete nei dispositivi di fusione. Si tratta di un fenomeno complesso, influenzato da vari fattori, tra cui i parametri del plasma, i materiali della parete e la configurazione del campo magnetico.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«</span><span>I risultati suggeriscono un percorso pratico e scalabile per estendere i limiti di densità nei tokamak e nei dispositivi di fusione a plasma ardente di nuova generazione», ha dichiarato il co-autore dello studio </span><span><strong>Ping Zhu</strong>, </span><span>professore presso la Scuola di Ingegneria Elettrica ed Elettronica dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina.</span></p>
<h3 dir="ltr"></h3>
<h2 dir="ltr"><span>Un passo verso l’energia del futuro</span></h2>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La capacità di mantenere un plasma che si “autoalimenta” (grazie all’energia prodotta dalla fusione stessa) è una tappa verso la realizzazione di reattori stabili e sostenibili. La fusione nucleare è vista come una potenziale fonte di energia pulita, sicura e quasi inesauribile, ma non è ancora una fonte energetica commerciale. Tutti i principali programmi di ricerca (EAST in Cina, ITER in Francia con partecipazione globale, progetti privati altrove) puntano a ottenere un reattore in cui si produca più energia di quanta se ne consumi: raggiungere questo “guadagno netto” è un passo fondamentale verso impianti che producano elettricità su scala industriale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Un dispositivo di fusione deve raggiungere un funzionamento stabile ad alta efficienza per migliaia di secondi, al fine di consentire la circolazione autosufficiente del plasma, che è fondamentale per la generazione continua di energia delle future centrali a fusione», ha dichiarato <strong>Song Yuntao</strong>, direttore dell’Istituto di Fisica del Plasma responsabile del progetto di fusione presso l’Accademia Cinese delle Scienze, ai media statali cinesi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I dati raccolti dall’EAST sosterranno lo sviluppo di altri reattori, sia in Cina sia a livello internazionale. La Cina fa parte del programma del <strong>Reattore Termonucleare Sperimentale Internazionale (ITER),</strong> che coinvolge decine di Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Russia. Il reattore ITER, attualmente in costruzione nel sud della Francia, ospita il magnete più potente al mondo e dovrebbe entrare in funzione non prima del 2039. ITER sarà uno strumento sperimentale progettato per creare una fusione sostenuta a fini di ricerca, ma potrebbe aprire la strada alla realizzazione di centrali elettriche a fusione.</span><span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>L&amp;apos;orbita della nana bruna Gaia&#45;6 B: l&amp;apos;importanza della collaborazione tra astrometria spaziale e spettroscopia da terra</title>
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<description><![CDATA[ Un team internazionale a guida italiana, grazie ai dati del Telescopio Nazionale Galileo e della missione Gaia, ha caratterizzato un raro oggetto substellare con un&#039;orbita assai eccentrica. Lo studio risolve un &quot;enigma&quot; astrometrico e apre nuovi interrogativi sulla formazione di questi corpi celesti ]]></description>
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<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 16:18:47 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h2 dir="ltr" id="docs-internal-guid-a7218aa9-7fff-2713-73d0-3f3fea73c905"><span>La nana bruna Gaia-6 B e il suo monitoraggio</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Nell'ambito del programma </span><span><strong>GAPS (Global Architecture of Planetary Systems)</strong>,</span><span> un team di ricercatori guidato dall'</span><strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong><span> ha confermato e caratterizzato con precisione un nuovo compagno substellare in orbita attorno alla <strong>stella HD 128717</strong>, situata in direzione della <strong>costellazione del Dragone</strong>. L'oggetto, ora denominato Gaia-6 B, è </span><span>una <strong>nana bruna con una massa circa 20 volte superiore a quella di Giove</strong></span><span>. La scoperta è di particolare rilievo perché </span><span><strong>Gaia-6 B si muove su un'orbita molto eccentrica, una delle più "schiacciate" mai misurate per un oggetto di questa massa</strong>.</span><span> Il corpo celeste completa una rivoluzione attorno alla sua stella madre in circa 9,37 anni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La ricerca, disponibile online sulla rivista </span><strong>Astronomy &amp; Astrophysics</strong><span>, ha risolto una discrepanza nel catalogo DR3 (Data Release 3) della <strong>missione Gaia dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA)</strong>. La soluzione orbitale iniziale di Gaia suggeriva infatti un periodo molto più breve e un'eccentricità inferiore.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Attraverso sofisticate simulazioni numeriche, gli astronomi hanno dimostrato che questo errore era dovuto a una "degenerazione" della soluzione astrometrica: poiché il periodo orbitale di Gaia-6 B è molto più lungo della durata delle osservazioni della DR3 (circa 34 mesi), </span><span><strong>il segnale era stato interpretato in modo errato</strong>. </span><span>Grazie al monitoraggio intensivo effettuato con lo <strong>spettrografo HARPS-N</strong> installato sul Telescopio Nazionale Galileo (TNG) dell'INAF a La Palma, isola dell'arcipelago delle Canarie, i ricercatori hanno potuto correggere il tiro e fornire un identikit preciso del sistema.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Matteo Pinamonti</strong><span>, ricercatore dell'INAF e primo autore dell'articolo, spiega: </span><span>«</span><span>Il contributo decisivo è arrivato dal monitoraggio ad alta cadenza con HARPS-N al telescopio italiano TNG, che ha permesso di misurare con precisione la forma tutt'altro che circolare dell'orbita. Prima non era stato possibile, perché i dati di Gaia DR3 coprono solo una frazione dell'orbita, generando una degenerazione tra il periodo ed l'eccentricità e quindi un modello orbitale fuorviante</span><span>»</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Caratteristiche e aspetti ancora irrisolti di Gaia-6 B</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Gaia-6 B risiede in quello che gli scienziati definiscono "regime di transizione" tra i pianeti giganti gassosi e le nane brune. Tradizionalmente, il limite tra queste due classi è fissato a 13 masse gioviane, la soglia oltre la quale può verificarsi la fusione del deuterio. Esistono anche altri criteri basati su meccanismi di formazione degli oggetti nella nebulosa planetaria, che tuttavia rimangono un tema aperto per la difficoltà di stabilire il meccanismo di formazione specifico a partire dai dati osservativi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Sebbene la massa di Gaia-6 B la collochi chiaramente tra le nane brune, la sua alta metallicità, cioè la presenza di un'elevata quantità di elementi pesanti, potrebbe suggerire un meccanismo di formazione simile a quello dei pianeti, ovvero un accrescimento di gas attorno ad un nucleo di elementi pesanti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Un aspetto che resta avvolto nel mistero è l'origine di un'orbita così estrema</strong>.</span><span> Tipicamente, eccentricità così elevate sono causate dall'influenza gravitazionale di altri compagni massicci nel sistema. Tuttavia, il team ha cercato ulteriori inquilini nel sistema HD 128717 senza successo. Le ricerche condotte con il metodo della velocità radiale non hanno mostrato segni di pianeti interni, mentre le osservazioni di </span><span>direct imaging (o </span><span>immagine diretta, una tecnica astronomica per fotografare direttamente gli esopianeti</span><span>),</span><span> condotte con gli strumenti SHARK-NIR e LMIRCam presso il Large Binocular Telescope (LBT) in Arizona, non hanno rivelato compagni esterni di grande massa.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«</span><span>L'origine dell'eccentricità elevata di Gaia-6 B rimane un puzzle irrisolto</span><span>»</span><span>, conclude Pinamonti, </span><span>«</span><span>poiché non sono stati identificati altri compagni che possano aver 'disturbato' l'orbita dell'oggetto. È importante, però, perché ci aiuta a capire come nascono gli oggetti al confine tra pianeti giganti e piccole stelle, una domanda ancora irrisolta nell'astronomia moderna e, di conseguenza, a capire meglio come si formano le stelle e i sistemi planetari in generale, incluso il nostro</span><span>»</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il successo di questo studio sottolinea l'importanza della sinergia tra l'astrometria spaziale (Gaia) e la spettroscopia da terra (HARPS-N). Le future release dei dati di Gaia (DR4) permetteranno di confermare ulteriormente questi risultati, grazie a una copertura temporale più ampia che eviterà le ambiguità riscontrate finora.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Link allo studio:</span><a href="https://www.aanda.org/component/article?access=doi&amp;doi=10.1051/0004-6361/202557414"><span> </span><span>"The GAPS programme at TNG. LXX. HD,128717 B/Gaia-6 B: A long-period eccentric low-mass brown dwarf from astrometry and radial velocities"</span></a><span>, di M. Pinamonti, A. Sozzetti, D. Barbato, S. Desidera, K. Biazzo, A.S. Bonomo, A.F. Lanza, L. Naponiello, L. Affer, R.M. Anche, G. Andreuzzi, M. Basilicata, M. Brinjikji, M. Brogi, L. Cabona, E. Carolo, S. Colombo, M. Damasso, M. D'Arpa, S. Di Filippo, A. Harutyunyan, J. Hom, L. Mancini, G. Mantovan, D. Nardiello, K.R. Santhakumari, T. Zingales, è disponibile su </span><span>Astronomy &amp; Astrophysics</span><span>. </span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Il Satellite COSMO&#45;SkyMed CSG&#45;FM3: nuove capacità per l’Osservazione della Terra</title>
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<description><![CDATA[ Una panoramica delle innovazioni tecnologiche del satellite CSG-FM3 del programma COSMO-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa, che porteranno ad un ulteriore rafforzamento delle capacità di osservazione e monitoraggio della Terra ]]></description>
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<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 16:18:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-081c07db-7fff-8171-9dd8-4bc7c5239ab0"><strong>Roma, Vancouver</strong><span> e il <strong>fiume </strong></span><strong>Padma</strong><span>, in <strong>Bangladesh</strong>. Sono i protagonisti delle prime 3 istantanee scattate da </span><strong>COSMO-SkyMed CSG-FM3</strong><span>, il terzo satellite di seconda generazione del programma di <strong>Osservazione della Terra Cosmo-Skymed, dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa. </strong>Le</span><span> </span><a href="https://www.asi.it/2026/01/il-primo-sguardo-sulla-terra-per-il-satellite-cosmo-skymed-fm3/" target="_blank" rel="noopener"><span>prime immagini</span></a><span> della Terra catturate dal nuovo satellite CSG-FM3 sono state rilasciate il </span><strong>19 gennaio</strong><span>, circa due settimane dopo il suo lancio, avvenuto il 2 gennaio dalla Vandenberg Space Force Base, in California. Queste prime evidenze confermando le</span><span> <strong>ottimali condizioni del satellite</strong></span><span>, mentre proseguono le attività di verifica per portare CSG-FM3 in piena operatività, rafforzando il valore della costellazione </span><span>Made in Italy</span><span> e il ruolo del nostro Paese come leader nell’Osservazione della Terra.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Roberto Formaro, Direttore Ingegneria e Tecnologie ASI</strong>: </span><em>«Cosmo-Skymed rappresenta una grande sfida istituzionale. Circa vent'anni fa, due importanti istituzioni, l'Agenzia Spaziale Italiana e la Difesa, hanno deciso di investire insieme su un sistema comune. Abbiamo realizzato questa grande costellazione, unica nel suo genere, una costellazione duale che con la prima generazione ha portato una grande innovazione: un sistema che è contemporaneamente classificato e non classificato, quindi capace sistematicamente di soddisfare le esigenze di due tipologie di utenti che prima si pensava non potessero gestire insieme un unico sistema. Poi con la seconda generazione abbiamo portato grandi innovazioni e ulteriori capacità e quindi oggi siamo in grado di servire con notevole efficienza due sistemi istituzionali che utilizzano diverse informazioni e diverse modalità operative».</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La costellazione italiana contava sinora 4 satelliti operativi: due di prima generazione (CSK) e due di seconda generazione (CSG); a questi adesso si è  aggiunto il nuovo CSG-FM3. Tutti dotati di un radar ad apertura sintetica, i satelliti Cosmo-Skymed riescono ad acquisire immagini in banda X a elevata risoluzione in qualsiasi condizione meteorologica e di illuminazione. CSG-FM3 introduce nuovi modi operativi e capacità avanzate di monitoraggio, grazie anche a un’antenna radar di nuova generazione che consente di acquisire contemporaneamente immagini multiple di territori diversi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Claudia Facchinetti, Program manager COSMO-SkyMed</strong>: </span><em>«FM3 ha un'antenna che utilizza una nuova tecnologia che gli permette di essere più flessibile e di poter identificare aree diverse, quindi prendere immagini su aree diverse e contemporaneamente. Sono state inserite anche altre soluzioni come l'utilizzo della tecnologia additiva, che ci permette di alleggerire alcune appendici del satellite. È stato poi inserito un laser reflector array sviluppato dall’INFN che ci permetterà di determinare la soluzione in orbita del nostro satellite con alta risoluzione. Questo, una volta inserito nei dati e raccolti dalle immagini, permetterà anche di georeferenziare meglio le immagini che verranno fornite agli utenti».</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le innovazioni tecnologiche di CSG-FM3 rafforzeranno ulteriormente le capacità di Osservazione della Terra del nostro Paese, garantendo un <strong>monitoraggio esteso, dalla gestione delle emergenze alla prevenzione dei rischi ambientali, fino alla sicurezza del territorio.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Claudia Facchinetti</strong>: </span><em>«La missione del satellite in orbita ci permetterà di lavorare a livello globale su tutto il territorio. I vantaggi sono tanti. Innanzitutto ci consentirà di avere dati in maniera sistematica e continua e di operare a livello di emergenza, affrontando tutte le fasi, dalla prevenzione al monitoraggio e all'intervento. Questo è molto utile perché ci permette di identificare quali sono i territori che possono essere soggetti a criticità, di fare mappe di rischio sulle quali poter intervenire. Un altro aspetto che è in grado di gestire FM3 è l’analisi del territorio, l’analisi delle coste, la verifica del traffico marittimo e dell’erosione costiera. Ma anche a livello di agricoltura può offrire diversi vantaggi, perché la possibilità di usufruire della doppia polarizzazione ci permette di capire qual è la vegetazione che stiamo coltivando, la sua crescita o se il territorio è ricco di acqua. In questo modo siamo in grado di ridurre il consumo d’acqua e di capire se il suolo è ricco o povero di determinati nutrienti, intervenendo laddove necessario con le giuste cure».</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie al nuovo satellite CSG-FM3, il programma COSMO-SkyMed si conferma di nuovo come l’unico sistema duale, civile-militare, al mondo capace di prestazioni così elevate, un risultato frutto della collaborazione tra istituzioni e industria nazionale. Il programma è stato infatti realizzato interamente in Italia dalla filiera industriale nazionale, con Leonardo, Thales Alenia Space, Telespazio ed e-GEOS.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><strong>Roberto Formaro</strong>: </span><em>«Questo sistema, Cosmo-Skymed, è stato realizzato attraverso lo sforzo di molti operatori del nostro sistema spaziale. Tutto ciò è stato realizzato attraverso la collaborazione sistematica tra il mondo istituzionale, gli investitori istituzionali, la Difesa e l'Agenzia Spaziale Italiana che hanno creduto in questa impresa. È stato coinvolto il mondo della Ricerca e dell'Università, che ha fornito la conoscenza, la base sulla quale si è costruito il sistema. Poi le aziende, che hanno beneficiato di questa conoscenza, implementando nelle tecnologie e nei sistemi dell'architettura spaziale, un sistema che è unico al mondo».</em></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Tecnologie digitali: ENEA sviluppa una replica virtuale della propria intera infrastruttura di calcolo</title>
<link>https://www.italia24.news/tecnologie-digitali-enea-sviluppa-una-replica-virtuale-della-propria-intera-infrastruttura-di-calcolo</link>
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<description><![CDATA[ ENEA sviluppa un “gemello digitale”, ovvero, una replica virtuale della propria intera infrastruttura di calcolo al fine di ottimizzare le proprie risorse e avere a disposizione nuovi strumenti avanzati per condurre diverse attività strategiche ]]></description>
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<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 15:07:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-b2ae1088-7fff-3289-55ce-b1f2a64f7b56"><span>ENEA ha sviluppato una </span><span><strong>replica virtuale</strong> </span><span>della propria intera </span><strong>infrastruttura</strong><span><strong> di calcolo</strong> ad alte prestazioni (HPC)[1]</span><span>, compreso il </span><span><strong>supercalcolatore CRESCO</strong> </span><span>disponibile presso il <strong>Centro Ricerche di Portici (Napoli)</strong>, per monitorare la risorsa fisica in tempo reale, ottimizzarne l’operatività e simulare strategie di </span><strong>risparmio energetico</strong><span>. Le attività, presentate in diverse conferenze internazionali e pubblicate sulla rivista online </span><a href="https://dl.acm.org/doi/full/10.1145/3696593.3696636" target="_blank" rel="noopener"><span>Association for Computing Machinary</span></a><span>, si sono svolte nell’ambito del progetto <strong>PNRR “Rome Technopole”.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il </span><span>supercalcolatore CRESCO</span><span> consente di eseguire milioni di miliardi di operazioni al secondo (petaflops) in diverse attività di ricerca scientifica, che comprendono: previsioni su cambiamento climatico e qualità dell’aria; ottimizzazione delle reti elettriche; studi su fusione nucleare ed efficienza energetica; simulazioni su materiali innovativi e nanotecnologie, biotecnologie e salute, </span><em>big data</em><span>, intelligenza artificiale e </span><em>machine learning</em><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie al gemello digitale del data center HPC, i ricercatori ENEA avranno a disposizione nuovi strumenti avanzati per condurre diverse attività strategiche, tra le quali: la </span><strong>manutenzione predittiva</strong><span> per individuare eventuali anomalie prima che possano compromettere il funzionamento dell’infrastruttura; <strong>l’</strong></span><span><strong>efficienza energetica</strong>, </span><span>che potrà essere ottenuta simulando soluzioni innovative di raffreddamento e di gestione dei carichi di lavoro; una </span><strong>maggiore resilienza</strong><span> dell’infrastruttura di calcolo, resa possibile dall’elaborazione di </span><span>scenari di guasto</span><span> e dalla valutazione dei percorsi più efficaci di ripristino operativo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Nello specifico, il sistema sviluppato da ENEA, in collaborazione con la start-up Trakti, combina quattro tecnologie avanzate: il </span><strong>digital twin</strong><span>, o gemello digitale, che è una replica virtuale di un sistema fisico, in questo caso un data center, che permette di monitorare, simulare e ottimizzare in tempo reale il suo funzionamento (consumi energetici, raffreddamento, carichi di lavoro e possibili guasti); la </span><strong>blockchain</strong><span>, che offre un registro distribuito per archiviare dati in blocchi concatenati in modo sicuro e immutabile, garantendo trasparenza, tracciabilità e affidabilità;  i </span><strong>token</strong><span>, ossia unità digitali in cui vengono suddivise le risorse del data center (potenza di calcolo, memoria ed energia), che vengono assegnate o scambiate tra utenti e progetti; i contratti digitali con valore legale registrati su blockchain (</span><strong>Smart Legal Contract</strong><span>), che permettono di automatizzare e regolare in maniera sicura l’impiego di server, storage e rete del data center.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Il nostro gemello digitale simula, attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale, scenari, ottimizzazione delle risorse, miglioramento della tolleranza ai guasti e, soprattutto, riduzione dei consumi di energia; infine, li registra su blockchain, così da garantire tracciabilità, sicurezza e affidabilità delle informazioni e delle decisioni prese», spiega la matematica <strong>Marta Chinnici</strong> del Laboratorio ENEA di Infrastrutture per il calcolo scientifico e ad alte prestazioni del Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili, presso il Centro Ricerche di Portici (Napoli). «Consumi e costi delle operazioni del nostro data center diventeranno più trasparenti e tracciabili e, infatti, abbiamo già registrato un </span><strong>incremento del 40% nella visibilità dei costi legati alle risorse condivise<span>»</span></strong><span>, prosegue Chinnici.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>I data center rappresentano la ‘spina dorsale’ che supporta la crescente domanda di capacità di elaborazione dati e archiviazione, a beneficio di imprese e cittadini. Tuttavia, la loro rapida espansione comporta sfide significative in termini di </span><strong>fabbisogni energetici</strong><span> e di </span><strong>impatto ambientale</strong><span>: si stima che i data center consumino oggi circa il 3% dell’energia globale, con una previsione di crescita fino al 21% della domanda energetica mondiale entro il 2030. Sul fronte delle emissioni, contribuiscono oggi per lo 0,3% alle emissioni climalteranti globali, con una crescita attesa fino all’8% entro il 2030. «Con la crescita della domanda di risorse di calcolo HPC, l’ottimizzazione dei consumi energetici dei data center diventa una questione cruciale. Con questa attività puntiamo a dimostrare l’applicabilità agli ambienti HPC del gemello digitale, che potrebbe diventare presto un punto di riferimento per una gestione più sostenibile, sicura e intelligente delle infrastrutture digitali critiche», conclude Chinnici.</span></p>
<p><span></span></p>
<p><em>Note:</em></p>
<p><em>[1] Il Data Center High Performance Computing (HPC) dell’ENEA ha il suo nucleo principale presso il Centro Ricerche ENEA di Portici, dove è installato il supercalcolatore CRESCO 6, 7 e 8 ma esistono nodi e infrastrutture di supporto anche in altri centri di ricerca ENEA (ad esempio Frascati e Casaccia vicino Roma), che fanno parte della rete HPC e collaborano per calcolo distribuito, lo storage e la gestione</em></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Patentino delle Competenze Digitali: NeoConnessi Young il progetto  di educazione digitale per le scuole secondarie di primo grado</title>
<link>https://www.italia24.news/patentino-delle-competenze-digitali-neoconnessi-young-il-progetto-di-educazione-digitale-per-le-scuole-secondarie-di-primo-grado</link>
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<description><![CDATA[ Prende via il progetto nazionale per le scuole secondarie di primo grado: un percorso educativo gratuito per ragazze e ragazzi dagli 11 ai 13 anni, realizzato in collaborazione con Wind Tre, Polizia di Stato, la Società Italiana di Pediatria e il Consiglio Nazionale dell&#039;Ordine degli Psicologi ]]></description>
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<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 10:14:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-9fedd68c-7fff-56e6-05c9-d780740431ed"><span>Di fronte a un </span><strong>uso sempre più precoce e pervasivo del digitale</strong><span>, la scuola si conferma luogo privilegiato in cui costruire competenze, consapevolezza e senso critico. È con questa visione educativa che opera </span><strong>NeoConnessi Young, il progetto nazionale gratuito</strong><span> rivolto alle scuole secondarie di primo grado, pensato per accompagnare studenti, docenti e famiglie nello sviluppo di competenze digitali sicure e responsabili. Il cuore dell'iniziativa è il </span><span><strong>Patentino delle Competenze Digitali</strong>, <strong>esito di un percorso di apprendimento basato sulla gamification</strong></span><span>, sviluppato in coerenza con il framework europeo di riferimento </span><strong>DigComp 2.2</strong><span> e validato dal </span><strong>Comitato Scientifico di NeoConnessi</strong><span>, composto da autorevoli esperti in pediatria, psicologia e sicurezza della </span><strong>Polizia di Stato</strong><span>, della </span><strong>Società Italiana di Pediatria</strong><span> e del </span><strong>Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le scuole che scelgono di aderire possono accedere gratuitamente a </span><strong>Digital Camp</strong><span>, la piattaforma che offre un'area di "training" fatta di quiz, sfide e attività di problem solving. Qui i partecipanti possono allenare le </span><strong>15 principali competenze della cittadinanza digitale</strong><span>, trasformando contenuti complessi in </span><strong>esperienze didattiche concrete, misurabili e motivanti</strong><span>. Il percorso si articola in </span><span>cinque moduli di gioco</span><span>, come le cinque aree del DigComp 2.2 – alfabetizzazione su informazioni e dati, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza e risoluzione dei problemi. Al termine dell'esperienza, una prova finale consente di ottenere il </span><strong>Patentino delle Competenze Digitali</strong><span>, rendendo visibile e misurabile il lavoro educativo svolto in classe.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il Patentino delle Competenze Digitali è uno degli strumenti gratuiti e accessibili messi a disposizione da </span><strong>NeoConnessi</strong><span>, il progetto di educazione digitale di </span><strong>Wind Tre</strong><span><strong> </strong>che dal 2024 si è ampliato includendo anche le scuole medie, oltre alle elementari, coinvolgendo così alunne e alunni fino ai 13 anni.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Un'unica iniziativa che assicura continuità nella crescita digitale degli studenti e </span><strong>offre agli insegnanti uno strumento progressivo che segue le diverse fasi dello sviluppo</strong><span>. Il progetto affronta in modo strutturato temi oggi centrali per il sistema scolastico come </span><strong>cittadinanza digitale, identità online, fake news, intelligenza artificiale, cyberbullismo e benessere digitale</strong><span>, offrendo uno strumento educativo per lavorare su questi ambiti in modo continuativo e integrato alla didattica.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La prevenzione in ambito digitale passa prima di tutto dalla conoscenza», sottolinea </span><span><strong>Roberta Mestichella</strong>,</span><span> Vice Questore della Polizia di Stato. «Accompagnare ragazze e ragazzi nella comprensione dei comportamenti online e delle responsabilità legate all'uso delle tecnologie significa fornire strumenti concreti per muoversi in rete in modo più sicuro». Accanto alla prevenzione, il progetto valorizza una prospettiva pedagogica che mette al centro lo sviluppo delle competenze.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«La vera sfida educativa oggi non è proteggere i ragazzi dal digitale, ma aiutarli ad abitare questo spazio in modo consapevole», sottolinea </span><strong>Vania Zadro</strong><span>, pedagogista del team La Fabbrica, partner del progetto. «Educare significa favorire lo sviluppo di competenze emotive, cognitive e relazionali che permettano di riconoscere i rischi, ma anche le opportunità della rete»</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Tommaso Vitali</strong><span>, Direttore B2C Marketing &amp; New Business Wind Tre, General Manager Wind Tre Luce &amp; Gas conclude: «Come operatore, sentiamo la responsabilità di essere una vera e propria porta d'accesso al digitale. Con questa mission abbiamo ideato NeoConnessi: non ci limitiamo a fornire connessioni, ma ci proponiamo di accompagnare genitori, figli e scuole con strumenti concreti e buone pratiche che li aiutino a vivere la rete in modo sicuro e responsabile. In quest'ottica, il Patentino Digitale è una tra le risorse gratuite e facilmente accessibili che mettiamo a disposizione, per promuovere un uso consapevole della tecnologia».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>NeoConnessi Young fa parte di NeoConnessi, il progetto di educazione digitale di Wind Tre, sviluppato con La Fabbrica Società Benefit di Gruppo Spaggiari Parma, realtà specializzata nella progettazione educativa, capace di tradurre le esigenze educative e gli indirizzi istituzionali in esperienze didattiche concrete per le scuole Attivo dal 2018, NeoConnessi ha già raggiunto quasi la metà degli istituti scolastici italiani.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La partecipazione è completamente gratuita. Tutte le informazioni e le modalità di adesione sono disponibili al link del <a href="https://neoconnessi.windtre.it/" target="_blank" rel="noopener">progetto</a>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Venere: una coppia di asteroidi potrebbe essere l&amp;apos;origine dello sciame di meteore nell&amp;apos;atmosfera del pianeta</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio guidato dall&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e pubblicato su Icarus, suggerisce che una coppia di asteroidi potrebbe essere l&#039;origine dello sciame di meteore nel pianeta Venere ]]></description>
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<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 12:00:34 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-24b06ae4-7fff-962c-70e8-8cc421768b93"><span><strong>Un duo di asteroidi con le orbite più rapide mai osservate nel Sistema solare potrebbe essere all'origine di uno sciame di meteore nell'atmosfera di Venere</strong>.</span><span> È quanto emerge da uno studio guidato dall'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e pubblicato su</span><span> Icarus</span><span>, il primo a suggerire un collegamento diretto tra la coppia di asteroidi e le meteore venusiane, analogamente a quanto accade sulla Terra con l'asteroide Phaethon, progenitore dello sciame delle Geminidi. </span><strong>Prima di questo lavoro, infatti, nessuno aveva associato in modo convincente uno sciame meteorico su Venere a corpi asteroidali</strong><span><strong>: </strong>si riteneva che tutte le possibili correnti meteoriche venusiane derivassero esclusivamente da comete, come quella di Halley.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">I frammenti di un asteroide progenitore</h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Se il nostro pianeta impiega un anno per girare attorno al Sole, gli asteroidi </span><a href="https://www.media.inaf.it/2021/08/24/asteroide-2021-ph27/" target="_blank" rel="noopener"><span> </span><span>2021 PH27</span></a><span> e</span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/2025_GN1" target="_blank" rel="noopener"><span> </span><span>2025 GN1</span></a><span> lo fanno in poco meno di quattro mesi. Questi due asteroidi appartengono al raro gruppo degli Atira, corpi che orbitano completamente all'interno dell'orbita terrestre senza mai incrociarsi, e completano la loro rivoluzione in soli 115 giorni, il periodo più breve mai registrato tra gli asteroidi del Sistema solare. I due oggetti seguono orbite quasi identiche e presentano una composizione molto simile, una somiglianza che rende improbabile una coincidenza dinamica e suggerisce, invece, l'esistenza di un progenitore comune, frammentatosi in tempi relativamente recenti e capace di generare anche piccoli detriti che potrebbero intercettare l'atmosfera di Venere.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per comprendere come si siano formati 2021 PH27 e 2025 GN1, i ricercatori hanno simulato l'evoluzione delle loro orbite nel passato. «Considerando che le orbite passano molto vicino a Venere, è naturale chiedersi se frammenti molto piccoli, dell'ordine di un millimetro, generati dalla frammentazione del corpo originale, possano ancora trovarsi in orbita attorno al Sole», spiega </span><strong>Albino Carbognani</strong><span>, ricercatore INAF e primo autore dello studio. «Le nostre simulazioni confermano che è effettivamente possibile».</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Le simulazioni mostrano che la rottura dell'asteroide originale non può essere stata causata né dalle forze di marea esercitate da Venere - nonostante i numerosi passaggi ravvicinati del passato - né dall'azione diretta delle maree solari, poiché le distanze minime raggiunte non sono mai state sufficienti a innescare questo processo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">Possibile causa della frammentazione</h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>La frammentazione sarebbe riconducibile a un diverso meccanismo</strong><span>: l'asteroide progenitore avrebbe mantenuto per migliaia di anni un perielio estremamente basso, inferiore a 15 milioni di chilometri dal Sole. A queste distanze, il calore intenso può provocare la fratturazione della superficie e, soprattutto, aumentare gradualmente la sua velocità di rotazione grazie <strong>all'</strong></span><strong>effetto YORP</strong><span>,  fenomeno per cui l'asteroide, assorbendo la luce solare e poi riemettendola nello spazio, può ruotare sempre più velocemente. Con il tempo, questa accelerazione può diventare così forte da far superare all'asteroide il limite della sua stabilità, provocandone la rottura in più frammenti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Gli scienziati stimano che la frammentazione dell'asteroide progenitore sia avvenuta tra 17 mila e 21 mila anni fa, un intervallo ancora troppo breve perché le forze gravitazionali di Venere abbiano potuto modificare in modo significativo le orbite dei due asteroidi, che ancora oggi seguono traiettorie praticamente identiche. Durante questa rottura, oltre ai due corpi principali, si sarebbero dispersi nello spazio numerosi piccoli frammenti, di dimensioni dell'ordine del millimetro, parte dei quali potrebbe ancora condividere l'orbita della coppia, poiché l'azione della radiazione solare non ha avuto tempo sufficiente per rimuoverli del tutto.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Dal momento che l'orbita della coppia 2021 PH27-2025 GN1 passa a soli </span><strong>2 milioni di chilometri</strong><span><strong> </strong>da quella di Venere, </span><strong>questi piccoli frammenti potrebbero intercettare l'atmosfera del pianeta, dando origine a uno sciame di meteore</strong><span><strong>.</strong> «Un caso ben noto sulla Terra è quello delle Geminidi, generate dall'asteroide Phaethon», spiega Carbognani, «e i nostri risultati suggeriscono che un fenomeno analogo possa verificarsi anche su Venere».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio, di natura teorica, si basa su osservazioni già disponibili da telescopi terrestri ed è stato reso possibile dalla recente scoperta di 2025 GN1, avvenuta ad aprile 2025. L'analisi di queste rare coppie di asteroidi </span><span>near-Earth</span><span> permette di ottenere informazioni preziose sui processi fisici che modellano il Sistema solare interno. «Dalle simulazioni possiamo individuare le date in cui Venere e l'asteroide 2021 PH27, il più grande della coppia, raggiungono la minima distanza orbitale possibile (MOID o </span><span>Minimum Orbital Intersection Distance</span><span>), e stimare quando, nell'atmosfera di Venere, sarebbe teoricamente più probabile osservare le meteore più brillanti provenienti da questi frammenti», dice Carbognani.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">Osservare di nuovo gli asteroidi</h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><strong>La prossima data favorevole è il 5 luglio 2026</strong><span>, ma l'osservazione dei </span><span>fireball</span><span> venusiani risulta estremamente complessa: solo i più luminosi, con magnitudine assoluta compresa tra -12 e -15, </span><strong>una luminosità almeno paragonabile a quella della Luna piena</strong><span>, potrebbero essere visibili dalla Terra. «Per aumentare le probabilità di rilevamento, l'opzione ideale sarebbe un'osservazione diretta dall'orbita di Venere tramite una sonda spaziale», conclude Carbognani. </span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Sebbene non costituiscano alcun pericolo per la Terra, 2021 PH27 e 2025 GN1 offrono un esempio affascinante di come processi osservati nel nostro cielo possano avere analoghi anche su altri pianeti e zone del Sistema solare.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Il lavoro è frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge anche il <strong>Centro di Coordinamento NEO dell'ESA (ESRIN/PDO), le Università di Alicante e di Barcellona, e il NSF NOIRLab di Hilo nelle Hawaii.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Link allo studio: "</span><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0019103526000059" target="_blank" rel="noopener"><span>Investigation of the dynamics and origin of the NEA pair 2021 PH27 and 2025 GN1</span></a><span>", di Albino Carbognani, Marco Fenucci, Toni Santana-Ros, Clara E. Martínez-Vázquez, Marco Micheli</span><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>La Commissione europea rafforza la resilienza e le capacità dell&amp;apos;UE in materia di cybersicurezza</title>
<link>https://www.italia24.news/la-commissione-europea-rafforza-la-resilienza-e-le-capacita-dellue-in-materia-di-cybersicurezza</link>
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<description><![CDATA[ Bruxelles aggiorna il Cybersecurity Act per aumentare la protezione dell&#039;UE contro le crescenti minacce informatiche e semplificare la certificazione dei prodotti ICT ]]></description>
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<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 11:17:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-11940111-7fff-37cc-a5c3-576051b56de4"><span>L'Europa si trova quotidianamente ad affrontare attacchi informatici e ibridi nei confronti di servizi essenziali e istituzioni democratiche, perpetrati da gruppi statali e criminali che operano con tecniche sofisticate. La Commissione europea ha proposto oggi un </span><span><strong>nuovo pacchetto sulla cybersicurezza</strong> </span><span>per rafforzare ulteriormente la resilienza e le capacità dell'UE in materia di cybersicurezza di fronte all'aumento di tali minacce.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il pacchetto comprende una proposta di </span><span><strong>revisione del regolamento sulla cybersicurezza</strong> </span><span>che rafforza la sicurezza delle catene di approvvigionamento delle <strong>tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) </strong>dell'UE. Garantisce che i prodotti destinati ai cittadini dell'UE siano progettati per essere sicuri dal punto di vista informatico attraverso un processo di certificazione più semplice. Facilita inoltre il rispetto delle norme dell'UE vigenti in materia di cybersicurezza e rafforza <strong>l'Agenzia dell'Unione europea per la cybersicurezza (ENISA)</strong> nel sostenere gli Stati membri e l'UE ai fini della gestione delle minacce informatiche.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento delle TIC nell'UE</span></h2>
<h3 dir="ltr"></h3>
<p dir="ltr">Il nuovo regolamento sulla cybersicurezza mira a ridurre i rischi nelle catene di approvvigionamento delle TIC dell'UE connessi a fornitori di paesi terzi che presentano criticità per quanto riguarda la cybersicurezza. Definisce un quadro affidabile per la sicurezza delle catene di approvvigionamento delle TIC che si fonda su un approccio armonizzato, proporzionato e basato sul rischio. In tal modo l'UE e gli Stati membri potranno individuare e attenuare congiuntamente i rischi nei 18 settori critici dell'UE, tenendo conto anche degli impatti economici e dell'offerta di mercato.</p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I recenti incidenti di sicurezza informatica hanno evidenziato i principali rischi posti dalle vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento delle TIC, che sono fondamentali per il funzionamento di servizi e infrastrutture essenziali. Nell'attuale panorama geopolitico, la sicurezza delle catene di approvvigionamento non riguarda più solo la sicurezza tecnica di prodotti o servizi, ma anche i rischi connessi a un fornitore, in particolare le dipendenze e le ingerenze straniere.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il regolamento sulla cybersicurezza consentirà di attuare l'imperativa riduzione dei rischi per le reti di telecomunicazioni mobili europee connessi a fornitori di paesi terzi ad alto rischio, sulla base del lavoro già svolto nell'ambito del </span><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_123" target="_blank" rel="noopener"><span>pacchetto di strumenti per la sicurezza del 5G</span></a><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Semplificare e migliorare il quadro europeo di certificazione della cybersicurezza</span></h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>La revisione del regolamento sulla cybersicurezza garantirà che i prodotti e i servizi destinati ai consumatori dell'UE siano testati in modo più efficiente sotto il profilo della sicurezza grazie a un <strong>rinnovato quadro europeo di certificazione della cybersicurezza (ECCF).</strong> L'ECCF apporterà maggiore chiarezza e procedure più semplici, consentendo di sviluppare schemi di certificazione entro 12 mesi in ogni caso. Introdurrà inoltre una governance più agile e trasparente per coinvolgere meglio i portatori di interessi attraverso l'informazione e la consultazione pubblica.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I sistemi di certificazione, gestiti dall'ENISA, diventeranno uno strumento pratico e volontario per le imprese. Consentiranno alle imprese di dimostrare la conformità alla legislazione dell'UE, riducendo gli oneri e i costi. Oltre ai prodotti, ai servizi, ai processi e ai servizi di sicurezza gestiti basati sulle TIC, le imprese e le organizzazioni saranno in grado di <strong>certificare la loro posizione di cybersicurezza per soddisfare le esigenze del mercato</strong>. In ultima analisi, il nuovo ECCF costituirà un vantaggio competitivo per le imprese dell'UE. Per i cittadini, le imprese e le autorità pubbliche dell'UE garantirà un elevato livello di sicurezza e fiducia nelle complesse catene di approvvigionamento delle TIC.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Facilitare il rispetto delle norme in materia di cybersicurezza</span></h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il pacchetto introduce misure volte a semplificare il rispetto delle norme dell'UE in materia di cybersicurezza e degli obblighi di gestione dei rischi per le imprese che operano nell'UE, integrando lo </span><span>sportello unico per la segnalazione degli incidenti</span><span> proposto nell'omnibus digitale. Le modifiche mirate della direttiva NIS 2 mirano ad aumentare la chiarezza giuridica. Agevoleranno la conformità per 28 700 imprese, tra cui 6 200 microimprese e piccole imprese. Introdurranno inoltre una nuova categoria di piccole imprese a media capitalizzazione nell'intento di ridurre i costi di conformità per 22 500 imprese. Le modifiche semplificheranno le norme giurisdizionali, snelliranno la raccolta di dati sugli attacchi ransomware e faciliteranno la vigilanza di soggetti operanti a livello transfrontaliero mediante il rafforzamento del ruolo di coordinamento dell'ENISA.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Potenziare l'ENISA per incrementare la resilienza dell'Europa in materia di cybersicurezza</span></h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Dall'adozione del primo regolamento sulla cybersicurezza nel 2019, l'ENISA è diventata una pietra angolare dell'ecosistema della cybersicurezza dell'UE. Grazie al regolamento sulla cybersicurezza riveduto, presentato oggi, l'ENISA è in grado di <strong>aiutare l'UE e i suoi Stati membri a comprendere le minacce comuni. Inoltre dà loro la possibilità di prepararsi e di rispondere agli incidenti informatici.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'Agenzia sosterrà ulteriormente le imprese e i portatori di interessi attivi nell'UE emettendo allerte tempestive su minacce e incidenti informatici. In collaborazione con l'Europol e i </span><a href="https://csirtsnetwork.eu/" target="_blank" rel="noopener"><span>gruppi di intervento per la sicurezza informatica in caso di incidente</span></a><span>, sosterrà le imprese sia in fase di risposta agli attacchi ransomware che di ripresa dopo tali attacchi. L'ENISA svilupperà inoltre un approccio dell'Unione per fornire ai portatori di interessi servizi migliori di gestione delle vulnerabilità e provvederà al funzionamento dello sportello unico per la segnalazione degli incidenti proposto nell'</span><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_25_2718" target="_blank" rel="noopener"><span>omnibus digitale</span></a><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>L'ENISA continuerà a svolgere un ruolo chiave nel creare una forza lavoro qualificata nel settore della cybersicurezza in Europa. A tal fine guiderà l'iniziativa pilota dell'accademia per le competenze in materia di cybersicurezza e istituirà regimi di attestazione delle competenze di cybersicurezza a livello dell'UE.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>Prossime tappe</span></h2>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il regolamento sulla cybersicurezza sarà applicabile immediatamente dopo l'approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio dell'UE. Contestualmente, saranno presentate per l'approvazione anche le modifiche della direttiva NIS 2. Dopo l'adozione, gli Stati membri avranno un anno di tempo per attuare la direttiva nell'ordinamento nazionale e per comunicare i testi pertinenti alla Commissione.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Nuovi modelli embrionali per studiare l’inizio della vita  e per nuove applicazioni mediche nella prevenzione e nel trattamento di infertilità e malattie congenite</title>
<link>https://www.italia24.news/nuovi-modelli-embrionali-per-studiare-linizio-della-vita-e-per-nuove-applicazioni-mediche-nella-prevenzione-e-nel-trattamento-di-infertilita-e-malattie-congenite</link>
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<description><![CDATA[ Uno studio condotto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (Cnr-Igb), in collaborazione con l&#039;Università della Campania &quot;Luigi Vanvitelli&quot;, l&#039;Università degli Studi di Napoli Federico II e la svedese Lund University, ha svelato una funzione finora sconosciuta di una particolare classe di RNA non codificanti, gli RNA ultraconservati, nello sviluppo embrionale. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista EMBO Journal ]]></description>
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<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 12:28:58 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-a791f5b0-7fff-20a5-f46d-9935809fb69d"><span>Una ricerca guidata dall'<strong>Istituto di genetica e biofisica "A. Buzzati-Traverso"</strong> del <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (Cnr-Igb) </strong>ha individuato il ruolo chiave di un tipo di <strong>RNA non codificanti - cioè molecole di RNA che non producono proteine</strong>, ma svolgono ruoli altrettanto fondamentali nel funzionamento delle cellule - e costituiscono una frontiera ancora in gran parte inesplorata della biologia molecolare.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>EMBO Journal</strong>, si concentra su una precisa categoria di RNA non codificanti, ovvero gli ultraconserved RNAs (RNA ultraconservati), così chiamati perché la loro sequenza è rimasta invariata nel corso dell'evoluzione ed infatti è identica in specie diverse, come topo, ratto e uomo. L'estrema conservazione di queste molecole ha suggerito che potessero essere coinvolte nella regolazione di uno dei processi biologici più importanti e complessi: lo sviluppo embrionale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per studiare una specifica molecola della famiglia degli RNA ultraconservati, chiamata T-UCstem1, i ricercatori e le ricercatrici hanno utilizzato un innovativo modello di organoidi embrionali: i gastruloidi. Tali modelli sono ottenuti in laboratorio a partire da cellule staminali embrionali di topo capaci di riprodurre in vitro gli eventi chiave della gastrulazione, una delle fasi cruciali dello sviluppo embrionale dei mammiferi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"I gastruloidi permettono di osservare e controllare fasi dello sviluppo che, negli organismi viventi, sono difficilmente accessibili", spiega <strong>Annalisa Fico</strong>, ricercatrice del Cnr-Igb e responsabile dello studio. "Grazie a questo modello, abbiamo potuto modificare in modo controllato i livelli di T-UCstem1 e seguire in tempo reale le conseguenze sullo sviluppo e sul funzionamento delle cellule".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati mostrano che T-UCstem1 svolge una funzione regolatoria chiave nell'organizzazione dell'embrione: controlla l'espressione di geni cruciali per la definizione dell'asse embrionale e per la corretta organizzazione dei tessuti. In assenza o in eccesso di questo RNA, i gastruloidi mostrano alterazioni significative della simmetria e della morfologia, evidenziando per la prima volta un legame diretto tra la regolazione degli RNA non codificanti e i programmi di sviluppo embrionale.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"L'utilizzo dei gastruloidi rappresenta un avanzamento tecnologico fondamentale, perché consente di ricostruire in vitro un contesto morfogenetico complesso, dove questi trascritti esercitano realmente la loro funzione regolatoria", aggiunge <strong>Gabriella Minchiotti</strong> (Cnr-Igb) coautrice della ricerca.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Questo studio rappresenta un'innovazione su due fronti. In primis, evidenzia il grande potenziale di un settore di ricerca in rapido sviluppo: quello dei modelli embrionali basati su cellule staminali, come i gastruloidi. Questi modelli, permettendo di studiare in laboratorio fasi dello sviluppo embrionale, attualmente si affiancano alla sperimentazione animale, ma a lungo termine potrebbero ridurla e in parte sostituirla.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In secondo luogo, la ricerca apre nuove prospettive anche in campo medico. Capire meglio i meccanismi delle prime fasi della vita e il ruolo degli RNA non codificanti potrebbe aiutare in futuro a comprendere le cause di alcune malattie congenite e dell'infertilità e sviluppare di conseguenza nuove strategie di prevenzione e trattamento.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: <a href="https://link.springer.com/article/10.1038/s44318-025-00558-2" target="_blank" rel="noopener">Coppola, A., Amoroso, F., Saracino, F. et al. Non-cell-autonomous control of mouse gastruloid development by the ultra-conserved lncRNA T-UCstem1. EMBO J 44, 7620–7648 (2025)</a></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Università di Padova: anche i pesci commettono errori di ragionamento</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-padova-una-ricerca-riscontra-le-fallacie-cognitive-anche-nei-pesc</link>
<guid>https://www.italia24.news/universita-di-padova-una-ricerca-riscontra-le-fallacie-cognitive-anche-nei-pesc</guid>
<description><![CDATA[ Ricercatori dell&#039;Università di Padova riscontrano la fallacia cognitiva alla base del paradosso di Monty Hall non solo nei primati ma anche nei pesci ]]></description>
<enclosure url="https://www.italia24.news/uploads/images/202601/image_870x580_696f54ac63291.webp" length="25376" type="image/jpeg"/>
<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 11:07:46 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-ec6aab26-7fff-cf39-6fde-8438be59e339"><span>Gli esseri umani commettono spesso errori di ragionamento quando devono prendere decisioni in condizioni di incertezza. Questi "tranelli della mente", noti come fallacie cognitive, nascono da un'errata valutazione sulla probabilità che un determinato evento accada o su risposte irrazionali che accompagnano le scelte.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Uno degli esempi più famosi è il <strong>paradosso di Monty Hall</strong>, un gioco di probabilità in cui la maggior parte delle persone tende a scegliere l'opzione meno vantaggiosa. Il dilemma, reso celebre da un quiz televisivo, prevede la scelta tra tre porte: solo una nasconde un premio. Dopo la prima scelta del concorrente, il conduttore apre una porta vuota e offre la possibilità di mantenere la decisione iniziale oppure cambiare. Anche se il calcolo corretto mostra che cambiare porta raddoppierebbe le probabilità di vincere, la maggior parte delle persone preferisce non farlo, ignorando il fatto che la scelta del conduttore non è casuale e che quindi le due opzioni rimaste non hanno la stessa probabilità di portare alla vincita.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Studiare le fallacie di ragionamento negli animali può permetterci di capire cos'è "tipicamente" umano e le origini evoluzionistiche di determinati processi cognitivi. Le ricerche su primati e uccelli hanno finora mostrato risultati contrastanti: i macachi sembrano essere in difficoltà – come noi umani – di fronte a questo enigma statistico, mentre i piccioni sembrano imparare rapidamente a cambiare la prima scelta e ottimizzare le possibilità di successo. Questo ha indotto i ricercatori a credere che i processi cognitivi che portano a fallacie di ragionamento di questo tipo fossero prevalentemente legati ai complessi sistemi neuro-cognitivi dei primati (umani e non).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>La ricerca dell'Università di Padova, pubblicata sulla rivista «Cognition» e condotta da Christian Agrillo e Alessandra Pecunioso del Dipartimento di Psicologia Generale, apre invece nuovi scenari, sottoponendo a test esemplari di pesce fantasma (Kryptopterus bicirrhis).</strong><span> </span>Se sottoposti a una versione computerizzata del Monty Hall, i pesci – come gli umani e i macachi – tendono a mantenere la prima scelta piuttosto che virare sulla seconda (e più vantaggiosa) alternativa rimasta. I pesci inoltre preferiscono confermare la scelta iniziale anche dopo 200 prove, nonostante il premio continui a giungere in prevalenza quando questi cambiano la scelta.</p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Gli esseri umani sottoposti a questo test fanno errori nel calcolo delle probabilità, ma non solo: è stato dimostrato che a volte mantengono la prima scelta per il timore di vedere che il cambio effettuato all'ultimo è stato svantaggioso e percependo quindi una "perdita" maggiore rispetto alla condizione di partenza. Inoltre, esiste una sorta di illusione di maggior controllo degli eventi al momento della prima scelta, quando questa avviene senza interferenze del conduttore del gioco. Non possiamo escludere che certe risposte "emotive" si verifichino anche negli animali ma riteniamo che una spiegazione più plausibile sia la difficoltà dei pesci di stimare eventi di probabilità condizionata» </span><span>spiega il prof. <strong>Christian Agrillo, </strong></span><strong>corresponding author della ricerca e docente al Dipartimento di Psicologia Generale dell'Università di Padova.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Non è la prima volta che animali distanti filogeneticamente da noi mostrino interessanti convergenze in processi percettivi e cognitivi – </span><span>aggiunge la <strong>dott.ssa Alessandra Pecunioso, autrice della ricerca e ricercatrice all'Ateneo patavino</strong></span><span><strong> </strong>–. Il fatto che un pesce faccia una scelta sub-ottimale nel gioco del Monty Hall ci suggerisce che anche i processi cognitivi alla base delle cosiddette fallacie di ragionamento si possano verificare con un'organizzazione dei circuiti neurali completamente diversa dalla nostra, arrivando ad essere presenti in animali senza corteccia cerebrale».</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Link allo studio: </span><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0010027726000041" target="_blank" rel="noopener"><span>A cognitive fallacy in a fish? Glass catfish, like humans, make sub-optimal choices in the Monty Hall dilemma </span><span>– «Cognition» – 2026</span></a></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Marte: un passato abitabile rivelato dalle sue argille</title>
<link>https://www.italia24.news/marte-un-passato-abitabile-rivelato-dalle-sue-argille</link>
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<description><![CDATA[ Un nuovo studio, guidato dall&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica, presenta la mappa più dettagliata mai realizzata delle argille marziane, rivelando una grande varietà di minerali formatisi in presenza di acqua, elemento chiave per la selezione dei siti di atterraggio delle future missioni esplorative ]]></description>
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<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 10:56:50 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-b7755d9d-7fff-137a-9411-9d1e353099e0"><span>Un nuovo studio dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) fornisce la </span><strong>mappa più dettagliata mai realizzata della distribuzione e della composizione delle argille sulla superficie di Marte</strong><span>, offrendo nuove chiavi di lettura sull'evoluzione geologica del pianeta, sul ruolo dell'acqua nel suo passato e sulla sua potenziale abitabilità.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il lavoro, pubblicato sulla rivista </span><span><em>Journal of Geophysical Research</em>: Planets</span><span>, si basa su quasi 1500 osservazioni condotte su scala globale e acquisite dallo spettrometro CRISM (Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Grazie a questa analisi è stato possibile estrarre e interpretare le firme spettrali nell'infrarosso delle argille presenti sulla superficie marziana.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le argille marziane rappresentano una traccia diretta dell'acqua che un tempo ha modellato il quarto pianeta del Sistema solare e i luoghi in cui la vita avrebbe potuto svilupparsi. Alcune regioni del pianeta rosso sono infatti considerate ambienti privilegiati per la possibile conservazione di biofirme; per questo motivo, la loro distribuzione e la composizione mineralogica costituiscono elementi chiave sia per la ricostruzione degli antichi ambienti acquosi di Marte sia per la selezione dei siti di atterraggio delle future missioni di esplorazione.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>"Abbiamo realizzato una mappa globale, messa a disposizione della comunità 'marziana' internazionale, che mostra la distribuzione dei principali minerali idratati presenti su Marte, tra cui argille, solfati, cloriti e carbonati", spiega </span><strong>Jeremy Brossier</strong><span>, ricercatore dell'INAF e primo autore dell'articolo. "Il nuovo studio fornisce inoltre una caratterizzazione dettagliata dei minerali argillosi, dalle fasi ricche di ferro (nontroniti) a quelle ricche di magnesio (saponiti), includendo anche composizioni intermedie come vermiculiti e ferrosaponiti. Questa ampia diversità mineralogica riflette una storia geochimica lunga e complessa del pianeta, legata a diverse condizioni di formazione e alterazione in presenza di acqua".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per ottenere questi risultati, il team ha sviluppato nuovi metodi per ridurre il cosiddetto "rumore" nei dati spettrali, migliorando in modo significativo le capacità di identificare e distinguere le firme delle argille e di altri minerali. È stato inoltre implementato un approccio innovativo per estrarre dettagli dagli spettri, consentendo di separare con maggiore precisione i segnali associati alle argille ricche di ferro da quelle ricche di magnesio.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">La varietà del suolo marziano</h2>
<p dir="ltr"><span>I risultati mostrano variazioni spaziali significative nella mineralogia argillosa di Marte: le nontroniti, ricche di ferro, dominano nella regione di Mawrth Vallis, mentre le saponiti, ricche di magnesio, sono concentrate soprattutto nelle aree di Nili Fossae e di Libya Monter. Oxia Planum, il sito di atterraggio del rover europeo Rosalind Franklin della missione ExoMars dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA), ospita invece argille di composizione più intermedia, tra cui vermiculiti e ferrosaponiti. Queste caratteristiche rendono Oxia Planum un'area particolarmente promettente per lo studio degli antichi ambienti acquosi e per la ricerca di possibili biofirme.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Proprio per questo, "lo studio si inserisce direttamente nel contesto della missione ExoMars, che prevede l'esplorazione del suolo marziano a partire dal 2030. In questo scenario, l'INAF svolge un ruolo di primo piano nello sviluppo dello strumento Ma_MISS (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies), uno spettrometro progettato per analizzare rocce e suoli del sottosuolo marziano e ricostruirne la storia geologica e ambientale", conclude il ricercatore.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Link allo studio: </span><a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JE009393"><span>"</span><span>Ferromagnesian Clay Diversity Across Mars' Crustal Dichotomy: A Window Into Early Aqueous Environments</span><span>"</span></a><span>, di Jeremy Brossier, Francesca Altieri, Maria Cristina De Sanctis, Alessandro Frigeri, Marco Ferrari, Simone De Angelis, Enrico Bruschini, Monica Rasmussen, Janko Trisic Ponce, è stato pubblicato online sulla rivista </span><span>Journal of Geophysical Research: Planets</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Dopo una nova rossa luminosa: ecco cosa diventano due stelle che si fondono</title>
<link>https://www.italia24.news/dopo-una-nova-rossa-luminosa-ecco-cosa-diventano-due-stelle-che-si-fondono</link>
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<description><![CDATA[ Un gruppo di ricerca dell&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) è riuscito a rispondere a una domanda fondamentale: che cosa rimane dopo che due stelle si avvicinano, si scontrano e si fondono? Una stella simile a una supergigante rossa, un faro luminoso ma transiente, a metà fra una semplice nova e una prorompente supernova ]]></description>
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<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 10:42:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-f8568621-7fff-3a76-98b7-390bf562460b"><span>Quando due stelle si avvicinano, si scontrano e si fondono, esplodono in una nova rossa luminosa (LRN o </span><em>Luminous Red Nova</em><span> in inglese). Un faro luminoso ma transiente, a metà fra una semplice nova e una prorompente supernova. Fra i maggiori esperti nello studio di questi particolari oggetti astrofisici, c'è un gruppo di ricerca dell'<strong>Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong>, che negli ultimi anni ha raccolto numerosi esemplari in galassie esterne alla Via Lattea. E che, ultimamente, è riuscito a rispondere a una fondamentale domanda: </span><strong>che cosa rimane dopo, quando la nova rossa luminosa si spegne e le due stelle sono diventate un unico oggetto? Una stella simile a una supergigante rossa</strong><span><strong>,</strong> scrivono in un articolo disponibile su </span><strong>Astronomy &amp; Astrophysics.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">Luminous Red Nova: il fenomeno transiente</h2>
<p dir="ltr"><span>La maggior parte dei fenomeni astrofisici evolve in un arco di tempo di migliaia, se non milioni di anni. Esistono alcuni fenomeni, però, come l'esplosione di una supernova o la fusione (</span><em>merging</em><span> in inglese) fra buchi neri o stelle di neutroni, che si sviluppano in periodi inferiori alla durata della vita umana (da millisecondi a decenni) e offrono agli studiosi la possibilità di assistere "in diretta" alla loro evoluzione. In gergo vengono chiamati </span><strong>"fenomeni transienti"</strong><span><strong> </strong>e anche gli scontri fra stelle rientrano fra questi.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"Normalmente non possiamo assistere all'evoluzione di un sistema che avviene in milioni di anni, ma queste coppie di stelle stanno vivendo gli ultimi istanti prima dello scontro, che invece avviene in tempi molto più rapidi", spiega </span><strong>Andrea Reguitti</strong><span>, ricercatore all'INAF e primo autore dello studio. "Il transiente che ne consegue, infatti, ha tempi evolutivi comparabili con quelli di una supernova, ovvero alcuni mesi".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il transiente in questione si chiama LRN e rientra nella famiglia dei transienti ottici di luminosità intermedia: si osserva nella luce visibile , nella fase più brillante ha una luminosità intermedia tra quella delle Novae classiche e delle Supernovae, ed è il risultato dello scontro e fusione di due stelle ordinarie , che possono avere masse in un intervallo molto ampio, da più piccole del Sole fino a 50 volte più massicce.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>Nel loro studio, Reguitti e i suoi colleghi hanno selezionato nove di questi transienti, ma solo per due di essi sono riusciti a scrivere l'intera storia: AT 2011kp, che hanno ritrovato 12 anni dopo la fusione, e AT 1997bs, che hanno ritrovato addirittura 27 anni dopo. </span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"In alcuni casi, analizzando immagini d'archivio dei principali telescopi spaziali prese anni prima dell'evento, è stato possibile individuare il progenitore, ossia studiare il sistema così com'era prima di fondersi, e capire dunque quali tipi di stelle fossero coinvolte", continua Reguitti. "Tuttavia, fino ad ora non si sapeva che tipo di stella sarebbe rimasta dopo la coalescenza".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per riuscirci, è necessario innanzitutto aspettare diversi anni dopo l'apparizione di un LRN prima che il sistema si assesti; occorre poi osservarlo con un telescopio spaziale in grado di individuare le singole stelle in altre galassie e, infine, effettuare le osservazioni in infrarosso. Le LRN, infatti, producono molta polvere in seguito allo scontro fra le due stelle, che ha l'effetto di oscurare ciò che resta del sistema in luce ottica e mantenendolo visibile solo in infrarosso. Queste ultime due condizioni richiedono capacità che, ad oggi, hanno un nome preciso e insostituibile: il <strong>James Webb Space Telescope</strong>. Ed è infatti proprio nei dati pubblici di Webb che gli autori hanno ritrovato i due sistemi molti anni dopo il loro impatto, utilizzando immagini del 2023 e del 2024 nel vicino e medio infrarosso. Oltre a questo, hanno cercato immagini del <strong>telescopio spaziale Hubble</strong> nel visibile e del <strong>telescopio spaziale Spitzer.</strong></span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Le novae rosse luminose sono le "esplosioni", i transienti luminosi generati dall'energia liberata dallo scontro. Durante la fase più brillante del transiente LRN, si osserva materiale eiettato dall'esplosione, che, essendo denso, caldo e luminoso, impedisce di vedere cosa c'è sotto. Ma, aspettando un tempo sufficiente e osservando nel vicino infrarosso, dove il risultato della fusione rimane visibile, per la prima volta il gruppo padovano è riuscito a osservare cosa diventano due stelle quando si fondono: qualcosa di molto simile a una supergigante rossa. Un oggetto molto grande, con un raggio centinaia di volte quello del Sole, che, se posto al centro del Sistema solare, sfiorerebbe l'orbita di Giove e, allo stesso tempo, freddo rispetto alle stelle ordinarie, con una temperatura superficiale di appena 3500-4000 kelvin (in confronto, il Sole arriva a quasi 6000 K).</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"Non ci aspettavamo di trovare questo tipo di oggetti come risultato della fusione", commenta </span><strong>Andrea Pastorello</strong><span>, ricercatore dell'INAF e coautore dell'articolo. "Ci si sarebbe aspettato, piuttosto, che il sistema, passando da due stelle di una certa massa a una singola con una massa quasi pari alla somma delle due (al netto del materiale espulso dallo scontro), si sarebbe stabilizzato su una sorgente più calda e compatta".</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr">Tra carbonio e polvere di stelle</h2>
<p dir="ltr"><span>Oltre ad aver trovato il prodotto dello scontro, grazie al telescopio spaziale Webb, i ricercatori sono anche riusciti ad analizzare la composizione chimica della polvere che circonda il sistema dopo lo scontro. Trovando che è fatta principalmente di composti del carbonio, del tipo grafite o carbonio amorfo, e non di silicati come ci si attenderebbe in ambienti ricchi di ossigeno. Ogni evento produce circa un millesimo di massa solare di polvere, ovvero circa 300 volte la massa della Terra. Appena un centesimo rispetto alla polvere prodotta dalle supernovae (SNe), ma se si considera che le LRN sono molto più frequenti, si scopre che possono contribuire alla formazione cosmica della polvere quasi tanto quanto le SNe. Questa polvere viene poi dispersa nello spazio e, dopo migliaia o milioni di anni, finisce in una nebulosa ricca di gas, dalla quale può formarsi una nuova stella con nuovi pianeti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>"Noi siamo fatti di composti del carbonio, lo stesso di cui è ricca questa polvere. È un modo diverso di raccontare la vecchia storiella che siamo 'polvere di stelle'", conclude Reguitti.</span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span><span>Link allo studio: <a href="https://www.aanda.org/component/article?access=doi&amp;doi=10.1051/0004-6361/202555226" target="_blank" rel="noopener noreferrer">"The fate of the progenitors of luminous red novae: Infrared detection of LRNe years after the outburst"</a>, di A. Reguitti, A. Pastorello, G. Valerin</span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>L’UE investe oltre 307 milioni di euro in intelligenza artificiale e tecnologie correlate</title>
<link>https://www.italia24.news/lue-investe-oltre-307-milioni-di-in-intelligenza-artificiale-e-tecnologie-correlate</link>
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<description><![CDATA[ La Commissione europea mette a disposizione 307,3 milioni di € per rafforzare l&#039;innovazione e la competitività digitale dell&#039;Unione ]]></description>
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<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 19:21:16 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">La Commissione europea ha pubblicato due nuovi inviti a presentare proposte nell'ambito del polo tematico <strong>"Digitale, industria e spazio" </strong>del programma di lavoro di<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/funding/funding-opportunities/funding-programmes-and-open-calls/horizon-europe/horizon-europe-work-programmes_en" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">Horizon Europe</span></a><span lang="IT">, mettendo a disposizione <strong>307,3 milioni di euro per rafforzare l'innovazione e la competitività digitale dell'Unione.</strong></span></span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">Di questi, 221,8 milioni di euro sono destinati a <a href="https://hadea.ec.europa.eu/news/horizon-europe-2026-digital-calls-now-published-2026-01-14_en" target="_blank" rel="noopener">un'</a></span><span lang="EN-GB"><a href="https://hadea.ec.europa.eu/news/horizon-europe-2026-digital-calls-now-published-2026-01-14_en" target="_blank" rel="noopener"><span lang="IT">iniziativa</span></a><span lang="IT"><span> </span>focalizzata sullo sviluppo di <strong>servizi di intelligenza artificiale (IA) affidabili, di servizi di dati innovativi e sul rafforzamento dell'autonomia strategica dell'UE.</strong> Il bando finanzierà progetti a sostegno dello sviluppo dell'IA, comprese azioni legate alla<span> </span></span><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/apply-ai" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">strategia per l'IA applicata</span></a><span lang="IT">, alla robotica, alle tecnologie quantistiche, alla fotonica e ai mondi virtuali. In particolare, oltre 40 milioni di euro saranno dedicati all'iniziativa "Open Internet Stack", che punta allo sviluppo di applicazioni per gli utenti finali e di componenti delle tecnologie di base, a sostegno dei beni comuni digitali sovrani europei.</span></span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">Un ulteriore stanziamento di 85,5 milioni di euro è previsto per il<span> </span></span><span lang="EN-GB"><span lang="IT">secondo invito</span><span lang="IT">, volto a promuovere l'autonomia strategica aperta nelle tecnologie digitali ed emergenti e nelle materie prime correlate. Questo bando si concentrerà su ambiti quali gli agenti di IA di prossima generazione, la robotica per applicazioni industriali e di servizio e lo sviluppo di nuovi materiali con capacità di rilevamento avanzate.</span></span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">Nel loro insieme, questi inviti mirano a promuovere un'innovazione sostenibile e a rafforzare la leadership europea nelle tecnologie digitali strategiche, in linea con la<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/competitiveness-compass_it" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">bussola per la competitività</span></a><span lang="IT"><span> </span>della Commissione. Attraverso questo investimento, l'esecutivo europeo intende garantire una posizione di leadership nelle tecnologie chiave, puntando su un'innovazione sostenibile e antropocentrica.</span></span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">Il polo tematico quattro del<span> </span></span><span lang="EN-GB"><span lang="IT">programma di lavoro di Horizon Europe</span><span lang="IT">, "Digitale, industria e spazio", è concepito per accelerare la leadership e la competitività dell'Europa in settori digitali strategici fondamentali, tra cui l'intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche, le future reti digitali, i mondi virtuali e altre tecnologie abilitanti. I bandi sono aperti a imprese, amministrazioni pubbliche, istituti di ricerca, università e altri soggetti degli Stati membri dell'UE e dei paesi partner.</span></span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">La scadenza per la presentazione delle candidature è fissata al 15 aprile 2026.</span><span lang="IT"></span></p>
<p class="v1MsoNormal"></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="IT">Maggiori informazioni sono disponibili sul<span> </span></span><span lang="EN-GB"><a href="https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/home" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span lang="IT">portale Finanziamenti e appalti</span></a><span lang="IT">.</span></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Sostenibilità e transizione: a Roma il Kick&#45;off Meeting del 41° ciclo del Dottorato Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile ed il Cambiamento Climatico</title>
<link>https://www.italia24.news/sostenibilita-e-transizione-a-roma-il-kick-off-meeting-del-41-ciclo-del-dottorato-nazionale-sullo-sviluppo-sostenibile-ed-il-cambiamento-climatico</link>
<guid>https://www.italia24.news/sostenibilita-e-transizione-a-roma-il-kick-off-meeting-del-41-ciclo-del-dottorato-nazionale-sullo-sviluppo-sostenibile-ed-il-cambiamento-climatico</guid>
<description><![CDATA[ A Roma, il 22 e 23 gennaio 2026, si terrà il Kick-off Meeting del 41° ciclo del Dottorato Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile ed il Cambiamento Climatico (Sustainable Development and Climate Change, PhD-SDC) ]]></description>
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<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 19:21:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h2 dir="ltr" id="docs-internal-guid-e0c67cfd-7fff-03fd-c10c-b435eded5800"><span>Le sfide della sostenibilità</span></h2>
<p dir="ltr"><span>La crisi climatica accelera, le disuguaglianze aumentano e le transizioni energetiche e industriali stanno cambiando in profondità economie e geopolitica. In parallelo cresce, in Italia e a livello internazionale, la richiesta di </span><strong>conoscenza e di strumenti per affrontare problemi complessi come quelli legati alla sostenibilità ed al clima. </strong><span>Dati solidi, strumenti previsionali e soluzioni che tengano conto degli aspetti scientifici, tecnici e sociali sono sempre più essenziali per governare trasformazioni rapide e complesse. Eppure, proprio mentre il bisogno di ricerca e innovazione si fa più urgente, </span><strong>diminuiscono le risorse disponibili</strong><span> e si indeboliscono le condizioni di continuità per i percorsi scientifici più strategici.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>La sostenibilità non riguarda un singolo settore: è una </span><strong>sfida sistemica</strong><span> che incrocia energia e salute, gestione del territorio e risorse naturali, città e infrastrutture, sicurezza economica e coesione sociale. Affrontarla richiede un salto di qualità nella produzione di conoscenza: modelli e strumenti predittivi sul rischio climatico, valutazioni dell’impatto delle politiche pubbliche, innovazione tecnologica e industriale. Servono inoltre risposte concrete per i territori più fragili e le infrastrutture esposte, insieme a competenze capaci di garantire che la transizione non produca nuove disuguaglianze. È anche per questo che cresce la domanda di alta formazione e ricerca. Tuttavia, per essere davvero efficace, la ricerca sulla sostenibilità ha bisogno di </span><strong>stabilità, continuità e interdisciplinarità</strong><span>: obiettivi sempre più difficili da raggiungere in un quadro di finanziamenti insufficienti, frammentati o intermittenti.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>È in questo contesto che </span><strong>Roma ospiterà il 22 e 23 gennaio 2026 il Kick-off Meeting del 41° ciclo del Dottorato Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile ed il Cambiamento Climatico (Sustainable Development and Climate Change, PhD-SDC)</strong><span>, il dottorato di interesse nazionale in Italia con un’attenzione particolare alla sostenibilità e al cambiamento climatico. L’evento, di respiro internazionale, riunirà dottorandi e dottorande, docenti, rappresentanti istituzionali, accademie scientifiche e reti internazionali per discutere le grandi sfide globali e la crescente pressione sui finanziamenti per la ricerca avanzata, </span><strong>ribadendo il ruolo centrale della formazione dottorale e della ricerca come leve decisive per accompagnare la transizione. Il 23 gennaio, presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, è previsto anche un evento pubblico dedicato al ruolo dell’università nella transizione sostenibile</strong><span><strong>,</strong> co-organizzato da Sustainable Development Solutions Network (SDSN) Italia, la rete promossa dalle Nazioni Unite che riunisce istituzioni di ricerca, università, imprese e organizzazioni per promuovere soluzioni pratiche all’implementazione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 e al Patto sul Futuro.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«</span><em>Il cambiamento climatico e le scelte di sviluppo compatibili con la vita sul pianeta rappresentano una sfida strutturale per le nostre società, che attraversa dimensioni ambientali, economiche, sociali e istituzionali. Affrontare questa complessità richiede modelli di formazione e ricerca capaci di superare i confini disciplinari e di mettere in rete competenze e responsabilità. Il Dottorato Nazionale sullo Sviluppo Sostenibile e il Cambiamento Climatico nasce proprio con questo obiettivo: costruire una rete di collaborazione tra università e ambiti scientifici diversi, in grado di produrre conoscenza utile alle politiche pubbliche e alle strategie di transizione. In questi anni il dottorato ha dimostrato la validità di questo approccio, rafforzando la cooperazione tra gli atenei italiani e valorizzando le migliori competenze scientifiche del Paese. Nato come progetto sperimentale, oggi questo modello deve diventare parte strutturale del sistema della formazione dottorale. Il mio impegno, prima come coordinatore del dottorato e oggi come rettore e delegato CRUI per il dottorato, è lavorare con il Ministero dell’Università e della Ricerca affinché questo modello possa essere consolidato, reso stabile e sostenibile nel tempo</em><span><em>»,</em> dichiara </span><strong>Mario Martina, Rettore della Scuola Universitaria Superiore IUSS.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<h2 dir="ltr"><span>PhD-SDC: un modello italiano di innovazione nella formazione dottorale</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Il PhD-SDC nasce per superare la frammentazione disciplinare e costruire un modello di alta formazione capace di operare dove le decisioni contano: </span><strong>all’intersezione tra scienza, tecnologie, politiche e società</strong><span><strong>.</strong> Negli anni, il programma si è consolidato come piattaforma nazionale e internazionale di riferimento, grazie a una rete ampia di università e centri di ricerca italiani. </span><span>Capofila del programma</span><span> è la </span><span>Scuola Universitaria Superiore IUSS</span><span>, che coordina una comunità scientifica impegnata nella formazione di nuove generazioni di ricercatori e ricercatrici con strumenti interdisciplinari.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per l’anno accademico 2025/2026, il 41° ciclo si articola in tre curricula complementari:</span></p>
<ul>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>CU-Alpha (One Health)</strong><span>: interconnessioni tra salute umana, ecosistemi e sistemi naturali;</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>CU-Beta (Human Society)</strong><span><strong>:</strong> governance, politiche pubbliche e dimensioni socio-economiche delle transizioni;</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation"><strong>CU-Gamma (Technology &amp; Territory)</strong><span><strong>:</strong> innovazione tecnologica e pianificazione territoriale. </span></p>
</li>
</ul>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><em>«Il dottorato SDC ha creato in questi ultimi 5 anni una solida rete di cooperazione tra 60 università, centri di ricerca e aziende che mettono a disposizione le loro competenze e i loro laboratori. Questo ha permesso di ampliare l’offerta formativa per gli studenti, di aumentare le collaborazioni soprattutto interdisciplinari favorite dai dottorandi/e stessi/e che interagendo con i/le loro colleghi/e negli eventi multidisciplinari stimolano il network tra i professori. Nei primi 5 cicli, il PhD-SDC ha finanziato la ricerca di circa 425 studenti/esse, ed abbiamo creato una comunità di scienziati/e ed allievi/e interessati a migliorare le nostre conoscenze e a sviluppare tecnologie che ci aiutino a creare un mondo migliore, più giusto e sostenibile, e decarbonizzato. Rimane un progetto unico nel panorama Europeo se consideriamo le discipline coinvolte, e quindi capace di promuovere ricerche e trovare soluzioni innovative</em><span><em>»,</em> aggiunge </span><strong>Roberto Buizza, professore ordinario fisico della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Coordinatore del PhD-SDC.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><em>“La rete SDSN Italia, ospitata e coordinata da Politecnico di Torino e Università degli Studi di Brescia, supporta la diffusione della cultura degli SDGs e i principi sanciti dal Patto sul Futuro, attraverso ricerca, formazione e attività di valorizzazione della conoscenza e favorisce collaborazioni tra università, centri di ricerca, imprese, istituzioni e società civile per co-progettare soluzioni innovative. A livello globale, la rete comprende oltre 2.000 istituzioni attraverso circa 60 network nazionali e regionali, coordinati per diffondere e implementare soluzioni per gli SDGs, nei rispettivi contesti locali e internazionali. Rappresenta quindi un’ottima piattaforma per valorizzare, a livello internazionale, il lavoro sinergico e cooperativo sviluppato con il dottorato SDC, di cui i due atenei hosting sono partners dalla sua fondazione</em><span><em>”,</em> dichiara </span><strong>Patrizia Lombardi, Vicerettrice per Campus sostenibile e Living Lab del Politecnico di Torino e co-Chair di SDSN Italia</strong><span><strong>.</strong></span></p>
<h2 dir="ltr"><span></span></h2>
<h2 dir="ltr"><span>Sedi e programma dell’evento</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Il Kick-off Meeting si svolgerà </span><strong>in presenza a Roma</strong><span>, con possibilità di partecipazione </span><strong>anche in ‘live streaming’. </strong><span>Le attività si articoleranno in due giornate, ospitate in sedi simbolo del sistema accademico e scientifico italiano.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Giovedì 22 gennaio 2026, ore 14:00 – 18:00</strong><span>; Kick-off meeting del 41° ciclo del PhD-SDC. La prima giornata del Kick-off Meeting si aprirà alle </span><strong>14:00</strong><span> con l’introduzione al </span><strong>Dottorato Nazionale in Sustainable Development and Climate Change</strong><span><strong>,</strong> la presentazione di struttura e obiettivi del programma. Alle </span><strong>14:30</strong><span> interverrà </span><strong>Roberto Buizza</strong><span>, Coordinatore del PhD-SDC. A seguire, focus sui </span><span>tre</span><span> curricula: </span><strong>CU Alpha (One Health) con Marina Boido dell’Università di Torino, CU Beta (Human Society) con Ilaria Beretta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e CU Gamma (Technology &amp; Territory) con Michele Pezzagno </strong><span><strong>dell’Università di Brescia</strong>. Dopo la pausa (16:00–16:20), spazio al team amministrativo di IUSS, guidato da </span><strong>Chiara Mussi</strong><span>, e all’Ufficio Missioni, con </span><span><strong>Valeria Morandini</strong> </span><span>ed</span><span> <strong>Ennio Mandia</strong></span><span>, per un approfondimento sul supporto ai dottorandi. In chiusura, la testimonianza di </span><strong>Federica Perazzotti</strong><span><strong>,</strong> PhD-SDC (ciclo 37), che racconterà la propria esperienza nel programma.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>In chiusura, la professoressa Michele Pezzagno, in qualità di co-chair SDSN Italia, presenterà l’evento pubblico del giorno successivo presso <strong>l’</strong></span><strong>Accademia Nazionale dei</strong> Lincei: <strong>“The Crucial Role of Higher Education in a Sustainable Future” (23 gennaio, 9:00–13:00</strong><span><strong>)</strong>, co-organizzato dal PhD-SDC e da </span><strong>SDSN Italia</strong><span>, parte della rete italiana del </span><strong>Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite (UN SDSN)</strong><span><strong>. </strong>L’incontro </span><span>sarà fruibile anche in streaming</span><span> (</span><a href="https://email.tmg.vrfy.email/c/eJxE0LGuGyEQheGnWToQDAPLFBRp7mtcDTDYSF6vtSBHydNHsRSlOsVpfn0tVwTZlWS3x4TkU7BKDh6P7_mSNn6P8yk5dVeEAVzf0B7zFsEc0ga3dsmcZix1zxE7kWuRU7DcWujFsu-tOq5MCEWNDBaidS646HYgg9WVCkKFuBQA2NCu42beV_9lPgnqke9rvebmf2zwtcGXvOW5plnCxzTHqNc5z75MPY9_598lT7buuy4MohFINBF0zd53X2x0cd83tD5iqtYXHWotGrGhLhJYJ-pBQoIo5NSVL2n8QdjQjsWPwYDmKT-n-u_zPVqGiJS8Wlm9M_wJAAD__7Z2aAE"><span>Link webinar 23 gennaio 2026 - Accademia dei Lincei</span></a><span>) e metterà al centro il ruolo dell’istruzione superiore e della formazione dottorale nel rispondere alle grandi sfide globali — dal cambiamento climatico alle disuguaglianze sociali, fino alle transizioni tecnologiche — e nel contribuire al raggiungimento degli </span><strong>Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) e del Patto sul Futuro delle Nazioni Unite. </strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Il programma prevede </span><strong>interventi keynote</strong><span> e una </span><strong>tavola rotonda</strong><span> con esponenti del mondo accademico, delle istituzioni internazionali, dell’industria e delle organizzazioni giovanili. Tra i partecipanti, </span><strong>Patrizia Lombardi</strong><span>, professoressa del Politecnico di Torino, già Presidente della </span><strong>Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS), co-chair SDSN Italia, Enrico Giovannini, Direttore Scientifico ASViS</strong><span>, professore dell’Università Tor Vergata, insieme ad altre figure di rilievo del panorama scientifico e </span><span>policy-oriented</span><span> internazionale. A moderare l’incontro sarà </span><strong>Sonia Filippazzi</strong><span>, giornalista professionista del </span><span>Giornale Rai Radio 1</span><span>, da anni impegnata sui temi ambientali e sociali. Nel pomeriggio del </span><strong>23 gennaio</strong><span> si terrà <strong>l’</strong></span><strong>Assemblea del network SDSN Italia</strong><span><strong>,</strong> dedicata a attività, progetti, priorità scientifiche e prospettive della rete nazionale.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia: firmato l&amp;apos;accordo per uno studio indipendente sui benefici socio&#45;economici dell’eolico offshore in Italia</title>
<link>https://www.italia24.news/energia-firmato-laccordo-per-uno-studio-indipendente-sui-benefici-socio-economici-delleolico-offshore-in-italia</link>
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<description><![CDATA[ AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore, Intesa Sanpaolo, il Politecnico di Torino, il Politecnico di Bari, Prometeia e Owemes firmano l&#039;intesa per la realizzazione di uno studio sull&#039;eolico offshore e del suo contributo al rafforzamento dell&#039;industria italiana ]]></description>
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<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 19:20:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-3f19b890-7fff-5239-5bb0-06965bfaee7d"><span>È stata firmata nei giorni scorsi l'intesa definitiva tra </span><strong>AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore, Intesa Sanpaolo, il Politecnico di Torino, il Politecnico di Bari, Prometeia e Owemes</strong><span> per la realizzazione di uno </span><strong>studio approfondito e indipendente sui benefici socio-economici dell'eolico offshore in Italia.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio si propone di analizzare in modo completo </span><strong>benefici, sfide e strategie per lo sviluppo del settore</strong><span><strong>,</strong> con particolare attenzione al ruolo strategico dell'eolico offshore nella competitività del Paese, nella transizione energetica e nel rafforzamento della filiera industriale nazionale. Verranno esaminati fabbisogni occupazionali e materiali, confrontandoli con le capacità industriali esistenti, anche grazie al contributo operativo dei soci industriali di AERO.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati restituiranno </span><strong>indicatori quantitativi e qualitativi</strong><span> utili alla programmazione industriale e finanziaria, supportando decisioni strategiche di policy e investimento. Particolare attenzione sarà dedicata alla supply chain, evidenziando le opportunità di crescita per l'industria italiana e le azioni necessarie per una transizione rapida, efficace e sostenibile del settore.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><em>"Questo studio nasce con l'obiettivo di mostrare concretamente quanto l'eolico offshore possa contribuire a creare nuovi posti di lavoro qualificati e a rafforzare l'industria italiana, offrendo al contempo strumenti concreti per decisioni strategiche e investimenti mirati",</em><span> ha dichiarato il Presidente di AERO, </span><strong>Fulvio Mamone Capria</strong><span>.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Elisa Zambito Marsala</strong><span>, Responsabile Education Ecosystem and Global Value Program di Intesa Sanpaolo: </span><em>"Questo studio è importante non solo per misurare l'impatto economico dell'eolico offshore, ma soprattutto per contribuire a ridurre il divario tra le competenze richieste dalle imprese e i percorsi formativi. Intesa Sanpaolo è impegnata a favorire il dialogo continuativo tra università e mondo produttivo, essenziale per formare profili professionali adeguati alle esigenze del tessuto industriale e ispirare le giovani generazioni a nuove professioni legate alla transizione energetica".</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><em>"Il Politecnico di Torino, con questo studio, intende contribuire a dotare il Sistema Paese di un'analisi tecnico-economica che valuti impatti e ricadute lungo la filiera industriale e informi scelte di politica pubblica e programmazione industriale su temi ad elevato impatto sistemico, come l'eolico offshore. Costruire evidenze solide e confrontabili a supporto dei decisori pubblici è infatti tra i principali compiti del nostro Ateneo",</em><span> commenta </span><strong>Giuliana Mattiazzo</strong><span>, Vicerettrice per l'Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span><em>"L'accordo promuove un'alleanza tra competenze scientifiche e sistema industriale, finalizzata a costruire un quadro chiaro e rigoroso del valore economico e industriale dell'eolico offshore, a supporto di strategie di policy e investimenti volti a sostenere la competitività italiana"</em>,</span><span> spiegano i proff. </span><strong>Antonio Messeni Petruzzelli e Lorenzo Ardito</strong><span> del Politecnico di Bari.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><strong>Alessandra Lanza</strong><span>, Senior Partner Prometeia ha commentato: </span><em>"Siamo orgogliosi di partecipare alla valutazione promossa da Aero. Crediamo che accompagnare le politiche di investimento per la transizione tecnologica e ambientale con studi di impatto ex-ante su tutta la filiera sia fondamentale per indirizzare le risorse verso il maggior beneficio sociale possibile e garantirne un effetto duraturo nel tempo".</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Per </span><strong>Alessandro Corsini</strong><span>, presidente di Owemes <em>"</em></span><em>disporre di strumenti quantitativi rigorosi permette di far emergere il potenziale di una nuova avventura industriale per il Paese. Questo lavoro dimostra l'importanza di fare squadra: solo unendo competenze accademiche, finanziarie e tecniche possiamo costruire decisioni strategiche solide per la transizione energetica del Paese".</em></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Una </span><strong>prima sintesi dello studio sarà presentata in occasione della Fiera Key Energy di Rimini, il 5 marzo 2026</strong><span>, offrendo un primo quadro dei risultati e delle opportunità emergenti per il settore.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p><span>Con questa iniziativa, AERO conferma il proprio impegno a promuovere una visione basata su dati e analisi indipendenti, favorendo il coinvolgimento attivo di attori industriali e accademici e contribuendo a costruire un quadro chiaro e condiviso sul </span><strong>potenziale dell'eolico offshore per lo sviluppo economico, occupazionale e industriale dell'Italia.</strong></p>]]> </content:encoded>
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<title>Università Milano&#45;Bicocca: una ricerca rivela che la voce può riscrivere l&amp;apos;immagine mentale di un volto</title>
<link>https://www.italia24.news/una-ricerca-del-del-dipartimento-di-psicologia-di-milano-bicocca-rivela-che-la-voce-puo-riscrivere-limmagine-mentale-di-un-volto</link>
<guid>https://www.italia24.news/una-ricerca-del-del-dipartimento-di-psicologia-di-milano-bicocca-rivela-che-la-voce-puo-riscrivere-limmagine-mentale-di-un-volto</guid>
<description><![CDATA[ Uno studio del dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca ha dimostrato che è sufficiente una parola o il tono di voce positivo per farci riformulare la nostra prima rappresentazione mentale, quando negativa. E vale anche il contrario. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 14:48:31 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-155ea10c-7fff-6a41-d863-dd018eb24d85"><span>La prima impressione non è tutto: può bastare una parola o il tono di voce a riscrivere la nostra rappresentazione mentale di una persona. A dimostrarlo è</span><a href="https://customer72157g.musvc1.net/e/tr?q=0%3dBYJXFX%264%3dX%26y%3dVLY%26z%3dSLYFU%26C%3dE5L8P_3skw_Dc_0xdr_Jm_3skw_ChvLt.G0D_3skw_ChIg.BSOd_3skw_ChIfEZMbKXJbBVRdKYJ%26A%3dxMASnS.6B8l3s5%26AA%3dXFSL%26Q4%3dTRYGbIXFSRXHTQ%26E%3do8NeBYOcoTJCG4x0B7R9E6Lcm5x9IWQaJ5NaFYtgC7x8lTM9n5Q8o4O8G7wbD4Pd&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt"><span> </span></a><span>una ricerca dell'Università di Milano-Bicocca, a cura di </span><span><strong>Matteo Masi</strong> </span><span>e </span><span><strong>Marco Brambilla</strong> </span><span>del dipartimento di Psicologia, che rivela come sia sufficiente ascoltare poche parole della voce di una persona per cambiare l'immagine del volto che conserviamo nella nostra mente, cioè la sua rappresentazione mentale</span><span>. Lo studio è appena stato pubblicato su</span><span> <em>Social Psychological and Personality Science</em></span><em>.</em></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Usando una tecnica chiamata </span><em>reverse correlation</em><span>, i ricercatori hanno visualizzato le rappresentazioni mentali dei volti prima e dopo l'ascolto di una voce positiva o negativa. I risultati mostrano che, quando l'ascolto di una voce positiva - dolce e gentile -  segue un'impressione negativa basata sul volto, </span><strong>la mente ricostruisce un'immagine del volto</strong><span> più aperto, più affidabile e gradevole. E <strong>accade anche il contrario</strong>: una voce fredda o ostile può rendere più duro e negativo un volto inizialmente percepito come rassicurante.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Questo sembra essere un </span><strong>processo spontaneo di integrazione tra i sensi</strong><span>, che avviene automaticamente anche quando il volto è stato osservato con il solo scopo di memorizzarne i tratti, e non di giudicarlo.</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Le impressioni sociali non sono "scolpite nella pietra". - spiega </span><span>Matteo Masi </span><span>-  <strong>Ascoltare </strong></span><strong>la voce può riprogrammare l'immagine visiva di qualcuno</strong><span><strong> nella nostra testa</strong>. Le nostre percezioni sono aperte a informazioni provenienti da più sensi e molto più plastiche di quanto immaginiamo.»</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Le implicazioni sono molteplici: dal </span><strong>reclutamento del personale</strong><span> ai </span><strong>processi giudiziari</strong><span>, dalle interazioni con assistenti vocali e avatar AI alla costruzione di fiducia nei media e nella politica. In un mondo sempre più ibrido tra reale e digitale, </span><span><strong>capire come integriamo le informazioni provenienti da brevi interazion</strong>i</span><span> è essenziale per prendere decisioni più informate, evitare fraintendimenti e rendere più efficaci le relazioni sociali e professionali.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«La nostra mente non fotografa le persone, le costruisce continuamente -  aggiunge </span><span>Marco Brambilla</span><span> - Ogni nuova informazione — un gesto, una parola, una voce — può cambiare ciò che crediamo di vedere.»</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Se abbiamo sempre pensato che "la prima impressione è tutto", forse ora dovremmo correggerci: basta una voce per cambiare un volto.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Link allo studio: Masi, M., Brambilla M. - <em><a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/19485506251407072" target="_blank" rel="noopener">"Facial Impressions Are Not Set in Stone: Voice-Driven Changes in Facial Representations Obtained via Reverse Correlation"</a> </em>Social Psychological and Personality Science</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Antartide: Ice Memory Foundation inaugura il 14 gennaio il primo archivio destinato alla conservazione di campioni dei ghiacciai montani</title>
<link>https://www.italia24.news/antartide-ice-memory-foundation-inaugura-primo-archivio-destinato-a-conservare-per-secoli-campioni-dei-ghiacciai-montani</link>
<guid>https://www.italia24.news/antartide-ice-memory-foundation-inaugura-primo-archivio-destinato-a-conservare-per-secoli-campioni-dei-ghiacciai-montani</guid>
<description><![CDATA[ Dalle Alpi al plateau antartico. Carote di ghiaccio contenenti la memoria dell’atmosfera del passato sono ora conservate in sicurezza alla Stazione Concordia in una grotta nel ghiaccio progettata per preservare i campioni dei ghiacciai montani per le future generazioni di scienziate e scienziati ]]></description>
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<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 14:47:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-8842e85e-7fff-33d9-64e8-149a6f57d234"><span>L’apertura in <strong>Antartide</strong> del primo archivio per la conservazione delle carote di ghiaccio segna un momento storico per il <strong>progetto Ice Memory</strong>, lanciato nel 2015 da <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche</strong> e <strong>Università a Ca’ Foscari Venezia</strong> con <strong>Cnrs, Ird e Université Grenoble-Alpes (Francia) e Paul Scherrer Institute (Svizzera). </strong></span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Dopo un viaggio di più di 50 giorni a bordo della rompighiaccio Laura Bassi, salpata da Trieste, due preziosi campioni di ghiaccio provenienti da ghiacciai alpini in ritiro, prelevati con il supporto della <strong>Ice Memory Foundation</strong>, hanno raggiunto la <strong>Stazione italo-francese di Concordia</strong>, nel cuore dell’altopiano antartico. Avvenuto nell’ambito del <strong>Programma Nazionale di Ricerca in Antartide (PNRA)</strong>, il trasporto è stato gestito dall’<strong>Istituto Nazionale di Oceanografia</strong> e di <strong>Geofisica Sperimentale (OGS)</strong>. Arrivate a destinazione, le carote di ghiaccio sono state archiviate nell’<strong>Ice Memory Sanctuary</strong> inaugurato oggi: una grotta ricavata nel ghiaccio e progettata appositamente per diventare un <strong>archivio naturale</strong> e permanente di campioni di ghiaccio. Un successo che, nel contesto del Decennio d’azione per le <strong>scienze della criosfera dell’UNESCO</strong>, dimostra la piena efficacia degli sforzi intrapresi per salvaguardare gli archivi climatici glaciali del nostro pianeta.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Con la fiducia che i progressi della scienza e della tecnologia possano aprire la strada a nuove scoperte – anche qualora i ghiacciai dovessero scomparire – queste carote di ghiaccio rappresentano <strong>un’eredità dal valore inestimabile per le generazioni future</strong>. Costituiranno una risorsa a lungo termine per la ricerca scientifica e per i processi decisionali basati su evidenze scientifiche. Vere e proprie capsule del tempo, racchiudono l’atmosfera del passato che da oggi sarà protetta per i decenni e i secoli a venire.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Dall’Europa all’Antartide: un viaggio storico per preservare gli archivi climatici</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Le due carote di ghiaccio alpine sono state estratte dal <strong>Monte Bianco (Col du Dôme, Francia, 2016) e dal Grand Combin (Svizzera, 2025)</strong>. La missione sul Grand Combin, coordinata dall’Istituto di scienze polari del <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISP)</strong> e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, è stata supportata da <strong>SEA BEYOND, progetto del Gruppo Prada</strong> condotto dal 2019 in partnership con la <strong>Commissione Oceanografica Intergovernativa (COI) dell’UNESCO</strong>, con l’obiettivo di creare <strong>consapevolezza sulla preservazione dell’oceano e la sua sostenibilità</strong>. I due campioni sono salpati a metà ottobre 2025 a bordo della <strong>nave rompighiaccio italiana Laura Bassi,</strong> nell’ambito della <strong>41ª campagna </strong>del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA). Operato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), il carico di 1,7 tonnellate di ghiaccio è stato mantenuto a una temperatura costante di -20 °C / -4 °F per l’intera durata del viaggio. Ha attraversato il Mar Mediterraneo, l’Oceano Atlantico, il Pacifico, quindi l’Oceano Meridionale e il Mare di Ross prima di raggiungere la Stazione Mario Zucchelli il 7 dicembre 2025.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Da qui, un volo speciale reso possibile <strong>dall’ENEA</strong> nell’ambito del PNRA e operato senza riscaldamento nella stiva di carico per garantire l’integrità dei campioni a -20 °C, ha trasportato le carote di ghiaccio attraverso l’interno del continente antartico fino alla Stazione italo-francese Concordia, a 3.233 metri di altitudine.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>L’archivio Ice Memory per la conservazione a lungo termine delle carote di ghiaccio: un’infrastruttura naturale nel cuore dell’Antartide</span></h2>
<p dir="ltr"><span>L’Ice Memory Sanctuary è una grotta <strong>lunga 35 metri e alta e larga 5 metri</strong>, scavata interamente negli strati di neve compatta a <strong>circa 5 metri sotto la superficie</strong>, per una <strong>profondità totale di 9 metri</strong>. Sotto il coordinamento tecnico e la progettazione dell’<strong>Unità Tecnica Antartica dell’ENEA</strong> e con la collaborazione dell’<strong>Istituto Polare Francese (IPEV)</strong>, sono stati condotti diversi test (a partire dalla campagna estiva 2018-2019) per garantire la massima durata possibile del deposito, limitando al contempo l’impatto della costruzione sull’ambiente antartico, in conformità con il Protocollo di Madrid. La struttura non ha richiesto materiali da costruzione, fondamenta né sistemi di refrigerazione meccanica. La sua stabilità è assicurata dalle temperature antartiche estreme e naturalmente costanti, che tutto l’anno si mantengono prossime a <strong>-52 °C.</strong> La condizione di conservazione delle carote di ghiaccio garantisce che i campioni siano protetti dalle fluttuazioni ambientali e dalle contaminazioni.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>La valutazione iniziale di impatto ambientale per questa grotta di ghiaccio naturale è stata approvata nel 2024 nell’ambito della <strong>46ma riunione consultiva del Trattato Antartico (ATCM46)</strong>. Grazie al <strong>finanziamento della Fondazione Principe Alberto II</strong>, partner filantropico storico della Ice Memory Foundation, l’archivio rappresenta una delle strutture scientifiche di conservazione più innovative e remote mai realizzate.</span></p>
<p dir="ltr"><span><em>“La mia Fondazione è impegnata nell’iniziativa Ice Memory fin dalla sua nascita nel 2015. Oggi abbiamo una responsabilità storica: contribuire a costruire, attraverso Ice Memory, un patrimonio di archivi glaciali per i nostri figli”</em>, ha dichiarato S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco, Presidente Onorario della Ice Memory Foundation.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Un’eredità unica in risposta alla perdita del patrimonio glaciale mondiale</span></h2>
<p dir="ltr"><span>I ghiacciai montani stanno arretrando a una velocità senza precedenti. Dal 2000, i ghiacciai hanno perso a livello regionale tra il 2% e il 39% della loro massa di ghiaccio e circa il 5% a livello globale, rischiando di cancellare secoli, in alcuni casi millenni, di informazioni scientifiche cruciali e insostituibili, che consentono alla comunità scientifica di osservare e comprendere le tendenze passate e di anticipare quelle future.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Già da decenni la paleoclimatologia glaciale contribuisce ai processi decisionali politici, in particolare attraverso <strong>l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc)</strong>. In risposta alla fusione irreversibile dei ghiacciai del mondo, la Ice Memory Foundation ha individuato ghiacciai a rischio di scomparsa e siti di particolare rilevanza e, dal 2015, ha già coordinato, realizzato o sostenuto dieci campagne di perforazione di carote di ghiaccio a livello globale, coinvolgendo team scientifici di tredici Paesi in questa iniziativa di grande rilevanza scientifica e globale.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span><em>“Salvaguardando campioni fisici di gas atmosferici, aerosol, inquinanti e polveri intrappolati negli strati di ghiaccio, la Ice Memory Foundation garantisce che le future generazioni di ricercatrici e ricercatori possano studiare le condizioni climatiche del passato utilizzando tecnologie che magari non esistono ancora”</em>,</span><span> spiega <strong>Carlo Barbante</strong>, vicepresidente della Ice Memory Foundation, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e senior associate member del CNR-ISP.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Un patrimonio internazionale sotto una futura governance globale</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Decine di altre carote di ghiaccio del patrimonio Ice Memory provenienti <strong>da tutto il mondo - Ande, Pamir, Caucaso</strong> - si uniranno a queste prime due nel loro nuovo ‘rifugio’ negli anni a venire. Il patrimonio Ice Memory è concepito <strong>come eredità comune dell’umanità</strong>.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Nel corso del prossimo decennio - designato come <strong>Decennio delle Nazioni Unite per l’Azione nelle Scienze della Criosfera</strong> - verrà definito il quadro di governance internazionale per garantire che i campioni del patrimonio, con le loro informazioni uniche, rimangano accessibili come risorsa appartenente a tutta l’umanità. Tale governance dovrà assicurare un accesso trasparente alle carote di ghiaccio archiviate, basato esclusivamente su criteri scientifici e gestito secondo principi etici ed equi.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span><em>“Affinché queste carote possano continuare a servire la scienza tra cento anni, devono essere gestite come un bene comune globale. La creazione di un simile modello di governance rappreseanterebbe un risultato fondamentale del Decennio delle Nazioni Unite per l’Azione nelle Scienze della Criosfera”</em>,</span><span> ha dichiarato <strong>Thomas Stocker</strong>, Università di Berna, Presidente della Ice Memory Foundation.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Un urgente appello internazionale all’azione rivolto alle comunità diplomatiche e scientifiche</span></h2>
<p dir="ltr"><span>La Ice Memory Foundation e i suoi partner stanno accelerando gli sforzi per ampliare la raccolta e definire un quadro di governance internazionale. Per rispettare la sua ambiziosa roadmap (campionare 20 ghiacciai in 20 anni), la Ice Memory Foundation invita la comunità scientifica globale, le istituzioni di ricerca, i decisori politici e i partner finanziari ad agire con urgenza per:</span></p>
<ul>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation"><span>organizzare e sostenere nuove campagne di perforazione sui ghiacciai in pericolo;</span></p>
</li>
<li aria-level="1" dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation"><span>contribuire all’ampliamento dell’archivio mondiale di ghiaccio a lungo termine prima che questi archivi scompaiano.</span><span></span></p>
</li>
</ul>
<p dir="ltr"><span><em>“Siamo l’ultima generazione che può agire”</em>, ha dichiarato <strong>Anne-Catherine Ohlmann</strong>, Direttrice della Ice Memory Foundation. <em>«È una responsabilità che condividiamo tutti. Salvare questi archivi di ghiaccio non è solo una responsabilità scientifica: è un’eredità per l’umanità”.</em></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Torino: la Specola dell&amp;apos;Accademia delle Scienze rinasce come hub per la produzione di contenuti culturali multimediali</title>
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<description><![CDATA[ Torna a vivere dopo oltre 80 anni la Specola dell&#039;Accademia delle Scienze di Torino, lo storico Osservatorio voluto nel 1789 da Vittorio Amedeo III di Savoia ]]></description>
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<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 16:18:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<h2 dir="ltr"><span>La Specola come luogo per le manifestazioni culturali</span></h2>
<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-431683e2-7fff-157f-35be-795c3447a726"><span>Grazie a un accordo quinquennale tra Accademia delle Scienze e Politecnico di Torino, la Specola, l'Osservatorio dalla straordinaria valenza storica, sito all'ultimo piano dell'Accademia delle Scienze, si trasforma in un innovativo hub per la produzione di contenuti culturali multimediali.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>L'inaugurazione, il <strong>14 gennaio</strong>, ha visto la presenza del <strong>Rettore del Politecnico di Torino</strong> <strong>Stefano Corgnati</strong>, del Presidente dell'Accademia delle Scienze <strong>Marco Mezzalama</strong> e di <strong>Guido Saracco</strong>, curatore del progetto di produzione culturale del Politecnico Prometeo Tech Cultures, e di Biennale Tecnologia, che sarà la prima manifestazione culturale a prendere casa in parte all'interno della Specola.</span></p>
<p></p>
<h2 dir="ltr"><span>Il trasferimento dei saperi tecnologici al servizio della cultura torinese</span></h2>
<p dir="ltr"><span>Accademia delle Scienze e Politecnico di Torino, nella loro missione istituzionale di <strong>formazione e divulgazione culturale</strong>, si pongono così al servizio del sistema culturale torinese, offrendo competenze e infrastrutture condivise capaci di sostenere iniziative di alto profilo.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Negli ultimi anni il mondo della produzione culturale è cambiato sensibilmente, aprendosi a commistioni tecnologiche di avanguardia. Il Politecnico e l'Accademia, la cui missione è da sempre quella di diffondere la cultura, hanno deciso di dotare il territorio di un centro che permetta <strong>l'utilizzo qualificato di tecnologie per la produzione culturale multimediale</strong>. Grazie a questa partnership si è quindi potuta allestire la Specola con tecnologie all'avanguardia per la produzione di podcast, documentari e contenuti multimediali destinati a diverse piattaforme di comunicazione. Il progetto si fonda su una logica di economia di scala: musei ed enti culturali del territorio – e, in un secondo tempo anche imprese e privati – potranno utilizzare lo spazio e le attrezzature professionali, assistiti da tecnici specializzati. Un modello che consente anche alle realtà culturali di dimensioni più contenute di accedere a strumenti di comunicazione di alto livello e che trasforma l'Accademia delle Scienze, grazie alla partnership con il Politecnico, in un centro nevralgico della cultura torinese.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>"L'accordo tra le due istituzioni rappresenta un esempio concreto dell'attuazione della terza missione dell'Ateneo, tra i pilastri fondamentali delle nostre attività - conferma il rettore Stefano Corgnati - il Politecnico è infatti impegnato attivamente nel <strong>trasferimento dei saperi tecnologici alla società</strong>, in questo caso mettendo a disposizione dei soggetti partner, in un campo centrale come quello della produzione culturale, le nostre competenze tecnico-scientifiche. Ci troviamo di fronte a una di quelle felici collaborazioni fattuali che rendono sempre più forte e competitivo il nostro sistema territoriale". </span></p>
<p dir="ltr"><span></span></p>
<p dir="ltr"><span>"La rinascita della Specola rappresenta un momento significativo nella storia della nostra istituzione e un modello virtuoso di collaborazione tra enti. Questo progetto incarna perfettamente la missione dell'Accademia: <strong>custodire la memoria storica guardando al futuro</strong>. La Specola fu voluta nel Settecento come luogo di osservazione scientifica del cielo; oggi diventa uno spazio dove osservare e raccontare la cultura in tutte le sue forme, attraverso i linguaggi contemporanei della comunicazione. L'accordo con il Politecnico ci permette di <strong>mettere a disposizione della comunità culturale torinese e piemontese strumenti professionali e competenze tecniche</strong>, in una logica di condivisione delle risorse che amplifica le possibilità di tutti. È un investimento sulla divulgazione culturale di qualità, accessibile e sostenibile", ha dichiarato Marco Mezzalama, presidente dell'Accademia delle Scienze di Torino.</span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>Il <strong>28 giugno 1789 Vittorio Amedeo III di Savoia</strong> decise di far costruire sul tetto di un'ala del palazzo del Collegio dei Nobili una Specola, cioè un Osservatorio astronomico, donando il proprio ritratto all'Accademia, opera che ancora oggi campeggia nella Sala dei Mappamondi. L'Osservatorio fu gravemente danneggiato nel corso della Seconda Guerra Mondiale e da allora non entrò più in funzione. Oggi, a distanza di oltre due secoli dalla sua fondazione, questo spazio storico torna alla vita con una nuova vocazione, mantenendo intatto il suo spirito di osservatorio, ora però rivolto al futuro.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Astronomi al lavoro sulla sorprendente onda d’urto attorno a una stella morta: un enigma cosmico che sfida i modelli</title>
<link>https://www.italia24.news/astronomi-al-lavoro-sulla-sorprendente-onda-durto-attorno-a-una-stella-morta-un-enigma-cosmico-che-sfida-i-modelli</link>
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<description><![CDATA[ Un’osservazione resa possibile dal Very Large Telescope dell’ESO rivela una struttura inattesa attorno a un residuo stellare, aprendo nuove domande sull’evoluzione delle stelle e sull’interazione con il mezzo interstellare ]]></description>
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<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 16:51:54 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="209" data-end="561">Gli astronomi dell’<strong data-start="228" data-end="267">Osservatorio Europeo Australe (ESO)</strong> sono rimasti col fiato sospeso davanti a un fenomeno celeste tanto affascinante quanto inaspettato: una <strong data-start="372" data-end="427">misteriosa onda d’urto che avvolge una stella morta</strong>, osservata grazie alle potenti lenti del <strong data-start="469" data-end="499">Very Large Telescope (VLT)</strong> nel deserto di Atacama. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="563" data-end="1049">La stella in questione, nota come <strong data-start="597" data-end="613">RXJ0528+2838</strong>, è ciò che rimane di un astro ormai spento, un residuo stellare che, secondo le attuali teorie astrofisiche, non dovrebbe generare strutture dinamiche così complesse attorno a sé. Eppure, le immagini catturate con gli strumenti del VLT mostrano una <strong data-start="864" data-end="904">onda d’urto sorprendentemente nitida</strong>, come se la stella interagisse ancora con l’ambiente interstellare circostante in modo alquanto singolare.</p>
<p data-start="563" data-end="1049"><span>"</span><em>Abbiamo trovato qualcosa di mai visto prima e, cosa ancora più importante, del tutto inaspettato</em><span>", afferma <strong>Simone Scaringi</strong>, professore associato presso la Durham University, Regno Unito e co-autore principale dello studio pubblicato oggi su </span><em>Nature Astronomy</em><span>. "</span><em>Le nostre osservazioni rivelano un potente efflusso che, secondo le nostre attuali conoscenze, non dovrebbe esserci</em><span>", aggiunge Krystian Ilkiewicz, ricercatore post-dottorato presso il Centro Astronomico Nicolaus Copernicus di Varsavia, Polonia, e co-responsabile<a href="https://www.eso.org/public/archives/releases/sciencepapers/eso2601/eso2601a.pdf" target="_blank" rel="noopener"> dello studio.</a> "Efflusso" (</span><em>outflow</em><span> in inglese) è il termine usato dagli astronomi per descrivere il materiale espulso dagli oggetti celesti.</span></p>
<h2 data-start="1051" data-end="1089"><strong data-start="1054" data-end="1089">Un fenomeno che sfida le regole</strong></h2>
<p data-start="1091" data-end="1499">In condizioni ordinarie, onde d’urto di questo tipo si formano quando flussi di gas e polveri espulsi da stelle viventi si scontrano con il materiale circostante, creando un effetto simile alla prua di una nave che fend e le onde di un mare invisibile. Tuttavia, <strong data-start="1354" data-end="1418">RXJ0528+2838 non emette getti o venti stellari significativi</strong>, almeno non secondo i modelli consolidati. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="1501" data-end="1920">Questo lascia gli esperti davanti a una domanda aperta: <strong data-start="1557" data-end="1687">che cosa sta creando questa struttura brillante e ben definita se non i meccanismi classici di un’espressione stellare attiva?</strong> Una possibile spiegazione potrebbe risiedere in un meccanismo energetico finora poco considerato, forse legato a <strong data-start="1801" data-end="1856">campi magnetici intensi o processi dinamici residui</strong> del passato della stella. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<h2 data-start="1922" data-end="1979"><strong data-start="1925" data-end="1979">Osservare l’inaspettato per comprendere l’universo</strong></h2>
<p data-start="1981" data-end="2359">La scoperta è un <strong data-start="2043" data-end="2067">laboratorio naturale</strong> che offre una rara opportunità di testare e, se necessario, rivedere i modelli della fisica stellare e dell’evoluzione dei resti di stelle. In astrofisica, come in ogni scienza di frontiera, sono spesso <strong data-start="2271" data-end="2320">le anomalie a guidare le rivoluzioni teoriche</strong>. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="2361" data-end="2769">Gli strumenti dell’ESO, con il supporto dell’ottica adattiva e delle tecnologie più avanzate montate sul VLT, continuano a scandagliare questi misteri, spingendo sempre più avanti la nostra comprensione del cosmo. Ogni nuovo dato raccolto potrebbe fornire <strong data-start="2617" data-end="2730">indizi cruciali su come il materiale interstellare si modella attorno agli astri più enigmatici dell’universo</strong>.</p>
<p><img src="https://www.italia24.news/uploads/images/202601/image_870x_69666a06a0b03.webp" alt=""></p>
<p><span>Immagine VLT della stella morta che crea un'onda d'urto mentre si muove nello spazio</span><span> </span><span>(Crediti: ESO/K. <span data-olk-copy-source="MessageBody">Iłkiewicz</span> and S. Scaringi et al. Background: PanSTARRS)</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Padova: un corso di laurea per i nuovi scenari dell’economia</title>
<link>https://www.italia24.news/padova-un-corso-di-laurea-per-i-nuovi-scenari-delleconomia</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;Università di Padova attiva un nuovo corso di laurea triennale in Philosophy, Politics and Economics (PPE) ]]></description>
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<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 14:59:49 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-065247fa-7fff-139a-1ed6-8f6d0607dc28"><span>L’Università di Padova attiva un nuovo corso di laurea triennale in </span><span>Philosophy, Politics and Economics (</span><span>PPE), interamente erogato in lingua inglese e allineato ai principali programmi PPE diffusi a livello internazionale. Il corso nasce per fornire strumenti teorici e analitici utili ad affrontare alcune delle principali sfide contemporanee: </span><strong>dall’efficacia ed equità delle decisioni economiche e politiche, alla resilienza delle istituzioni, fino all’analisi dei cambiamenti economici e sociali in un contesto globale. </strong></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span style="text-decoration: underline;">Il percorso integra economia, scienze politiche, filosofia e diritto, offrendo una preparazione interdisciplinare orientata allo sviluppo del pensiero critico.</span><span> Particolare attenzione è dedicata all’innovazione didattica: il corso adotta metodologie partecipative, utilizza tecnologie digitali e prevede attività seminariali e di discussione, favorendo il coinvolgimento attivo delle studentesse e degli studenti, sia in presenza sia online. </span></p>
<p></p>
<p dir="ltr"><span>«Dopo aver completato il rinnovamento delle lauree magistrali, il nostro Dipartimento rilancia anche l’offerta triennale. Debutta infatti a Padova il corso di laurea in </span><span>Philosophy, Politics and Economics</span><span> (PPE), erogato interamente in lingua inglese e con un’impostazione fortemente interdisciplinare, che si affiancherà allo storico corso di laurea in Economia – </span><span><strong>dice il prof. Michele Fabrizi, Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali "Marco Fanno"</strong> -. </span><span>Un passo che rafforza ulteriormente l’offerta del Dipartimento, sia sul panorama nazionale sia su quello internazionale.»</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>«Il mondo di oggi ci pone di fronte a sfide importanti: transizione energetica e digitale, aumento del rischio geopolitico, crisi dei sistemi politici e sociali – </span><strong>afferma il prof. Edoardo Grillo, referente Corso in Philosophy, Politics and Economics</strong><span> -. </span><span> Per comprenderle e affrontarle servono ragionamento logico, capacità di analizzare i dati, consapevolezza delle implicazioni etiche delle scelte e conoscenza dei contesti politico-istituzionali. Questo corso di laurea nasce proprio per sviluppare queste competenze e formare studentesse e studenti capaci di leggere la complessità e prendere decisioni informate ed efficaci.»</span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span>Il piano di studi si articola in tre anni. Nei primi due anni vengono forniti metodi e strumenti di base per l’analisi dei problemi complessi; nel terzo anno il percorso diventa più flessibile e consente di approfondire ambiti specifici, tra cui le politiche pubbliche, l’integrazione dei principi etici nei processi decisionali e l’analisi dei rischi geopolitici. È previsto un tirocinio curriculare obbligatorio, finalizzato all’applicazione pratica delle competenze acquisite. Il corso di laurea in PPE prepara a </span><strong>sbocchi professionali in aziende, istituzioni pubbliche e internazionali, organizzazioni non governative e centri di ricerca, e costituisce una solida base per la prosecuzione degli studi in ambito economico, politico e filosofico.</strong></p>
<p dir="ltr"></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Contrastare povertà e disagio sociale: due nuovi master gratuiti di Bicocca Academy, tra pratiche di intervento e strategie di pianificazione</title>
<link>https://www.italia24.news/competenze-contrasto-poverta-disagio-sociale-nuovi-master-gratuiti-di-bicocca-academy-intervento-strategie-pianificazione</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;Università di Milano-Bicocca, grazie ad un cofinanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell&#039;Unione Europea, potenzia la sua offerta formativa post laurea con due nuovi master dedicati al sistema degli interventi e dei servizi sociali: da un approccio integrato all&#039;intervento in situazioni di povertà e vulnerabilità alle strategie di pianificazione e gestione degli open government data ]]></description>
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<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 14:56:32 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt;">L'Università di Milano-Bicocca amplia la sua offerta formativa con due nuovi master proposti da <a href="https://customer72157g.musvc1.net/e/tr?q=6%3d8a0TBZ%26t%3dT%26u%3dXBT%26v%3dUBUBW%263%3dA1NxL_yuas_0e_ztZt_0i_yuas_9ji6h8mF6.OvBtCj.B1_LYvW_VN%267%3dtO1OjU.v81%26C1%3dTBU0%26Mz%3dVHUCd9T9U4h5i9UGdF%26A%3dEaiZjX07hZEXicAajXFUlcjUl6lVmcjXEVnUGXCVEanaA7BYBVG4GU0ZDUD5j0l7&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Bicocca Academy</a>, la Scuola di Alta formazione post laurea dell'Ateneo. Un focus particolare su <b>laboratori e project work</b> caratterizza entrambi i percorsi, gratuiti e alla loro prima edizione, per fornire ai professionisti del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali una serie di competenze avanzate. </span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">Progettato con logica multidisciplinare, il master di <b>primo livello</b> <a href="https://customer72157g.musvc1.net/e/tr?q=A%3dMcJYQb%264%3dY%260%3dZLY%26A%3dWLZQY%26C%3dFFP8Q_Dwkx_Og_0yov_Jn_Dwkx_NlsAw0wKK.Q6G9Et.GF_Ni1l_XXQBAuGwH1XL7HGAJw-K1P7B5-A-8PwP1A4A-vG-D7xDANH99A6RA-0wG-BA0AANAG-zE-8P1Os-AwN1AA-A-sAyK5NwC699A6RA%260%3d5SERuY.0AB%26GE%3dWMYN%26PA%3dZVXNhMWJYMXRh9w7sT%26D%3dIfzaLhTZIcw9NczAscTXvfPaOZ2fxZ1cJCN0NC1BsA1dQCOZKaPfIhQetbO9RgyX&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale</a> si rivolge a professionisti impegnati nel sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali, già provvisti di una propria professionalità disciplinare. Il percorso vuole ulteriormente specializzare i partecipanti nell'ambito della promozione di <b>progetti di innovazione e sperimentazione sociale</b>, concepiti per rispondere a diversi bisogni: protezione e sostegno di minori e famiglie in situazioni di disagio o di rischio, promozione del benessere individuale, familiare e comunitario. Il master, diretto dai professori <b>Paolo Rossi e Elisabetta Biffi</b>, coniuga due aspetti cruciali: le pratiche di contrasto a povertà e marginalità con le strategie di intervento nel campo delle azioni preventive. «Si tratta di un'opportunità di formazione innovativa, che mira a integrare le competenze dei diversi professionisti che operano nel sociale, come assistenti sociali, educatori e psicologi, anche per sviluppare il lavoro d'équipe», spiegano i docenti. Sono disponibili <b>25 posti</b>; le iscrizioni chiuderanno il <b>3 febbraio 2026</b>.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">Il master di <b>secondo livello</b> <a href="https://customer72157g.musvc1.net/e/tr?q=5%3dAcHSEb%262%3dS%26x%3dZJS%26y%3dWJTEY%26A%3d04P6K_2wir_Cg_8scv_Hh_2wir_Blq5k0uE9.Q4AwEr.A4_NguZ_XVHs74ApEs30E5Fo-L8GqNqEw7FAyJu-34PA30E5Fo-CuK4E5Fo-I5FsP5JkCwAy-A-B3vQ030E5Fo-0uD-3E9LoIq%266%3dwQ9NmW.474%26E9%3dSEWH%26L3%3dXPTFfGSBWGTJfN%260%3dFfuZAf3k7qO8AfG7kdvYHBqZkBqTlct5pcIWCdrVGBIVl0t6mYsZA9P5H7ObIdvbEAG7&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Pianificazione, programmazione, attuazione, gestione, monitoraggio e valutazione del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali</a> nasce per ampliare le competenze strategiche e organizzative delle professionalità di middle management impegnate in <b>ATS e Comuni</b>. La proposta formativa sviluppa le competenze di <b>analisi complessa di bisogni e risorse dei territori e del funzionamento dei sistemi di welfare locale</b>, nelle loro interazioni tra i vari attori del sistema pubblico e del Terzo settore. Si mira, inoltre, a qualificare la capacità di intervento in un <b>quadro più ampio, strategico e programmatico, di gestione</b> anche amministrativa ed economico-finanziaria dei sistemi integrati dei servizi, delle politiche sociali e delle reti locali. Diretto dalle professoresse <b>Ida Castiglioni </b>e <b>Laura Formenti</b>, il corso prevede <b>25 posti disponibili</b> e chiuderà le iscrizioni il <b>23 gennaio 2026. </b>«Finalmente un master executive, gratuito, con una reale prospettiva interdisciplinare. Un'occasione unica di aggiornamento per comuni e ATS su LEPS, OGD, street level bureaucracy, modelli partecipativi, modelli e tecniche per l'integrazione con le politiche educative, sanitarie, del lavoro e dell'abitare. Un approccio concreto, con casi reali e una ricerca costante di soluzioni innovative», spiegano le professoresse.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">I due master si inseriscono tra gli interventi previsti dal Piano Nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027 – Obiettivo di Policy 4 "Un'Europa più sociale" Regolamento (UE) n. 2021/1060 Regolamento (UE) n. 2021/1057 - Priorità 1. Sostegno all'inclusione sociale e lotta alla povertà (FSE+) – Obiettivo Specifico K (ESO 4.11) e sono realizzati con il cofinanziamento dell'Unione Europea – Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+). Grazie al finanziamento ottenuto, i percorsi verranno riproposti per quattro cicli annuali e saranno <b>gratuiti</b> per i frequentanti.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">In collaborazione con enti e istituzioni pubbliche e private, per creare profili che riflettono le esigenze del mondo del lavoro, <b>Bicocca Academy</b> offre annualmente più di 90 corsi post laurea tra master, corsi di perfezionamento, di formazione, executive e corsi di Educazione Continua in Medicina. Ulteriori informazioni su tutta l'offerta multidisciplinare dell'Alta formazione dell'Università di Milano-Bicocca sono disponibili sul sito di <a href="https://customer72157g.musvc1.net/e/tr?q=7%3dNeAURd%26u%3dU%26A%3dbCU%26B%3dYCVRa%264%3dBGRyM_Eybt_Pi_1upx_Aj_Eybt_Onj7xBnGL.SwC0Gk.CG_PZwm_ZO%268%3d0S2PzY.w9G%26G2%3dURYA%26NF%3dZIVSh0UOY5x9j0VWhG%26B%3dUejazbA8xdFYygBbzbGV2gkV20mW3gkYUZoVWbDWUeobQACZRZH5WYAaTYE6zDm8&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Bicocca Academy</a>. </span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Conoscenza, formazione e innovazione: disponibile online GeoSciences IR, l&amp;apos;infrastruttura di ricerca interamente italiana dedicata alla geologia</title>
<link>https://www.italia24.news/conoscenza-formazione-innovazione-disponibile-online-geosciences-infrastruttura-ricerca-interamente-italiana-dedicata-alla-geologia</link>
<guid>https://www.italia24.news/conoscenza-formazione-innovazione-disponibile-online-geosciences-infrastruttura-ricerca-interamente-italiana-dedicata-alla-geologia</guid>
<description><![CDATA[ Il progetto GeoSciences IR finanziato dal Ministero dell&#039;Università e della Ricerca (MUR) nell&#039;ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e coordinato dall&#039;Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) è disponibile online: un &quot;universo geologico&quot; digitale di importante livello scientifico che, per la prima volta, riunisce dati, servizi, strumenti e conoscenze necessari allo svolgimento delle attività di monitoraggio, pianificazione, progettazione, analisi e controllo nei diversi ambiti delle Scienze della Terra ]]></description>
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<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 11:25:49 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr" id="docs-internal-guid-d4b1e3f1-7fff-73cd-b917-105ef447d33b"><span>Il progetto è volto alla realizzazione di una infrastruttura di ricerca per la </span><strong>Rete Italiana dei Servizi Geologici (RISG)</strong><span> per mettere a disposizione dei servizi geologici regionali e non solo, i dati, i servizi e gli strumenti necessari per lo svolgimento delle funzioni di monitoraggio e controllo del territorio nei diversi ambiti delle scienze della Terra. L'infrastruttura non raccoglie soltanto informazioni e dati, ma anche strumenti, tecniche e pratiche operative su temi fondamentali quali geologia 3D, frane e tettonica attiva, sinkholes, difesa, uso e consumo del suolo, monitoraggio satellitare e in situ e ricerca mineraria. A tutti questi temi, si affianca un'importante offerta formativa che comprende corsi, tutorial, videolezioni e webinar.</span></p>
<p dir="ltr"><span>GeoSciences IR mette a disposizione delle amministrazioni, della comunità scientifica e dei cittadini </span><strong>267 prodotti liberamente accessibili</strong><span>, tra cui </span><strong>117 dataset, 18 applicazioni e tools informatici, 44 vocabolari, 25 visualizzatori personalizzati, 56 prodotti formativi</strong><span>, diversi </span><strong>documenti tecnici e linee guida.</strong></p>
<p dir="ltr"><span>All'interno dell'infrastruttura confluiscono portali e banche dati di grande rilievo, come il <strong>GeoDatabase </strong></span><strong>GeMMA</strong><span>, che raccoglie le informazioni sul patrimonio minerario italiano, compreso l'inventario dei depositi di rifiuti estrattivi e che sarà disponibile a breve, o </span><strong>ITHACA</strong><span> dedicata alla caratterizzazione delle faglie capaci in Italia. Sono inoltre presenti collegamenti a piattaforme strategiche come </span><strong>IdroGEO</strong><span>, il portale sul dissesto idrogeologico che consente, tra l'altro, di verificare il livello di rischio da frane e alluvioni nel proprio territorio, recentemente ampliato e rinnovato proprio grazie a GeoSciences IR.</span></p>
<p dir="ltr"><span>L'accesso ai contenuti è immediato e intuitivo: dal sito del progetto </span><span>si accede direttamente ai prodotti nel catalogo tematico e, con pochi clic, si passa dalla conoscenza all'azione. I dati prodotti dai 16 istituti di ricerca e università, partner del progetto, possono essere consultati e visualizzati attraverso strumenti dedicati, mentre applicazioni e servizi consentono di tradurre le informazioni in strumenti operativi. Un percorso che si completa con un'area dedicata alla formazione, pensata per rispondere alle esigenze degli utenti di approfondire e aggiornare le proprie competenze. La formazione è, infatti, uno dei punti di forza dell'infrastruttura: corsi, tutorial, video lezioni e webinar accompagnano l'utente in tutti gli ambiti delle Scienze della Terra, offrendo sia percorsi introduttivi sia occasioni di aggiornamento continuo per tecnici, professionisti e studenti.</span></p>
<p dir="ltr">Link al sito del progetto: <a href="https://geosciences-ir.it/" target="_blank" rel="noopener">GeoSciencesIR</a></p>
<p dir="ltr"><em>Al progetto GeoSciences IR partecipano 16 partner di cui 13 Università (Università degli Studi dell'Aquila, Università degli Studi di Bari, Università degli Studi di Cagliari, Università degli Studi dell'Insubria  Università degli Studi del Molise, Università degli Studi di Salerno, Università degli Studi di Torino, Università degli Studi della Tuscia, Università degli Studi di Trieste, Università degli Studi di Palermo) e 3 Enti di Ricerca (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale, Consiglio Nazionale delle Ricerche).</em></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Energia: nanomateriali da scarti del riso per batterie e supercondensatori</title>
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<description><![CDATA[ Ricerche congiunte di ENEA, Università la Sapienza di Roma e Politecnico di Torino puntano a dispositivi di accumulo energetico sostenibili e avanzati ]]></description>
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<pubDate>Fri, 09 Jan 2026 15:58:40 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="166" data-end="862">Batterie e supercondensatori realizzati con materiali ottenuti da un sottoprodotto della lavorazione del riso, la lolla, sono al centro delle attività di ricerca condotte da <strong>ENEA, Sapienza Università di Roma e Politecnico di Torino</strong>. I primi risultati, pubblicati sulle riviste internazionali <em data-start="507" data-end="518">Molecules</em> e <em data-start="521" data-end="548">Journal of Energy Storage</em>, mostrano come futuri dispositivi di accumulo elettrochimico di energia potranno contare su due materiali nanostrutturati innovativi, gli aerogel di carbonio e i quantum dots di grafene, ottenuti partendo dalla cellulosa contenuta in biomasse comuni e largamente disponibili. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="864" data-end="1509"><strong data-start="864" data-end="928">Aerogel di carbonio: struttura leggera e prestazioni stabili</strong><br data-start="928" data-end="931">Gli aerogel di carbonio sono materiali altamente porosi, definiti come “spugne solide” poiché composti per oltre il 90% da aria, che combinano leggerezza con stabilità elettrochimica. Per questo studio l’aerogel è stato ricavato dalla cellulosa presente nella lolla di riso, sottoposta a processi di gelificazione, essiccazione e successiva carbonizzazione. Questa struttura conferisce al materiale una elevata conducibilità elettrica e una leggerezza tali da renderlo potenzialmente ideale per applicazioni in batterie e supercondensatori. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="1511" data-end="2038"><strong data-start="1511" data-end="1571">Quantum dots di grafene per accumulo energetico avanzato</strong><br data-start="1571" data-end="1574">Partendo dagli idrogel di carbonio, i ricercatori hanno ottenuto anche i cosiddetti quantum dots di grafene, minuscole particelle con uno spessore vicino al singolo atomo. A questa scala il materiale acquisisce proprietà speciali, come la capacità di immagazzinare energia sulla superficie e favorire il passaggio degli ioni di litio, rendendoli promettenti per lo sviluppo di tecnologie di accumulo energetico più efficienti. <span class="" data-state="closed"></span></p>
<p data-start="2040" data-end="2589"><strong data-start="2040" data-end="2095">Verso tecnologie di accumulo energetico sostenibili</strong><br data-start="2095" data-end="2098">Secondo i ricercatori, gli aerogel di carbonio derivati da gel di cellulosa con alta concentrazione di cellulosa pura mostrano elevate prestazioni di stabilità e durata elettrochimica, anche dopo migliaia di cicli di carica e scarica. I quantum dots di grafene, grazie alle loro caratteristiche uniche, rappresentano un ulteriore passo avanti per l’integrazione in dispositivi di accumulo energetico sostenibile basati su materiali da biomasse scartate.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>SunDish: i radiotelescopi italiani aprono la strada a previsioni più accurate dei brillamenti solari</title>
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<description><![CDATA[ Sulle alte frequenze radio una nuova chiave osservativa per anticipare l’attività esplosiva del Sole e rafforzare la meteorologia spaziale ]]></description>
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<pubDate>Fri, 09 Jan 2026 15:42:44 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><span lang="it" style="line-height: 115%;">Il progetto <b>SunDish ha dimostrato per la prima volta la possibilità di prevedere,<span style="background: white; mso-highlight: white;"> con un elevato livello di successo, </span>i brillamenti solari</b> tramite l’osservazione del Sole ad alte frequenze radio con i radiotelescopi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Lo studio, pubblicato sulla rivista <i>Scientific Reports, </i>mostra che particolari anomalie spettrali osservate nelle <i>regioni attive</i> del Sole costituiscono un precursore affidabile di brillamenti solari. Le importanti ricadute scientifiche si intrecciano con potenziali implicazioni pratiche volte a raffinare la climatologia spaziale (space weather) e a mitigare le minacce alle nostre tecnologie.</span><b><span lang="it" style="line-height: 115%;"><o:p></o:p></span></b></span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><span lang="it" style="line-height: 115%;">Che cosa sono i brillamenti e perché rappresentano un rischio</span></span></strong></h3>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">I brillamenti solari (in inglese <i>flare</i>) sono esplosioni di energia paragonabili a quelle di milioni, fino a miliardi, di bombe nucleari, rilasciate in pochi secondi dalle regioni attive del Sole. Se diretta verso di noi, l’energia sprigionata raggiunge la Terra in circa otto minuti sotto forma di onde elettromagnetiche di diverse frequenze, dalle onde radio ai raggi X, causando disturbi alle comunicazioni radio e al segnale di dispositivi come i satelliti GPS. Fino ad oggi, la previsione dei brillamenti solari si è basata principalmente su complessi algoritmi di intelligenza artificiale e su dati provenienti da missioni spaziali. <span style="background: white; mso-highlight: white;">Ora un nuovo progetto basato sulle osservazioni radioastronomiche potrà affiancare e migliorare questi metodi predittivi.<o:p></o:p></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Un lungo e complesso ciclo di osservazioni solari effettuate in Italia dimostra oggi, per la prima volta, che <b>alcune anomalie nelle onde radio possono prevedere i brillamenti con un discreto anticipo</b>. Lo studio, coordinato dall’astrofisica dell’INAF <b>Sara Mulas,</b> ha prodotto e analizzato, dal 2018 al 2023, <b>450 mappe solari</b> effettuate in banda K (ovvero a frequenze radio tra i 18 e i 26 GHz). Queste osservazioni hanno fornito dati di alta qualità sulla cromosfera, lo strato dell’atmosfera del Sole posto immediatamente sopra la sua superficie visibile.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Lo studio si inserisce nel progetto <b>SunDish</b>, istituito e coordinato dal ricercatore INAF <b>Alberto Pellizzoni</b> con l’obiettivo di osservare il Sole alle alte frequenze radio (attualmente 18–26 GHz, con l’obiettivo di estendere le osservazioni fino a 100 GHz), con due grandi radiotelescopi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: il <b>Grueff Radio Telescope</b> presso la stazione radioastronomica di Medicina (Bologna) e il <b>Sardinia Radio Telescope</b> situato a San Basilio (Cagliari), appositamente adattati per questo tipo di osservazioni potenzialmente impattanti sulla strumentazione. In particolare, la parabola Grueff ha osservato il Sole con cadenza settimanale, consentendo un adeguato monitoraggio dell’attività solare necessario a ottenere modelli fisici predittivi. <o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">“Fino all’avvio di SunDish”, spiega <b>Simona Righini</b>, tecnologa dell’INAF e coautrice dello studio, ”puntare l'antenna anche solo a poca distanza dal Sole era proibito: si temeva che la radiazione e la concentrazione del calore danneggiassero i ricevitori. Insieme agli ingegneri, abbiamo effettuato test e dimostrato che, grazie all'impiego di opportuni attenuatori, il segnale del Sole si poteva maneggiare senza problemi. Inoltre non si verificavano surriscaldamenti. Nel tempo abbiamo sviluppato e affinato le tecniche di osservazione solare con queste grandi antenne, in precedenza impensabili, e stiamo lavorando a innovazioni che riguardano anche l'antenna INAF di Noto, in Sicilia”.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Lo spettro radio del Sole, in condizioni di quiete, appare piuttosto ripido, poiché è dominato dalle emissioni termiche. Quando la ripidità diminuisce bruscamente, a favore di un andamento più piatto, omogeneo e regolare, si manifesta ciò che in gergo si chiama <i>“flattening spettrale”</i> ed è dovuto all'emersione di intensi campi magnetici nella cromosfera solare. Fino ad oggi, questo fenomeno era stato associato a un generico cambiamento di stato delle regioni attive, ma lo studio condotto da Mulas ha dimostrato che, in realtà, il flattening è il precursore di brillamenti successivi.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">Si è infatti visto che <b>gli appiattimenti dello spettro si sono verificati fino a 30 ore prima dell'effettiva comparsa dei brillamenti, in ben l’89% dei casi, mentre solo l’11% degli eventi intensi non è preceduto da variazioni spettrali.</b><span style="background: yellow; mso-highlight: yellow;"> <o:p></o:p></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">“Questo approccio semplice e fisico - evidenzia Pellizzoni - rappresenta un’importante integrazione rispetto ai complessi sistemi di previsione basati su modelli statistici o di machine learning, offrendo un nuovo indicatore diretto dei processi magnetici che anticipano le eruzioni. L’inclusione di ulteriori parametri, come la misura della brillanza della regione attiva e le informazioni magnetiche associate, potrebbe portare la <b>precisione fino al 97%</b>, aprendo prospettive concrete per l’integrazione di questa metodologia nei futuri sistemi operativi di meteorologia spaziale (space weather). Di certo l’INAF può già essere considerato come uno dei principali innovatori in questo campo a livello mondiale”.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">L’importanza di questo studio risiede nel fatto che l’interesse scientifico si accompagna a un promettente aspetto pratico, legato alle minacce che l’attività solare comporta. Il Sole dona infatti alla Terra l’energia necessaria allo sviluppo e al mantenimento della vita, attraversando periodi ricorrenti durante i quali produce episodi impulsivi e molto violenti, durante i quali rilascia la sua energia.<span style="background: white; mso-highlight: white;"> Ogni undici anni circa, la nostra stella completa un ciclo in cui un <i>minimo solare</i> - caratterizzato da una relativa quiete - è seguito dalla comparsa e dal graduale aumento delle macchie solari fino al <i>massimo solare</i>. In un’alta percentuale di casi, i brillamenti generati in questo contesto di eccitazione energetica sono, a loro volta, precursori di eventi ancora più intensi.<o:p></o:p></span></span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 12pt; line-height: 115%; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><span style="background: white; mso-highlight: white;">Verso nuovi sviluppi: continuità osservativa e progetto Solaris</span></span></h3>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;"><span lang="it" style="line-height: 115%; background: white;">“I brillamenti solari - sottolinea Mulas - possono innescare o, comunque, precedere, in una percentuale media del 50/60% dei casi, che cresce con l’intensità del brillamento stesso, ulteriori fenomeni noti come espulsioni di massa coronale (CME).</span><span lang="it" style="line-height: 115%;"> Si tratta di vere e proprie esplosioni di plasma solare che si propagano attraverso lo spazio interplanetario e possono talvolta raggiungere la Terra, ma – contrariamente ai brillamenti – dopo molte ore o giorni dalla loro espulsione, causando <b>tempeste geomagnetiche, </b>ancora più pericolose per le nostre reti tecnologiche. Le <b>aurore polari</b> rappresentano una manifestazione visibile di questo processo: derivano dall’interazione tra il plasma solare emesso durante una CME, il campo magnetico e l’atmosfera terrestre. Come abbiamo potuto vedere negli ultimi anni, le tempeste più forti possono produrre aurore osservabili anche dalle nostre latitudini". <o:p></o:p></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 12.0pt 0cm 12.0pt 0cm;"><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%;"><span style="font-size: 12pt; font-family: helvetica, arial, sans-serif;">“Nella pratica non tutti i brillamenti, anche quelli più intensi, sono accompagnati da una CME per cui cercheremo di raffinare il metodo per poter prevedere anche le espulsioni coronali”, conclude Mulas. “Inoltre, i nostri radiotelescopi possono dedicare solo una frazione del loro tempo alle osservazioni solari; stiamo quindi elaborando metodi osservativi che assicurino la continuità della raccolta dei dati. Questo sarà, anzi, lo scopo di un altro progetto che rappresenta la naturale prosecuzione di SunDish, ovvero Solaris”.</span><o:p></o:p></span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Astrofisica. L’Event Horizon Telescope scruta il cuore del getto di OJ 287</title>
<link>https://www.italia24.news/astrofisica-levent-horizon-telescope-scruta-il-cuore-del-getto-di-oj-287</link>
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<description><![CDATA[ Per la prima volta osservato direttamente un campo magnetico elicoidale all’interno di un getto relativistico: nuove conferme sui meccanismi che governano i buchi neri supermassicci ]]></description>
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<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 11:29:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="125" data-end="653">Per la prima volta gli astronomi riescono a osservare direttamente la complessa architettura magnetica all’interno di un getto relativistico, uno dei fenomeni più energetici e affascinanti dell’Universo. Il risultato arriva grazie alle osservazioni dell’<strong data-start="379" data-end="426"><span class="whitespace-normal">Event Horizon Telescope</span> (EHT)</strong>, la rete globale di radiotelescopi che ha già reso possibile l’immagine dei buchi neri, e riguarda il blazar <strong data-start="536" data-end="577"><span class="whitespace-normal">OJ 287</span></strong>, una galassia attiva situata a circa 1,6 miliardi di anni luce dalla Terra.</p>
<h3 data-start="808" data-end="866"><strong data-start="812" data-end="866">Le nuove osservazioni dell’Event Horizon Telescope</strong></h3>
<p data-start="655" data-end="1087">Lo studio, rilanciato dall’<strong data-start="682" data-end="730"><span class="whitespace-normal">Istituto Nazionale di Astrofisica</span> (INAF)</strong> e pubblicato sulla rivista <em data-start="758" data-end="784">Astronomy &amp; Astrophysics</em>, analizza dati raccolti nell’aprile del 2017, oggi reinterpretati grazie a nuove tecniche di elaborazione e di analisi della polarizzazione. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sulla regione più interna del getto, quella più vicina al buco nero supermassiccio che alimenta l’intera struttura.</p>
<h3 data-start="1302" data-end="1352"><strong data-start="1306" data-end="1352">Onde d’urto e dinamiche estreme nel plasma</strong></h3>
<p data-start="1089" data-end="1498">Le immagini ad altissima risoluzione mostrano un getto tutt’altro che uniforme. Al suo interno emergono più componenti in movimento, riconducibili a onde d’urto che viaggiano a velocità differenti e che interagiscono tra loro e con il plasma circostante. Queste interazioni generano variazioni rapide nella polarizzazione della radiazione osservata, rivelando una dinamica estremamente complessa e turbolenta.</p>
<h3 data-start="1765" data-end="1821"><strong data-start="1769" data-end="1821">La scoperta chiave: il campo magnetico a spirale</strong></h3>
<p data-start="1500" data-end="1963">L’aspetto più innovativo dello studio è però l’evidenza diretta di un campo magnetico elicoidale, cioè avvolto a spirale lungo l’asse del getto. Si tratta di una configurazione prevista da tempo dai modelli teorici, ma mai osservata con tanta chiarezza nelle immediate vicinanze della sorgente. Questa struttura magnetica sembra svolgere un ruolo cruciale nel mantenere il getto collimato e stabile, oltre che nell’accelerare le particelle a energie elevatissime.</p>
<h3 data-start="2812" data-end="2869"><strong data-start="2816" data-end="2869">Un passo avanti nella comprensione dei buchi neri</strong></h3>
<p data-start="1965" data-end="2433">OJ 287 è considerato da anni un laboratorio cosmico ideale. Appartiene alla classe dei blazar, galassie attive il cui getto relativistico è orientato quasi direttamente verso la Terra, e si ritiene ospiti un sistema binario di buchi neri supermassicci con un periodo orbitale di circa dodici anni. Una configurazione rara, che rende questo oggetto particolarmente prezioso per testare le teorie sulla formazione dei getti e sull’evoluzione dei nuclei galattici attivi.</p>
<p data-start="2435" data-end="2794">Le nuove osservazioni rafforzano l’idea che i campi magnetici organizzati siano un ingrediente fondamentale nella fisica dei buchi neri. I moti apparentemente superluminali osservati nel getto, spiegabili come effetti relativistici legati alla geometria e alla velocità del flusso, confermano inoltre l’estrema energia in gioco in queste regioni dello spazio.</p>
<p data-start="2796" data-end="3102">Dopo aver aperto una finestra diretta sull’orizzonte degli eventi dei buchi neri, l’Event Horizon Telescope dimostra ancora una volta di essere uno strumento chiave per comprendere non solo l’aspetto di questi oggetti estremi, ma anche i processi fisici che ne governano l’ambiente più profondo e violento.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Università di Milano&#45;Bicocca: scoperta la prima galassia fantasma, un alone di materia oscura senza stelle</title>
<link>https://www.italia24.news/universita-di-milano-bicocca-scoperta-la-prima-galassia-fantasma-un-alone-di-materia-oscura-senza-stelle</link>
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<description><![CDATA[ Nuove rilevazioni con il telescopio spaziale Hubble confermano la presenza di un alone di materia oscura che trattiene gas ma non genera stelle. Questo oggetto astrofisico si chiama RELHIC: è stato individuato per la prima volta e conferma il modello cosmologico teorico ]]></description>
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<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 17:09:55 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Per una volta, cercare qualcosa e non trovarlo si trasforma in una scoperta rivoluzionaria. È quello che è successo al ricercatore del dipartimento di Fisica dell'Università di Milano-Bicocca </span><strong>Alejandro Benitez-Llambay</strong><span><strong>,</strong> che, in collaborazione con astronomi di <strong>Canada e Stati Uniti,</strong> ha osservato nel cuore del cosmo, a <strong>14 milioni di anni luce dalla Terra,</strong> </span><strong>Cloud-9, un alone di materia oscura totalmente privo di stelle</strong><span>. Grazie a un'indagine che ha coinvolto i più potenti telescopi del mondo,<strong> Cloud-9 </strong>si è rivelato il primo candidato certo di </span><span><strong>RELHIC</strong>, </span><span>un oggetto astrofisico previsto dal modello cosmologico ma mai osservato prima. La ricerca è stata recentemente pubblicata sulla <a href="https://www.italia24.news/admin/(https:/iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/ae1584" target="_blank" rel="noopener">rivista </a></span><span><a href="https://www.italia24.news/admin/(https:/iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/ae1584" target="_blank" rel="noopener">The Astrophysical Journal Letters.</a></span></p>
<h3 data-start="898" data-end="949">Una galassia senza luce, rivelata dalla gravità</h3>
<p dir="ltr"><span>Il gruppo di ricerca internazionale ー composto anche da <strong>Gagandeep S. Anand e Rachael Beaton (Space Telescope Science Institute), Andrew J. Fox  (Aura per Esa), Julio F. Navarro (Università di Victoria, Canada) ed Elena D'Onghia (Università di Wisconsin, Usa) </strong>ー ha sfruttato la potenza del telescopio spaziale </span><span>Hubble</span><span>, puntandolo </span><span>su Cloud-9 per otto orbite</span><span> (circa 13 ore complessive) e scrutando in profondità questa misteriosa nube di idrogeno, situata vicino alla galassia a spirale M94. «Con queste osservazioni abbiamo avuto la conferma che, nonostante la sua massa e la presenza di gas, Cloud-9</span><span> non è una galassia</span><span>: in quest'area, estesa per oltre 1,4 kpc (4.500 anni luce), non brilla neppure una stella», spiega Alejandro Benitez-Llambay. È questo il tratto distintivo che lo rende il primo candidato certo per essere un RELHIC (</span><span>Reionization-Limited H I Cloud</span><span>). Si tratta di una tipologia di aloni di materia oscura  che, pur essendo esteso per ben 1,4 kiloparsec e contenendo grandi quantità di idrogeno neutro (HI), rimane del tutto privo di stelle. Questi oggetti, previsti dal modello cosmologico chiamato </span><span>ΛCDM</span><span> (il quadro teorico che descrive l'evoluzione e la formazione delle strutture nell'universo), finora non erano mai stati osservati. Secondo il modello, questi aloni sarebbero abbastanza massicci da trattenere parte del loro gas ma non abbastanza da superare la pressione termica e innescare la formazione delle stelle. Si creerebbe così quella che viene soprannominata </span><span>"<strong>galassia fallita" o "galassia fantasma"</strong></span><span>.</span></p>
<h3 data-start="1518" data-end="1558">Perché è una scoperta importante?</h3>
<p dir="ltr"><span>La ricerca di questi oggetti sfuggenti ha richiesto una nuova generazione di telescopi con sensibilità senza precedenti, in grado di rilevare la </span><span>debole emissione radio dell'idrogeno neutro</span><span> con una risoluzione spaziale relativamente buona. «La prima rilevazione di Cloud-9 è stata effettuata nel 2023 dal radiotelescopio FAST (</span><span>Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope</span><span>) situato a Guizhou, in Cina», continua il ricercatore. «Con i suoi 500 metri di diametro, FAST è il più grande radiotelescopio sferico del mondo capace di sorvegliare vaste aree: è stato lui a intercettare il segnale radio proveniente da una compatta nube di idrogeno neutro». Dopo il rilevamento iniziale, l'oggetto è stato </span><span>osservato da noi con il potente radiotelescopio</span><span> </span><span>Karl G. Jansky Very Large Array</span><span> (VLA) situato nel New Mexico: composto da 27 antenne disposte a forma di "Y" su un diametro di 36 km, è capace di ottenere una qualità di immagine e una risoluzione di gran lunga superiori rispetto a un telescopio a parabola singola.</span></p>
<p dir="ltr"><span>A confermare che Cloud-9 non è una galassia "normale", ma un </span><strong>unicum</strong><span><strong> cosmico</strong> che conferma la previsione teorica di un RELHIC, hanno contribuito adesso le osservazioni con il<strong> telescopio </strong></span><strong>Hubble</strong><span>, descritte dal nuovo studio. «La mancata rilevazione di stelle all'interno di questa nube è un passo fondamentale per la validazione del modello </span><span>ΛCDM</span><span>, mostrando il confine tra aloni di materia oscura che diventano galassie e quelli che restano "falliti", privi di luce. Ma le osservazioni con questo telescopio sono state una </span><span>sfida logistica molto complessa</span><span>, condizionata dalla meccanica orbitale del telescopio e dai requisiti di puntamento precisi per l'osservazione profonda», ha precisato il cosmologo di Milano-Bicocca. «Hubble sta inoltre operando in modalità ridotta a causa di vari malfunzionamenti dovuti alla sua lunga permanenza in orbita». Ora che si è aperta questa eccezionale </span><span>finestra sui processi che governano la formazione delle galassie</span><span>, Cloud-9 diventa un oggetto di inestimabile valore per studi futuri con osservazioni ottiche sempre più profonde.  </span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Materia oscura: scoperto un oggetto cosmico che mette in discussione i modelli attuali</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio internazionale pubblicato su Nature Astronomy, a cui hanno partecipato anche ricercatori e ricercatrici dell&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica rivelano un misterioso perturbatore di circa un milione di masse solari, completamente oscuro e con alcune caratteristiche così peculiari da rendere al momento assai arduo comprenderne la natura ]]></description>
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<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 14:19:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Un oggetto completamente oscuro, con una massa pari a circa </span><span>un milione di volte quella del Sole</span><span>, sta mettendo in discussione le attuali teorie sulla </span><span>materia oscura “fredda” e “tiepida”</span><span>. A tradirne l’esistenza non è stata la luce, ma una minuscola deformazione impressa su un arco gravitazionale <strong>distante </strong></span><strong>6,5 miliardi di anni luce dalla Terra.</strong></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica<strong> </strong></span><strong>Nature Astronomy</strong><span>, è stato guidato da </span><strong>Simona Vegetti</strong><span> del Max Planck Institute for Astrophysics e ha visto la partecipazione di ricercatrici e ricercatori dell’</span><span>Istituto Nazionale di Astrofisica</span><span>, tra cui </span><strong>Cristiana Spingola, Davide Massari e Giulia Despali.</strong></p>
<h3 dir="ltr"><span>Un oggetto invisibile scoperto grazie alla gravità</span><span> </span></h3>
<p dir="ltr"><span>Il misterioso “perturbatore” è stato individuato dai ricercatori analizzando il sistema </span><span>JVAS B1938+666</span><span>, un esempio quasi perfetto di </span><span>lente gravitazionale</span><span>, fenomeno previsto dalla relatività generale. In questo caso, la massa di una galassia ellittica interposta tra noi e una sorgente più lontana piega la luce, creando un arco luminoso estremamente nitido.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Ed è proprio su quell’arco che i ricercatori hanno notato una piccola irregolarità: la “firma” gravitazionale di un oggetto invisibile, il più piccolo mai “avvistato” a distanze cosmologiche usando esclusivamente questo metodo.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Avvistato tra virgolette, perché la sua presenza è stata rivelata, appunto, solo da effetti gravitazionali. </span></p>
<p dir="ltr"><span>Per il resto, buio completo. </span></p>
<h3 dir="ltr"><span>Un profilo di densità mai visto prima </span></h3>
<p dir="ltr"><span>Il primo passo compiuto dal team di ricerca è stato tracciare il cosiddetto </span><span>profilo di densit</span><span>à del misterioso oggetto. Vale a dire, hanno ricostruito com’è distribuita la sua massa nello spazio, </span><span>un'operazione </span><span>complessa trattandosi di un oggetto invisibile. E’ stato necessario analizzare il nitido arco gravitazionale osservandolo con potenti radiotelescopi come il </span><strong>Green Bank Telescope</strong><span> e le reti </span><strong>VLBA ed EVN</strong><span>, a cui partecipa anche l’<strong>antenna di Medicina </strong>(Bologna).</span></p>
<p dir="ltr"><span>L’approccio adottato in questo studio è stato analizzare le deformazioni del segnale emesso dalla sorgente più lontana, quella situata alle spalle della materia che agisce da lente gravitazionale, per ricostruire in dettaglio la “lente” stessa. Impresa in questo caso tutt’altro che semplice, poiché le masse che agivano da lenti erano più d’una, e quella su cui si concentrava l’attenzione dei ricercatori – l’oggetto da un milione di masse solari – era molto piccola rispetto all’effetto lensing complessivo, dovuto perlopiù alla galassia ellittica.</span></p>
<p dir="ltr"><span>«Cercare di separare tutte le diverse componenti di massa di un oggetto così lontano e di massa ridotta con la lente gravitazionale», ricorda la prima autrice dello studio, <strong>Simona Vegetti,</strong> del Max Planck Institute for Astrophysics (Germania), «è stato estremamente impegnativo e incredibilmente emozionante. Stiamo lavorando con dati di alta qualità e modelli complessi, e proprio quando pensavo che avessimo capito tutto, le sue proprietà ci hanno riservato un’altra sorpresa. È proprio questa combinazione di difficoltà e mistero che rende questo oggetto così affascinante».</span></p>
<p dir="ltr"><span>«Per tentare di capire di che oggetto si trattava, e in particolare per ricostruire il suo profilo di densità», continua <strong>Giulia Despali,</strong> coautrice dello studio e ricercatrice all’Università di Bologna, «abbiamo anzitutto dovuto analizzare attentamente le piccole perturbazioni da esso introdotte sull’arco principale. Per cercare poi di interpretare queste irregolarità abbiamo messo a punto una ventina di modelli con i quali confrontare i dati. Ma né i modelli di materia oscura fredda né quelli di materia oscura “tiepida”, diciamo, riescono a spiegare un oggetto come quello che abbiamo osservato».</span></p>
<p dir="ltr"><span>«È che ha un profilo molto strano, perché è particolarmente denso al centro, ma si estende tantissimo», spiega <strong>Davide Massari,</strong> coautore dello studio e ricercatore all’Istituto nazionale di astrofisica. «Quindi non è distribuito uniformemente: è come se al centro ci fosse un oggetto estremamente compatto, ma poi il profilo continuasse a estendersi a distanze molto maggiori di quelle che tipicamente si osservano in galassie o sistemi stellari di massa paragonabile».</span></p>
<p dir="ltr"><span>«La parte centrale interna è coerente con un buco nero o un nucleo stellare denso», aggiunge Vegetti, «che sorprendentemente costituisce circa un quarto della massa totale dell’oggetto. Man mano che ci allontaniamo dal centro, tuttavia, la densità dell’oggetto si appiattisce in un ampio componente simile a un disco. Si tratta di una struttura che non abbiamo mai visto prima, quindi potrebbe trattarsi di una nuova classe di oggetti oscuri».</span></p>
<p dir="ltr"><span>Un contributo decisivo potrebbe arrivare da nuove osservazioni, questa volta non con i radiotelescopi ma con un telescopio come Jwst, il James Webb Space Telescope. «Se alla fine riuscissimo a osservare una qualche forma d’emissione luminosa nella banda del visibile o dell’infrarosso», dice a questo proposito <strong>Cristiana Spingola</strong>, coautrice dello studio e ricercatrice all’Istituto nazionale di astrofisica, «potremmo concludere, per esempio, che si tratti di una galassia nana ultracompatta un po’ anomala, con un alone stellare insolitamente esteso. Ma se anche con JWST dovessimo continuare a non vedere la luce delle stelle o di altra materia visibile, allora vorrebbe dire che ci troviamo davanti a un oggetto le cui proprietà sono difficilmente spiegabili dagli attuali modelli di materia oscura».</span></p>
<p dir="ltr"><span>Va infine ricordato che questo è il <strong>terzo oggetto di questo tipo</strong> identificato utilizzando il cosiddetto metodo di<em> imaging gravitazionale</em>, ma è di gran lunga il più piccolo in termini di massa e il primo ad essere caratterizzato con un livello di precisione così elevato. Tutte e tre le rilevazioni presentano proprietà che non si adattano facilmente al quadro standard della materia oscura. Identificare altri esempi sarà fondamentale per determinare se questi sistemi sono rari casi anomali o i primi indizi di una fisica che va oltre l’attuale modello della materia oscura.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Link dell'articolo su Nature Astronomy: "</span><a href="https://www.nature.com/articles/s41550-025-02746-w"><span>A possible challenge for Cold and Warm Dark Matter</span></a><span>", di Simona Vegetti, Simon D. M. White, John P. McKean, Devon M. Powell, Cristiana Spingola, Davide Massari, Giulia Despali e Christopher D. Fassnacht</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Consiglio Nazionale delle Ricerche: via libera al Bilancio 2026, utile da 3,5 milioni e nuovi traguardi scientifici</title>
<link>https://www.italia24.news/consiglio-nazionale-delle-ricerche-via-libera-al-bilancio-2026-utile-da-35-milioni-e-nuovi-traguardi-scientifici</link>
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<description><![CDATA[ Approvato il Bilancio di previsione: sostenibilità finanziaria, crescita competitiva e rafforzamento del ruolo internazionale dell’Ente ]]></description>
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<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 14:08:30 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="273" data-end="716">Il <strong data-start="276" data-end="317"><span class="whitespace-normal">Consiglio Nazionale delle Ricerche</span></strong> chiude il 2025 con un segnale netto di solidità gestionale e rilancio strategico. Il Consiglio di Amministrazione del Cnr ha infatti approvato il <strong data-start="464" data-end="517">Bilancio unico di previsione per l’esercizio 2026</strong>, che presenta un <strong data-start="535" data-end="575">utile stimato di 3,5 milioni di euro</strong>, in controtendenza rispetto all’anno precedente e a conferma della sostenibilità economica del principale Ente pubblico di ricerca italiano.</p>
<p data-start="718" data-end="1001">L’approvazione, avvenuta nella seduta del <strong data-start="760" data-end="775">17 dicembre</strong>, arriva al termine di un anno particolarmente significativo anche sul fronte scientifico, caratterizzato da risultati che rafforzano la <strong data-start="912" data-end="970">capacità attrattiva e il posizionamento internazionale</strong> della rete di ricerca del Cnr.</p>
<h3 data-start="1003" data-end="1046">Un bilancio nel nuovo sistema contabile</h3>
<p data-start="1048" data-end="1329">Il Bilancio di previsione 2026 è redatto nel <strong data-start="1093" data-end="1148">nuovo sistema di contabilità economico-patrimoniale</strong>, completando il percorso di riforma avviato con il <strong data-start="1200" data-end="1251">decreto legislativo n. 218 del 25 novembre 2016</strong>, dedicato alla semplificazione delle attività degli Enti pubblici di ricerca.</p>
<p data-start="1331" data-end="1730">Il valore complessivo del Bilancio ammonta a <strong data-start="1376" data-end="1396">885.723.580 euro</strong>, di cui <strong data-start="1405" data-end="1425">671.937.098 euro</strong> provenienti dal <strong data-start="1442" data-end="1491">Fondo ordinario per gli enti di ricerca (FOE)</strong>. La restante parte deriva da ricavi e contributi di soggetti nazionali ed europei, inclusi quelli di natura competitiva legati a progetti di ricerca finanziati tramite bandi, una voce destinata a crescere ulteriormente nel corso del 2026.</p>
<h3 data-start="1732" data-end="1778">Lenzi: “Segnale di rigore e sostenibilità”</h3>
<p data-start="1780" data-end="2190">«Il bilancio di esercizio prevede, a differenza dello scorso anno, un utile di amministrazione pari a 3,5 milioni di euro: ciò conferma l'efficacia delle azioni intraprese dalla nuova governance e rappresenta un importante indicatore della piena sostenibilità dei costi rispetto alle entrate del maggiore Ente di ricerca italiano», ha commentato il presidente del Cnr <strong data-start="2148" data-end="2189"><span class="whitespace-normal">Andrea Lenzi</span></strong>.</p>
<p data-start="2192" data-end="2492">Lenzi ha sottolineato come il risultato sia «il frutto di una nuova gestione rigorosa, trasparente e orientata al miglioramento continuo», ringraziando il Direttore generale <strong data-start="2366" data-end="2382">Jacopo Greco</strong> e l’intera amministrazione centrale, a partire dai direttori <strong data-start="2444" data-end="2466">Annalisa Gabrielli</strong> e <strong data-start="2469" data-end="2491">Pierluigi Raimondi</strong>.</p>
<h3 data-start="2494" data-end="2547">Ricerca di eccellenza e leadership internazionale</h3>
<p data-start="2549" data-end="3001">Accanto al dato finanziario, il Bilancio fotografa un Ente in forte crescita anche sul piano scientifico. Tra il <strong data-start="2662" data-end="2680">2022 e il 2024</strong>, il Cnr ha ottenuto <strong data-start="2701" data-end="2764">30 progetti finanziati dall’European Research Council (ERC)</strong> con propri ricercatori nel ruolo di Principal Investigator, includendo Starting, Consolidator, Advanced e Synergy Grants, oltre ai Proof of Concept. Per il biennio <strong data-start="2929" data-end="2942">2025-2026</strong> sono invece <strong data-start="2955" data-end="3000">68 i progetti complessivamente sottomessi</strong>.</p>
<p data-start="3003" data-end="3289">Nel 2025, inoltre, il Cnr può contare su <strong data-start="3044" data-end="3109">quattro ricercatori e ricercatrici e tre associati di ricerca</strong> inseriti nella lista <strong data-start="3131" data-end="3179">Highly Cited Researchers – Top 1% scientists</strong> di <strong data-start="3183" data-end="3196">Clarivate</strong>, che individua gli studiosi più citati a livello globale nei rispettivi ambiti disciplinari.</p>
<p data-start="3291" data-end="3551">A questi si aggiungono <strong data-start="3314" data-end="3348">520 ricercatori e ricercatrici</strong> inclusi nella classifica <strong data-start="3374" data-end="3431">Stanford University–Elsevier – Top 2% scientists 2024</strong>, aggiornata ad agosto 2025, che misura l’impatto scientifico sia sull’intera carriera sia sulla produzione più recente.</p>
<h3 data-start="3553" data-end="3597">Verso il 2026: consolidamento e rilancio</h3>
<p data-start="3599" data-end="3869">«Sono risultati che dimostrano l'altissimo profilo scientifico raggiunto dalla rete di ricerca dell'Ente e il suo posizionamento a livello internazionale», ha concluso Lenzi. «Il 2026 sarà per il Cnr un anno di consolidamento e rilancio della propria azione strategica».</p>
<p data-start="3871" data-end="4270">La pianificazione futura, ha spiegato il presidente, si fonda su una <strong data-start="3940" data-end="3961">visione sistemica</strong> che punta a coniugare produzione di conoscenza innovativa, qualità dell’azione amministrativa, trasparenza, semplificazione dei processi ed efficienza gestionale, con una particolare attenzione alla <strong data-start="4161" data-end="4193">valorizzazione del personale</strong>, considerato una leva centrale per lo sviluppo e la competitività dell’Ente.</p>
<p data-start="4272" data-end="4456" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Un bilancio che, numeri alla mano, rafforza il ruolo del Cnr come <strong data-start="4338" data-end="4380">motore della ricerca pubblica italiana</strong> e attore sempre più rilevante nello scenario scientifico europeo e globale.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Una nuova tecnica di microscopia osserva le cellule senza alterarne la natura</title>
<link>https://www.italia24.news/una-nuova-tecnica-di-microscopia-osserva-le-cellule-senza-alterarne-la-natura</link>
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<description><![CDATA[ Sviluppato all’Istituto Italiano di Tecnologia un metodo ottico innovativo. Il prossimo passo è l’integrazione con l’intelligenza artificiale ]]></description>
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<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 13:36:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="277" data-end="679">Osservare le cellule <strong data-start="298" data-end="336">nelle loro condizioni più naturali</strong>, senza ricorrere a coloranti o marcatori fluorescenti: è l’obiettivo centrato da un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’<strong data-start="464" data-end="505"><span class="whitespace-normal">Istituto Italiano di Tecnologia</span></strong> (IIT), che hanno sviluppato una <strong data-start="538" data-end="582">tecnica innovativa di microscopia ottica</strong> capace di migliorare il contrasto delle immagini preservando l’integrità dei campioni biologici.</p>
<p data-start="681" data-end="1027">La ricerca, guidata da <strong data-start="704" data-end="745"><span class="whitespace-normal">Alberto Diaspro</span></strong> e realizzata da <strong data-start="762" data-end="803"><span class="whitespace-normal">Nicolò Incardona</span></strong> e <strong data-start="806" data-end="847"><span class="whitespace-normal">Paolo Bianchini</span></strong> dell’unità Nanoscopy dell’IIT, è stata pubblicata sulla rivista <em data-start="912" data-end="951"><span class="whitespace-normal">Optics Letters</span></em> e apre nuove prospettive per lo studio dei processi biologici fondamentali.</p>
<h3 data-start="1029" data-end="1081">Superare i limiti della microscopia tradizionale</h3>
<p data-start="1083" data-end="1540">Il microscopio ottico rappresenta da sempre uno strumento essenziale per lo studio delle cellule, ma la loro <strong data-start="1192" data-end="1216">trasparenza naturale</strong> rende spesso necessario l’uso di mezzi di contrasto, come colorazioni istologiche o marcatori fluorescenti. Tecniche alternative – come la microscopia a polarizzazione o quella in campo oscuro – permettono di migliorare la visibilità, ma non sempre garantiscono un dettaglio sufficiente per analisi molecolari approfondite.</p>
<p data-start="1542" data-end="1821">Per questo motivo, la <strong data-start="1564" data-end="1614">microscopia a fluorescenza a super-risoluzione</strong> è oggi la più utilizzata: consente di identificare con precisione specifici componenti cellulari, ma richiede l’introduzione di molecole fluorescenti che possono alterare lo stato fisiologico della cellula.</p>
<h3 data-start="1823" data-end="1865">Una tecnica combinata, senza marcatori</h3>
<p data-start="1867" data-end="2192">Il team dell’IIT ha scelto una strada diversa, combinando <strong data-start="1925" data-end="1957">microscopia a polarizzazione</strong> e <strong data-start="1960" data-end="1991">microscopia in campo oscuro</strong> in un’unica tecnica capace di fornire un contrasto elevato <strong data-start="2051" data-end="2085">senza l’uso della fluorescenza</strong>. In questo modo è possibile osservare le cellule viventi mantenendone intatte le caratteristiche naturali.</p>
<p data-start="2194" data-end="2683">«L'idea è quella di utilizzare questa tecnica per studiare la cromatina, il complesso formato da DNA e proteine che si trova nel nucleo delle cellule. Capire come la cromatina è organizzata e come cambia nel tempo è fondamentale per comprendere numerosi processi biologici e per individuare le alterazioni alla base di molte malattie», afferma Nicolò Incardona, ricercatore dell’unità Nanoscopy, recentemente rientrato in Italia dopo sette anni di attività presso l’Università di Valencia.</p>
<h3 data-start="2685" data-end="2727">Il ruolo dell’intelligenza artificiale</h3>
<p data-start="2729" data-end="3092">Nonostante i vantaggi, la nuova tecnica presenta ancora un limite rispetto alla microscopia a fluorescenza: non consente di distinguere in modo specifico i diversi componenti cellulari. Per superare questo ostacolo, il gruppo di ricerca sta lavorando a un <strong data-start="2985" data-end="3006">sistema integrato</strong> che combini le due modalità di osservazione e sfrutti l’<strong data-start="3063" data-end="3091">intelligenza artificiale</strong>.</p>
<p data-start="3094" data-end="3321">L’obiettivo è ottenere immagini dello stesso campione sia con la nuova tecnica sia con la fluorescenza, utilizzandone la correlazione per addestrare un modello di IA capace di trasformare automaticamente le prime nelle seconde.</p>
<p data-start="3323" data-end="3767">«Il nostro prossimo obiettivo è di costruire un modello di IA in grado di genere immagini a fluorescenza con contenuto molecolare, quindi specifiche, a partire da quelle ottenute con la nostra tecnica, eliminando così la necessità di etichette nelle cellule in analisi – afferma Alberto Diaspro –. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che potrebbe aprire la strada a una nuova generazione di tecniche di microscopia completamente non invasive».</p>
<h3 data-start="3769" data-end="3805">Ricerca e infrastrutture europee</h3>
<p data-start="3807" data-end="4182">Lo studio è stato supportato da <strong data-start="3839" data-end="3861">ALM-Eurobioimaging</strong> e da diversi progetti finanziati dal <strong data-start="3899" data-end="3907">PNRR</strong>, tra cui <em data-start="3917" data-end="3987">SEELIFE – StrEngthEning the ItaLIan InFrastructure of Eurobioimaging</em> e il <em data-start="3993" data-end="4061">National Center for Gene Therapy and Drugs Based on RNA Technology</em>, confermando il ruolo strategico delle <strong data-start="4101" data-end="4139">infrastrutture di ricerca avanzate</strong> nello sviluppo di tecnologie di frontiera.</p>
<p data-start="4184" data-end="4462" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Un risultato che rafforza la posizione dell’IIT nel panorama internazionale della <strong data-start="4266" data-end="4297">microscopia ottica avanzata</strong> e apre nuove prospettive per applicazioni in ambito <strong data-start="4350" data-end="4395">oncologico, neurodegenerativo e biomedico</strong>, dove osservare la cellula senza alterarla può fare la differenza.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Premiata la ricerca del Politecnico di Torino, dal bando FIS 3  finanziati progetti per 7,3 milioni di euro</title>
<link>https://www.italia24.news/premiata-la-ricerca-del-politecnico-di-torino-dal-bando-fis-3-finanziati-progetti-per-73-milioni-di-euro</link>
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<description><![CDATA[ Il MUR, nell’ambito della terza edizione del programma Fondo Italiano per la Scienza, assegna all’ateneo torinese fondi per lo sviluppo di cinque progetti di ricerca all’avanguardia ]]></description>
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<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 13:21:43 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Il <b>Politecnico di Torino</b> ha ottenuto importanti risultati nell’ambito della terza edizione del programma nazionale <b>Fondo Italiano per la Scienza-FIS</b>, finanziato dal </span><b><span>Ministero </span></b><b><span>dell’Università e della Ricerca-MUR</span></b><span> a sostegno della ricerca fondamentale in tutti i settori scientifici, umanistici e tecnologici. Ispirato al modello dell’European Research Council-ERC, il FIS mira a promuovere l’eccellenza scientifica, rafforzare la competitività internazionale della ricerca italiana e sostenere il capitale umano, con particolare attenzione alla libertà della ricerca e alla qualità scientifica dei progetti. </span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’ateneo torinese si aggiudica così un <b>finanziamento di 7,3 milioni di euro</b> per lo sviluppo di <b>cinque progetti innovativi</b>, che esplorano ambiti di ricerca differenti – dall’ingegneria dell’ambiente e delle infrastrutture all’ingegneria aerospaziale, dalle politiche del territorio all’architettura, e ancora alla scienza applicata e tecnologia – con l’obiettivo comune di fornire risposte alle complesse sfide del nostro tempo.</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il progetto <b>“THEMAS – Transport of Heat and Mass Across Surfaces”</b>, che sarà coordinato da <b>Luca Brandt</b>, docente presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture-DIATI, ha ottenuto un finanziamento di tipo <b>Advanced Grant</b> pari a <b>1.896.000,00 euro</b>. Al centro della ricerca, lo studio dell’<b>interazione tra trasferimento di massa ed energia in miscele di fluidi complesse e superfici micro e nano-texturizzate</b>: unendo simulazioni con dettagli mai raggiunti prima ed esperimenti di laboratorio, THEMAS rivela come le caratteristiche della parete modulino il trasferimento di calore durante i cambi di fase, contribuendo così a <b>migliorare tecnologie ad alta efficienza energetica</b>.</span><span></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><b><span>Erasmo Carrera</span></b><span>, docente presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale-DIMEAS, sarà invece responsabile dello sviluppo del progetto <b>“FEM2.0 – 2<sup>nd</sup> Generation Finite Element Method”</b>: il progetto, finanziato con un <b>Advanced Grant</b> del valore di <b>1.900.000,00 euro</b>, mira ad <b>aggiornare le basi degli attuali strumenti di simulazione strutturale</b> – software e metodi di calcolo utilizzati per prevedere come una struttura si comporterà nella realtà –  ancora legati a ipotesi secolari e che influenzano oggi molti settori dell’ingegneria. Usando quindi un approccio più flessibile la ricerca ha l’obiettivo di offrire risultati più realistici e <b>risolvere problemi complessi che i software FEM attuali non riescono a gestire</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il progetto <b>“GRUHPP – Green Restitution for Urban Heritage Planning and Protection”</b> – coordinato da <b>Zachary Mark Jones</b>, ricercatore che ha presentato la proposta con il Dipartimento interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio-DIST, e ha ottenuto un finanziamento di tipo <b>Starting grant</b> pari a <b>1.037.635,44 euro</b> – esplora come le <b>Infrastrutture Verdi (GI)</b> e le <b>Soluzioni Basate sulla Natura (NBS)</b> possano aiutare le città storiche ad affrontare le minacce legate al clima. Il progetto mira a riscoprire il patrimonio verde perduto, chiarire rischi e benefici e creare nuove linee guida per <b>futuri urbani sostenibili e resilienti</b>.</span></p>
<p class="v1CorpoA"><b><span>Silvia Lanteri</span></b><span>, ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura e Design-DAD, guiderà il progetto <b>“SUPERural – Resilient and Innovative Projects of Commoning in Marginal Areas”</b> finanziato con uno <b>Starting grant</b> del valore di <b>1.299.546,10 euro</b>. La ricerca si interroga su come la costruzione di <b>rural commons</b> – beni e risorse delle aree rurali gestiti collettivamente da una comunità – possa stimolare modi alternativi di fare, di insegnare e di comunicare l'architettura, e su come l’adozione di tale modello possa generare innovazione. I casi studio saranno individuati in Italia, Svizzera, Francia, Belgio, con l’obiettivo di <b>sviluppare linee guida a supporto di future politiche ed investimenti in Europa</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il progetto <b>“SANDI – Superflow Stability: Exploring Dynamics in Inhomogeneous Superfluids”</b> – coordinato da <b>Klejdja Xhani</b>, ricercatrice </span><span>che ha presentato la proposta</span><span> con il Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT, e ha ottenuto un finanziamento di tipo <b>Starting grant</b> pari a <b>1.167.188,00 euro</b> – studia <b>superfluidi disomogenei</b>, uno stato della materia con proprietà uniche, come flusso senza attrito, usando gas atomici ultrafreddi. La ricerca indaga come eccitazioni, interfacce, sbilanciamento di spin e interazioni modellino la dinamica dei superfluidi. I risultati faranno avanzare la comprensione del comportamento superfluido e guideranno <b>futuri dispositivi e simulatori quantistici</b>.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Le università, ponti tra l&amp;apos;Italia e il mondo</title>
<link>https://www.italia24.news/le-universita-ponti-tra-litalia-e-il-mondo</link>
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<description><![CDATA[ La XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d&#039;Italia nel mondo ha fatto tappa all&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore. Al centro dell&#039;iniziativa il ruolo dell&#039;internazionalizzazione del sistema universitario italiano ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 17:07:36 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">Non più soltanto luoghi di formazione e di ricerca, ma anche spazi di dialogo tra culture e visioni differenti. In altri termini, vere e proprie «arene geopolitiche», capaci di costruire ponti, coltivare la diplomazia globale e orientare il confronto tra Paesi e società. È questa la missione che dovranno adempiere sempre più le università italiane nel mondo, così come è stata delineata durante la conferenza <b>"Le università italiane all'estero: l'internazionalizzazione del sistema universitario italiano</b>", ospitata a Milano giovedì 18 dicembre nell'Aula Magna dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">L'incontro si inserisce nel programma della <b><i>XVIII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d'Italia nel mondo</i></b>, aperta a Roma il 15 dicembre dai saluti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Per la prima volta nella storia della Conferenza abbiamo voluto prevedere una sessione dedicata alle università: è il segno di una nuova consapevolezza e di una nuova volontà. Se vogliamo parlare del futuro dell'Italia, dobbiamo discutere delle università con le università e per le università», ha dichiarato <b>Maria Tripod</b>i, Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, accogliendo gli oltre 200 fra titolari delle sedi diplomatiche italiane e vertici del Ministero degli Esteri riuniti a Milano nelle giornate del 17 e 18 dicembre.<b> </b>«Le università sono modelli e laboratori di innovazione, ponti naturali tra l'Italia e il resto del mondo. Attraggono studenti e investimenti internazionali, rafforzano i territori. Nella visione che stiamo portando avanti, rappresentano un riferimento fondamentale per la diplomazia della crescita».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">A ribadire il ruolo degli atenei come attori strategici nella costruzione di relazioni internazionali è stata <b>Elena Beccalli</b>, Rettrice dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. «La <i>proiezione internazionale</i> di un ateneo non si traduce solamente nell'attivazione di corsi in lingua inglese, nell'accogliere studentesse e studenti dall'estero, nel promuovere i propri corsi nei circuiti dell'educazione globale, nell'ottenere accreditamenti dei corsi di studio, nell'attivare doppi titoli o nel perseguire avanzamenti nei ranking internazionali. Sono tutti obiettivi imprescindibili ed essenziali. Ma va ricordato che si tratta di strumenti, non del fine in sé dell'internazionalizzazione di un Ateneo. Sono infatti strumenti funzionali a una missione più alta: incidere in modo reale e responsabile sulla società, a partire dalla consapevolezza che gli atenei sono chiamati ad agire come autentiche <i>arene geopolitiche»</i>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">L'iniziativa ospitata in Cattolica ha assunto un duplice valore: un'occasione per riflettere sulle dinamiche dell'internazionalizzazione del sistema universitario italiano, ma anche un momento per interrogarsi sul ruolo che gli atenei devono coprire in uno scenario geopolitico in continua evoluzione e sulle strategie future per affrontare le nuove sfide globali. «Penso che l'acceso dibattito in corso sul futuro delle università non si soffermi abbastanza proprio sull'importanza che può ricoprire la missione degli Atenei come luoghi di dialogo tra culture e visioni anche molto distanti le une dalle altre. In breve, come soggetti pubblici capaci di declinare la loro missione educativa in senso ampio», ha precisato la Rettrice <b>Beccalli</b>. «Infatti, per formare classi dirigenti del domani con uno sguardo lungo e integrale non è sufficiente fornire alle studentesse e agli studenti metodi di studio all'avanguardia; è necessario abituarli a confrontarsi con il mondo, nel mondo. È proprio lo scenario mondiale a suggerirci un cambiamento, andando ad abbracciare logiche di <i>coopetition</i> per la costruzione di un <i>ecosistema della conoscenza</i> che superi i confini nazionali. Per farlo concretamente dobbiamo ribadire il criterio secondo cui le università operano <i>non per profitto</i> – per citare il titolo del celebre libro di Martha Nussbaum – ma per rafforzare le democrazie, rappresentando comunità epistemiche in grado di educare cittadine e cittadini responsabili».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">A soffermarsi più nello specifico sulla presenza del sistema universitario italiano all'estero è stata <b>Tiziana Lippiello</b>,<b> </b>Delegata CRUI per le Relazioni Internazionali e Rettrice dell'Università Ca' Foscari di Venezia. «Il nostro sistema rappresenta un'eccellenza e un volano per la crescita sociale ed economica del Paese», ha detto, ricordando come siano stati fondamentali i finanziamenti del PNRR. «Abbiamo rafforzato i rapporti con il territorio e con i partner europei. Ritengo importante continuare a operare secondo una logica di alleanze per costruire ecosistemi nell'ambito della formazione superiore, rafforzare la dimensione transnazionale della ricerca scientifica e dell'innovazione, promuovere investimenti congiunti per creare effetti duraturi nel tempo. Il lavoro di networking è essenziale per attrarre e trattenere talenti». Inoltre, «le ambasciate possono aiutarci sia per comprendere criticità e opportunità nei diversi contesti sia per individuare verso quali Paesi orientare i nostri sforzi. Gli studenti internazionali sono sempre benvenuti, ma vanno accompagnati e orientati non solo nella comprensione del sistema Paese e dei suoi servizi ma anche nell'apprendimento della lingua».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">La lingua italiana, infatti, rappresenta uno <b>«</b>strumento privilegiato» per il perseguimento<b> </b>dell'internazionalizzazione come vera «missione culturale» e «progetto formativo dell'università contemporanea». Lo ha messo ben in evidenza <b>Mariateresa Zanola, </b>Presidente del Presidio della Qualità di Ateneo<b> </b>dell'Università Cattolica del Sacro Cuore<b>. </b>È grazie all'italiano, «lingua internazionale», che «l'università diventa lo spazio in cui<b> </b>l'internazionalizzazione si vive<b>,</b> non solo si organizza: un luogo che genera esperienza internazionale».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">Essere un ateneo internazionale e aperto al mondo significa però sapere operare anche in aree del mondo a basso reddito per favorire uno sviluppo sostenibile. Risponde a queste finalità il<b> </b><i>Piano Africa dell'Università Cattolica</i>, illustrato dal Direttore <b>Mario Molteni</b> e che ha già promosso oltre 130 progetti in 40 Paesi. «L'obiettivo è essere l'Università europea più attiva in Africa e con l'Africa in termini di ricerca, formazione e terza missione operando in partnership con atenei e istituzioni africane nell'ottica di un arricchimento reciproco per la formazione integrale delle persone, lo sviluppo socio-economico». Un segno tangibile, insomma, per riprendere le parole della Rettrice <b>Beccalli</b>, per «agire come arena geopolitica ponendoci, inoltre, come istituzione di pace, un luogo cioè dove la didattica, la ricerca e l'impatto sociale trovano un comun denominatore nel promuovere una cultura della pace».</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">L'evento si è concluso con le testimonianze dell'Ambasciatore d'Italia in Azerbaigian <b>Luca Di Gianfrancesco </b>e dell'Ambasciatrice d'Italia in Ghana<b> Laura Ranalli. </b>Per entrambi le università italiane costituiscono un<b> </b>modello eccezionale di <i>soft power</i> che, contribuendo ad alimentare il confronto, lo scambio di conoscenze, la collaborazione tra i paesi, risultano cruciali per il perseguimento della pace e del dialogo tra popoli.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Un “termometro stellare” basato sull’intelligenza artificiale</title>
<link>https://www.italia24.news/un-termometro-stellare-basato-sullintelligenza-artificiale</link>
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<description><![CDATA[ Una rete neurale progettata dall&#039;INAF e dall&#039;Università di Palermo rivela l&#039;età nascosta delle stelle giovani: sono fino a tre volte più vecchie di quanto si pensava. Lo studio su PLOS ONE. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 16:51:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Grazie alla collaborazione tra l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l'Università degli Studi di Palermo sono stati ottenuti nuovi risultati che contribuiscono a migliorare la comprensione dell'evoluzione delle stelle giovani e dei meccanismi alla base della formazione stellare nella nostra Galassia. Il nuovo metodo, sviluppato da un team interdisciplinare di astrofisici e statistici, si basa sull'impiego di una rete neurale - un modello matematico che imita il funzionamento del cervello per riconoscere schemi e prendere decisioni - che consente di stimare con maggiore precisione la temperatura superficiale e l'età delle stelle giovani utilizzando esclusivamente le osservazioni fotometriche delle survey realizzate dal satellite Gaia dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e dalla collaborazione 2MASS.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Determinare l'età delle stelle giovani - oggetti celesti con "solo" pochi milioni di anni - è da sempre un compito complesso. Servono osservazioni spettroscopiche di alta qualità per ottenere risultati affidabili, in particolare misure molto precise della loro temperatura superficiale, nota come temperatura efficace (Teff). Questo parametro indica quanta energia la stella emetterebbe se fosse un corpo nero, ovvero un oggetto ideale che assorbe tutta l'energia incidente, riemettendola uniformemente come radiazione termica. Conoscere la temperatura efficace permette agli astronomi di stimare età, massa e stato evolutivo delle stelle.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Nell'era dei big data astrofisici disponiamo di cataloghi con centinaia di milioni di stelle, per le quali, però, abbiamo finora soltanto dati fotometrici, finora insufficienti a stimarne con precisione i parametri fisici. La rete neurale sviluppata dall'Università degli Studi di Palermo in collaborazione con l'INAF sembra aver superato questo limite, come riportato in un articolo accettato per la pubblicazione su PLOS ONE. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Addestrato su un set di migliaia di stelle osservate con lo strumento FLAMES (Focal-plane spectrograph low-res and high-res Echelle Spectrograph) montato sul Very Large Telescope (VLT) dell'ESO, uno dei più grandi e avanzati telescopi al mondo, nell'ambito della survey Gaia-ESO, il nuovo modello computazionale è in grado di individuare relazioni nascoste in "semplici immagini a colori" di stelle, permettendo di ricavarne la temperatura con un'accuratezza paragonabile a quella delle osservazioni spettroscopiche.</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Il metodo è stato applicato per la prima volta a un ampio campione di stelle di piccola massa (inferiore a due masse solari), che costituiscono la maggior parte della popolazione stellare della Via Lattea. Un ulteriore avanzamento è stato possibile grazie all'impiego di modelli evolutivi di nuova generazione che tengono conto della presenza di starspot, vaste regioni magnetiche attive, simili alle macchie solari, che rendono le stelle giovani apparentemente più fredde e, di conseguenza, più giovani di quanto siano in realtà. </span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">"Integrando questi effetti, abbiamo mostrato che gli ammassi stellari analizzati risultano fino a tre volte più vecchi rispetto alle stime precedenti e che la formazione stellare non avviene in un singolo episodio rapido, bensì secondo un processo articolato in più fasi", spiega Loredana Prisinzano, responsabile del progetto e prima ricercatrice dell'INAF. "Questa scoperta contribuirà a ridefinire la nostra comprensione della nascita delle stelle nei bracci di spirale della Galassia".</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La ricerca ha avuto origine da un incontro fortuito che ha dato avvio a un percorso interdisciplinare, capace di sfruttare al massimo le potenzialità del machine learning applicato all'astrofisica. L'occasione è nata quando Marco Tarantino, un giovane dottorando in statistica presso l'Università degli Studi di Palermo, ha iniziato a collaborare con il team di Prisinzano, dando vita a un lavoro che ha rapidamente preso slancio e ha aperto nuove prospettive nello studio delle stelle giovani. "Quando ho iniziato questo progetto non immaginavo che una tesi di statistica potesse portarmi dentro uno dei problemi più affascinanti dell'astrofisica moderna", racconta Tarantino, primo autore del nuovo studio. "Lavorare fianco a fianco con gli astrofisici dell'INAF mi ha permesso di comprendere l'impatto reale che un metodo statistico può avere nel risolvere un quesito fisico. La parte più emozionante è stata vedere le ottime previsioni dei valori di temperatura delle stelle giovani ottenuti dalla rete neurale, riuscendo a sfruttare la relazione tra i dati fotometrici e quelli spettroscopici".</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La metodologia sviluppata rappresenta un avanzamento decisivo nello studio della formazione stellare nella Via Lattea. L'approccio sfrutta già appieno i dati attualmente disponibili e potrà essere esteso in futuro a distanze maggiori grazie a survey come quelle realizzate con 4MOST, WEAVE, Gaia, Rubin LSST e Roman Telescope. "Da oltre vent'anni ci confrontiamo con i limiti dei metodi tradizionali per determinare l'età delle stelle giovani", aggiunge Prisinzano. "La combinazione tra modelli stellari aggiornati, che includono finalmente gli effetti delle macchie magnetiche, e un algoritmo di apprendimento automatico così avanzato ha permesso di superare ostacoli che ritenevamo strutturali. È uno strumento che ci consentirà di ricostruire con precisione la storia recente della formazione stellare fino a circa cinquemila anni luce dal Sole e che diventerà ancora più potente con le prossime generazioni di dati di Gaia, Rubin LSST e delle grandi survey spettroscopiche".</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">La possibilità di determinare l'età delle stelle giovani con un'affidabilità senza precedenti apre la strada a risposte più solide a una delle domande più antiche dell'umanità: come nascono le stelle e quali sono le nostre origini cosmiche? </span></p>
<p dir="ltr"></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">Per ulteriori informazioni:</span></p>
<p dir="ltr"><span style="font-size: 12pt;">L'articolo <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0336592" target="_blank" rel="noopener noreferrer">"Using a Neural Network approach and Starspots dependent models to predict Effective Temperatures and Ages of young stars"</a>, di Marco Tarantino, Loredana Prisinzano, Nicoletta D'Angelo, Francesco Damiani, Giada Adelfio, è stato accettato per la pubblicazione su PLOS ONE.</span><span style="font-size: 12pt;"></span></p>]]> </content:encoded>
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<title>SOXS, il nuovo strumento pronto a osservare eventi cosmici fuggevoli</title>
<link>https://www.italia24.news/soxs-il-nuovo-strumento-pronto-a-osservare-eventi-cosmici-fuggevoli</link>
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<description><![CDATA[ Il nuovo strumento dell&#039;ESO, SOXS (Son Of X-Shooter), ha effettuato con successo le prime osservazioni all&#039;Osservatorio di La Silla in Cile. Lo spettrografo può essere programmato in modo flessibile e rapido per effettuare osservazioni di eventi astronomici in cui il tempo è un fattore cruciale, come i lampi di raggi gamma, le supernove e gli asteroidi che transitano vicino alla Terra ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 16:11:38 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt;">Dalla nuova sede sul <a href="http://www.eso.org/public/teles-instr/lasilla/ntt/">New Technology Telescope</a> (NTT) da 3,58 metri dell'ESO, nella foto sopra, <a href="https://www.eso.org/public/teles-instr/lasilla/ntt/soxs/">SOXS</a> è uno spettrografo unico nel suo genere che può essere utilizzato per osservare rapidamente eventi cosmici transienti, a grandi distanze o più vicini a noi. Progettato per osservare simultaneamente sia nell'ottico che nel vicino infrarosso, SOXS si ispira allo strumento <a href="https://www.eso.org/public/teles-instr/paranal-observatory/vlt/vlt-instr/x-shooter/">X-shooter</a> attualmente in funzione sul Very Large Telescope (VLT) dell'ESO.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">"<em>SOXS è stato concepito 10 anni fa nell'ottica di quella che oggi viene chiamata astronomia dei fenomeni transienti (time-domain in inglese)</em>", afferma il Responsabile Principale (PI) del progetto, Sergio Campana, dell'Osservatorio Astronomico di Brera, dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). <em>"Dopo anni di duro lavoro, ora possiamo svolgere un ruolo fondamentale nello studio dei transienti astrofisici".</em></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">I transienti sono fenomeni astronomici che accadono, o cambiano di luminosità o aspetto, su scale temporali relativamente brevi. Tra questi rientrano le esplosioni di supernova, le stelle distrutte dalla gravita' dei buchi neri supermassicci, i lampi di raggi gamma nell'Universo distante e gli asteroidi in rapido movimento nel Sistema Solare: tutti fenomeni che SOXS studierà. Come X-shooter al VLT, lo strumento avrà un'ampia varietà di applicazioni, ma SOXS è stato specificamente progettato per condurre osservazioni in serie di eventi di breve durata scoperti nelle immagini a largo campo o in seguito ad allerte in tempo reale inviate alla comunità astronomica dopo specifici eventi cosmici.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">Poiché gli eventi transienti durano solo un attimo fugace, che può essere breve fino a pochi millisecondi, è fondamentale che le scoperte di questi fenomeni cosmici siano seguite entro pochi minuti o poche ore da strumenti dedicati. Anche la natura di questi oggetti puo' cambiare nel tempo, a volte in modo radicale. Per studiare e comprendere questi cambiamenti, gli astronomi hanno bisogno di osservazioni ininterrotte nel tempo con uno strumento e un telescopio dedicati, una possibilità non comunemente disponibile, data la richiesta di tempo di osservazione sui telescopi professionali. SOXS sull'NTT colmerà questa lacuna e fornirà una copertura continua, senza precedenti, di questi oggetti astronomici sfuggenti, ma affascinanti.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">"<em>Specializzare un telescopio di medie dimensioni come l'NTT per un compito determinato come la ricerca di transienti è la chiave del successo</em>", aggiunge Pietro Schipani, Responsabile di Progetto (PM) di SOXS dell'INAF - Osservatorio Astronomico di Capodimonte. "<em>Siamo molto orgogliosi delle persone che hanno lavorato per molti anni per realizzare questo sogno</em>".</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;">SOXS sostituisce simultaneamente i due precedenti spettrografi dell'NTT, <a href="http://www.eso.org/public/teles-instr/lasilla/ntt/sofi/">SOFI</a> (Son of Isaac) ed <a href="https://www.eso.org/public/teles-instr/lasilla/ntt/efosc2/">EFOSC2</a> (ESO Faint Object Spectrograph and Camera 2). "<em>Di fatto, si tratta di due strumenti in uno</em>", conclude Paolo D'Avanzo, Responsabile Scientifico dello strumento SOXS, dell'INAF - Osservatorio Astronomico di Brera, "<em>con un doppio spettrografo progettato per coprire l'intero intervallo di lunghezze d'onda del visibile e del vicino infrarosso in un'unica acquisizione, aumentando significativamente l'efficienza dell'NTT</em>". Questo dispositivo funziona in modo simile a un prisma che divide la luce, consentendo agli astronomi di svelare le caratteristiche degli eventi osservati, come la composizione chimica o la distanza della sorgente. Inoltre, consentirà anche di ottenere immagini nella banda del visibile. Lo strumento è attualmente nella fase finale di collaudo al telescopio sotto la supervisione del gruppo di lavoro dell'ESO, in vista dell'inizio delle osservazioni scientifiche del consorzio e della più ampia <a href="https://www.eso.org/sci/meetings/2025/SOXSday.html">comunità dell'ESO</a>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Ricerca: dal MUR oltre 27.5 milioni di euro ai Centri di Ricerca per 20 progetti</title>
<link>https://www.italia24.news/ricerca-dal-mur-oltre-275-milioni-di-euro-ai-centri-di-ricerca-per-20-progetti</link>
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<description><![CDATA[ Via libera ai finanziamenti del terzo bando del Fondo Italiano per la Scienza (FIS 3), il programma nazionale che sostiene la ricerca di base più innovativa. Il Ministero dell&#039;Università e della Ricerca ha pubblicato le graduatorie: tra le oltre 5.000 candidature valutate, sono stati 326 i progetti di eccellenza finanziati, per un investimento complessivo superiore a 432 milioni di euro ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 16:06:16 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Via libera ai finanziamenti del terzo bando del <b>Fondo Italiano per la Scienza (FIS 3),</b> il programma nazionale che sostiene la ricerca di base più innovativa.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Il Ministero dell'Università e della Ricerca ha pubblicato le graduatorie: tra le oltre 5.000 candidature valutate, sono stati 326 i progetti di eccellenza finanziati, per un investimento complessivo superiore a 432 milioni di euro.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Lo stanziamento complessivo destinato a 20 progetti risultati vincitori rispettivamente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (15), dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (2), dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (2) e della Stazione Zoologica 'Anton Dohrn' (1) ammonta a 27.592.839,43 euro, è distribuito nei macrosettori Life science, Physical sciences and engineering e Social science and humanities.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Nello specifico<b>, al CNR, lo stanziamento totale di 20.763.681,27 euro è destinato per il settore Life science con un finanziamento di 7.113.667,20 euro, per il macrosettore Physical sciences and engineering 10.290.218,47 euro e 3.359.795,60 euro per il settore Social science and humanities</b>.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;"><b>Per quanto riguarda lo stadio di carriera dei vincitori del Consiglio Nazionale delle Ricerche</b>, 7.843.536,27 euro finanziano sette progetti presentati da ricercatori emergenti nella categoria Starting grant; 7.500.339 euro sostengono cinque progetti di studiosi in carriera inclusi nella categoria Consolidator grant; infine 5.419.806 euro sono stati assegnati a tre progetti proposti da ricercatori affermati, i cosiddetti Advanced grant.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Per l'Istituto Nazionale di Astrofisica lo stanziamento di 2.633.860,40 euro è destinato al settore Physical Sciences and Engineering. Relativamente allo stadio di carriera dei vincitori, 1.160.354 euro finanziano un progetto presentato da ricercatori emergenti nella categoria Starting grant; 1.473.506,40 euro sostiene un progetto di studiosi in carriera inclusi nella categoria Consolidator grant.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">All'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale andranno 2.404.303,76 euro destinati al macrosettore Physical Sciences and Engineering e finanzieranno due progetti presentati da ricercatori emergenti nella categoria Starting grant.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">La Stazione Zoologica 'Anton Dohrn' riceverà di 1.790.994 euro per il settore Life Science finanziando così un progetto proposto da ricercatori affermati, i cosiddetti Advanced grant.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">"I ricercatori sono il cuore pulsante di questo sistema. Il loro lavoro è fondamentale, genera conoscenza, apre nuove frontiere, crea opportunità per le generazioni future. La ricerca italiana è competitiva e capace di confrontarsi con i migliori standard mondiali, dentro una visione che guarda all'Europa e alla cooperazione internazionale". Così <b>il Ministro dell'Università e della Ricerca</b>, <b>Anna Maria Bernini</b>. "Il FIS 3, che quest'anno ha garantito un finanziamento eccezionale, si accompagna a una strategia più complessiva. Con la legge di Bilancio garantiamo continuità e stabilità alle risorse – continua il Ministro - Il nuovo Fondo unico per la ricerca offre certezze: criteri trasparenti, bandi pubblicati entro il 30 aprile e risorse definite. Nel 2025 parliamo di 460 milioni di euro, a cui si aggiungono 150 milioni destinati ai PRIN, ora bandi annuali con dotazione minima garantita. Il bando FIS 3 si inserisce in questa strategia complessiva di rafforzamento del sistema della ricerca. Congratulazioni ai ricercatori che hanno ottenuto il finanziamento nell'ambito del Fondo Italiano della Scienza. Questo è un passo decisivo per dare alla ricerca italiana il tempo, gli strumenti e la stabilità necessari per generare innovazione e futuro."</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">"I risultati ottenuti dal CNR nel bando FIS3 confermano il valore e la solidità della nostra comunità scientifica già dimostrato con i bandi ERC. I progetti finanziati coprono tutti i settori strategici e testimoniano la capacità dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici di proporre idee innovative e competitive", ha dichiarato il <b>Presidente del CNR, Andrea Lenzi</b>. "Questi risultati premiano la qualità della ricerca dei nostri istituti e rafforzano il ruolo del CNR come attore e garante della ricerca pubblica, al servizio dello sviluppo scientifico e tecnologico del Paese".</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">"Il Fondo Italiano per la Scienza si conferma uno strumento essenziale per rafforzare la competitività della ricerca italiana" – dichiara <b>Nicola Casagli, Presidente dell'OGS</b>. – "Per il nostro Istituto, l'assegnazione di due Starting Grant è un risultato significativo: valorizza l'eccellenza delle nostre linee scientifiche e investe sul talento di giovani ricercatrici e ricercatori all'inizio della loro carriera. Le ricerche che verranno sviluppate – dedicate allo studio dei processi oceanici profondi e all'analisi dei rischi naturali in territori fragili – affrontano temi centrali per comprendere e gestire le dinamiche che caratterizzeranno il futuro del nostro pianeta. Questo traguardo conferma la capacità dell'OGS di attrarre risorse competitive e di contribuire con solide competenze alla crescita della comunità scientifica nazionale e internazionale".</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">"La Stazione Zoologica Anton Dohrn è orgogliosa per aver ricevuto per la prima volta questo importante finanziamento per una sua ricercatrice. La risorsa economica messa a disposizione consentirà di perseguire una ricerca su come la larva del riccio di mare si sviluppi nell'animale adulto: uno dei processi fondamentali della biologia " dichiara <b>Roberto Bassi, Presidente dell'Ente di Ricerca</b>. " Questo riconoscimento è frutto di ricerche che la dott.ssa Arnone ha svolto per anni nel Dipartimento di Biologia ed Evoluzione degli Organismi Marini di cui è appena diventata la direttrice. Una conferma che il nuovo corso avviato nell'Istituto è affidato a ricercatori brillanti ed esperti. La ricerca scientifica ha come fine ultimo il miglioramento delle conoscenze e allo sviluppo di applicazioni pratiche e servizi; un processo che funziona solo se basato su una eccellente ricerca di base, una storica missione dell'istituto fin dai tempi della sua fondazione nel 1872. Il successo di oggi ci conferma che siamo sulla buona strada".</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">"Il Fondo Italiano per la Scienza finanzia nel nostro Istituto ricerche che coinvolgono la formazione e lo sviluppo di sistemi di galassie molto più grandi della nostra Via Lattea" dice Roberto Ragazzoni, Presidente dell'Istituto Nazionale di Astrofisica. "Sono problemi formidabili che richiedono infrastrutture osservative e di calcolo che sfidano le nostre conoscenze e che contribuiscono a spingere lo sviluppo e l'innovazione".</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;">Il Ministero ha già previsto per il prossimo biennio la quarta edizione del bando FIS con una dotazione finanziaria che rafforzerà ulteriormente l'impegno a sostegno della ricerca di base.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-size: 12pt;"> </span></div>]]> </content:encoded>
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<title>Oltre il bozzolo di polvere: JWST svela la doppia anima della protostella HH46</title>
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<description><![CDATA[ Grazie allo sguardo infrarosso del James Webb Space Telescope, un team guidato da Maria Gabriela Navarro (INAF) è riuscito per la prima volta a &quot;vedere&quot; attraverso la cortina di polvere che avvolge la protostella HH46, rivelando un flusso molecolare nascosto e l&#039;inattesa coesistenza di due getti di materia profondamente diversi ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 15:56:24 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Grazie allo sguardo nel medio e vicino infrarosso del telescopio spaziale James Webb, un team guidato dall'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ha rivelato la presenza di un flusso molecolare finora invisibile in un giovane sistema stellare. Le osservazioni, penetrando per la prima volta la cortina di polvere che avvolge la protostella HH46, mostrano che essa è in realtà un sistema binario e che le sue due stelle generano flussi di materia inattesi e profondamente diversi: un getto atomico estremamente collimato e un flusso molecolare diffuso, rivelando così la sua complessa e duplice natura.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Già oggetto di numerose osservazioni sia da terra che dallo spazio con l'Hubble Space Telescope (HST), la sorgente HH46 IRS è un sistema protostellare in formazione, avvolto in un denso bozzolo di gas e polveri che ne impedisce la visione diretta alle lunghezze d'onda ottiche. La sua presenza era nota finora solo grazie a un potente getto atomico e collimato (l'oggetto Herbig Haro HH46/47) che si estende per oltre un anno luce, ampiamente studiato in passato. Questi getti di materia si originano nelle prime fasi della vita stellare e sono fondamentali per comprendere i meccanismi di accrescimento e di formazione dei dischi protoplanetari.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Il nuovo studio, in pubblicazione su The Astrophysical Journal (ApJ), ha utilizzato gli strumenti NIRSpec e MIRI del James Webb Space Telescope (JWST), che consentono di osservare le lunghezze d'onda nell'infrarosso e, di conseguenza, di penetrare la cortina di polvere in modo inedito.</span></p>
<p dir="ltr"><span>"Le osservazioni del JWST hanno rivoluzionato la nostra comprensione del sistema", afferma </span><span>Maria Gabriella Navarro</span><span>, prima autrice dell'articolo e post-doc dell'INAF. "La risoluzione e la copertura spettrale del JWST hanno confermato direttamente che HH46 IRS è in realtà un sistema binario, costituito da stelle separate da circa 90 volte la distanza che separa la Terra dal Sole. I dati hanno inoltre rivelato, per la prima volta, una forte emissione diffusa di idrogeno molecolare, non associata al getto atomico conosciuto. Questo testimonia la presenza di un vento molecolare finora sconosciuto".</span></p>
<p dir="ltr"><span>E aggiunge: "Questo studio rappresenta </span><span>un caso eccezionalmente raro in cui, all'interno dello stesso sistema binario protostellare, vengono identificati due flussi di natura profondamente diversa</span><span>: un getto atomico estremamente collimato e un flusso molecolare molto più ampio e poco collimato. È la prima volta che questi due tipi di flussi vengono distinti in modo chiaro nello stesso sistema, grazie alla risoluzione spaziale e alla copertura spettrale unica del JWST".</span><b></b></p>
<p dir="ltr"><span>"Grazie alla copertura spettrale estesa del JWST (da 1,6 a 27,9 micron), è stato possibile derivare con precisione parametri fisici chiave e tracciare le condizioni fisiche del flusso molecolare", aggiunge Navarro. "Questo ci ha permesso di dimostrare che la componente molecolare è dovuta a onde d'urto lente - che si muovono alla velocità di circa 10 chilometri al secondo - illuminate da campi UV probabilmente generati dallo stesso getto atomico".</span></p>
<p dir="ltr"><span>Questo livello di dettaglio, derivato dall'analisi approfondita delle righe dell'idrogeno molecolare, non era mai stato raggiunto prima nei flussi protostellari molecolari. I risultati aprono una nuova prospettiva sulla dinamica e sull'evoluzione dei sistemi protostellari binari.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Il lavoro fa parte del progetto internazionale PROJECT-J (PROtostellar JEts Cradle Tested with JWST), uno dei primi programmi osservativi condotti con il telescopio JWST e coordinato dall'INAF. </span></p>
<p dir="ltr"><span>"Con JWST si è aperta una nuova era nello studio degli </span><span>outflow</span><span> protostellari", commenta </span><span>Brunella Nisini</span><span>, Principal Investigator del progetto PROJECT-J e dirigente di ricerca presso l'INAF. "Questo lavoro mostra che solo la combinazione di alta risoluzione e copertura infrarossa può svelare la vera natura dei flussi nelle stelle in formazione". </span></p>
<p dir="ltr"><span>HH46 si conferma così un "laboratorio d'eccezione" per indagare le prime e complesse fasi della vita stellare.</span></p>
<p dir="ltr"><strong>Per ulteriori informazioni</strong></p>
<p dir="ltr"><span>L'articolo </span><a href="https://arxiv.org/abs/2511.17712" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>"PROJECT-J: the shocking H2 outflow from HH46"</span></a><span>, di Maria Gabriela Navarro, Brunella Nisini, Teresa Giannini, Patrick J. Kavanagh, Alessio Caratti o Garatti, Simone Antoniucci, Hector G. Arce, Francesca Bacciotti, Sylvie Cabrit, Deirdre Coffey, Catherine Dougados, JJochen Eislöffel, Patrick Hartigan, Alberto Noriega-Crespo, Linda Podio, Ewine F. van Dishoeck, Emma T. Whelan, è stato accettato per la pubblicazione su </span><span>The Astrophysical Journal.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Correnti atomiche alternate per le tecnologie quantistiche del futuro</title>
<link>https://www.italia24.news/correnti-atomiche-alternate-per-le-tecnologie-quantistiche-del-futuro</link>
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<description><![CDATA[ Osservata una corrente alternata all&#039;interno di una giunzione Josephson di atomi ultrafreddi, un sistema in cui le particelle attraversano una barriera resa trasparente dalle leggi della meccanica quantistica. Il risultato, recentemente pubblicato su Science, è frutto di un esperimento svolto nei laboratori del LENS di Sesto Fiorentino da un team di ricerca del CNR-INO, con il contributo teorico dell&#039;Università di Catania. Questo lavoro conferma il LENS come centro di ricerca all&#039;avanguardia nel panorama internazionale delle tecnologie quantistiche con atomi ultrafreddi ]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 15:48:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>Un team di ricerca sperimentale del LENS e dell'Istituto nazionale di Ottica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ino) di Sesto Fiorentino ha osservato un nuovo fenomeno quantistico nelle giunzioni Josephson atomiche. <a href="https://checkpoint.url-protection.com/v1/r07/url?o=http%3A//www.science.org/doi/10.1126/science.ads8885&amp;g=ODAzZmI0ZWEzNGIzM2EzZQ==&amp;h=OTUyMWQ5ZmRlZGNhNGQ1N2YzN2M2NmIxZGJlNjFjODZhODZhM2RhMjBmMDYyMmFlMzkxNzhlMWYyYzk0Zjk2MQ==&amp;p=bWVjMTp0ZWNobm9sb2d5aW5ub3ZhdGlvbmluc3RpdHV0ZTpjOm86OTBhZjFjOTI2MGI5MmMxMjAwNWU3OWQ0NDA5Y2JkNzI6NzpwOlQ=" target="_blank" rel="noopener">Lo studio sperimentale </a>è stato supportato dal gruppo teorico dell'Università di Catania e del Technology Innovation Institute (TII) di Abu Dhabi che aveva previsto l'effetto. Il progetto ha coinvolto anche scienziate e scienziati dell'Università di Firenze e dell'Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), ospitati nei laboratori del LENS. <br>Il team sperimentale ha iniettato per la prima volta una corrente alternata all'interno di una giunzione Josephson formata da atomi raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto. Separati da una barriera di luce sottilissima, apparentemente impenetrabile, gli atomi riescono ad attraversarla tutti insieme senza alcuna perdita di energia, proprio come se fosse trasparente, grazie all'effetto tunneling quantistico.</p>
<p>"Le giunzioni Josephson, già fondamentali per i sensori quantistici ed i computer del futuro, sono state riconosciute dall'ultimo Premio Nobel per la Fisica 2025, nel contesto delle piattaforme superconduttive a stato solido, come strumenti chiave per testare su larga scala gli effetti sorprendenti della meccanica quantistica. Nelle loro versioni realizzate con atomi ultrafreddi, esse offrono un controllo senza precedenti ed un funzionamento sostenibile a bassissimo consumo energetico, consentendo di osservare direttamente i meccanismi microscopici che determinano il loro comportamento macroscopico", spiega Giacomo Roati del LENS e dirigente di ricerca del CNR-INO che ha coordidato l'attività sperimentale.</p>
<p>Quando si applica una corrente oscillante, gli atomi che attraversano la barriera creano una differenza di potenziale a "gradini", la cui altezza risulta proporzionale alla frequenza della corrente stessa. Questi gradini sono noti come Shapiro steps. "Grazie all'elevato livello di controllo ed alla precisione con cui possiamo manipolare gli atomi della giunzione, siamo riusciti a svelare il meccanismo fisico di sincronizzazione che dà origine agli Shapiro steps in giunzioni atomiche", aggiunge Giulia Del Pace, ricercatrice dell'Università di Firenze e prima firmataria dello studio.<br>Conclude Luigi Amico, coordinatore del gruppo teorico dell'Università di Catania e del TII: "Si tratta di un esperimento importante di 'atomtronica'. Come in elettronica la corrente scorre in metalli o semiconduttori, nei circuiti atomtronici correnti di atomi neutri si muovono in circuiti creati con luce laser. Questo settore ha grandi potenzialità per le tecnologie quantistiche del futuro per lo sviluppo di nuovi dispositivi atomici ad altissima sensibilità".</p>]]> </content:encoded>
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<title>H2Score: dall’Italia un progetto europeo per portare l’idrogeno nelle comunità energetiche rinnovabili, coordinato dal Politecnico di Torino</title>
<link>https://www.italia24.news/h2score-dallitalia-un-progetto-europeo-per-portare-lidrogeno-nelle-comunita-energetiche-rinnovabili-coordinato-dal-politecnico-di-torino</link>
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<description><![CDATA[ Environment Park ha ospitato il kick-off meeting del progetto, finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Horizon Europe-Clean Hydrogen Partnership. Il progetto riunisce 15 partner internazionali con un budget complessivo di 6 milioni di euro ]]></description>
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<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 16:08:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>L’11 e 12 dicembre si è tenuto presso <b>Environment Park</b> a Torino il <b>kick-off meeting</b> di <b>H2SCORE – Hydrogen Storage and Fuel Cells for Optimised Renewable Energy Communities</b>, il nuovo progetto europeo avviato ufficialmente il <b>1° dicembre</b> e <b>finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Horizon Europe – Clean Hydrogen Partnership</b>. <b>Coordinato dal Politecnico di Torino</b> – con la guida scientifica di <b>Marta Gandiglio</b> – H2SCORE riunisce <b>15 partner internazionali</b>. Il budget complessivo è di <b>6 milioni di euro</b>, di cui 5 milioni finanziati dall’UE. Il team di lavoro del Politecnico di Torino coinvolge i ricercatori del gruppo di ricerca STEPS, tra cui Marta Gandiglio, Paolo Marocco e Massimo Santarelli.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>H2SCORE nasce con l’obiettivo di dimostrare come l’idrogeno possa integrarsi nelle <b>Comunità Energetiche Rinnovabili (CER)</b> per migliorarne la flessibilità, l’autonomia e la capacità di utilizzare appieno le rinnovabili locali. L’idrogeno, infatti, rappresenta sia un <b>accumulo energetico di lungo periodo</b>, in grado di compensare la variabilità stagionale delle fonti rinnovabili, sia un mezzo per fornire – insieme ad altre forme di stoccaggio a breve termine – <b>servizi di flessibilità e bilanciamento alla rete elettrica</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Al centro del progetto verrà installato un <b>sistema integrato di produzione, stoccaggio e utilizzo dell’idrogeno</b>, basato su due tecnologie complementari. Da un lato un sistema a <b>bassa temperatura</b> con elettrolizzatore PEM, stoccaggio in <b>idruri metallici</b> e celle a combustibile PEM; dall’altro un sistema ad <b>alta temperatura</b>, un modulo rSOC capace di operare sia in modalità fuel cell sia in elettrolisi, alimentato anche con <b>syngas prodotto da un gassificatore di biomassa locale</b>. L’integrazione con il teleriscaldamento di Quarona permetterà inoltre di valorizzare il calore prodotto dal sistema ad alta temperatura. Una delle innovazioni del progetto è lo stoccaggio dell’idrogeno in idruri metallici, una soluzione compatta, sicura e operante a basse pressioni, che semplifica gli aspetti normativi e favorisce l’accettabilità in contesti urbani. La scelta della biomassa locale – già oggi utilizzata nella filiera del teleriscaldamento – rende il <b>progetto profondamente legato al territorio</b> e alla sua economia circolare. Accanto all’infrastruttura fissa, H2SCORE includerà anche un <b>generatore portatile a idrogeno</b> da utilizzare in occasione di eventi o situazioni temporanee, come alternativa ai tradizionali generatori diesel.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il consorzio è guidato dal Politecnico di Torino e vede tra i partner locali Environment Park – responsabile per l’unità portatile, per il supporto regolatorio alle CER e la comunicazione – e ENGREEN, che curerà la progettazione e l’installazione del sito dimostrativo e supporterà le analisi di replicabilità in Italia. Il <b>Comune di Quarona, in Valsesia, è partner diretto del progetto e ospiterà l’infrastruttura sperimentale</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>A questi si affiancano i fornitori di tecnologia, partners chiave del progetto: BluEnergy Revolution di Genova per gli elettrolizzatori PEM e gli idruri metallici, PowerCell Sweden e Zeppelin Power Systems per le celle a combustibile PEM, H2B2 per il sistema rSOC, BIO2CHP per il gassificatore di biomassa. Il consorzio comprende inoltre partner accademici e industriali europei dedicati alla valutazione ambientale (VTT), alla sicurezza (NTNU), alla replicabilità e al modellamento energetico (Politecnico di Torino).</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il progetto prevede <b>una campagna dimostrativa di un anno, durante la quale saranno monitorate prestazioni energetiche, benefici ambientali e sociali</b>, e verranno misurate anche le eventuali emissioni inquinanti e le perdite di idrogeno. Parallelamente, quattro studi di replicabilità in altre aree in Italia (ENGREEN), in Spagna (University of Burgos), Svizzera (Azienda Elettrica Massagno) e Canada (Yukon University) valuteranno come il modello possa essere adattato a contesti geografici e normativi diversi e di comprendere il ruolo e le condizioni ottimali che rendono efficaci queste tecnologie a idrogeno.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La scelta di realizzare la dimostrazione a Quarona conferma <b>il ruolo del territorio piemontese come laboratorio avanzato per la transizione energetica</b>, grazie alla collaborazione tra il Politecnico, le imprese e le istituzioni locali.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><i><span>“L’idrogeno, in determinati contesti e condizioni, può diventare un elemento chiave per supportare sistemi multienergetici complessi, soprattutto quando coesistono diverse tipologie di rinnovabili locali e differenti vettori energetici finali </span></i><span>– spiega <b>Marta Gandiglio</b>, docente del Dipartimento Energia “Galileo Ferraris”-DENERG, coordinatrice del progetto per il Politecnico di Torino<b> </b>- <i>Siamo particolarmente soddisfatti che questa dimostrazione avvenga in Piemonte, perché rappresenta per i ricercatori una piattaforma unica per testare e analizzare tecnologie innovative e, allo stesso tempo, un’occasione per far conoscere ai cittadini soluzioni ad alta efficienza e a zero emissioni che possono contribuire concretamente alla transizione energetica”.</i></span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Innovazione: strutture multifunzionali e sostenibili per le auto elettriche</title>
<link>https://www.italia24.news/innovazione-strutture-multifunzionali-e-sostenibili-per-le-auto-elettriche</link>
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<description><![CDATA[ Il progetto MUST, finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy con oltre 4 milioni di euro, vede la partecipazione di ENEA, Aerosoft spa e ATM srl per sviluppare strutture multifunzionali e sostenibili per le batterie delle auto elettriche ]]></description>
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<pubDate>Fri, 12 Dec 2025 12:42:56 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="138" data-end="741">Nuove architetture per pacchi batteria più leggeri, integrati e sostenibili: è questo l’obiettivo del progetto <strong data-start="249" data-end="257">MUST</strong>, finanziato dal <strong data-start="274" data-end="315"><span class="whitespace-normal">Ministero delle Impprese e del Made in Italy</span></strong> con oltre 4 milioni di euro, che vede la partecipazione di <strong data-start="375" data-end="416"><span class="whitespace-normal">ENEA</span></strong> insieme ad <strong data-start="428" data-end="469"><span class="whitespace-normal">Aerosoft</span></strong> (capofila) e ATM srl. Il progetto punta allo sviluppo di <strong data-start="527" data-end="556">strutture multifunzionali</strong> per batterie innovative e <strong data-start="583" data-end="626">celle integrate direttamente nel telaio</strong> delle auto elettriche, con ricadute significative in termini di prestazioni, sicurezza e sostenibilità ambientale.</p>
<p data-start="743" data-end="1332">La crescente diffusione della mobilità elettrica sta ridefinendo i criteri di progettazione dei veicoli, imponendo nuove soluzioni tecnologiche.<br data-start="887" data-end="890">«Negli ultimi anni la crescita e la diffusione delle auto elettriche sta avendo un notevole impulso e l’impiego delle batterie negli autoveicoli ha portato nuove esigenze costruttive sia in termini di ingegneria del veicolo che di requisiti tecnici», commenta <strong data-start="1150" data-end="1169">Sergio Galvagno</strong>, responsabile del progetto per ENEA e ricercatore del Laboratorio Componenti e sistemi intelligenti per la manifattura sostenibile del Dipartimento Sostenibilità.</p>
<p data-start="1334" data-end="1716">La sfida centrale del progetto riguarda l’adozione di materiali avanzati e processi produttivi innovativi.<br data-start="1440" data-end="1443">«La sfida tecnologica di primaria importanza per ottenere veicoli sempre più performanti sarà quella di stampare in 3D materiali compositi di nuova generazione per realizzare strutture complesse, ma anche più leggere a parità di requisiti strutturali», sottolinea Galvagno.</p>
<p data-start="1718" data-end="1991">Il progetto MUST prevede l’utilizzo di <strong data-start="1757" data-end="1822">compositi a matrice plastica rinforzati con fibre inorganiche</strong>, come carbonio e vetro, materiali già impiegati con successo nei settori aeronautico e automobilistico per le loro elevate prestazioni meccaniche unite alla leggerezza.</p>
<p data-start="1993" data-end="2557">Accanto allo sviluppo tecnologico, grande attenzione è rivolta anche alla sostenibilità dei processi produttivi.<br data-start="2105" data-end="2108">«Come ENEA sperimenteremo materiali e tecniche di stampa 3D per realizzare componenti automobilistici e svilupperemo attività di recupero e riuso di sfridi e scarti di compositi rinforzati con fibre di carbonio per la chiusura del ciclo produttivo», prosegue Galvagno.<br data-start="2376" data-end="2379">«Per migliorare la sostenibilità ambientale ed economica del settore – conclude – ENEA valuterà i potenziali impatti ambientali associati all’implementazione di questi processi».</p>
<p data-start="2559" data-end="2903">Le strutture alveolari sviluppate nell’ambito del progetto garantiranno una <strong data-start="2635" data-end="2683">rigidezza torsionale equivalente o superiore</strong> rispetto alle soluzioni attuali e saranno realizzate attraverso tecnologie produttive e tecniche di giunzione innovative, supportate da strumenti di <strong data-start="2833" data-end="2862">ingegneria computazionale</strong> per l’alloggiamento dei pacchi batteria.</p>
<p data-start="2905" data-end="3749">Un ruolo centrale è affidato ad Aerosoft, azienda con sede a Napoli e una consolidata esperienza nella progettazione e produzione di componenti in materiali compositi per i settori aerospaziale, automotive, navale e ferroviario.<br data-start="3133" data-end="3136">«Per il progetto MUST ci occuperemo, in sinergia con i partner, della progettazione strutturale dei prototipi contenitori batterie e investigheremo i processi innovativi di presso-termoformatura con materiali compositi termoplastici con e senza fibra per consentire progressi tecnologici di processo e prodotto», spiega <strong data-start="3456" data-end="3473">Giorgio Fusco</strong>, responsabile scientifico del progetto MUST e responsabile tecnico R&amp;D di Aerosoft.<br data-start="3557" data-end="3560">«Le ultime generazioni di batterie sono ancora particolarmente pesanti – conclude – pertanto il trade off con le strutture portanti del veicolo diventa sempre più il focus dei costruttori».</p>
<p data-start="3751" data-end="4010" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Con MUST, ricerca pubblica e industria collaborano per affrontare una delle sfide chiave della transizione elettrica: rendere le auto a zero emissioni <strong data-start="3902" data-end="3943">più leggere, efficienti e sostenibili</strong>, partendo dall’innovazione strutturale e dai materiali del futuro.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>A Milano&#45;Bicocca un ERC Consolidator Grant da 3 milioni di euro per studiare il ruolo dello zolfo nell&amp;apos;evoluzione della Terra</title>
<link>https://www.italia24.news/a-milano-bicocca-un-erc-consolidator-grant-da-3-milioni-di-euro-per-studiare-il-ruolo-dello-zolfo-nellevoluzione-della-terra</link>
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<description><![CDATA[ Grazie al finanziamento europeo vinto dal professore del dipartimento di Scienze dell&#039;ambiente e della terra Valerio Cerantola, il progetto di ricerca S-CAPE aprirà nuove prospettive e conoscenze sull&#039;elemento chimico, dalla formazione del nucleo del nostro pianeta fino all&#039;inizio delle forme di vita ]]></description>
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<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 13:08:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="207" data-end="1103"><span style="font-size: 12pt;">Studiare come il <strong data-start="224" data-end="254">ciclo profondo dello zolfo</strong>, ovvero i suoi movimenti e le sue trasformazioni sotto la superficie terrestre, abbia plasmato l'evoluzione del pianeta: dalla formazione del nucleo alla generazione di composti necessari allo sviluppo della vita. E capire come questo elemento chimico possa favorire o limitare la potenziale abitabilità nel Sistema Solare. È l'obiettivo del progetto di ricerca <strong data-start="617" data-end="629">"S-CAPE"</strong> ("The Earth's Deep Sulphur Cycle from Planetary Accretion to Present", tradotto: "Il ciclo profondo dello zolfo della Terra dall'accrescimento del pianeta fino a oggi"), coordinato da <strong data-start="814" data-end="835">Valerio Cerantola</strong>, professore di Mineralogia al Dipartimento di Scienze dell'ambiente e della terra dell'Università di Milano-Bicocca. Il progetto è stato premiato dall'Unione Europea con un <strong data-start="1009" data-end="1037">ERC da 3 milioni di euro</strong>, della durata di cinque anni, nella categoria Consolidator Grant.</span></p>
<p data-start="1105" data-end="1480"><span style="font-size: 12pt;">Gli <strong data-start="1109" data-end="1135">ERC Consolidator Grant</strong> vengono assegnati dall’European Research Council a ricercatori con circa un decennio di attività scientifica di alto livello alle spalle e promotori di progetti considerati eccellenti e innovativi. Valerio Cerantola guiderà un’équipe di circa dieci persone, tra cui <strong data-start="1402" data-end="1435">tre dottorandi e tre post-doc</strong> che saranno assunti grazie al finanziamento.</span></p>
<p data-start="1482" data-end="2092"><span style="font-size: 12pt;">Al centro di <strong data-start="1495" data-end="1505">S-CAPE</strong> c’è lo zolfo. «Viene spesso erroneamente considerato un costituente minore della Terra – spiega il professore – nonostante sia certamente tra i primi otto elementi più abbondanti sul nostro pianeta, forse addirittura il quinto. Se grandi quantità di zolfo sono rimaste nel nucleo terrestre, quando il pianeta si è differenziato in strati concentrici, una frazione significativa risiede ancora oggi nella crosta e nel mantello, influenzando processi geologici, geochimici e biologici: dalle reazioni di ossidoriduzione al ciclo dei volatili, fino all’evoluzione geodinamica della Terra».</span></p>
<p data-start="2094" data-end="2482"><span style="font-size: 12pt;"><strong data-start="2094" data-end="2104">S-CAPE</strong> mira a chiarire questi meccanismi attraverso un approccio sperimentale e teorico. «Studieremo la trasformazione dei composti contenenti zolfo – prosegue Cerantola – a partire dalle condizioni dell'accrescimento terrestre, caratterizzate da impatti con pianeti e meteoriti, fino agli attuali contesti geodinamici, come le zone di subduzione e gli ambienti del mantello moderno».</span></p>
<p data-start="2484" data-end="3011"><span style="font-size: 12pt;">Il primo obiettivo è comprendere come lo zolfo sia arrivato sulla Terra, simulando impatti meteoritici o collisioni planetarie per osservare gli effetti su solfuri, solfati e solfiti. «Utilizzeremo la <strong data-start="2685" data-end="2710">compressione dinamica</strong> – precisa – con <strong data-start="2727" data-end="2752">laser ad alta energia</strong> che riproducono le onde d’urto (shock waves) degli eventi alle origini del Sistema Solare. Gli esperimenti saranno condotti in grandi sorgenti a raggi X, capaci di analizzare in tempo reale la struttura atomica ed elettronica dei composti durante l’impatto».</span></p>
<p data-start="3013" data-end="3419"><span style="font-size: 12pt;">Il secondo obiettivo riguarda la geochimica primordiale: come lo zolfo possa aver guidato reazioni responsabili della formazione dei minerali odierni. «Useremo la <strong data-start="3176" data-end="3200">compressione statica</strong> tramite <strong data-start="3209" data-end="3241">cella a incudine di diamante</strong>, che comprime i campioni fino a pressioni paragonabili a quelle interne al pianeta, combinata con laser in grado di modificare la temperatura e ricreare diverse ere geologiche».</span></p>
<p data-start="3421" data-end="3837"><span style="font-size: 12pt;">Terzo e ultimo punto: la vita. «Studi biologici suggeriscono che i composti di zolfo abbiano contribuito a fornire energia ai composti monocellulari agli albori della vita, 3,7-3,8 miliardi di anni fa. Se dimostrassimo che erano stabili già nelle condizioni di formazione del pianeta, dunque ben prima dei 3,8 miliardi di anni, <strong data-start="3749" data-end="3811">potremmo ipotizzare che la vita si sia formata molto prima</strong> di quanto oggi si pensi».</span></p>
<p data-start="3839" data-end="4325"><span style="font-size: 12pt;">Gli esperimenti si svolgeranno allo <strong data-start="3875" data-end="3913">European X-Ray Free-Electron Laser</strong> di Amburgo e al <strong data-start="3930" data-end="3952">Sincrotone Europeo</strong> di Grenoble. A Milano-Bicocca saranno invece preparati i campioni e analizzati i materiali post-esperimento grazie alla piattaforma di microscopia avanzata. Con il finanziamento ERC verrà inoltre acquistato un <strong data-start="4163" data-end="4189">FIB – Focused Ion Beam</strong>, strumento essenziale per la preparazione e l’analisi di campioni su scala micro- e nano-metrica dopo esposizione a condizioni estreme.</span></p>
<p data-start="4327" data-end="4640"><span style="font-size: 12pt;">«Oltre a perfezionare la conoscenza dell’interno terrestre – conclude Cerantola – ci aspettiamo che i risultati di <strong data-start="4442" data-end="4452">S-CAPE</strong> rivoluzionino la nostra prospettiva sul ruolo dello zolfo nell’evoluzione planetaria e su come questo elemento possa favorire o limitare la <strong data-start="4593" data-end="4619">potenziale abitabilità</strong> nel Sistema Solare».</span></p>
<p data-start="4642" data-end="5301"><span style="font-size: 12pt;">«Il progetto <strong data-start="4655" data-end="4727">"The Earth's Deep Sulphur Cycle from Planetary Accretion to Present"</strong> di Valerio Cerantola, che si colloca alla frontiera tra geologia, fisica e chimica, è concepito per indagare il ruolo del ciclo profondo dello zolfo nell’evoluzione geologica del pianeta e nella formazione dei mattoni prebiotici della vita. Nell’esprimere a Valerio le mie più vive congratulazioni per il prestigioso riconoscimento, auspico che questo successo rappresenti uno stimolo ulteriore per la nostra comunità accademica a proseguire nella ricerca scientifica di alta qualità», afferma il prorettore alla Ricerca dell’Università di Milano-Bicocca, <strong data-start="5284" data-end="5300">Leo Ferraris</strong>.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>I buchi neri supermassicci come sorgenti di neutrini ad altissima energia</title>
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<description><![CDATA[ A partire dai dati dell&#039;esperimento IceCube, uno studio condotto da ricercatori dell&#039;INAF rivela che i neutrini ad altissima energia potrebbero essere emessi dai cosiddetti blazar a spettro piatto. Ma i risultati non pongono fine al dibattito ]]></description>
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<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 12:36:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Uno studio condotto dall'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ha fornito una nuova e significativa prova che collega i neutrini ad altissima energia a una specifica classe di buchi neri supermassicci, noti come </span><span>blazar a spettro piatto</span><span> </span><span>(blazar FSRQ, ovvero Flat-Spectrum Radio Quasar). I risultati, ottenuti a partire dai dati dell'esperimento IceCube, sono stati pubblicati oggi sulla rivista scientifica Astronomy &amp; Astrophysics.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Lo studio si colloca nel dibattito sull'origine cosmica incerta di quei neutrini, le cui energie superano di gran lunga quelle che possono essere generate sulla Terra. </span><span>Nella letteratura recente, l'associazione tra neutrini e blazar era già stata ipotizzata; tuttavia, nessuno studio precedente ha mai raggiunto un livello di significatività così elevato quanto quello ottenuto dai due autori. </span></p>
<p dir="ltr"><span>"I neutrini sono messaggeri cosmici incomparabili", sottolineano </span><span>Alberto Moretti </span><span>e </span><span>Alessandro Caccianiga</span><span>, ricercatori dell'INAF e autori dello studio, "ma ci sono considerevoli incertezze sulla misura della loro direzione di provenienza. I risultati della nostra ricerca, anche se molto promettenti, non scrivono la parola fine al dibattito. Oltre alla direzione di arrivo, le incertezze maggiori sono dovute anche agli effetti di selezione e al numero limitato di eventi analizzati". </span></p>
<p dir="ltr"><span>I due ricercatori hanno utilizzato il catalogo IceCat-1, una raccolta di dati dell'esperimento IceCube, situato presso la base Amundsen-Scott al Polo Sud. IceCube è un osservatorio per neutrini costruito e gestito dalla National Science Foundation (NSF), con il supporto finanziario e la partecipazione di numerose istituzioni provenienti da quattordici paesi che costituiscono la Collaborazione IceCube, alla quale l'Italia partecipa tramite l'Università degli Studi di Padova. L'osservatorio è costituito da 5.160 sensori ottici distribuiti in un volume di ghiaccio pari a un chilometro cubo. IceCube è in grado di identificare le tracce del passaggio dei neutrini sfruttando la radiazione Cherenkov che queste particelle producono mentre attraversano il ghiaccio.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Moretti e Caccianiga hanno estratto dal catalogo IceCat-1 un campione di 30 neutrini ad alta energia, la cui direzione di provenienza era particolarmente ben localizzata in cielo, confrontandola con le posizioni di un catalogo di quasar ottenuto dalla Sloan Digital Sky Survey, che contiene anche blazar FSRQ. </span></p>
<p dir="ltr"><span>I risultati hanno rivelato un chiaro collegamento tra i neutrini di IceCube e i blazar il cui spettro elettromagnetico presenta linee di emissione ampie e intense: i blazar FSRQ, appunto. </span></p>
<p dir="ltr"><span>I blazar sono nuclei galattici attivi (AGN) estremamente energetici, alimentati da un buco nero supermassiccio al centro di una galassia che emette un potente getto di particelle e di radiazione  quasi perfettamente allineato con la Terra, che si propaga a una velocità prossima a quella della luce. I blazar sono considerati i candidati ideali per la produzione di neutrini energetici: i getti che emettono, infatti, contengono un plasma di elettroni e protoni in moto relativistico all'interno di un intenso campo di fotoni, offrendo un ambiente favorevole alla loro creazione.</span></p>
<p dir="ltr"><span>"La raccolta continua di dati da parte dell'esperimento IceCube", osservano i due ricercatori, "apre la prospettiva di una futura conferma decisiva del legame tra i neutrini ad altissima energia e la popolazione dei blazar FSRQ".</span></p>
<p dir="ltr"><span>Studiare i neutrini cosmici offre un'opportunità straordinaria: queste particelle mantengono inalterata la loro direzione di propagazione perché sono prive di carica elettrica, a differenza della maggior parte degli altri raggi cosmici, e dunque non vengono deviate dai campi magnetici. Grazie a questa proprietà, sono in grado di fornire informazioni uniche e affidabili sui fenomeni più energetici che avvengono nell'Universo lontano o nelle regioni più dense in prossimità dei buchi neri.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Per ulteriori informazioni:</span></p>
<p dir="ltr"><span>L'articolo </span><a href="https://doi.org/10.1051/0004-6361/202554527" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>"Flat-spectrum radio quasars as high-energy neutrino sources"</span></a><span> di Alberto Moretti e Alessandro Caccianiga è stato pubblicato su Astronomy &amp; Astrophysics</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Quando una stella viene divorata da un buco nero: osservato un effetto chiave della relatività di Einstein</title>
<link>https://www.italia24.news/quando-una-stella-viene-divorata-da-un-buco-nero-osservato-un-effetto-chiave-della-relativita-di-einstein</link>
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<description><![CDATA[ Un anno di osservazioni dallo spazio e da Terra sull’evento di distruzione mareale Tde 2020afhd rivela la “danza” tra disco e getto di un buco nero, offrendo le prove più solide finora dell’effetto Lense-Thirring ]]></description>
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<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 12:31:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="162" data-end="825">Un segnale inizialmente ordinario, registrato nell’ottobre del 2020 dalla <strong data-start="236" data-end="265">Zwicky Transient Facility</strong>, si è trasformato nel tempo in uno degli indizi osservativi più solidi mai raccolti a sostegno di un effetto relativistico previsto da Albert Einstein. È quanto emerge dallo studio internazionale dedicato all’evento di distruzione mareale <strong data-start="505" data-end="521">Tde 2020afhd</strong>, pubblicato su <em data-start="537" data-end="555">Science Advances</em> e guidato da <strong data-start="569" data-end="610"><span class="whitespace-normal">Yanan Wang</span></strong>, dell’Accademia cinese delle scienze, con la partecipazione – tra gli altri – di <strong data-start="692" data-end="733"><span class="whitespace-normal">Ranieri Baldi</span></strong> e <strong data-start="736" data-end="777"><span class="whitespace-normal">Francesca Onori</span></strong> dell’<strong data-start="783" data-end="824"><span class="whitespace-normal">Istituto Nazionale di Astrofisica</span></strong>.</p>
<p data-start="827" data-end="1346">L’evento ha avuto origine nella galassia <strong data-start="868" data-end="883">Leda 145386</strong>, a circa 120 milioni di anni luce dalla Terra, quando una stella si è spinta troppo vicino a un buco nero supermassiccio, venendo letteralmente fatta a pezzi dalle forze mareali. Parte della materia stellare ha dato vita a un <strong data-start="1110" data-end="1136">disco di accrescimento</strong> estremamente caldo e luminoso, mentre un getto relativistico è stato lanciato perpendicolarmente al disco stesso: una configurazione ideale per studiare la fisica estrema che governa l’ambiente dei buchi neri.</p>
<h2 data-start="1348" data-end="1383">Un monitoraggio senza precedenti</h2>
<p data-start="1385" data-end="1956">Dopo il marcato <em data-start="1401" data-end="1416">rebrightening</em> osservato il 4 gennaio 2024, il team di Wang ha avviato una campagna osservativa coordinata a livello globale, durata oltre un anno e condotta su più lunghezze d’onda. Dallo spazio, il Tde 2020afhd è stato seguito dai telescopi per raggi X <strong data-start="1657" data-end="1666">Swift</strong>, <strong data-start="1668" data-end="1677">Nicer</strong> e <strong data-start="1680" data-end="1694">XMM-Newton</strong>; da Terra, l’evento è stato monitorato dai radiointerferometri <strong data-start="1758" data-end="1765">Vla</strong>, <strong data-start="1767" data-end="1775">Atca</strong>, <strong data-start="1777" data-end="1789">e-Merlin</strong> e <strong data-start="1792" data-end="1800">Vlba</strong>, oltre che dai telescopi ottici cinesi di <strong data-start="1843" data-end="1855">Xinglong</strong> e <strong data-start="1858" data-end="1869">Lijiang</strong>. Una copertura completa, pensata per cogliere ogni variazione significativa nel tempo.</p>
<p data-start="1958" data-end="2300">L’analisi dei dati ha rivelato un comportamento inatteso: circa 215 giorni dopo l’evento iniziale, la curva di luce in banda X ha mostrato oscillazioni quasi periodiche con un periodo di circa 19,6 giorni e variazioni di ampiezza superiori a un fattore dieci. Un’analoga variabilità, ben sincronizzata, è stata osservata anche in banda radio.</p>
<h2 data-start="2344" data-end="2382">Disco e getto che “danzano” insieme</h2>
<p data-start="2384" data-end="2820">Queste oscillazioni rappresentano, secondo gli autori, la prova osservativa più convincente finora ottenuta della <strong data-start="2498" data-end="2516">co-precessione</strong> tra il disco di accrescimento e il getto relativistico di un buco nero. «Il comportamento quasi periodico e coerente su più bande indica chiaramente che disco e getto stanno precessando come un sistema unico», spiega Wang. «È come osservare il sistema del buco nero oscillare ritmicamente nello spazio».</p>
<p data-start="2822" data-end="3400">Alla base di questo moto coordinato vi sarebbe l’<strong data-start="2871" data-end="2897">effetto Lense-Thirring</strong>, un fenomeno di trascinamento dello spaziotempo prodotto dalla rotazione di un oggetto massivo, previsto dalla relatività generale. «La rotazione del buco nero centrale trascina lo spaziotempo circostante», chiarisce Baldi, «imprimendo al disco di accrescimento e al getto una lenta ma coerente rotazione. Il risultato è una modulazione osservabile della luminosità in banda X e radio, amplificata da un vero e proprio “effetto faro” quando il getto attraversa periodicamente la nostra linea di vista».</p>
<h2 data-start="3402" data-end="3448">Una nuova finestra sui buchi neri dormienti</h2>
<p data-start="3450" data-end="3890">Per gli astronomi, lo studio di Tde 2020afhd rappresenta molto più di una conferma teorica. «Questo risultato dimostra le enormi potenzialità delle strategie osservative multibanda nello studio dei transienti», sottolinea Francesca Onori. «Gli eventi di distruzione mareale sono strumenti straordinari per indagare i processi di accrescimento attorno a buchi neri supermassicci normalmente inattivi, che altrimenti resterebbero invisibili».</p>
<p data-start="3892" data-end="4237" data-is-last-node="" data-is-only-node="">In un’epoca in cui l’astrofisica punta sempre più su osservazioni coordinate e di lungo periodo, la “danza” tra disco e getto osservata in Tde 2020afhd segna un passo decisivo: non solo verso la comprensione dei buchi neri, ma anche verso la verifica diretta, su scala cosmica, degli effetti più sottili e affascinanti della relatività generale.</p>
<p>«Questo eccellente risultato», conclude un’altra coautrice dello studio,<span> </span><strong>Francesca Onori</strong><span> </span>dell’Inaf d’Abruzzo, «mostra non solo le grandi potenzialità di un’adeguata strategia osservativa in multibanda nello studio dei transienti, ma anche come i Tde siano dei potenti strumenti per studiare i fenomeni legati all’accrescimento di materia attorno a buchi neri supermassicci dormienti, che altrimenti non sarebbero visibili agli astronomi».</p>
<p><strong>Per saperne di più:</strong></p>
<ul>
<li>Leggi su<span> </span><em>Science Advances</em><span> </span>l’articolo “<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ady9068">Detection of disk-jet co-precession in a tidal disruption event</a>”, di Yanan Wang, Zikun Lin, Linhui Wu, Weihua Lei, Shuyuan Wei, Shuang-Nan Zhang, Long Ji, Santiago del Palacio, Ranieri D. Baldi, Yang Huang, Jifeng Liu, Bing Zhang, Aiyuan Yang, Rurong Chen, Yangwei Zhang, Ailing Wang, Lei Yang, Panos Charalampopoulos, David R. A. Williams-Baldwin, Zhu-Heng Yao, Fu-Guo Xie, Defu Bu, Hua Feng, Xinwu Cao, Hongzhou Wu, Wenxiong Li, Erlin Qiao, Giorgos Leloudas, Joseph P Anderson, Xinwen Shu, Dheeraj R. Pasham, Hu Zou, Matt Nicholl, Thomas Wevers, Tomas E. Muller-Bravo, Jing Wang, Jianyan Wei, Yu-Lei Qiu, Weijian Guo, Claudia P. Gutierrez, Mariusz Gromadzki, Cosimo Inserra, Lydia Makrygianni, Francesca Onori, Tanja Petrushevska, Diego Altamirano, Lluis Galbany, Miguel Perez-Torres e Ting-Wan Chen</li>
</ul>]]> </content:encoded>
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<title>L’Italia potenzia il radiotelescopio sudafricano MeerKAT con la nuova banda 5B, aprendo una nuova finestra sull’universo</title>
<link>https://www.italia24.news/litalia-potenzia-il-radiotelescopio-sudafricano-meerkat-con-la-nuova-banda-5b-aprendo-una-nuova-finestra-sulluniverso</link>
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<description><![CDATA[ Un investimento strategico rafforza la collaborazione tra Italia e Sudafrica e amplia le capacità scientifiche del radiotelescopio MeerKAT, precursore del progetto SKA ]]></description>
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<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 18:36:57 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="514" data-end="1177">La collaborazione tra Italia e Sudafrica nella ricerca astrofisica segna una nuova, fondamentale tappa: il potenziamento del radiotelescopio <strong data-start="655" data-end="666">MeerKAT</strong>, che si è dotato di <strong data-start="687" data-end="733">64 nuovi digitalizzatori in banda radio 5B</strong>, nell’ambito del progetto PNRR <strong data-start="765" data-end="829">STILES (STrengthening the Italian Leadership in ELT and SKA)</strong> dell’<strong data-start="835" data-end="879">Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong>. Tra gli altri obiettivi, STILES prevede anche la collaborazione strategica tra l'INAF e il <strong data-start="972" data-end="1025">South African Radio Astronomy Observatory (SARAO)</strong> per potenziare le capacità ad alte frequenze di MeerKAT, radiotelescopio precursore del progetto <strong data-start="1123" data-end="1130">SKA</strong>, situato nel deserto del Karoo, in Sudafrica.</p>
<p data-start="1179" data-end="1535">Questo investimento finanzia lo sviluppo e l’implementazione complessiva di <strong data-start="1255" data-end="1294">64 sistemi di ricezione in banda 5B</strong> (con ricevitori sviluppati e realizzati in Germania dal Max Planck, sotto contratto con l’INAF, e digitalizzatori progettati e realizzati da SARAO) da installare su ciascuna delle antenne di MeerKAT, <strong data-start="1495" data-end="1532">ampliandone la gamma di frequenza</strong>.</p>
<p data-start="1537" data-end="1816">Il sistema di ricezione coprirà la banda <strong data-start="1578" data-end="1594">8,3–15,4 GHz</strong> (attualmente sono utilizzati ricevitori nella banda <strong data-start="1647" data-end="1663">0,58–3,5 GHz</strong>). Raggiungere questa nuova banda consentirà agli scienziati di esplorare l'universo in un intervallo prima inaccessibile al radiotelescopio sudafricano.</p>
<p data-start="1818" data-end="2042">Una delegazione dell'INAF ha visitato gli uffici di SARAO a Città del Capo, verificando la produzione di tutte le componenti previste e apponendo il proprio <strong data-start="1975" data-end="2002">sigillo di approvazione</strong> al termine di questa fase del progetto.</p>
<p data-start="2044" data-end="2460"><strong data-start="2044" data-end="2065">Roberto Ragazzoni</strong>, presidente dell’INAF, commenta:<br data-start="2098" data-end="2101">“Con questo progetto di digitalizzazione in banda 5B, che implementa un’ulteriore capacità di indagine scientifica, si coniuga la sperimentazione di nuove tecnologie digitali con collaborazioni internazionali extraeuropee di grande valore anche per le attività successive a livello mondiale. <strong data-start="2393" data-end="2458">MeerKAT è infatti uno dei quattro precursori del progetto SKA</strong>”.</p>
<p data-start="2462" data-end="2798">Anche <strong data-start="2468" data-end="2484">Grazia Umana</strong>, coordinatrice del progetto MeerKAT Band 5B e ricercatrice INAF, sottolinea:<br data-start="2561" data-end="2564">“Il progetto costituisce un chiaro esempio di come <strong data-start="2615" data-end="2653">l'investimento pubblico strategico</strong>, attraverso il PNRR, possa avere un impatto a lungo termine, sviluppando partnership internazionali e portando a una <strong data-start="2771" data-end="2796">scienza trasformativa</strong>”.</p>
<p data-start="2800" data-end="3128">L’implementazione della banda 5B su MeerKAT sarà <strong data-start="2849" data-end="2884">scientificamente rivoluzionaria</strong>. Il radiotelescopio potrà indagare l'universo a frequenze più alte, con <strong data-start="2957" data-end="2982">risoluzione superiore</strong>, aprendo nuove frontiere nello studio del <strong data-start="3025" data-end="3047">magnetismo cosmico</strong>, della <strong data-start="3055" data-end="3078">formazione stellare</strong> e del <strong data-start="3085" data-end="3127">gas molecolare nelle galassie distanti</strong>.</p>
<p data-start="3130" data-end="3435"><strong data-start="3130" data-end="3144">Sias Malan</strong>, responsabile tecnico per SARAO, spiega:<br data-start="3185" data-end="3188">“Raggiungere le specifiche stabilite dagli scienziati per il digitalizzatore ha richiesto un'attenta progettazione di tutto il sistema, resa più complessa dalle <strong data-start="3349" data-end="3371">rigide tempistiche</strong> che imponevano la realizzazione dei moduli in meno di 18 mesi”.</p>
<p data-start="3437" data-end="3766">Il vicedirettore esecutivo di SARAO, <strong data-start="3474" data-end="3492">Adrian Tiplady</strong>, aggiunge:<br data-start="3503" data-end="3506">“La nostra collaborazione con l'INAF consolida il ruolo di SARAO come partner affidabile nell'astronomia globale. Gli sviluppi tecnologici resi possibili da questa collaborazione forniranno <strong data-start="3696" data-end="3721">scienza d’avanguardia</strong> a una struttura d’avanguardia come MeerKAT”.</p>
<p data-start="3768" data-end="4105">Il progetto <strong data-start="3780" data-end="3790">STILES</strong>, finanziato tramite il <strong data-start="3814" data-end="3822">PNRR</strong> e parte del programma europeo <strong data-start="3853" data-end="3873">NextGenerationEU</strong>, è ideato e guidato da <strong data-start="3897" data-end="3916">Adriano Fontana</strong> (INAF). Ha l’obiettivo di rafforzare la leadership italiana nello sviluppo di strumenti per le grandi infrastrutture: l’<strong data-start="4037" data-end="4072">Extremely Large Telescope (ELT)</strong> e lo <strong data-start="4078" data-end="4104">SKA Observatory (SKAO)</strong>.</p>
<p data-start="4107" data-end="4372">“La realizzazione dei nuovi ricevitori in banda 5B è solo <strong data-start="4165" data-end="4194">il primo grande obiettivo</strong> di STILES a essere completato”, afferma Fontana. “I progetti STILES miglioreranno le capacità tecnologiche e le possibilità osservative dell’astronomia ottica e radio italiana”.</p>
<hr data-start="4374" data-end="4377">
<h3 data-start="4379" data-end="4428"><strong data-start="4383" data-end="4426">RADIOMAP: cooperazione Italia–Sudafrica</strong></h3>
<p data-start="4430" data-end="4807">Rientra nella collaborazione anche <strong data-start="4465" data-end="4477">RADIOMAP</strong>, progetto bilaterale finanziato dal <strong data-start="4514" data-end="4583">Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale</strong> e dalla <strong data-start="4592" data-end="4624">National Research Foundation</strong>, nell'ambito del programma <strong data-start="4652" data-end="4661">ISARP</strong>. L’obiettivo è valorizzare il potenziale scientifico di MeerKAT, formando <strong data-start="4736" data-end="4770">studenti e giovani ricercatori</strong> in vista del futuro SKA Observatory.</p>
<p data-start="4809" data-end="5059">Il meeting conclusivo, svoltosi a Città del Capo (12–13 novembre), ha confermato che le due comunità scientifiche sono <strong data-start="4928" data-end="4957">strategicamente allineate</strong> verso il pieno sfruttamento scientifico di <strong data-start="5001" data-end="5013">MeerKAT+</strong>, passo cruciale verso lo <strong data-start="5039" data-end="5058">SKA Observatory</strong>.</p>
<hr data-start="5061" data-end="5064">
<h3 data-start="5066" data-end="5108"><strong data-start="5070" data-end="5106">Ulteriori informazioni su STILES</strong></h3>
<p data-start="5110" data-end="5488">Gli obiettivi del progetto includono:<br data-start="5147" data-end="5150">– aggiornamento diretto delle capacità osservative di <strong data-start="5204" data-end="5211">ELT</strong> e <strong data-start="5214" data-end="5221">SKA</strong>;<br data-start="5222" data-end="5225">– investimenti in infrastrutture <strong data-start="5258" data-end="5281">hardware e software</strong>;<br data-start="5282" data-end="5285">– sviluppo di <strong data-start="5299" data-end="5333">laboratori di ricerca avanzata</strong>, tra cui quelli per lo studio delle condizioni “eso-atmosferiche”;<br data-start="5400" data-end="5403">– realizzazione di infrastrutture nazionali per la <strong data-start="5454" data-end="5487">verifica della strumentazione</strong>.</p>
<p data-start="5490" data-end="5776"><strong data-start="5490" data-end="5521">STILES (Proposta IR0000034)</strong> è finanziato dall’Unione europea e approvato dal Ministero dell’Università, con un contributo complessivo di <strong data-start="5631" data-end="5650">69.999.999 euro</strong>. Il coordinamento è affidato all’<strong data-start="5684" data-end="5692">INAF</strong>, in collaborazione con sette università italiane ed enti di ricerca internazionali.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Una lunghissima esplosione segna la fine di una stella, divorata da un buco nero</title>
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<description><![CDATA[ Un lampo di raggi gamma senza precedenti, osservato per giorni da telescopi spaziali e terrestri, apre nuovi scenari sull&#039;interazione estrema tra stelle e buchi neri, con un importante contributo della ricerca italiana ]]></description>
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<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 17:52:58 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="435" data-end="860">Una lunghissima emissione di raggi gamma, rilevata il <strong data-start="489" data-end="501">2 luglio</strong> e proseguita per giorni, sarebbe il segnale che <strong data-start="550" data-end="603">un buco nero ha distrutto e fagocitato una stella</strong> ad esso vicina. Queste le conclusioni di diversi gruppi di ricerca nel mondo, a cui hanno partecipato anche ricercatori dell’<strong data-start="729" data-end="773">Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF)</strong>, analizzando una mole sterminata di dati provenienti da telescopi spaziali e da Terra.</p>
<p data-start="862" data-end="1336">Tutto è iniziato il <strong data-start="882" data-end="899">2 luglio 2025</strong>, quando il <strong data-start="911" data-end="938">Gamma Ray Burst Monitor</strong> del <strong data-start="943" data-end="978">Fermi Gamma Ray Space Telescope</strong> della NASA ha scoperto un potente lampo di raggi gamma (o <strong data-start="1037" data-end="1044">GRB</strong>), seguito dal <strong data-start="1059" data-end="1084">Burst Alert Telescope</strong> del <strong data-start="1089" data-end="1123">Neil Gehrels Swift Observatory</strong> della NASA e da altri strumenti. L’evento, invece di durare pochi minuti, si è protratto per <strong data-start="1217" data-end="1227">giorni</strong>, rendendo <strong data-start="1238" data-end="1253">GRB 250702B</strong> – questa la sigla ufficiale – <strong data-start="1284" data-end="1335">il lampo di raggi gamma più lungo mai osservato</strong>.</p>
<p data-start="1338" data-end="1715">A partire da queste prime osservazioni, sono stati utilizzati i più potenti telescopi spaziali e terrestri per individuare con precisione la sorgente di quell’eccezionale emissione. Il <strong data-start="1523" data-end="1535">3 luglio</strong>, Swift ha indicato la provenienza dalla <strong data-start="1576" data-end="1605">costellazione dello Scudo</strong>, vicino al piano della Via Lattea. Rimaneva da stabilire se il fenomeno fosse <strong data-start="1684" data-end="1714">galattico o extragalattico</strong>.</p>
<p data-start="1717" data-end="2123">Le immagini ottenute dagli osservatori <strong data-start="1756" data-end="1764">Keck</strong> e <strong data-start="1767" data-end="1777">Gemini</strong> alle Hawaii e dal <strong data-start="1796" data-end="1826">VLT (Very Large Telescope)</strong> dell’<strong data-start="1832" data-end="1839">ESO</strong> in Cile hanno confermato che <strong data-start="1869" data-end="1884">GRB 250702B</strong> provenisse da <strong data-start="1899" data-end="1923">una galassia esterna</strong>, indicazione validata poi dal <strong data-start="1954" data-end="1984">telescopio spaziale Hubble</strong> e dal <strong data-start="1991" data-end="2028">James Webb Space Telescope (JWST)</strong>, che mostrano una galassia con una <strong data-start="2064" data-end="2100">peculiare banda scura di polvere</strong> a dividerne il nucleo.</p>
<p data-start="2125" data-end="2544">Le indagini sono proseguite. Alla fine di agosto un team dell’<strong data-start="2187" data-end="2215">Università di Birmingham</strong> ha utilizzato <strong data-start="2230" data-end="2238">Webb</strong> e <strong data-start="2241" data-end="2248">VLT</strong> per stimare la distanza della galassia ospite e le sue proprietà, calcolando che l’esplosione ha rilasciato <strong data-start="2357" data-end="2432">l’energia equivalente a mille Soli che brillano per 10 miliardi di anni</strong>. La luce di questo evento è partita <strong data-start="2469" data-end="2494">8 miliardi di anni fa</strong>, molto prima della formazione del Sistema solare.</p>
<p data-start="2546" data-end="2820">Un’analisi della radiazione X successiva all’esplosione ha utilizzato i dati di <strong data-start="2626" data-end="2635">Swift</strong>, dell’<strong data-start="2642" data-end="2676">Osservatorio a raggi X Chandra</strong> e della missione <strong data-start="2694" data-end="2704">NuSTAR</strong>. Swift e NuSTAR hanno rivelato la presenza di <strong data-start="2751" data-end="2776">brevi e intensi flare</strong> fino a due giorni dopo il lampo principale.</p>
<p data-start="2822" data-end="2979">Cosa è accaduto, dunque, in quella remota galassia? I dati mostrano caratteristiche compatibili con un <strong data-start="2925" data-end="2951">lampo gamma ultralungo</strong>, ma anche elementi atipici.</p>
<p data-start="2981" data-end="3211">Uno degli scenari più discussi ipotizza che <strong data-start="3025" data-end="3061">un buco nero di massa intermedia</strong> (tra <strong data-start="3067" data-end="3097">10 e 100 mila masse solari</strong>) abbia <strong data-start="3105" data-end="3129">distrutto una stella</strong> che gli si è avvicinata troppo, in un classico <strong data-start="3177" data-end="3210">evento di distruzione mareale</strong>.</p>
<p data-start="3213" data-end="3628">Il team che analizza i raggi gamma propone invece un modello diverso: un <strong data-start="3286" data-end="3305">sistema binario</strong> in cui un <strong data-start="3316" data-end="3355">buco nero di circa tre masse solari</strong> si fonde con una <strong data-start="3373" data-end="3391">stella di elio</strong>, privata dell’atmosfera di idrogeno. In questo scenario, il buco nero viene progressivamente avvolto dalla stella, nutrendosi dall’interno fino a provocarne <strong data-start="3549" data-end="3582">l’esplosione in una supernova</strong>, nascosta però da enormi quantità di polvere.</p>
<p data-start="3630" data-end="3839">In entrambi i casi, la materia della stella forma un <strong data-start="3683" data-end="3709">disco di accrescimento</strong> attorno al buco nero, riscaldandosi fino a emettere intensi raggi X, mentre i <strong data-start="3788" data-end="3812">getti di raggi gamma</strong> si propagano nello spazio.</p>
<p data-start="3841" data-end="4240">“<strong data-start="3842" data-end="3869">Il contributo dell'INAF</strong> a questi studi complessi e articolati su GRB 250702B è stato importante: con Swift abbiamo trovato la posizione precisa del transiente nella banda X, permettendo così di identificare la controparte ottica, e abbiamo contribuito alle osservazioni da Terra con i telescopi di ESO”, afferma <strong data-start="4158" data-end="4176">Sergio Campana</strong>, ricercatore INAF e responsabile italiano della missione Swift.</p>
<hr>
<p class="v1MsoNormal"><b><span lang="it">Per ulteriori informazioni:</span></b></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="it"><a href="https://academic.oup.com/mnras/advance-article/doi/10.1093/mnras/staf2019/8323170?login=true" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>GRB 250702B: Discovery of a Gamma-Ray Burst from a Black Hole Falling into a Star</span></b></a></span><span lang="it"><span> </span>di Eliza Neights et al., accettato per la pubblicazione sulla rivista<span> </span><i>Monthly Notices of the Royal Astronomical Society</i></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="it"><a href="https://arxiv.org/abs/2509.22778" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>JWST Spectroscopy of GRB 250702B: An Extremely Rare and Exceptionally Energetic Burst in a Dusty, Massive Galaxy at z=1.036</span></b></a></span><span lang="it"><span> </span>di Benjamin P. Gompertz et al., sottomesso per la pubblicazione alla rivista<i><span> </span>The Astrophysical Journal Letters</i></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="it"><a href="https://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/ae1d67" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>Optical/Infrared Observations of the Extraordinary GRB 250702B: A Highly Obscured Afterglow in a Massive Galaxy Consistent with Multiple Possible Progenitors</span></b></a></span><span lang="it"><span> </span>di Jonathan Carney et al., pubblicato sulla rivista<i><span> </span>The Astrophysical Journal Letters</i></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="it"><a href="https://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/ae1741" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>Comprehensive X-Ray Observations of the Exceptional Ultralong X-Ray and Gamma-Ray Transient GRB 250702B with Swift, NuSTAR, and Chandra: Insights from the X-Ray Afterglow Properties</span></b></a></span><span lang="it"><span> </span>di Brendan O'Connor et al., pubblicato sulla rivista<i><span> </span>The Astrophysical Journal Letters</i></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span lang="it"><a href="https://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/adf8e1" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b><span>The Day-long, Repeating GRB 250702B: A Unique Extragalactic Transient </span></b></a></span><i><span lang="it">di Andrew J. Levan et al.,<span> </span></span></i><span lang="it">pubblicato sulla rivista<i><span> </span>The Astrophysical Journal Letters</i></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Così si formano i nuclei leggeri</title>
<link>https://www.italia24.news/cosi-si-formano-i-nuclei-leggeri</link>
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<description><![CDATA[ L’esperimento ALICE al CERN chiarisce il meccanismo dominante nelle collisioni ad altissima energia ]]></description>
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<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 12:57:51 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="185" data-end="627">Come nascono i nuclei leggeri in uno degli ambienti più energetici mai ricreati in laboratorio? A rispondere a una delle questioni più discusse della <strong data-start="335" data-end="354">fisica nucleare</strong> è oggi l’esperimento <strong data-start="376" data-end="417"><span class="whitespace-normal">ALICE</span></strong> del <strong data-start="422" data-end="463"><span class="whitespace-normal">CERN</span></strong>, che ha identificato il meccanismo principale responsabile della formazione di <strong data-start="543" data-end="574">nuclei e antinuclei leggeri</strong> nelle collisioni tra protoni ad altissima energia.</p>
<p data-start="629" data-end="851">I risultati, pubblicati il <strong data-start="656" data-end="676">10 dicembre 2025</strong> sulla rivista <em data-start="691" data-end="699">Nature</em>, hanno implicazioni che vanno ben oltre la fisica delle particelle, toccando <strong data-start="777" data-end="804">astrofisica, cosmologia</strong> e persino la <strong data-start="818" data-end="850">ricerca della materia oscura</strong>.</p>
<h3 data-start="853" data-end="892">Collisioni estreme, sistemi fragili</h3>
<p data-start="894" data-end="1290">All’interno del <strong data-start="910" data-end="951"><span class="whitespace-normal">Large Hadron Collider</span></strong>, protoni e nuclei più pesanti vengono fatti collidere a velocità prossime a quella della luce. Da questi impatti nascono decine di nuove particelle, rilevate da giganteschi apparati sperimentali come ALICE. Tra queste compaiono anche nuclei leggeri, come il <strong data-start="1210" data-end="1221">deutone</strong>, composto da un protone e un neutrone legati dall’interazione forte.</p>
<p data-start="1292" data-end="1574">La particolarità del deutone è la sua estrema fragilità: l’energia che tiene uniti i suoi costituenti è di appena <strong data-start="1406" data-end="1415">2 MeV</strong>. Comprendere come un sistema così delicato possa formarsi – e sopravvivere – in un ambiente dominato da energie enormi è stato per decenni un problema aperto.</p>
<h3 data-start="1576" data-end="1605">La chiave: la femtoscopia</h3>
<p data-start="1607" data-end="1971">Nel nuovo studio, la Collaborazione ALICE, a cui partecipa anche l’<strong data-start="1674" data-end="1715"><span class="whitespace-normal">INFN</span></strong>, ha utilizzato una tecnica avanzata nota come <strong data-start="1762" data-end="1777">femtoscopia</strong>. Il metodo analizza le correlazioni tra coppie di particelle prodotte con direzioni e velocità molto simili, permettendo di ricostruire i processi microscopici che portano alla loro formazione.</p>
<p data-start="1973" data-end="2175">Studiando in particolare le coppie <strong data-start="2008" data-end="2025">deutone–pione</strong>, i ricercatori hanno osservato un picco ben definito nelle correlazioni, una firma sperimentale che ha permesso di risalire all’origine del processo.</p>
<h3 data-start="2177" data-end="2209">Una formazione “a due tempi”</h3>
<p data-start="2211" data-end="2672">I dati indicano che il deutone non nasce direttamente dalla collisione, ma attraverso un processo <strong data-start="2309" data-end="2324">sequenziale</strong>. Tutto inizia con il decadimento di una risonanza di breve durata, la <strong data-start="2395" data-end="2408">Δ (Delta)</strong>, uno stato eccitato del protone. Dal decadimento emergono un protone e un pione; il protone, trovando un neutrone nelle vicinanze, può fondersi con esso formando un deutone, mentre il pione porta via l’energia in eccesso, consentendo al nucleo di restare stabile.</p>
<p data-start="2674" data-end="3194">«Questo studio conferma che la formazione dei deutoni in queste collisioni è un processo sequenziale», spiega <strong data-start="2784" data-end="2825"><span class="whitespace-normal">Oton Vazquez Doce</span></strong>, ricercatore dei Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN e membro della Collaborazione ALICE. «Prima la risonanza decade producendo nucleoni, poi questi nucleoni si uniscono per formare nuclei leggeri. Questa formazione sequenziale indica che i deutoni emergono in una fase successiva e più fredda della collisione, aumentando le loro possibilità di sopravvivenza».</p>
<p data-start="3196" data-end="3374">Le analisi mostrano che <strong data-start="3220" data-end="3236">circa il 90%</strong> dei deutoni e antideutoni osservati nasce proprio attraverso questo meccanismo, fornendo una conferma sperimentale chiara e quantitativa.</p>
<h3 data-start="3376" data-end="3414">Dalla fisica fondamentale al cosmo</h3>
<p data-start="3416" data-end="3912">Le implicazioni vanno oltre i confini del laboratorio. «Nuclei e antinuclei leggeri vengono prodotti anche nelle interazioni dei raggi cosmici e potrebbero comparire come sottoprodotti del decadimento della materia oscura», osserva <strong data-start="3648" data-end="3689"><span class="whitespace-normal">Andrea Dainese</span></strong>, della Sezione INFN di Padova e della Collaborazione ALICE. Comprendere nel dettaglio i meccanismi di formazione diventa quindi cruciale per distinguere i processi astrofisici ordinari da possibili segnali di nuova fisica.</p>
<h3 data-start="3914" data-end="3948">Un rivelatore, molte frontiere</h3>
<p data-start="3950" data-end="4406">Progettato per studiare il <strong data-start="3977" data-end="4005">plasma di quark e gluoni</strong>, lo stato primordiale della materia che permeava l’Universo subito dopo il Big Bang, ALICE si conferma uno strumento estremamente versatile. «L’esperimento offre nuovi preziosi elementi sperimentali che si estendono all’astrofisica, alla cosmologia e ad altri settori della fisica fondamentale», sottolinea <strong data-start="4313" data-end="4354"><span class="whitespace-normal">Federico Antinori</span></strong>, responsabile nazionale della Collaborazione ALICE.</p>
<p data-start="4408" data-end="4708" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Un risultato che non solo risolve una questione storica della fisica nucleare, ma rafforza il legame tra <strong data-start="4513" data-end="4544">microcosmo delle particelle</strong> e <strong data-start="4547" data-end="4578">grandi enigmi dell’Universo</strong>, dimostrando come dagli acceleratori di particelle possano arrivare risposte fondamentali sulla natura della materia e del cosmo.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Un archivio sotterraneo rivela le dinamiche climatiche all&amp;apos;origine dell&amp;apos;agricoltura nella Mezzaluna Fertile</title>
<link>https://www.italia24.news/un-archivio-sotterraneo-rivela-le-dinamiche-climatiche-allorigine-dellagricoltura-nella-mezzaluna-fertile</link>
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<description><![CDATA[ L&#039;analisi di una stalagmite individuata in una grotta del Kurdistan iracheno ha permesso di acquisire informazioni paleoclimatiche che rivelano informazioni inedite sui legami tra clima, ambiente e sviluppo delle prime società agricole nel Vicino Oriente. E&#039; quanto emerge da uno studio internazionale guidato dal Cnr-Igg e Università degli Studi di Milano, pubblicato su PNAS ]]></description>
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<pubDate>Fri, 05 Dec 2025 12:17:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<h2 data-start="459" data-end="554">Una collaborazione internazionale per riscrivere il passato climatico del Vicino Oriente</h2>
<p data-start="556" data-end="1032">Uno<a href="https://doi.org/10.1073/pnas.2502092122" target="_blank" rel="noopener"> studio internazionale</a> guidato dall’<strong data-start="595" data-end="642">Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr</strong> e dall’<strong data-start="650" data-end="686">Università degli Studi di Milano</strong> offre una nuova prospettiva sui legami tra <strong data-start="730" data-end="789">clima, ambiente e sviluppo delle prime società agricole</strong> nel Vicino Oriente.<br data-start="809" data-end="812">La ricerca, pubblicata su <em data-start="838" data-end="844">PNAS</em>, è stata realizzata insieme alle Università di <strong data-start="892" data-end="901">Udine</strong>, <strong data-start="903" data-end="923">Sapienza di Roma</strong>, <strong data-start="925" data-end="938">Melbourne</strong>, <strong data-start="940" data-end="950">Taiwan</strong>, <strong data-start="952" data-end="962">Poznan</strong> e alla <strong data-start="970" data-end="1011">William Patterson University di Wayne</strong>, oltre all’<strong data-start="1023" data-end="1031">INGV</strong>.</p>
<p data-start="1034" data-end="1384">Coordinato da <strong data-start="1048" data-end="1071">Eleonora Regattieri</strong> (Cnr-Igg) e <strong data-start="1084" data-end="1102">Andrea Zerboni</strong> (Università degli Studi di Milano), il lavoro analizza una stalagmite proveniente da una grotta del <strong data-start="1203" data-end="1225">Kurdistan iracheno</strong>, in grado di conservare una registrazione continua dei cambiamenti climatici avvenuti tra <strong data-start="1316" data-end="1342">18.000 e 7.500 anni fa</strong>, periodo cruciale per l’evoluzione umana.</p>
<h2 data-start="1386" data-end="1447">Dalla fine dell’era glaciale all’alba dell’agricoltura</h2>
<p data-start="1449" data-end="1876">Il campione studiato copre la fase che include la transizione finale della glaciazione e l’inizio dell’<strong data-start="1552" data-end="1563">Olocene</strong>, l’epoca in cui nella <strong data-start="1586" data-end="1607">Mezzaluna Fertile</strong> si svilupparono le prime forme di sedentarietà e vennero introdotte le pratiche agricole.<br data-start="1697" data-end="1700">Grazie a sofisticate analisi <strong data-start="1729" data-end="1744">geochimiche</strong> e <strong data-start="1747" data-end="1766">geocronologiche</strong>, il team ha ricostruito con un dettaglio senza precedenti l’evoluzione delle condizioni ambientali nell’area.</p>
<p data-start="1878" data-end="2032">I risultati mostrano che gli eventi climatici registrati nelle carote di ghiaccio della <strong data-start="1966" data-end="1981">Groenlandia</strong> ebbero effetti diretti anche nel Vicino Oriente:</p>
<ul data-start="2033" data-end="2298">
<li data-start="2033" data-end="2115">
<p data-start="2035" data-end="2115">le fasi <strong data-start="2043" data-end="2058">più piovose</strong> coincisero con i periodi di <strong data-start="2087" data-end="2112">riscaldamento globale</strong>;</p>
</li>
<li data-start="2116" data-end="2298">
<p data-start="2118" data-end="2298">gli episodi <strong data-start="2130" data-end="2140">freddi</strong>, come lo <strong data-start="2150" data-end="2167">Younger Dryas</strong>, portarono a condizioni più <strong data-start="2196" data-end="2206">secche</strong>, con un’intensificazione dell’erosione e un maggiore trasporto di <strong data-start="2273" data-end="2284">polveri</strong> in atmosfera.</p>
</li>
</ul>
<h2 data-start="2300" data-end="2389">Comunità diverse, risposte diverse: la variabilità regionale delle strategie umane</h2>
<p data-start="2391" data-end="2820">Lo studio evidenzia che l’impatto di tali eventi globali non fu omogeneo: le comunità locali reagirono in modo differenziato in funzione dei contesti ambientali.<br data-start="2552" data-end="2555">Alle pendici dei <strong data-start="2572" data-end="2588">Monti Zagros</strong>, caratterizzati da elevata eterogeneità climatica su scala secolare, le popolazioni svilupparono <strong data-start="2686" data-end="2734">strategie di sussistenza mobili e flessibili</strong>, intraprendendo una traiettoria culturale distinta rispetto a quella del <strong data-start="2808" data-end="2819">Levante</strong>.</p>
<p data-start="2822" data-end="3071">Con il graduale stabilizzarsi del clima, anche in quest’area tali comunità evolsero verso forme di <strong data-start="2921" data-end="2936">stanzialità</strong> e verso la nascita dei <strong data-start="2960" data-end="2991">primi insediamenti agricoli</strong>, seguendo percorsi autonomi ma coerenti con la disponibilità locale di risorse.</p>
<h2 data-start="3073" data-end="3158">Una visione di lungo periodo sull’evoluzione climatica della Mezzaluna Fertile</h2>
<p data-start="3160" data-end="3596">«Questa ricerca amplia e approfondisce i risultati di un precedente studio del 2023», spiega <strong data-start="3253" data-end="3276">Eleonora Regattieri</strong>, «che documentava i rapporti tra variazioni idrologiche e uso delle risorse idriche nell’area durante i primi millenni dell’Olocene. Insieme, i due lavori delineano per la prima volta una <strong data-start="3465" data-end="3493">visione di lungo periodo</strong>, dai 18.000 ai 7.000 anni fa, dell’evoluzione climatica e del suo impatto sulle prime comunità umane».</p>
<p data-start="3598" data-end="3805">I dati indicano che la transizione verso l’agricoltura non fu un processo uniforme, ma il risultato di <strong data-start="3701" data-end="3735">traiettorie culturali multiple</strong>, sviluppate per ottimizzare l’uso delle risorse nei diversi ambienti.</p>
<h2 data-start="3807" data-end="3855">Le grotte come archivi naturali del clima</h2>
<p data-start="3857" data-end="4118">La ricerca conferma inoltre il ruolo essenziale delle <strong data-start="3911" data-end="3921">grotte</strong> e dei loro depositi mineralogici come archivi naturali fondamentali per ricostruire il clima del passato e comprendere come le società umane abbiano risposto ai cambiamenti climatici e ambientali.</p>
<p data-start="4120" data-end="4390">«Lo studio sottolinea l'importanza del <strong data-start="4159" data-end="4172">Kurdistan</strong> come area chiave per comprendere l’interazione tra clima, ambiente e società durante la <strong data-start="4261" data-end="4280">neolitizzazione</strong>, il momento in cui si passò da un'economia di sussistenza a una più produttiva», conclude <strong data-start="4371" data-end="4389">Andrea Zerboni</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>L’Agenzia Spaziale Italiana lancia il suo spot istituzionale</title>
<link>https://www.italia24.news/lagenzia-spaziale-italiana-lancia-il-suo-spot-istituzionale</link>
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<description><![CDATA[ Realizzato nell’ambito delle campagne di comunicazione istituzionale del Governo, lo spot andrà in onda dal 9 al 16 dicembre 2025 sulle reti RAI tv e radio ]]></description>
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<pubDate>Fri, 05 Dec 2025 11:58:46 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) presenta il suo<span> </span><strong>primo spot istituzionale</strong><span> </span>dedicato a raccontare ai cittadini il valore, il ruolo e l’impatto delle attività spaziali italiane sulla vita quotidiana. Lo spot, realizzato nell’ambito delle campagne di comunicazione istituzionale, curate dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della<span> </span><strong>Presidenza del Consiglio</strong>, andrà in onda sulle reti RAI televisive e radiofoniche<strong><span> </span>dal 9 al 16 dicembre</strong><span> </span>2025.</p>
<p>La campagna nasce con un obiettivo chiaro: mostrare come la ricerca scientifica, la tecnologia e i programmi spaziali italiani contribuiscano concretamente alla sicurezza, alla sostenibilità, alla conoscenza del pianeta e al miglioramento della qualità della vita di tutti.</p>
<p>Dai dati satellitari per monitorare il clima e prevenire emergenze, alle tecnologie per le telecomunicazioni, la navigazione, l’osservazione della Terra e l’esplorazione, l’Italia svolge da protagonista un ruolo strategico nello spazio, grazie alla collaborazione tra istituzioni, mondo scientifico e industria nazionale. Un ruolo di primo piano di recente ribadito anche a livello europeo in occasione del Consiglio ministeriale dell’<strong>Agenzia Spaziale Europea</strong><span> </span>(ESA) tenutosi nei giorni scorsi i Brema e di cui l’Italia ha assunto la presidenza per i prossimi tre anni.</p>
<p>Nel perseguire l’obiettivo di promuovere la cultura spaziale e i valori dell’Agenzia presso un pubblico ampio e trasversale, l’ASI diffonde i propri contenuti attraverso televisione, radio, stampa e canali digitali, rendendo sempre più accessibile e comprensibile il valore dello spazio per la società. Con questo nuovo progetto, l’Agenzia conferma il proprio impegno nel mostrare come le tecnologie sviluppate in Italia contribuiscano quotidianamente al progresso del Paese.</p>
<p>Lo spot sarà disponibile sui canali web dell'Agenzia Spaziale Italiana</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Guardando dentro un vortice quantistico</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio internazionale coordinato dall&#039;Istituto nazionale di ottica del Cnr ha studiato la dinamica dei vortici in superfluidi fortemente interagenti, individuandone i meccanismi fondamentali. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, apre nuove strade anche per lo sviluppo di dispositivi quantistici ad alta efficienza ]]></description>
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<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 15:55:46 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">Uno studio internazionale <a href="https://doi.org/10.1038/s41467-025-64992-w" target="_blank" rel="noopener">pubblicato su </a><i><a href="https://doi.org/10.1038/s41467-025-64992-w" target="_blank" rel="noopener">Nature Communications</a> - </i>coordinato dall'Istituto nazionale di ottica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ino) di Sesto Fiorentino presso il LENS e a cui hanno partecipato anche le Università di Firenze, di Bologna e di Trieste, la Warsaw University of Technology e l'Università tedesca di Augusta - ha studiato la dinamica dei vortici in superfluidi fortemente interagenti, individuandone i meccanismi fondamentali.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">I "vortici" indagati sono piccoli mulinelli di fluido che ruotano attorno a un asse, all'interno di un gas di atomi di litio raffreddato a temperature estremamente basse, appena 10 miliardesimi di grado sopra lo zero assoluto. In queste condizioni, la materia entra in uno stato chiamato superfluido, in cui la viscosità scompare e il fluido scorre senza attrito. Il comportamento superfluido degli atomi ultrafreddi è analogo a quello dei superconduttori, dove la corrente elettrica può circolare senza resistenza, permettendo il trasporto di corrente senza perdita di energia. In entrambi i sistemi, la dinamica dei vortici ha un ruolo fondamentale, poiché può aprire un canale per la dissipazione dell'energia.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">Spiega Giacomo Roati, dirigente di ricerca Cnr-Ino presso il LENS e responsabile del gruppo di ricerca: "L'utilizzo di gas atomici ultrafreddi ci ha permesso di studiare questo fenomeno in modo estremamente controllato, all'interno di vere e proprie 'simulazioni quantistiche'. La dinamica dei vortici nel caso studiato condivide similitudini con quella nei superconduttori ad alta temperatura, un campo ancora oggetto di studio. Comprendere il loro moto è essenziale per valutare gli effetti dissipativi e per progettare dispositivi quantistici ad alta efficienza, nei quali tali effetti possano essere minimizzati in modo mirato, aprendo la strada a tecnologie quantistiche all'avanguardia".</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">"Sia nei superfluidi sia nei superconduttori la dinamica dei vortici è determinata da forze interne al sistema: capire come si muovono è fondamentale per comprendere i limiti con cui questi possono trasportare correnti senza viscosità e resistenza, oltre che per accedere a una conoscenza più profonda dei meccanismi che regolano il comportamento quantistico della materia", aggiunge Nicola Grani, dottore di ricerca in Fisica e Astronomia all'Università di Firenze.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;">Nel lavoro viene studiata, per la prima volta, la dinamica di un singolo vortice in un superfluido, riuscendo così a determinarne il comportamento in modo semplice e diretto: "I risultati mostrano che il moto dei vortici, nel regime studiato, è influenzato dalla presenza di particelle che popolano il nucleo del vortice", continua Diego Hernández-Rajkov, ricercatore del Cnr-Ino presso il LENS. "Questo studio rappresenta anche la prima evidenza, seppur indiretta, di tali particelle in questo regime. Analizzando la dinamica del vortice, siamo dunque riusciti a ricostruire i fenomeni microscopici che ne regolano la dinamica e la sua struttura interna".</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span style="font-size: 12pt;"> </span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Il Politecnico di Torino al centro di ENDURION, il nuovo progetto europeo per l’idrogeno verde</title>
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<description><![CDATA[ Tecnologie avanzate per elettrolizzatori ad alta efficienza: parte l’iniziativa UE che punta a rivoluzionare la produzione di idrogeno e a sostenere la decarbonizzazione dell’industria ]]></description>
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<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 14:48:21 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="291" data-end="815">È ufficialmente partito <strong data-start="344" data-end="356">ENDURION</strong>, il nuovo progetto europeo finanziato dal programma Horizon Europe – Clean Hydrogen Partnership e dedicato allo sviluppo di tecnologie di nuova generazione per la produzione di <strong data-start="534" data-end="552">idrogeno verde</strong>. L’iniziativa riunisce dodici partner tra università, centri di ricerca e industrie tecnologiche di primo piano. Tra questi il <strong data-start="680" data-end="705">Politecnico di Torino</strong>, che avrà un ruolo strategico nello sviluppo di materiali innovativi per elettrolizzatori ad alta efficienza.</p>
<h3 data-start="817" data-end="905">Una nuova generazione di elettrolizzatori per accelerare la transizione energetica</h3>
<p data-start="906" data-end="1536">Coordinato dall’<strong data-start="922" data-end="962">AIT Austrian Institute of Technology</strong>, ENDURION lavorerà nei prossimi quattro anni alla realizzazione di elettrolizzatori <strong data-start="1047" data-end="1096">AEMEL – Anion Exchange Membrane Electrolyzers</strong> pressurizzati, capaci di produrre idrogeno consumando meno energia rispetto alle tecnologie attuali e operando direttamente a pressioni elevate, fino a 50 bar.<br data-start="1256" data-end="1259">L’obiettivo è chiaro: <strong data-start="1281" data-end="1328">ridurre almeno del 15% i consumi energetici</strong> necessari alla generazione di idrogeno, abbattere i costi e migliorare la durabilità dei sistemi, una delle principali criticità che ha finora rallentato la diffusione commerciale degli elettrolizzatori AEM.</p>
<p data-start="1538" data-end="1769">Il progetto punta inoltre a sostituire metalli rari e costosi con elementi più facilmente reperibili come <strong data-start="1644" data-end="1662">nichel e ferro</strong>, mantenendo performance elevate e rendendo l’idrogeno verde una soluzione più competitiva per l’industria.</p>
<h3 data-start="1771" data-end="1868">Il contributo del Politecnico di Torino: catalizzatori innovativi e privi di metalli nobili</h3>
<p data-start="1869" data-end="2573">Il Politecnico è responsabile della progettazione teorica e della validazione sperimentale di <strong data-start="1963" data-end="2017">nuovi elettrocatalizzatori privi di metalli nobili</strong>, sviluppati grazie all’impiego di <strong data-start="2052" data-end="2076">liquidi ionici (ILs)</strong>.<br data-start="2077" data-end="2080">Questi materiali avanzati consentiranno di migliorare la cinetica delle reazioni di evoluzione di idrogeno e ossigeno, di aumentare stabilità e attività catalitica e di ridurre l’<strong data-start="2259" data-end="2276">overpotential</strong>, ovvero l’energia extra che l’elettrolizzatore deve utilizzare oltre al minimo teorico.<br data-start="2364" data-end="2367">L’uso dei liquidi ionici contribuirà inoltre a stabilizzare la membrana nel sistema AEMEL, supportando la richiesta del progetto di ottenere un dispositivo <strong data-start="2523" data-end="2572">completamente privo di materie prime critiche</strong>.</p>
<p data-start="2575" data-end="3016">“La nostra ricerca su catalizzatori sostenibili potenziati con liquidi ionici potrà rendere l’idrogeno verde più accessibile e competitivo, soprattutto per i settori energivori come acciaio, chimica e data center, contribuendo alla transizione dell’Europa verso la neutralità climatica”, dichiara <strong data-start="2872" data-end="2893">Simelys Hernández</strong>, docente del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia–DISAT e responsabile scientifico del progetto per il Politecnico.</p>
<h3 data-start="3018" data-end="3095">Idrogeno verde: un tassello chiave per la decarbonizzazione industriale</h3>
<p data-start="3096" data-end="3563">L’idrogeno verde è considerato una delle soluzioni fondamentali per ridurre le emissioni nei comparti industriali più difficili da elettrificare, come la siderurgia, la chimica, i trasporti a lunga distanza e la gestione energetica dei data center.<br data-start="3344" data-end="3347">ENDURION mira a superare le due principali barriere all’adozione su larga scala: <strong data-start="3428" data-end="3445">costi elevati</strong> e <strong data-start="3448" data-end="3480">dipendenza da materiali rari</strong>, proponendo soluzioni tecnologiche efficienti, sostenibili e facilmente scalabili.</p>
<h3 data-start="3565" data-end="3598">Dalla ricerca all’industria</h3>
<p data-start="3599" data-end="3933">Il progetto non si concentra solo sull’innovazione tecnologica: analizzerà l’intero ciclo di vita dei nuovi sistemi, valutando <strong data-start="3726" data-end="3771">impatto ambientale, costi e riciclabilità</strong>. Una particolare attenzione sarà dedicata ai casi d’uso nei data center, un settore in forte crescita che necessita di soluzioni energetiche pulite e affidabili.</p>
<h3 data-start="3935" data-end="3996">ENDURION: un consorzio europeo per l’energia del futuro</h3>
<p data-start="3997" data-end="4612">Il progetto, finanziato dalla sovvenzione Horizon Europe Clean Hydrogen Partnership n. 101192485, durerà dal <strong data-start="4106" data-end="4122">2025 al 2029</strong>. Oltre al coordinatore AIT, partecipano:<br data-start="4163" data-end="4166">Acondicionamiento Tarrasense Associacion (ES), École Polytechnique Fédérale de Lausanne (CH), Politecnico di Torino (IT), Centre National de la Recherche Scientifique (FR), Université de Pau et des Pays de l'Adour (FR), Instrumentacion y Componentes SA (ES), Industrie De Nora SPA (IT), Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (CH), Wasabi Innovations (BG), Iolitec Ionic Liquids Technologies GmbH (DE) e Arkema France SA (FR).</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Via libera a Mosaic: firmato oggi all’ESO lo strumento che studierà l’evoluzione dell’Universo</title>
<link>https://www.italia24.news/via-libera-a-mosaic-firmato-oggi-alleso-lo-strumento-che-studiera-levoluzione-delluniverso</link>
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<description><![CDATA[ Lo spettrografo multi-oggetto dell’ELT misurerà la luce di oltre duecento sorgenti simultaneamente, permettendo di ricostruire la crescita delle galassie e la distribuzione della materia dal Big Bang a oggi ]]></description>
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<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 14:52:53 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><span>Firmato oggi dallo European Southern Observatory (Eso) un accordo con un grande consorzio internazionale per la progettazione e la costruzione di </span><a href="https://elt.eso.org/instrument/MOSAIC/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mosaic</a><span> (</span><em>Multi-Object Spectrograph</em><span>), uno spettrografo multi-oggetto destinato a Elt, l'Extremely Large Telescope dell'Eso. In grado di misurare la luce proveniente da oltre duecento sorgenti contemporaneamente, Mosaic sarà utilizzato per tracciare la crescita delle galassie e la distribuzione della materia dal Big Bang ai giorni nostri.</span></p>
<p>L'accordo è stato firmato dal direttore generale dell'Eso <strong>Xavier Barcons</strong> e da <strong>Alain Schuhl</strong>, vicedirettore generale per la scienza del Centre national de la recherche scientifique (CNRS) francese, l'istituzione che guida il <a href="https://www.mosaic-elt.eu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">consorzio Mosaic</a>. Erano presenti anche il <em>principal investigator</em> di Mosaic <strong>Roser Pello</strong> del Laboratorio di astrofisica di Marsiglia e il <em>co-principal investigator</em> <strong>Mathieu Puech</strong> dell'Osservatorio di Parigi, oltre ad altre personalità dell'Eso, del Cnrs e del consorzio Mosaic. La firma ha avuto luogo presso la sede dell'Eso a Garching, in Germania.</p>
<p>Mosaic è un potente spettrografo, uno strumento che scompone la luce nelle diverse lunghezze d'onda che la compongono, consentendo agli astronomi di determinare importanti proprietà degli oggetti astronomici, come la loro composizione chimica o la loro temperatura. Lo strumento utilizzerà il campo visivo più ampio possibile fornito dall'Elt, operando sia nella luce visibile che nel vicino infrarosso, e sarà in grado di analizzare la luce di oltre duecento oggetti contemporaneamente.</p>
<p>«Mosaic rappresenterà uno degli strumenti chiave per l'Elt, essendo l'unico in grado di sfruttare appieno l'intero campo di vista del telescopio», sottolinea <strong>Laura Pentericci</strong> dell'Istituto nazionale di astrofisica. «Grazie alle osservazioni che permetterà, sarà possibile affrontare alcune delle questioni più fondamentali dell'astrofisica moderna: dalle proprietà delle primissime galassie durante l'epoca della reionizzazione, alla tomografia del mezzo intergalattico, fino alla determinazione del contenuto di materia oscura nelle galassie».</p>
<p>«La comunità scientifica italiana interessata all'utilizzo di Mosaic è ampia e molto attiva», aggiunge Pentericci. «Da tempo lavoriamo alla preparazione dei casi scientifici più rilevanti, contribuiamo alla costruzione dello strumento e siamo responsabili dello sviluppo dei software che garantiranno una gestione efficiente delle osservazioni».</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Politecnico di Torino e King Abdullah University of Science and Technology firmano un nuovo accordo di collaborazione</title>
<link>https://www.italia24.news/politecnico-di-torino-e-king-abdullah-university-of-science-and-technology-firmano-un-nuovo-accordo-di-collaborazione</link>
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<description><![CDATA[ Sottoscritto al Forum Imprenditoriale Italia-Arabia Saudita un &quot;Memorandum of Understanding&quot; di cinque anni alla presenza dei ministri Tajani e Al Falih, per rafforzare la cooperazione scientifica e tecnologica tra i due Paesi ]]></description>
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<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 12:11:35 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span>Nel corso dei lavori del <b>Forum Imprenditoriale Italia – Arabia Saudita</b>, in programma il <b>25-26 novembre a Riad</b>, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale-MAECI e da ICE Agenzia, il <b>Politecnico di Torino</b> e la <b>King Abdullah University of Science and Technology (KAUST)</b> hanno firmato un <b>nuovo Memorandum of Understanding (MoU) in materia di ricerca e scambio accademico</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’accordo è stato sottoscritto dalla professoressa <b>Elena Maria Baralis</b>, Prorettore del Politecnico di Torino, e dalla professoressa <b>Arwa Yousuf Al-Aama</b>, Vice President, Education and Advancement di KAUST. Al Forum era in rappresentanza di KAUST il professor <b>Gianluca Setti</b>, Dean, Computer, Electrical and Mathematical Sciences and Engineering di KAUST. La firma è stata inserita nel programma del Forum, che ha visto in apertura i <b>saluti istituzionali </b>di <b>Khalid A. Al Falih, </b>Ministro per gli Investimenti del Regno dell’Arabia Saudita, e di<b> Antonio Tajani</b>, Vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana, che hanno sottolineato l’importanza della collaborazione bilaterale e delle opportunità di investimento e di coopererazione nel compo della formazione tra i due Paesi.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>La firma di questo accordo tra i due Atenei conferma la <b>collaborazione scientifica e tecnologica tra Italia e Arabia Saudita</b>, nel contesto di valorizzazione degli accordi dei partenariati italiani e sauditi. Questo evento ha evidenziato il contributo dell’Italia nello sviluppo di collaborazioni strategiche e progetti di innovazione nella regione, <b>consolidando al contempo la reputazione del Politecnico di Torino e di KAUST tra i partner internazionali</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Il MoU esprime l’interesse di entrambi gli atenei a creare un partenariato in cui le <b>attività di formazione, studio e ricerca</b> condotte dal Politecnico di Torino possano complementare le corrispondenti attività di KAUST, attraverso l’uso di risorse qualificate e strumenti adeguati. Le parti si impegnano a promuovere la <b>cooperazione reciproca</b> sia nelle attività formative che nella ricerca in aree di comune interesse.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Le aree di attività previste dall’accordo comprendono: l'esplorazione di opportunità di collaborazione su programmi di ricerca finanziati in campi di interesse reciproco; la promozione di <b>posizioni di Dottorato di Ricerca (PhD) a doppio titolo</b>; la promozione delle possibilità di <b>scambio tra docenti, ricercatori e studenti</b> dei due Atenei. In particolare, i settori tematici identificati per i percorsi di Dottorato a doppio titolo hanno rilevanza strategica per i due Atenei: <b>micro e nanoelettronica</b>, <b>sistemi digitali e intelligenza artificiale</b>, <b>energia e ambiente</b>, <b>smart health</b> e <b>tecnologie per l'alimentazione e l'acqua</b>.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><i><span>“La partecipazione del Politecnico di Torino al Forum Italia–Arabia Saudita conferma il nostro impegno nel promuovere collaborazioni scientifiche e tecnologiche di alto profilo con partner internazionali</span></i><span> – sottolinea la <b>professoressa Elena Maria Baralis, Prorettore del Politecnico di Torino</b> – <i>La firma del Memorandum of Understanding con KAUST rappresenta un passo significativo verso l’integrazione delle attività di ricerca e accademiche delle nostre due istituzioni, con particolare attenzione a programmi di dottorato congiunti e progetti di ricerca condivisi”.</i></span></p>
<p class="v1MsoNormal"><i><span>“Questo accordo rafforza lo spirito di collaborazione di lunga data tra le nostre due istituzioni </span></i><span>– afferma il <b>professor</b> <b>Gianluca Setti, Dean, Computer, Electrical and Mathematical Sciences and Engineering di KAUST</b> –<i> Unendo le nostre competenze complementari nei settori dei sistemi digitali e dell'intelligenza artificiale, dell'energia e dell'ambiente, della sanità intelligente e delle tecnologie alimentari e idriche, stiamo creando nuove opportunità di ricerca congiunta e di formazione della prossima generazione di scienziati e innovatori che contribuiranno allo sviluppo futuro di entrambi i paesi”.</i></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>A caccia di stelle esotiche e binarie con Mauve</title>
<link>https://www.italia24.news/a-caccia-di-stelle-esotiche-e-binarie-con-mauve</link>
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<description><![CDATA[ Il nanosatellite della Blue Skies Space è stato lanciato a bordo di un razzo di SpaceX. L’INAF svolgerà un ruolo cruciale in una delle sue cinque survey, nell’ambito del progetto ERC StarDance ]]></description>
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<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 11:14:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; text-align: justify;"><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%;">Mauve è in volo attorno alla Terra. L’azienda britannica Blue Skies Space ha annunciato il successo del lancio del suo primo satellite, avvenuto il 28 novembre 2025 alle 19:44 ora italiana dalla base di Vandenberg negli Stati Uniti, a bordo del razzo Falcon 9 di SpaceX, all’interno della missione Transporter-15. L’evento segna l'inizio ufficiale di una missione triennale volta a studiare le stelle e come la loro attività influisca sull’abitabilità di possibili esopianeti in orbita attorno a esse. L'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), con un team coordinato dall’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze), è membro fondatore del programma spaziale Mauve dal 2024. Questo posizionamento strategico garantisce all’Italia l'accesso prioritario ai dati raccolti, con l'INAF che svolgerà un ruolo fondamentale nella definizione del programma scientifico e nella successiva analisi.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; text-align: justify;"><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%;">Mauve è un nanosatellite, o satellite miniaturizzato (sotto i 20 kg), dotato di un telescopio da 13 cm per osservare le stelle della nostra galassia nelle bande dell’ultravioletto e della luce visibile (tra 200 e 700 nanometri), misurando i fenomeni energetici e transitori delle stelle per lunghi periodi di tempo. Si concentrerà in particolare sull’attività magnetica delle stelle, ma anche sugli effetti dei potenti brillamenti stellari (<i>flare</i>), intense emissioni di radiazione elettromagnetica in grado di influenzare l’atmosfera dei pianeti nelle vicinanze e, di conseguenza, anche la loro possibile abitabilità. Mauve è il <span style="background: white; mso-highlight: white;">primo satellite privato europeo con finalità puramente scientifiche, </span>realizzato dalla Blue Skies Space (azienda con sede sia nel Regno Unito che in Italia) in collaborazione con l’ungherese C3S LLC e l’olandese ISISPACE.<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; text-align: justify;"><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%;">L’Istituto Nazionale di Astrofisica è alla guida di una delle <i>survey</i> di Mauve, utilizzando i dati raccolti per rispondere a domande scientifiche chiave nell'ambito del progetto sovvenzionato dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) intitolato <i>“StarDance: the non-canonical evolution of stars in clusters”</i>. Le osservazioni si concentreranno su popolazioni stellari esotiche, come le stelle vagabonde blu (<i>blue straggler</i>), le subnane calde<span style="color: #ee0000;"> </span>e le stelle ricche di litio<span style="background: white; mso-highlight: white;">. In particolare, il team si concentrerà sullo studio della formazione ed evoluzione di queste stelle esotiche, cercando di individuare l’eventuale presenza di altre stelle compagne calde e compatte. Sarà così possibile conoscere con esattezza le proprietà della radiazione emessa da quelle stelle esotiche.<o:p></o:p></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; text-align: justify;"><b><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%; background: white; mso-highlight: white;">Elena</span></b><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%; background: white; mso-highlight: white;"> <b>Pancino</b>, dirigente di ricerca dell'INAF, a capo della survey osservativa StarDance, spiega: “Oltre alle ovvie motivazioni scientifiche, ero molto interessata all’idea di partecipare per la prima volta a una missione privata dedicata interamente alla ricerca scientifica, per sperimentare nuovi modi di organizzare il lavoro. Le survey sono state preparate dai team in collaborazione molto trasparente con </span><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%;">Blue Skies Space<span style="background: white; mso-highlight: white;">. Anche i collaboratori più giovani, come Sharmila Rani del mio gruppo, sono entrati fin da subito nel team scientifico e nei processi decisionali. Ora speriamo di poter analizzare presto i dati”.<o:p></o:p></span></span></p>
<p><span lang="it" style="font-size: 10.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Arial',sans-serif; mso-fareast-font-family: Arial; mso-ansi-language: #0010; mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">Il programma Mauve ha già suscitato grande interesse a livello globale, con istituzioni di ricerca come Boston University, Columbia University, Kyoto University, INAF, Konkoly Observatory, National Astronomical Observatory of Japan, Maynooth University, Rice University, Vanderbilt University e Western University che hanno richiesto sia il tempo osservativo sia lo sfruttamento dei dati. <br><br><b>Giovanna</b> <b>Tinetti</b>, responsabile scientifica e cofondatrice di Blue Skies Space, sottolinea: "Mauve aprirà una nuova finestra sull'attività stellare che finora è rimasta in gran parte nascosta. Osservando le stelle nella luce ultravioletta – lunghezze d'onda che non possono essere studiate dalla Terra – otterremo una comprensione molto più profonda di come si comportino le stelle e di come i loro brillamenti possano influire sull'ambiente degli esopianeti in orbita".<br style="mso-special-character: line-break;"><!-- [if !supportLineBreakNewLine]--><br style="mso-special-character: line-break;"><!--[endif]--></span></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Energia &amp;amp; innovazione – Gioco e apprendimento: “Master Grid” di ENEA insegna come funzionano le reti elettriche intelligenti</title>
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<description><![CDATA[ Un videogioco per capire le smart grid e la transizione energetica ]]></description>
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<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 11:08:58 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="204" data-end="499">ENEA ha lanciato “Master Grid”, un videogioco pensato per far comprendere a giovani — e non solo — come funziona una rete elettrica moderna, ovvero una smart grid, e come si gestisce in condizioni reali la produzione, distribuzione e consumo di energia.</p>
<h2 data-start="506" data-end="530">Lo scopo del gioco</h2>
<p data-start="532" data-end="915">Nel gioco, l’utente assume il ruolo di “system power manager”: deve bilanciare produzione e domanda di energia, scegliendo le fonti di generazione — termoelettrica, fotovoltaica, eolica — e gestendo i carichi di una piccola comunità (case, villette, infrastrutture). Tutto con l’obiettivo di evitare blackout, sovraccarichi o crash della rete.  </p>
<p data-start="917" data-end="1205">Il punteggio viene assegnato tenendo conto di vari fattori: il tempo di gestione, l’efficienza energetica (ossia quanta energia si ottiene da fonti non fossili o da rete), e soprattutto le emissioni di CO₂ — più sono basse, più alto è il punteggio.  </p>
<h2 data-start="1212" data-end="1260">Perché un videogioco può educare sull’energia</h2>
<p data-start="1262" data-end="1510">Secondo ENEA, strumenti come Master Grid sono utili non solo per spiegare la tecnica, ma anche per diffondere consapevolezza: la transizione energetica richiede un cambiamento culturale, non solo tecnologico. </p>
<p data-start="1512" data-end="1885">In un contesto in cui le fonti rinnovabili (solare, vento, ecc.) — meno programmabili — diventano sempre più centrali, le smart grid servono a garantire che la rete resti stabile e flessibile. Gestirle bene significa saper affrontare variabili come il clima, la domanda energetica, e persino potenziali attacchi informatici o guasti.  </p>
<p data-start="1887" data-end="2110">Master Grid rende questi concetti accessibili, trasformando complessi meccanismi di rete in una sfida interattiva: un ottimo esempio di “edutainment” per un tema tecnico e strategico.  </p>
<h2 data-start="2117" data-end="2154">Chi può giocarci – e cosa imparare</h2>
<ul data-start="2156" data-end="2633">
<li data-start="2156" data-end="2293">
<p data-start="2158" data-end="2293"><strong data-start="2158" data-end="2180">Studenti e giovani</strong>: un modo divertente e formativo per avvicinarsi al mondo dell’energia, delle smart grid e della sostenibilità.</p>
</li>
<li data-start="2294" data-end="2449">
<p data-start="2296" data-end="2449"><strong data-start="2296" data-end="2338">Adulti curiosi o operatori del settore</strong>: possono mettere alla prova le proprie decisioni gestionali, esplorando le complessità della rete elettrica.</p>
</li>
<li data-start="2450" data-end="2633">
<p data-start="2452" data-end="2633"><strong data-start="2452" data-end="2505">Cittadini interessati alla transizione energetica</strong>: uno strumento utile per capire come le scelte di generazione, consumo e accumulo incidano su efficienza, comfort e ambiente.</p>
</li>
</ul>
<p data-start="2635" data-end="2992">Alla fine, il messaggio è chiaro: <strong data-start="2669" data-end="2767">la transizione energetica non è solo una questione tecnologica, ma anche educativa e culturale</strong>. Con un approccio ludico-didattico come questo, ENEA punta a sensibilizzare e formare, mostrando che una rete “intelligente” nasce tanto dall’innovazione quanto dalla consapevolezza.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>In orbita otto satelliti Eaglet II: cresce il sistema italiano di osservazione della Terra</title>
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<description><![CDATA[ Il programma sviluppato con i fondi del PNRR prende il volo con l’obiettivo di monitorare l’ambiente e le infrastrutture ]]></description>
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<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 14:53:17 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p data-start="325" data-end="846">L’Italia compie un nuovo avanzamento strategico nel campo dell’osservazione satellitare con il lancio di <strong data-start="430" data-end="458">otto satelliti Eaglet II</strong>, entrati in orbita ieri alle <strong data-start="488" data-end="510">19:44 ora italiana</strong> dalla base statunitense di <strong data-start="538" data-end="552">Vandenberg</strong>, a bordo di un <strong data-start="568" data-end="580">Falcon 9</strong> della società SpaceX. Il dispiegamento rappresenta un tassello fondamentale nello sviluppo di <strong data-start="675" data-end="684">Iride</strong>, il programma nazionale finanziato dal PNRR e affidato alla gestione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).</p>
<p data-start="848" data-end="1363">Gli Eaglet II, realizzati da <strong data-start="877" data-end="891">OHB Italia</strong>, pesano ciascuno 25 kg e arricchiscono la costellazione con una nuova serie di satelliti dedicati a un’ampia gamma di applicazioni di interesse pubblico: monitoraggio ambientale, controllo del territorio, gestione delle emergenze e supporto alla sicurezza civile. La missione di lancio, perfettamente riuscita, conferma la progressiva crescita dell’infrastruttura spaziale nazionale e consolida la partecipazione italiana nelle più avanzate tecnologie di telerilevamento.</p>
<p data-start="1365" data-end="1875">Con la messa in orbita dei nuovi satelliti, il programma Iride compie un ulteriore passo verso la realizzazione della sua architettura completa, che prevede diverse costellazioni integrate in grado di fornire dati ottici, radar e iperspettrali. Il sistema, una volta operativo nella sua interezza, sarà uno dei più avanzati in Europa per capacità di monitoraggio della superficie terrestre, consentendo un accesso rapido e continuo a informazioni critiche utili a istituzioni, ricercatori e operatori pubblici.</p>
<p data-start="1877" data-end="2122">L’iniziativa si inserisce pienamente negli obiettivi di innovazione previsti dal PNRR, rafforzando il ruolo dell’Italia nel settore spaziale e promuovendo un modello di cooperazione efficace tra ESA, ASI, industria nazionale e centri di ricerca.</p>
<p data-start="1877" data-end="2122">“Il lancio dei satelliti della costellazione Eaglet II di IRIDE rappresenta un altro passo molto importante per il programma che vede ora in orbita sedici satelliti – <strong>afferma Simonetta Cheli,</strong> Direttrice dei programmi di Osservazione della Terra ESA e del centro di ESA ESRIN - La seconda costellazione di IRIDE si materializza con il lancio di questi otto satelliti che si aggiungono agli otto della costellazione HEO lanciati nella prima metà di quest’anno permettendo il raggiungimento del target previsto dal PNRR, riguardante il dispiegamento di costellazioni, con sette mesi di anticipo.     I dati satellitari acquisiti da queste costellazioni forniranno un importante ausilio per il monitoraggio e la tutela del nostro territorio, la gestione delle risorse e la sicurezza nazionale. IRIDE è frutto della collaborazione tra Governo Italiano, ESA, Agenzia Spaziale Italiana e di tutto il settore industriale spaziale italiano e il raggiungimento di questo nuovo traguardo è stato possibile grazie al contributo di tutti i team coinvolti; in particolare desidero congratularmi con OHB Italia, Optec, Aresys e tutte le ditte coinvolte nella realizzazione di questa costellazione oltre, ovviamente, al mio team che gestisce l’implementazione del programma. Queste costellazioni verranno completate il prossimo anno con il lancio di altri satelliti della stessa tipologia e verranno poi affiancate da nuove costellazioni di IRIDE, realizzate da altri gruppi industriali, ampliando ulteriormente le capacità del programma”.</p>
<p data-start="1877" data-end="2122"><strong>Teodoro Valente</strong>, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, sottolinea: ‘È questo un ulteriore passaggio che porta la costellazione di IRIDE a configurarsi sempre più verso il raggiungimento dei suoi obiettivi: accrescere la tutela e il monitoraggio del nostro pianeta. Obiettivi, questi, che per ASI sono tra gli elementi essenziali, come sancito dagli indirizzi di governo in materia spazio e aerospazio, delle attività spaziali. La costellazione di costellazioni di IRIDE è una componente strategica che permetterà di rinforzare la leadership tecnologica italiana nel dominio, dell’Osservazione della Terra. Grazie ai sensori installati sui nuovi satelliti, che saranno dispiegati in orbita, potremmo contare su un sistema sempre più sofisticato, reattivo e tempestivo nello studio dei delicati equilibri del nostro Pianeta. Il lancio della costellazione Eaglet II, realizzata da OHB Italia, è inoltre, la conferma della capacità del sistema spaziale italiano di saper rispondere anche alle sfidanti tempistiche poste per l’uso dei fondi del PNRR destinati allo spazio. Grazie alla sinergia e al lavoro congiunto tra Agenzia Spaziale Europea e Agenzia Spaziale Italiana gli investimenti del Governo italiano stanno fornendo risultati tecnologicamente all’avanguardia.’</p>
<p data-start="1877" data-end="2122">“Con il lancio di Eaglet II, OHB Italia è orgogliosa di consolidare la propria posizione nel contesto spaziale europeo – ha dichiarato <strong>Roberto Aceti,</strong> Amministratore Delegato di OHB Italia - I nostri satelliti sono progettati per fornire immagini ad alta risoluzione, frequenti e con una maggiore reattività, sia nel monitoraggio di fenomeni chiave, sia nella rapida fornitura di dati agli utenti istituzionali e commerciali. IRIDE rappresenta un nuovo approccio all’Osservazione della Terra: un sistema integrato al servizio dei cittadini, delle istituzioni e della comunità scientifica. Questo traguardo va dunque oltre la tecnologia, rappresentando il progresso della conoscenza e delle competenze che aiuteranno l’Europa ad affrontare le sfide globali con maggiore consapevolezza e responsabilità.”</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Un laser potenziato dal grafene estende i limiti dell&amp;apos;emissione ottica</title>
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<description><![CDATA[ Realizzato a Pisa dal Cnr-Nano, è il primo laser compatto capace di superare i limiti dei semiconduttori e raggiugere fino a 10 terahertz - una frequenza finora inaccessibile- grazie a una griglia di grafene che agisce come &quot;trampolino&quot; per la luce. Lo studio è pubblicato su Nature Nanotechnology, che ha dedicato la copertina dell&#039;ultimo numero al risultato ]]></description>
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<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 13:25:15 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">Per la prima volta, un laser compatto è riuscito a emettere luce fino a 10 terahertz, nella cosiddetta 'banda proibita' dei terahertz, una regione dello spettro finora irraggiungibile per i laser a semiconduttore. Lo straordinario risultato, guidato dall'Istituto nanoscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr Nano) in collaborazione con l'Università di Leeds e il Cambridge Graphene Centre, è stato ottenuto introducendo nel laser una struttura in grafene capace di amplificare la radiazione e spingerla verso frequenze più elevate. La ricerca è pubblicata sulla rivista<span> </span><a href="https://doi.org/10.1038/s41565-025-02005-z" target="_blank" rel="noopener"><i>Nature Nanotechnology</i></a>, che lo ha selezionato per la copertina del numero di novembre.</div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">I laser a cascata quantica sono dispositivi molto compatti, ideali per generare radiazione terahertz, ma presentano un limite fondamentale: tra 6 e 10 THz non riescono a emettere luce. In questa regione dello spettro, i materiali semiconduttori come l'arseniuro di gallio che costituiscono il cuore del laser, assorbono fortemente la radiazione, impedendo l'amplificazione del segnale e il funzionamento del dispositivo. Questa "banda mancante" ha finora impedito lo sviluppo di sorgenti compatte per applicazioni cruciali in spettroscopia, sensoristica, comunicazioni e astronomia.</div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">Le ricercatrici di Cnr Nano Miriam Serena Vitiello (coordinatrice dello studio) e Alessandra Di Gaspare hanno aggirato questo limite grazie a un'idea innovativa: hanno integrato sulla superficie del laser un reticolo di micro-nastri di grafene che modifica la risposta elettromagnetica del laser. "Il reticolo di grafene amplifica il campo elettrico all'interno dal laser e innesca un fenomeno noto come generazione della terza armonica: la radiazione prodotta dal laser a 3,3 THz viene trasformata a frequenze tre volte più alte raggiungendo così la regione dei 9–10 THz", spiega Vitiello. "Il grafene agisce come un vero e proprio 'trampolino ottico', capace di rilanciare la luce spingendola verso frequenze più alte, oltre il limite imposto dal materiale semiconduttore. Il grafene, cioè. agisce come un vero e proprio 'trampolino ottico', consentendo alla luce di effettuare un triplo salto di frequenza e raggiungere così una regione dello spettro mai raggiunta prima dai laser a semiconduttore".</div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">Il laser, in questa prima versione, ha una potenza non elevata ma sufficiente per applicazioni molto sensibili, come la spettroscopia usata in astronomia o nel monitoraggio dell'atmosfera. Ma soprattutto, apre la strada a una nuova generazione di sorgenti terahertz compatte e regolabili, che potrebbero coprire l'intero spettro di frequenze terahertz, da 1,2 a 12 THz.</div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">"Il nostro approccio mostra che è possibile superare un limite considerato invalicabile e che il grafene, ancora una volta, riesce a spingersi dove altri materiali falliscono, trasformando un vecchio limite della fisica dei semiconduttori in una nuova opportunità per la luce stessa", conclude la ricercatrice.</div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">Il progetto è stato sviluppato interamente al Cnr Nano di Pisa all'interno del laboratorio NEST della Scuola Normale Superiore, con il contributo dell'Università di Leeds per la crescita del semiconduttore del laser e del Cambridge Graphene Centre per il grafene ad alta qualità. Il progetto è sostenuto dal programma europeo EXTREME IR – Horizon 2020.</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Antartide: al via la campagna conclusiva del progetto Beyond EPICA&#45;Oldest Ice</title>
<link>https://www.italia24.news/antartide-al-via-la-campagna-conclusiva-del-progetto-beyond-epica-oldest-ice</link>
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<description><![CDATA[ È appena iniziata in Antartide la quinta e ultima campagna di perforazione del progetto Beyond EPICA - Oldest Ice. Nel campo remoto di Little Dome C, a un&#039;altitudine di 3.200 metri e a -35°C, il team internazionale composto da 15 persone tra scienziati, scienziate e personale logistico sarà impegnato nelle attività di perforazione della roccia sottostante la calotta glaciale antartica e nell&#039;estrazione di repliche di campioni di ghiaccio prelevati durante la scorsa stagione, contenenti informazioni sul clima del passato fino a oltre 1,2 milioni di anni fa. Il progetto, guidato dall&#039;Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche, è tra le imprese scientifiche più ambiziose nel campo della paleoclimatologia ]]></description>
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<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 14:12:21 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">È partita in Antartide la quinta e conclusiva campagna di perforazione del progetto<span> </span><b>Beyond EPICA-Oldest Ice</b>, che coinvolge<span> </span><b>dodici istituzioni di ricerca di dieci Paesi europei</b>. Guidata dall'Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp), la collaborazione internazionale vede impegnato nel campo di Little Dome C, a 35 chilometri da Concordia, a 3.200 metri sul livello del mare, un team di 15 persone tra scienziati, scienziate e personale logistico. Il gruppo, che opererà per due mesi in condizioni estive antartiche, con temperature medie di -35°C, ha un duplice obiettivo. Da un lato, punta a perforare il substrato roccioso sotto la calotta glaciale per stimare quando è stato esposto per l'ultima volta alla luce solare, dato chiave per determinare l'<b>età della calotta</b> stessa. Dall'altro, si concentrerà sull'estrazione di nuovi campioni di ghiaccio nella parte più profonda della perforazione, tra<span> </span><b>2.350 e 2.590 metri</b>, per ottenere una quantità sufficiente di materiale da analizzare in relazione alla Transizione del Pleistocene Medio (MPT), periodo cruciale per comprendere l'evoluzione del clima terrestre. </div>
<div class="v1elementToProof">"Gli obiettivi di questa campagna pongono delle sfide tecnologiche e ingegneristiche senza precedenti nella glaciologia antartica – spiega da Little Dome C<span> </span><b>Carlo Barbante</b>, professore ordinario all'<strong>Università Ca' Foscari Venezia</strong>, associato a Cnr-Isp e coordinatore di Beyond EPICA - Oldest Ice – Affrontiamo queste sfide forti del successo delle scorse campagne, che hanno portato al raggiungimento del substrato roccioso della calotta nei tempi previsti, e della qualità del team internazionale di ricercatori e personale tecnico del progetto".<i> </i>  </div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">Mentre nel continente bianco proseguono le operazioni di carotaggio, nei laboratori delle istituzioni di ricerca partner<i><span> </span></i>sono iniziate le prime analisi dei campioni di ghiaccio giunti la scorsa primavera nel continente europeo. Dopo aver preparato i campioni di ghiaccio presso l'Alfred-Wegener-Institut (AWI) di Bremerhaven, in Germania, i partner hanno completato con successo, presso il British Antarctic Survey (BAS) di Cambridge, nel Regno Unito, l'analisi chimica di<span> </span><b>190 metri</b> di ghiaccio provenienti dalla sezione più profonda della carota, lunga<span> </span><b>2.800</b> metri. </div>
<div class="v1elementToProof">Il team del BAS, che ha coinvolto esperti di diversi centri di ricerca europei, ha confermato che si tratta di una<span> </span><b>registrazione completa del clima e della composizione atmosferica del passato, risalente ad almeno 1,2 milioni di anni fa, la più antica mai recuperata da una carota di ghiaccio</b>. Ulteriori analisi proseguiranno presso il BAS e presso i laboratori delle altre istituzioni partner, tra le quali il Centre national de la recherche scientifique (CNRS), l'Università Ca' Foscari Venezia, l'Università di Milano-Bicocca, l'Alfred Wegener Institut (AWI), l'Università di Berna, il Norwegian Polar Institute (NPI), l'Università di Bergen e l'Università di Copenhagen per svelare nuovi dettagli sull'evoluzione del clima terrestre e sulle concentrazioni di gas serra racchiusi in questi campioni. </div>
<div class="v1elementToProof">Il <a href="https://www.beyondepica.eu/en/" target="_blank" rel="noopener"><strong>progetto Beyond EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica) - Oldest Ice</strong></a> è stato finanziato dalla Commissione Europea e sostenuto da partner nazionali e agenzie di finanziamento in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Paesi Bassi e Regno Unito. Oltre al Cnr e all'Università Ca' Foscari Venezia, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) è responsabile, insieme all'Istituto polare francese (IPEV), della gestione logistica. </div>
<div class="v1elementToProof"> </div>
<div class="v1elementToProof">Le attività di Beyond EPICA - Oldest Ice beneficiano della sinergia con le ricerche condotte nell'ambito del PNRA, finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) e gestito dal Cnr per il coordinamento scientifico, dall'ENEA per la pianificazione logistica e l'organizzazione delle attività nelle basi antartiche e dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) per la gestione tecnico-scientifica della rompighiaccio Laura Bassi. </div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Quarant’anni di ricerca italiana in Antartide: a Roma l’“Antarctica Day” del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide</title>
<link>https://www.italia24.news/quarantanni-di-ricerca-italiana-in-antartide-a-roma-lantarctica-day-del-programma-nazionale-di-ricerche-in-antartide</link>
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<description><![CDATA[ Il 1° dicembre al CNR l’evento celebrativo promosso dalla Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide. Collegamenti in diretta dalle basi Mario Zucchelli e Concordia e dalla rompighiaccio Laura Bassi. Inaugurata anche una mostra scientifica interattiva aperta al pubblico ]]></description>
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<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 09:20:37 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h2 data-start="405" data-end="472">Quarant’anni di esplorazione e ricerca: l’Italia celebra il PNRA</h2>
<p data-start="474" data-end="853">Il <strong>Programma Nazionale di Ricerche in Antartide</strong> (PNRA) taglia il traguardo dei 40 anni e lo fa con un evento istituzionale e scientifico di rilievo. Il 1° dicembre, presso la sede centrale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) a Roma, si terrà <strong data-start="725" data-end="745">“Antarctica Day”</strong>, una mattinata dedicata al ruolo dell’Italia nel continente bianco e ai risultati ottenuti dal 1985 a oggi.</p>
<p data-start="855" data-end="1155">L’iniziativa, organizzata dalla <strong data-start="887" data-end="947">Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide (CSNA)</strong>, riunisce mondo accademico, istituzioni e personale impegnato nelle missioni antartiche, con un programma che testimonia la solidità di una collaborazione pluriennale tra enti scientifici e agenzie tecniche.</p>
<h2 data-start="1157" data-end="1205">Una governance costruita sulla collaborazione</h2>
<p data-start="1207" data-end="1322">Finanziato dal <strong data-start="1222" data-end="1273">Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR)</strong>, il PNRA poggia su una struttura a tre pilastri:</p>
<ul data-start="1324" data-end="1648">
<li data-start="1324" data-end="1381">
<p data-start="1326" data-end="1381"><strong data-start="1326" data-end="1333">CNR</strong> – responsabile del coordinamento scientifico;</p>
</li>
<li data-start="1382" data-end="1487">
<p data-start="1384" data-end="1487"><strong data-start="1384" data-end="1392">ENEA</strong> – incaricata della pianificazione e gestione logistica delle attività nelle basi antartiche;</p>
</li>
<li data-start="1488" data-end="1648">
<p data-start="1490" data-end="1648"><strong data-start="1490" data-end="1497">OGS</strong> – responsabile della gestione tecnica e scientifica della nave rompighiaccio <em data-start="1575" data-end="1588">Laura Bassi</em>, unico mezzo italiano capace di operare nelle acque polari.</p>
</li>
</ul>
<p data-start="1650" data-end="1904">Questa sinergia ha permesso all’Italia di sviluppare un ruolo di primo piano nelle ricerche polari, contribuendo alla comprensione dei cambiamenti climatici, dello stato degli ecosistemi estremi e delle dinamiche geologiche e atmosferiche dell’Antartide.</p>
<h2 data-start="1906" data-end="1952">Apertura istituzionale e prospettive future</h2>
<p data-start="1954" data-end="2208">La giornata si aprirà con un messaggio del <strong data-start="1997" data-end="2061">Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini</strong>, seguito dagli interventi del <strong data-start="2092" data-end="2153">Sottosegretario al Ministero della Difesa, Isabella Rauti</strong>, e del <strong data-start="2161" data-end="2207">Segretario Generale del MUR, Marco Mancini</strong>.</p>
<p data-start="2210" data-end="2615">A seguire, rappresentanti di <strong data-start="2239" data-end="2257">CNR, ENEA, OGS</strong> e delle istituzioni coinvolte nel Programma presenteranno un bilancio delle missioni svolte, delle scoperte conseguite e delle linee strategiche per il prossimo decennio: dal rafforzamento delle infrastrutture di ricerca al potenziamento delle tecnologie per l’osservazione climatica, passando per nuovi programmi internazionali di cooperazione scientifica.</p>
<h2 data-start="2617" data-end="2665">Collegamenti in diretta dal continente bianco</h2>
<p data-start="2667" data-end="2822">Uno dei momenti più attesi è il collegamento previsto <strong data-start="2721" data-end="2735">alle 10:50</strong> con il personale impegnato nella nuova campagna estiva australe. In video si uniranno:</p>
<ul data-start="2824" data-end="2970">
<li data-start="2824" data-end="2874">
<p data-start="2826" data-end="2874">la <strong data-start="2829" data-end="2853">Base Mario Zucchelli</strong> a Baia Terra Nova,</p>
</li>
<li data-start="2875" data-end="2920">
<p data-start="2877" data-end="2920">la stazione italo-francese <strong data-start="2904" data-end="2917">Concordia</strong>,</p>
</li>
<li data-start="2921" data-end="2970">
<p data-start="2923" data-end="2970">la nave rompighiaccio <strong data-start="2945" data-end="2960">Laura Bassi</strong> dell’OGS.</p>
</li>
</ul>
<p data-start="2972" data-end="3083">Una testimonianza diretta della vita e del lavoro quotidiano nelle condizioni estreme del continente antartico.</p>
<h2 data-start="3085" data-end="3157">La mostra scientifica: un viaggio interattivo nell'Antartide italiana</h2>
<p data-start="3159" data-end="3406">Alle <strong data-start="3164" data-end="3173">12:30</strong> verrà inaugurata la mostra interattiva <strong data-start="3213" data-end="3279">“Antartide, il continente bianco. 40 anni di ricerca italiana”</strong>, ideata dal CNR con la collaborazione di CSNA, MNA, ENEA, OGS e numerosi ricercatori e ricercatrici delle università italiane.</p>
<p data-start="3408" data-end="3694">La mostra — ospitata al CNR di Roma — sarà aperta <strong data-start="3458" data-end="3500">dal 2 dicembre 2025 al 23 gennaio 2026</strong>, con percorsi divulgativi, materiali multimediali e installazioni dedicate alla geologia, alla glaciologia, alla biologia e alle tecnologie sviluppate per operare in un ambiente unico al mondo.</p>
<h2 data-start="3696" data-end="3750">Un patrimonio scientifico per comprendere il futuro</h2>
<p data-start="3752" data-end="4171">Il quarantesimo anniversario del PNRA offre l’occasione per ribadire l’importanza dell’Antartide come laboratorio naturale fondamentale per lo studio del clima globale. Le attività italiane hanno contribuito a costruire dataset pluridecennali e conoscenze condivise all’interno della comunità scientifica internazionale, supportando anche le politiche ambientali e le strategie di mitigazione del cambiamento climatico.</p>
<p data-start="4173" data-end="4357">L’“Antarctica Day” celebra quindi non solo un passato ricco di risultati, ma soprattutto una missione scientifica che continua a essere cruciale per affrontare le sfide del XXI secolo.</p>
<hr data-start="4359" data-end="4362">
<p data-start="4364" data-end="4421" data-is-last-node="" data-is-only-node=""><strong data-start="4364" data-end="4406">Per il programma completo dell’evento:</strong> <b><a href="https://www.eventi.enea.it/tutti-gli-eventi-enea/40-anni-del-programma-nazionale-di-ricerche-in-antartide.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span>eventi.enea.it</span></a></b><span>.</span></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>COSMO&#45;SkyMed in viaggio verso Vandenberg: pronto al lancio il nuovo satellite italiano CSG&#45;FM3</title>
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<description><![CDATA[ Il terzo velivolo della costellazione COSMO-SkyMed, il programma di Osservazione della Terra dell&#039;Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa, è partito dalla sede di Thales Alenia Space a Roma, in direzione della base di lancio in California ]]></description>
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<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 13:15:57 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="442" data-end="981">Un nuovo satellite di seconda generazione è pronto ad ampliare la costellazione COSMO‑SkyMed, il programma di Osservazione della Terra della Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e del Ministero della Difesa. <br data-start="694" data-end="697">Dalla sede di Thales Alenia Space (joint venture Thales 67%, Leonardo 33%) a Roma è partito il satellite <strong data-start="802" data-end="865">COSMO-SkyMed Seconda Generazione – Flight Model 3 (CSG-FM3)</strong>, diretto alla base di lancio di Vandenberg Space Force Base, in California. </p>
<p data-start="983" data-end="1419">Il lancio del terzo satellite CSG-FM3 segna un importante traguardo per l’osservazione della Terra e per la costellazione COSMO-SkyMed. Questo satellite, oltre ad assicurare la continuità delle osservazioni radar fra la prima e la seconda generazione, offre capacità avanzate di monitoraggio grazie all’adozione di innovazioni tecnologiche che ne aumentano precisione, flessibilità ed efficienza. </p>
<p data-start="1421" data-end="1903">Tra le sue caratteristiche principali vi è un’antenna radar di nuova generazione capace di orientarsi in modo dinamico per acquisire aree diverse con maggiore rapidità, oltre a nuove funzionalità che consentono al sistema di superare i limiti delle modalità SAR convenzionali. Le nuove capacità permetteranno di migliorare il portafoglio del sistema COSMO-SkyMed in termini di prestazioni, dimensioni, flessibilità e informazioni disponibili. </p>
<p data-start="1905" data-end="2148">Il satellite è dotato anche del <strong data-start="1937" data-end="1976">Laser Retroreflector Array (CORA-S)</strong>, sviluppato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), che consentirà determinazioni orbitali con accuratezza millimetrica. </p>
<p data-start="2150" data-end="2427">Grazie a queste innovazioni, il nuovo satellite potenzia la capacità nazionale nell’osservazione della Terra, offrendo immagini radar ancora più versatili a supporto di ricerca scientifica, sicurezza, difesa e gestione delle emergenze. </p>
<p data-start="2429" data-end="2730">Il programma COSMO-SkyMed è basato su una costellazione di satelliti dotati di radar ad apertura sintetica (SAR) che operano in banda X. È uno dei programmi più innovativi nel campo dell’osservazione della Terra finanziato da ASI e dal Ministero della Difesa. </p>
<p data-start="2732" data-end="3105">La missione, concepita ad uso duale – civile e militare – è progettata per monitorare e osservare ambiente, clima, territorio terrestre, marino e costiero con la massima precisione, fornendo dati fondamentali per la sicurezza, la gestione delle emergenze e la tutela dell’ambiente, giorno e notte, in ogni condizione meteorologica. </p>
<p data-start="3107" data-end="3473">Ad oggi la costellazione comprende quattro satelliti operativi: due di prima generazione (CSK) e due di seconda generazione (CSG). A breve si aggiungerà appunto il terzo satellite CSG-FM3, che ha completato con successo tutti i test ambientali e funzionali ed è pronto per essere trasportato al sito di lancio in California. </p>
<p data-start="3475" data-end="3590">Il sistema è stato realizzato grazie alla collaborazione della filiera industriale nazionale guidata da <strong>Leonardo</strong>:</p>
<ul data-start="3591" data-end="4153">
<li data-start="3591" data-end="3738">
<p data-start="3593" data-end="3738"><strong>Thales Alenia Space </strong>ha realizzato i satelliti ed è responsabile della missione e del segmento spaziale;<span class="ms-1 inline-flex max-w-full items-center relative top-[-0.094rem] animate-[show_150ms_ease-in]" data-testid="webpage-citation-pill"></span></p>
</li>
<li data-start="3739" data-end="3878">
<p data-start="3741" data-end="3878"><strong>Telespazio</strong> ha realizzato il segmento di terra, gestisce le operazioni e il centro di controllo; </p>
</li>
<li data-start="3879" data-end="4041">
<p data-start="3881" data-end="4041"><strong>e-GEOS</strong> è l’operatore per la distribuzione e valorizzazione dei dati COSMO-SkyMed a livello nazionale e internazionale; </p>
</li>
<li data-start="4042" data-end="4153">
<p data-start="4044" data-end="4153"><strong>Leonardo</strong> fornisce tecnologie e sistemi di bordo ad alta precisione. </p>
</li>
</ul>
<p data-start="4155" data-end="4648">Con la seconda generazione di COSMO-SkyMed, ASI e il Ministero della Difesa “rafforzano la leadership italiana nel campo dell’osservazione della Terra nello scenario internazionale”, offrendo opportunità significative per affrontare le sfide globali legate all’ambiente e alla sicurezza. Il sistema CSG conferma l’eccellenza dell’industria spaziale nazionale e la sua capacità di integrare tecnologia all’avanguardia, innovazione e visione strategica.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Fusione, l’Italia rafforza la corsa ai reattori di nuova generazione: l’INFN firma l’accordo MIDA per IFMIF&#45;DONES</title>
<link>https://www.italia24.news/fusione-litalia-rafforza-la-corsa-ai-reattori-di-nuova-generazione-linfn-firma-laccordo-mida-per-ifmif-dones</link>
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<description><![CDATA[ L’intesa internazionale consolida la collaborazione tra 17 Paesi per sviluppare materiali e tecnologie cruciali per l&#039;energia del futuro ]]></description>
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<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 12:04:21 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p data-start="235" data-end="1852">È stato firmato il <strong data-start="257" data-end="272">21 novembre</strong>, a <strong data-start="276" data-end="286">Madrid</strong>, nella sede del <strong data-start="303" data-end="365">Ministero spagnolo della Scienza, Innovazione e Università</strong>, l'<strong data-start="369" data-end="422">Accordo Internazionale Multilaterale DONES (MIDA)</strong>, sottoscritto anche dall'Italia con l'<strong data-start="461" data-end="469">INFN Istituto Nazionale di Fisica Nucleare</strong>. Obiettivo dell'accordo è il rafforzamento della collaborazione, stabilendo un quadro completo per il processo decisionale, l'allocazione delle risorse e la gestione del programma. Alla cerimonia di firma hanno preso parte rappresentanti di <strong data-start="711" data-end="723">17 paesi</strong>, insieme ai delegati della <strong data-start="751" data-end="774">Commissione Europea</strong> e di organismi internazionali che si occupano di energia da fusione (<strong data-start="844" data-end="870">EURATOM/EUROfusion/F4E</strong>). In particolare, hanno partecipato il <strong data-start="910" data-end="952">vicepresidente dell'INFN Diego Bettoni</strong>, i direttori di <strong data-start="969" data-end="1004">IFMIF-DONES España Ángel Ibarra</strong>, di <strong data-start="1009" data-end="1048">F4E Fusion for Energy Marc Lachaise</strong> e dell'<strong data-start="1056" data-end="1105">Istituto croato Ruđer Bošković David M. Smith</strong>, e il Presidente dell'istituto giapponese <strong data-start="1148" data-end="1169">QST Koyasu Shigeo</strong>. Il documento di accordo certifica formalmente anche la partecipazione delle istituzioni firmatarie come <strong data-start="1275" data-end="1304">Parti del Programma DONES</strong>. Contestualmente alla firma dell'accordo MIDA, si è svolta la riunione del <strong data-start="1380" data-end="1411">Comitato Direttivo di DONES</strong>, che sovrintende allo sviluppo del programma, durante la quale sono stati valutati e approvati gli aggiornamenti del <strong data-start="1529" data-end="1557">Piano del Programma 2025</strong>, sono stati discussi ulteriori contributi internazionali, tra cui quelli provenienti dall'Italia con <strong data-start="1659" data-end="1667">ENEA</strong> e dalla Germania, e infine sono state fornite informazioni da altri potenziali contributori internazionali, come <strong data-start="1781" data-end="1793">Slovenia</strong> e <strong data-start="1796" data-end="1807">Francia</strong>, interessati a sostenere il programma DONES.</p>
<p data-start="1854" data-end="2628">"La firma dell'<strong data-start="1869" data-end="1915">Accordo Internazionale Multilaterale DONES</strong> rappresenta una fondamentale pietra miliare per lo sviluppo dell'energia da fusione. Rafforza la collaborazione tra Paesi a livello mondiale e sottolinea la natura multilaterale della scienza e della tecnologia. <strong data-start="2128" data-end="2213">L'Italia è orgogliosa di partecipare a questo progetto attraverso l'INFN e l'ENEA</strong>", commenta <strong data-start="2225" data-end="2242">Diego Bettoni</strong>, vicepresidente dell'INFN. "La partecipazione dell'INFN, in continuità con altri progetti, come <strong data-start="2339" data-end="2354">IFMIF-EVEDA</strong> e <strong data-start="2357" data-end="2364">ESS</strong>, valorizza le nostre infrastrutture di ricerca, nonché gli investimenti e le competenze dell'Istituto nel campo degli <strong data-start="2483" data-end="2513">acceleratori di particelle</strong> e ribadisce l'impegno ad applicare le nostre tecnologie in settori di interesse per la società", conclude Bettoni.</p>
<p data-start="2630" data-end="3718">La missione del <strong data-start="2646" data-end="2665">programma DONES</strong> è sviluppare una <strong data-start="2683" data-end="2755">banca dati sugli effetti dell'irraggiamento neutronico nei materiali</strong>, simile a quello prodotto nelle reazioni di fusione, essenziale per la progettazione e costruzione dei futuri reattori a fusione. Una delle principali sfide per realizzare l'energia da fusione è, infatti, lo sviluppo di <strong data-start="2976" data-end="3012">materiali resistenti ai neutroni</strong>, capaci di sopportare un flusso neutronico fino a <strong data-start="3063" data-end="3073">14 MeV</strong> mantenendo buone proprietà fisiche e strutturali per periodi prolungati. Attualmente, i dati, le proprietà e le normative ingegneristiche si basano su campagne di irraggiamento neutronico da fissione e <strong data-start="3276" data-end="3325">non coprono pienamente le energie neutroniche</strong> e le condizioni operative della fusione. Per testare i materiali e far progredire queste conoscenze, è necessario sviluppare una <strong data-start="3455" data-end="3478">sorgente neutronica</strong> con uno spettro analogo a quello della fusione: questa sorgente, capace di riprodurre le condizioni di irraggiamento dei futuri reattori, è <strong data-start="3619" data-end="3717">IFMIF-DONES (International Fusion Materials Irradiation Facility-Demo Oriented NEutron Source)</strong>.</p>
<p data-start="3720" data-end="4494">L'infrastruttura scientifica <strong data-start="3749" data-end="3764">IFMIF-DONES</strong> è l'elemento centrale del Programma DONES e consiste in un <strong data-start="3824" data-end="3854">acceleratore di particelle</strong> che produrrà un fascio di <strong data-start="3881" data-end="3899">deuteroni (D+)</strong> con una corrente di <strong data-start="3920" data-end="3930">125 mA</strong> e un'energia di <strong data-start="3947" data-end="3957">40 MeV</strong>, indirizzato su un <strong data-start="3977" data-end="4007">bersaglio di litio liquido</strong> di 25 mm di spessore che scorre a 15 m/s. Le reazioni nel bersaglio di litio, provocate dall'impatto del fascio di deuteroni, genereranno un <strong data-start="4149" data-end="4187">flusso di neutroni ad alta energia</strong> di intensità sufficiente a simulare, in maniera accelerata, i danni che i neutroni produrrebbero in un reattore a fusione. Questo flusso neutronico verrà utilizzato per <strong data-start="4357" data-end="4392">irradiare campioni di materiali</strong> collocati immediatamente dietro il bersaglio di litio nei moduli di prova dell'area di irraggiamento.</p>
<p data-start="4496" data-end="5551"><strong data-start="4496" data-end="4511">IFMIF-DONES</strong> è un'infrastruttura scientifica <strong data-start="4544" data-end="4562">unica al mondo</strong>, in cui i materiali destinati alle future centrali a fusione verranno testati, convalidati e qualificati per <strong data-start="4672" data-end="4680">DEMO</strong>, un reattore dimostrativo sperimentale. Lo <strong data-start="4724" data-end="4787">European Strategy Forum on Research Infrastructures (ESFRI)</strong> ha inserito IFMIF-DONES nella <strong data-start="4818" data-end="4834">Roadmap 2018</strong> come progetto nell'area dell'energia, confermandolo anche nella <strong data-start="4899" data-end="4915">Roadmap 2021</strong>. IFMIF-DONES diventa così una delle <strong data-start="4952" data-end="4986">infrastrutture chiave di ESFRI</strong>, affermandosi come struttura strategica di grande rilevanza per la comunità scientifica europea impegnata nella ricerca e nell'innovazione nel settore dell'energia. Oltre alla sua importanza per lo sviluppo della fusione come fonte energetica, essa rivestirà grande rilevanza anche in <strong data-start="5272" data-end="5299">altri ambiti di ricerca</strong>, come la <strong data-start="5309" data-end="5321">medicina</strong>, la <strong data-start="5326" data-end="5353">fisica delle particelle</strong>, gli <strong data-start="5359" data-end="5391" data-is-only-node="">studi di fisica fondamentale</strong> e il <strong data-start="5397" data-end="5420">settore industriale</strong>. Tutto ciò in un pianeta sempre più orientato allo <strong data-start="5472" data-end="5496">sviluppo sostenibile</strong> e all'uso di <strong data-start="5510" data-end="5550">energia pulita, sicura ed efficiente</strong>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Spin&#45;off dell’ENEA produce dieci cavi superconduttori in Italia per l’acceleratore più grande al mondo</title>
<link>https://www.italia24.news/spin-off-dellenea-produce-dieci-cavi-superconduttori-in-italia-per-lacceleratore-piu-grande-al-mondo</link>
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<description><![CDATA[ I cavi in diboruro di magnesio, lunghi circa 100 metri ciascuno, sono stati consegnati al CERN nell’ambito del progetto High‑Luminosity Large Hadron Collider e permetteranno di aumentare la luminosità da 5 a 7,5 volte ]]></description>
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<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 15:16:33 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>Dieci innovativi<strong><span> </span>cavi superconduttori prodotti in Italia<span> </span></strong>sono stati consegnati al<strong><span> </span>CERN di Ginevra</strong><span> </span>per l’acceleratore di particelle più grande e potente al mondo (Large Hadron Collider - LHC). La fornitura è stata realizzata per il progetto High Luminosity dal consorzio leader nel settore della superconduttività,<span> </span><strong>ICAS</strong>,<strong><span> </span>uno</strong><span> </span><strong>spin-off ENEA</strong><span> </span>che comprende anche due aziende di punta del settore, la toscana Tratos Cavi spa e la piemontese Criotec Impianti spa.</p>
<p>Il progetto High Luminosity ha beneficiato del contributo del Laboratorio Superconduttività dell’ENEA e delle competenze tecnico-industriali di Tratos Cavi per realizzare prodotti altamente innovativi. Due dei 10 cavi sono già stati collaudati in condizioni operative e sono pronti per l’installazione.</p>
<p>Realizzati in<span> </span><strong>diboruro di magnesio</strong>, questi cavi ad alta tecnologia sono lunghi circa <strong>100 metri<span> </span></strong>ciascuno e serviranno a connettere gli alimentatori di potenza ai magneti superconduttori dell’acceleratore, che vedrà incrementata la<span> </span><strong>luminosità<span> </span></strong><strong>da 5 a 7,5 volte</strong><span> </span>per nuovi progressi scientifici nella fisica fondamentale.</p>
<p>“Questi complessi sistemi sono il risultato di attività di ricerca, sviluppo e ingegnerizzazione che hanno dimostrato le potenzialità dei superconduttori in<span> </span><strong>diboruro di magnesio</strong><span> </span>per il trasporto di potenza ad alta efficienza”, ha commentato Alessandro Dodaro, direttore del dipartimento Nucleare dell’ENEA. “Le attività sono state condotte in stretta collaborazione con il CERN, ma sono anche frutto di un efficace incontro tra ricerca e industria, che ha saputo coniugare le esigenze produttive con i rigorosi standard di qualità e controllo richiesti dai grandi progetti scientifici internazionali, come quelli nel campo degli acceleratori e della fusione nucleare”.</p>
<p>Alloggiati in un criostato flessibile e raffreddati da un flusso forzato di elio gassoso, i cavi saranno in grado di trasportare correnti elettriche comprese tra 2 mila e 18 mila Ampere per conduttore, operando in parallelo e indipendentemente all’interno di un unico fascio, per un totale complessivo di circa 100 mila Ampere.</p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Melanzana: uno studio internazionale ne svela geni e caratteri completi</title>
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<description><![CDATA[ La ricerca coordinata da ENEA fornisce nuove basi scientifiche per lo sviluppo di varietà più resilienti e adatte alle sfide agricole attuali ]]></description>
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<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 15:12:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>Un team internazionale di 24 ricercatori provenienti da 7 paesi, tra cui in Italia rappresentanti di<span> </span><strong>ENEA</strong>, Cnr, CREA e Università di Torino, ha descritto il catalogo completo dei<span> </span><strong>geni</strong><span> </span>(pan-genoma) e dei<span> </span><strong>caratteri agronomici</strong><span> </span>(pan-fenoma) della<span> </span><strong>melanzana</strong>. Lo studio, pubblicato sulla rivista<span> </span><a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-64866-1.epdf" target="_blank" rel="noopener">Nature Communications</a>, ha permesso di ricostruire la storia dell'ortaggio, aprendo nuove prospettive per la sua selezione futura.</p>
<p>“Questo lavoro è una pietra angolare per il settore: non solo riscrive la storia della domesticazione e del miglioramento genetico della melanzana, ma ne consente l’ulteriore miglioramento per le generazioni future”, afferma Giovanni Giuliano, che ha coordinato il progetto per ENEA in collaborazione con i ricercatori Giuseppe Aprea, Paola Ferrante e Maria Sulli del Laboratorio Biotecnologie GREEN.</p>
<p>Partendo da un’ampia collezione mondiale di 3.400 varietà di melanzana e dei suoi progenitori selvatici, il team ha ricostruito la storia della domesticazione dell’ortaggio in India e nel Sud-Est asiatico e la sua espansione in Medio Oriente, Europa ed Estremo Oriente (Cina e Giappone), probabilmente attraverso <a href="https://doi.org/10.1111/tpj.16455" target="_blank" rel="noopener">rotte commerciali arabe e cinesi</a>. Si è poi passati ad analizzare le caratteristiche selezionate sia dall'uomo che dall’ambiente nei centri di domesticazione e diversificazione: ad esempio, molte varietà provenienti dall'India e dal Sud-Est asiatico hanno mantenuto il colore della buccia non viola e le foglie spinose caratteristiche dei loro antenati selvatici, mentre questi caratteri sono andati progressivamente perduti n<a href="https://doi.org/10.1111/tpj.17229" target="_blank" rel="noopener">elle altre aree geografiche.</a></p>
<p><span>Infine, il team si è concentrato su 368 varietà, rappresentative della diversità fenotipica e genetica mondiale della melanzana, comprendenti i suoi progenitori selvatici, </span><em>Solanum incanum</em><span> e </span><em>Solanum insanum</em><span>. Dalla raccolta di dati in 3 prove di campo, a </span><strong>Montanaso Lombardo (Lodi)</strong><span>, Valencia (Spagna) e Antalya (Turchia), poi analizzati con tecniche bioinformatiche avanzate, si è scoperto che il genoma </span><em>core</em><span> della melanzana è costituito da circa 16.300 famiglie geniche (presenti in tutte le varietà), mentre circa 4.000 si trovano solo in poche varietà. Analogamente, alcuni caratteri sono stati rilevati in tutte le località (caratteri stabili), mentre altri solo in una o due località, il che implica che sono sottoposti a una forte influenza ambientale.“Abbiamo scoperto oltre 3 mila associazioni tra caratteri e regioni genomiche e per molte abbiamo individuato l’esatta mutazione del DNA alla base del carattere. Nell’articolo forniamo tre esempi: la formazione di spine, la resistenza al </span><em>Fusarium</em><span>, una grave malattia fungina che ne colpisce la produttività e il contenuto di sostanze antiossidanti associate anche all'imbrunimento della polpa”, aggiungono i ricercatori.Tutti i dati genomici sono pubblicamente disponibili, come pure le varietà che saranno distribuite secondo le<a href="https://www.fao.org/plant-treaty/en" target="_blank" rel="noopener"> regole FAO</a></span><span><a href="https://www.fao.org/plant-treaty/en" target="_blank" rel="noopener">,</a> in modo da garantire la condivisione con tutti gli attori dei benefici derivanti dalle nuove varietà frutto di questo lavoro scientifico.“Questa soluzione </span><em>win-win</em><span> permetterà a tutte le parti interessate – custodi dei semi, ricercatori, aziende sementiere, coltivatori e consumatori - di raccogliere i frutti di questa ricerca finanziata con fondi pubblici</span><span> (<span>progetti </span><a href="http://www.g2p-sol.eu/" target="_blank" rel="noopener">G2P-SOL</a><span> e </span><a href="http://www.grace-ri.eu/pro-grace" target="_blank" rel="noopener">PRO-GRACE</a>) concludono i ricercatori.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>&amp;apos;L&amp;apos;Intrigo&amp;apos; di Ensor: degrado del verde smeraldo e indagini per la conservazione</title>
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<description><![CDATA[ Nel celebre dipinto conservato ad Anversa, questo colore mostra segni di fragilità. Un team internazionale guidato dal Cnr-Scitec, Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell&#039;Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con il Sincrotrone Europeo di Grenoble, il sincrotrone di Amburgo e l&#039;Università di Anversa, ha condotto uno studio sui fattori che innescano il deterioramento di questo pigmento che &#039;teme&#039; soprattutto la luce. I risultati sono pubblicati su Science Advances ]]></description>
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<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof"><b>Sul celebre dipinto 'L'Intrigo' (1890) di James Ensor, conservato al Museo Reale di Belle Arti di Anversa,<span> </span></b>il verde brillante che domina la scena mostra segni di fragilità. Un team internazionale di ricercatori ha svelato i meccanismi chimici che causano il degrado del pigmento verde smeraldo, uno dei colori più diffusi nell'arte tra XIX e XX secolo, utilizzato da maestri come Van Gogh, Monet e Cézanne. I risultati sono stati ottenuti grazie all'impiego di strumentazioni portatili e tecniche ai raggi X che consentono di identificare precocemente i processi di degrado e di seguirne l'evoluzione nel tempo. Lo studio, pubblicato sulla rivista 'Science Advances', apre la strada a nuove strategie di conservazione preventiva di numerosi capolavori.</div>
<div class="v1elementToProof">Il verde smeraldo, a base di arsenito di rame, fu introdotto nel XIX secolo e divenne subito celebre per la sua brillantezza e intensità cromatica. Tuttavia, la sua instabilità era nota agli artisti dell'epoca: già Van Gogh osservò che il colore tendeva a perdere lucentezza nel tempo.</div>
<div class="v1elementToProof">Il team di ricerca coordinato dall'Istituto di scienze e tecnologie chimiche "Giulio Natta" (Cnr-Scitec) e dal Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell'Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con l'ESRF (Sincrotrone Europeo di Grenoble), DESY (Sincrotrone di Amburgo) e l'Università di Anversa, ha condotto analisi non invasive sul dipinto<span> </span><b>di James Ensor, pittore e incisore, nato ad Ostenda, in Belgio, nel 1860, tra gli esponenti della rivoluzione artistica a cavallo tra Ottocento e Novecento. L'opera 'L'Intrigo' (olio su tela) del 1890, è tra i quadri più enigmatici della sua produzione. Sullo sfondo realizzato con tonalità chiare si stagliano personaggi con abiti e maschere dai colori accesi, tra cui il verde.</b></div>
<div class="v1elementToProof">L'analisi sul capolavoro è stata realizzata integrando metodologie non-invasive portatili ed esami ai raggi X generati dalla radiazione di sincrotrone. "Era già noto che il verde smeraldo si degrada con il tempo, ma il nostro obiettivo era comprendere esattamente il ruolo della luce e dell'umidità in questo processo", spiega Letizia Monico, ricercatrice del Cnr-Scitec.</div>
<div class="v1elementToProof">"Le indagini hanno permesso di identificare<span> </span><b>due meccanismi distinti: l'umidità favorisce la formazione di arsenolite, un composto cristallino che rende la pittura fragile e soggetta a sfaldamento, mentre la luce provoca l'ossidazione dell'arsenico in superficie, creando un sottile strato biancastro che opacizza il colore originale</b>", aggiunge Aldo Romani, docente dell'Università degli Studi di Perugia.</div>
<div class="v1elementToProof">La ricerca dimostra come le tecnologie e la scienza siano alleate della protezione del patrimonio culturale. Inizialmente sulla tela sono state eseguite analisi non invasive in situ, su macroscala, per valutare la composizione e lo stato di conservazione delle aree verdi, identificando i punti più idonei per il micro-campionamento. Le indagini diagnostiche sono state eseguite impiegando la strumentazione portatile dei gruppi di ricerca dell'Università di Anversa, con il supporto del MOLAB (MObile LABoratory), laboratorio mobile coordinato dall'Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Cnr e appartenente all'Infrastruttura di Ricerca Europea per la Scienza del Patrimonio, E-RIHS.<span> </span><b>"Le tecniche non invasive molecolari sono strumenti essenziali: permettono di ottenere informazioni approfondite sui materiali senza prelievi, orientano in modo mirato il micro-campionamento e consentono di intercettare precocemente eventuali fenomeni di degrado"</b>, commenta Costanza Miliani, coordinatrice di MOLAB e direttrice ad interim del Cnr - Ispc.</div>
<div class="v1elementToProof">Il passo successivo è stato quello di sottoporre dei microcampioni prelevati in maniera mirata, ai raggi X prodotti da radiazione di sincrotrone su scala sub-micrometrica presso i laboratori d'avanguardia dell'ESRF e DESY combinando diverse tecniche. "Le analisi effettuate sono essenziali per questo tipo di studio, poiché sono le uniche in grado di fornire informazioni stratigrafiche specifiche sulla natura dei diversi composti di arsenico su scala micrometrica", spiega Marine Cotte, scienziata dell'ESRF. Comparando tali risultati con quelli ottenuti su provini preparati artificialmente con pittura ad olio verde smeraldo e poi invecchiati, il team è giunto alla conclusione<span> </span><b>che è la luce a costituire la minaccia principale per "L'Intrigo" di James Ensor e, verosimilmente, per altri capolavori realizzati con il pigmento verde smeraldo.  Nuove strumentazioni avanzate possono però contribuire a identificare precocemente e a monitorare nel tempo gli effetti sulle pitture.</b></div>
<div class="v1elementToProof">Tali informazioni sono cruciali per mettere a punto strategie di conservazione mirate. La ricerca, sviluppata nell'ambito della Cultural Heritage Innovation for Next-Gen Sustainable Society (CHANGES, Spoke 5), finanziato dall' Unione Europea - Next Generation EU, PNRR mira a ottimizzare le metodologie di monitoraggio e prevenzione del degrado, garantendo la tutela di opere realizzate con pigmenti di sintesi, frutto della seconda Rivoluzione industriale.</div>
<div class="v1elementToProof"><hr>
<p><strong><em>Photo credits</em></strong></p>
</div>
<div class="v1elementToProof">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; tab-stops: list 36.0pt;"><b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">1</span></b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">. Fotografia de <i>L’ Intrigo </i>(1890, Museo Reale di Belle Arti di Anversa, KMSKA) di James Ensor (crediti fotografici:  KMSKA).<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; tab-stops: list 36.0pt;"><b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">2.</span></b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;"> Scanner per la diffrazione di raggi X (MA-XRPD) dei gruppi di ricerca ARCHES and AXIS dell’Università di Anversa (Belgio) mentre esegue analisi de <i>L’ Intrigo </i>(1890, Museo Reale di Belle Arti di Anversa, KMSKA) di James Ensor (crediti fotografici: Annelies Rios Casier; foto scattata presso KMSKA).<o:p></o:p></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;">3.</span></b><span style="font-family: 'Aptos',sans-serif; mso-ansi-language: IT;"> Annelies Rios Casier (Università di Anversa) mentre esegue un micro-campionamento da una campitura verde de <i>L’ Intrigo </i>(1890, Museo Reale di Belle Arti di Anversa, KMSKA) di James Ensor (crediti fotografici: Lies Vanbiervliet; foto scattata presso uno studio di restauro del KMSKA).<o:p></o:p></span></p>
</div>]]> </content:encoded>
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<title>Il telescopio Webb scopre un affamato buco nero supermassiccio in rapida crescita nell’universo primordiale</title>
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<description><![CDATA[ Scoperto un buco nero supermassiccio in rapida crescita in una galassia formatasi 570 milioni di anni dopo il Big Bang. Il buco nero risulta insolitamente massiccio rispetto alla galassia ospite, sfidando i modelli attuali che ne descrivono la formazione e l&#039;evoluzione ]]></description>
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<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 14:54:50 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>Il telescopio spaziale James Webb (JWST) ha osservato per la prima volta <strong>un buco nero supermassiccio in rapida crescita nel cuore di una galassia estremamente distante, denominata CANUCS-LRD-z8.6.</strong> Questa scoperta, resa possibile grazie alle straordinarie capacità osservative del James Webb, rappresenta un nuovo passo avanti nella nostra comprensione dell'Universo primordiale. Lo studio, condotto da un team internazionale che include ricercatrici e ricercatori dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-65070-x" target="_blank" rel="noopener">è stato pubblicato sulla rivista </a></span><a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-65070-x" target="_blank" rel="noopener"><span>Nature Communications</span><span>.</span></a></p>
<p dir="ltr"><span>Situata a </span><span>oltre <strong>13 miliardi di anni luce da noi</strong></span><span>, CANUCS-LRD-z8.6, appartenente alla classe dei cosiddetti "little red dots" (piccoli punti rossi), elusivi oggetti dell'Universo primordiale individuati nei primi anni di osservazioni di Webb, la cui natura rimane ancora in parte misteriosa. Le osservazioni effettuate con lo strumento NIRSpec (</span><span>Near-Infrared Spectrograph</span><span>) hanno consentito di ottenere lo spettro della galassia, che indica la presenza di gas fortemente ionizzato da radiazione energetica e in rapida rotazione attorno a una sorgente compatta: segnali inequivocabili che </span><span>un buco nero in fase di accrescimento si annida proprio nelle regioni centrali della galassia</span><span>. </span></p>
<p dir="ltr"><span>"Questa scoperta è davvero straordinaria", dice<strong> </strong></span><strong>Roberta Tripodi</strong><span>, prima autrice dello studio condotto presso l'Università di Lubiana, attualmente ricercatrice<strong> INAF</strong>. "Abbiamo osservato una galassia risalente a 570 milioni di anni dopo il Big Bang che ospita un buco nero supermassiccio in rapida crescita – cresce infatti molto più velocemente di quanto ci aspetteremmo in una galassia così giovane. Questo mette in discussione la nostra comprensione della formazione di buchi neri e galassie nell'universo primordiale e apre nuove strade di ricerca su come siano formati questi oggetti".</span></p>
<p dir="ltr"><span>L'analisi dello spettro ha permesso di stimare la massa del buco nero, che risulta di circa 100 milioni di volte quella del Sole, rivelando un valore insolitamente elevato rispetto alla massa complessiva delle stelle presenti nella galassia, pari a circa 8 miliardi di masse solari. Inoltre, la composizione chimica osservata mostra una scarsità di elementi pesanti, un chiaro indicatore che la galassia si trova ancora nelle fasi iniziali della sua evoluzione. </span></p>
<p dir="ltr"><span>In precedenza, le osservazioni hanno mostrato una relazione tra la massa di un buco nero supermassiccio e quella della galassia che lo ospita: in genere, più una galassia cresce, più cresce anche il suo buco nero centrale. Tuttavia, CANUCS-LRD-z8.6, pur essendo tre le galassie ospiti più massicce conosciute a un'epoca così remota, presenta un buco nero centrale ancora più massiccio di quanto previsto, mettendo in discussione la relazione osservata finora. Questo risultato suggerisce che i buchi neri possano essersi formati e iniziare a crescere a un ritmo accelerato già nei primi centinaia di milioni di anni dell'Universo, anche all'interno di galassie relativamente piccole.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Questi risultati propongono nuovi interrogativi sui processi fisici che hanno reso possibili la formazione e la crescita così rapide di oggetti estremamente massicci nell'Universo primordiale. Il team ha già programmato ulteriori osservazioni con il radiotelescopio ALMA e con Webb per studiare nel dettaglio il gas freddo e la polvere nella galassia, con l'obiettivo di migliorare la comprensione delle proprietà del buco nero.</span></p>]]> </content:encoded>
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<title>Neutrini: il debutto dell’esperimento JUNO è ad altissima precisione</title>
<link>https://www.italia24.news/neutrini-il-debutto-dellesperimento-juno-e-ad-altissima-precisione</link>
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<description><![CDATA[ Presentati oggi i risultati dall’Istituto di Fisica delle Alte Energie (IHEP) dell’Accademia Cinese delle Scienze ]]></description>
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<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 14:29:30 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p>A soli due mesi dal suo completamento, il rivelatore di neutrini di nuova generazione JUNO (<em>Jiangmen Underground Neutrino Observatory</em>) nella Cina sudorientale, cui l’INFN contribuisce in modo decisivo, ha già raggiunto una precisione straordinaria, determinando alcuni fondamentali parametri di oscillazione dei neutrini solari con un’accuratezza senza precedenti. I risultati, sottoposti a<span> </span><em>Chinese Physics C</em><span> </span>e disponibili su<span> </span><a href="https://arxiv.org/abs/2511.14593" target="_blank" rel="noopener">arXiv</a>, sono stati presentati oggi, 19 novembre, dall’Istituto di Fisica delle Alte Energie (IHEP) dell’Accademia Cinese delle Scienze.</p>
<p>Dopo più di un decennio di progettazione e costruzione da parte della Collaborazione internazionale, JUNO è il primo rivelatore di neutrini di grandi dimensioni e alta precisione a entrare in funzione, e in soli 59 giorni di presa dati, dal 26 agosto al 2 novembre 2025, ha già soddisfatto le aspettative di progetto. La misura dei parametri di oscillazione dei neutrini solari noti come θ<sub>12</sub><span> </span>e Δm<sup>2</sup><sub>21</sub><span> </span>è infatti più precisa di un fattore 1,6 e 1,8 rispetto a quella ottenuta dall’analisi congiunta di tutte le precedenti misure nel settore.</p>
<p>Questi parametri, originariamente determinati utilizzando i dati sui neutrini solari, possono essere misurati con elevata precisione anche mediante antineutrini da reattore, come ha fatto JUNO nella sua prima misurazione. In passato, i risultati ottenuti separatamente dai due metodi hanno mostrato una lieve discrepanza di 1,5 sigma: una “tensione” che può suggerire la presenza di nuova fisica. La misurazione con antineutrini appena eseguita da JUNO conferma questa tensione, che l’esperimento potrà verificare in modo definitivo quando effettuerà anche la misura dei neutrini solari dell’⁸B.</p>
<p>“Raggiungere tale precisione entro solo due mesi di operatività mostra che JUNO sta funzionando esattamente come previsto”, ha commentato Yifang Wang, responsabile del progetto JUNO. “Con questo livello di precisione, JUNO determinerà presto l’ordinamento delle masse dei neutrini, sottoporrà a verifiche accurate lo schema delle oscillazioni a tre sapori e cercherà anche segnali eventuali di nuova fisica”.</p>
<p>“Il risultato scientifico annunciato oggi testimonia quanto sia stato fruttuoso il decennale impegno della Collaborazione JUNO per l’assemblaggio di un rivelatore basato su una pluralità di tecnologie d’avanguardia, che dominerà il panorama della fisica dei neutrini nei prossimi anni, fornendo risultati di estrema precisione”, ha aggiunto Gioacchino Ranucci, viceresponsabile internazionale di JUNO e ricercatore dell’INFN e dell’Università di Milano. “Molti fattori hanno contribuito a questo successo: di fondamentale importanza è stata la convergenza di esperienze e competenze nei rivelatori a scintillatore liquido e nelle tecniche di analisi correlate, apportate da gruppi di ricerca provenienti da tutto il mondo”.</p>
<p>JUNO è un progetto con elevato grado di internazionalizzazione, gestito in Cina dall’Istituto IHEP con cui l’INFN vanta una lunga tradizione di cooperazione, e che coinvolge più di 700 ricercatori e ricercatrici provenienti da 75 Istituzioni in 17 paesi e regioni. L’INFN vi partecipa con le sezioni di Catania, Ferrara, Milano, Milano Bicocca, Padova, Perugia, Roma Tre e con i Laboratori Nazionali di Frascati. “Come Presidente dell’Institutional Board di JUNO, sono orgoglioso di vedere questo sforzo globale raggiungere un traguardo così importante. Il successo di JUNO riflette l’impegno e la creatività dell’intera comunità internazionale”, ha dichiarato Marcos Dracos, ricercatore dell’Università di Strasburgo e del CNRS/IN2P3 in Francia.</p>
<p><strong>L’esperimento JUNO</strong><span> </span>è stato proposto nel 2008 ed è stato approvato dall’Accademia Cinese delle Scienze (CAS) e dalla Provincia del Guangdong nel 2013. L’INFN ha aderito all’iniziativa nel 2014, primo fra gli Istituti stranieri che attualmente vi partecipano. La costruzione del laboratorio sotterraneo è iniziata nel 2015, mentre l’installazione del rilevatore, cominciata nel dicembre 2021, è stata completata nel dicembre 2024, immediatamente seguita dal riempimento prima con acqua ultra-pura, poi con scintillatore liquido.</p>
<p>Il cuore dell’esperimento è un contenitore di acrilico di 35,4 m di diametro contenente una massa efficace di 20.000 tonnellate di scintillatore liquido, situato al centro di una piscina d’acqua profonda 44 metri all’interno di una sala sperimentale sotterranea. L’acrilico è supportato da un guscio reticolato di acciaio inossidabile di 41,1 metri di diametro, che inoltre alloggia 20.000 tubi fotomoltiplicatori (PMT) da 20 pollici, 25.600 PMT da 3 pollici, insieme al resto della componentistica che comprende l’elettronica di front-end, i cavi, le bobine per la compensazione del campo magnetico terrestre, e pannelli separatori di luce. Tutti i PMT lavorano simultaneamente per catturare la luce di scintillazione prodotta dalle interazioni dei neutrini all’interno dello scintillatore e convertirla in segnali elettrici.</p>
<p>Durante la costruzione, sono stati ottenuti numerosi traguardi senza precedenti, come un PMT ad alte prestazioni caratterizzato da un design innovativo, sia per la struttura sia per l’amplificazione elettronica. Tra le altre conquiste tecnologiche si annoverano la realizzazione una copertura a prova di esplosione e impermeabile per proteggere i PMT; il già menzionato sistema di purificazione ad alta efficienza che produce scintillatore radiopuro con una lunghezza di attenuazione della luce superiore a 20 metri; un’innovativa elettronica sottomarina, con un’affidabilità di grado aerospaziale ottenuta utilizzando componenti disponibili commercialmente.</p>
<p>Con la sua straordinaria sensibilità di rivelazione, JUNO determinerà l’ordinamento delle masse dei neutrini e misurerà i parametri di oscillazione con precisione inferiore all’1%. Studierà anche i neutrini solari, atmosferici, da supernova e geoneutrini, e cercherà fenomeni oltre il Modello Standard. Progettato per una vita scientifica di circa 30 anni, l’esperimento potrà essere inoltre potenziato per indagare il decadimento doppio beta senza neutrini, la scala assoluta della massa dei neutrini e verificare se i neutrini sono particelle di tipo Majorana.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Antartide: accordo ENEA &#45; Difesa sul trasporto aereo delle spedizioni italiane</title>
<link>https://www.italia24.news/antartide-accordo-enea-difesa-sul-trasporto-aereo-delle-spedizioni-italiane</link>
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<description><![CDATA[ Il volo del C130J che ha inaugurato la stagione ]]></description>
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<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 14:18:41 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal"><span><b>ENEA</b> e la <b>Difesa</b> hanno siglato l’accordo che conferma la collaborazione per la gestione logistica delle missioni scientifiche in Antartide, con l’<b>Aeronautica Militare </b>(AM) che assicurerà il trasporto aereo di personale, materiali e mezzi tra Nuova Zelanda e continente antartico per tutta la 41<sup>a</sup> spedizione attualmente in corso.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’intesa, che vede un importante contributo della Difesa in termini di personale tecnico-specialistico di tutte le Forze Armate, è stata inaugurata con il volo operato dal C130J-30 della 46ª Brigata Aerea, atterrato sul pack antartico con a bordo anche il Direttore Generale ENEA Giorgio Graditi, in visita al personale che opera nelle basi antartiche Mario Zucchelli e Concordia.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Nello specifico AM effettuerà 6 voli tra la Nuova Zelanda (Christchurch) e l’Antartide, 2 diretti alla stazione statunitense McMurdo e 4 verso l’italiana Mario Zucchelli, per trasportare personale e materiali.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>L’accordo è il risultato del dialogo avviato da ENEA con il Comitato di indirizzo interforze per l’ambiente artico, sub artico e Antartide, organo recentemente istituito dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Luciano Portolano, per coordinare le attività strategiche nazionali nelle zone polari e che opera in forza a uno specifico Decreto Ministeriale che assegna al Sottosegretario di Stato alla Difesa, Sen. Isabella Rauti, il compito di attuare gli indirizzi del Ministero della Difesa.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>“Il sostegno della Difesa rappresenta un passo significativo per il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), che sin dalla sua istituzione nel 1985 vede l’ENEA svolgere un ruolo di primo piano nell’organizzazione e coordinamento delle attività logistiche delle missioni italiane”, ha commentato Graditi prima di partire dall’aeroporto di Christchurch (Nuova Zelanda) alla volta </span><span>del continente antartico. “Questo accordo - aggiunge - non solo agevola l'organizzazione delle nostre missioni, ma conferma il valore strategico delle attività che svolgiamo in Antartide”.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Le missioni italiane in Antartide, giunte alla 41a edizione, sono condotte nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e gestito dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) per il coordinamento scientifico, da ENEA per la pianificazione e l’organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) per la gestione tecnica e scientifica della nave rompighiaccio Laura Bassi.</span></p>
<p class="v1MsoNormal"><span>Le Forze Armate partecipano quest’anno alla spedizione con 20 esperti militari di Aeronautica, Esercito, Marina e Arma dei Carabinieri.</span><span></span><span></span></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/U7zFL2Tms0Y?si=YGb-GLRwCU7FXa5w" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Un transistor che &amp;quot;pensa&amp;quot; con la luce</title>
<link>https://www.italia24.news/un-transistor-che-pensa-con-la-luce</link>
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<description><![CDATA[ Sviluppato da un team italiano del Cnr-Ismn e dell&#039;Università di Milano-Bicocca in collaborazione con RWTH Aachen University l&#039;Organic Photonic Synaptic Transistor (OPS): è un transistor fotonico basato su molecole organiche che imita i meccanismi del cervello umano per elaborare e memorizzare informazioni utilizzando la luce. Lo studio è descritto in uno studio pubblicato sulla rivista Materials Horizons ]]></description>
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<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 12:49:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>transistor</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h3 class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Un nuovo transistor sinaptico fotonico sviluppato tra Italia e Germania</span></h3>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Un gruppo di ricerca dell'Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del <strong>Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna</strong> (Cnr-Ismn), dell'<strong>Università di Milano-Bicocca </strong>e della <strong>Scuola Superiore Politecnica della Renania-Vestfalia </strong>ad Aquisgrana (RWTH Aachen University) ha sviluppato un innovativo transistor sinaptico fotonico basato su <strong>molecole organiche</strong>, capace di elaborare e memorizzare informazioni utilizzando la luce.</span></div>
<h3 class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">OPST: una nuova frontiera per i sistemi neuromorfici</span></h3>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Il dispositivo, chiamato OPST (<em>Organic Photonic Synaptic Transistor</em>), rappresenta un passo decisivo verso la realizzazione di sistemi neuromorfici che imitano il funzionamento del cervello umano.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Questo minuscolo dispositivo - <strong>descritto sulla rivista <a href="https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2025/mh/d5mh01710f" target="_blank" rel="noopener"><i>Materials Horizons</i></a></strong> della <strong>Royal Society of Chemistry </strong>- riesce a rilevare segnali luminosi ed elettrici, elaborarli, conservarli e imparare da essi, proprio come fanno i neuroni nel cervello. La novità dello studio risiede nel design chimico dei materiali: invece di intervenire solo sulla struttura del dispositivo o sui nanomateriali impiegati, i ricercatori hanno progettato il materiale partendo direttamente dalla struttura molecolare.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"></span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"><em>"Le molecole impiegate sono radicali organici persistenti fotosensibili" </em>dice il Prof. <strong>Luca Beverina</strong> dell'<strong>Università di Milano-Bicocca</strong> presso cui queste molecole sono state sintetizzate <em>"che presentano una particolare struttura elettronica tale da permettere di controllare con precisioni come reagiscono agli impulsi luminosi"</em>.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Sottoposto a stimolazioni luminose di diversa lunghezza d'onda – come luce blu o infrarossa – il transistor mostra comportamenti differenti, imitando i processi di memoria a breve e lungo termine tipici delle sinapsi biologiche. In altre parole, il dispositivo "ricorda" in modo diverso a seconda del tipo e della sequenza di stimoli che riceve. Mediante un accurato studio di simulazione delle proprietà fotofisiche dello strato fotoattivo del dispositivo, è stato possibile dimostrare che i processi di memoria a breve e lungo termine sono direttamente correlabili agli specifici stati elettronici attivati nei radicali organici persistenti.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"><strong>Francesca Santoro</strong> dell'<strong>Istituto Forschungszentrum Jülich </strong>in Aquisgrana e professoressa dell'<strong>Università RWTH</strong> aggiunge che: <em>"grazie a questa capacità di rispondere a più segnali contemporaneamente, l'OPST è in grado di riconoscere e classificare schemi complessi, simulando l'apprendimento parallelo tipico dei dendriti neuronali".</em></span></div>
<h3 class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Verso una nuova generazione di sistemi fotonici intelligenti</span></h3>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Si apre così la strada a una nuova generazione di sistemi neuromorfici fotonici, in cui la luce diventa il principale veicolo di elaborazione delle informazioni, rendendo i processi più rapidi ed efficienti.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"></span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"><em>"L'intrinseca multifunzionalità dei radicali organici persistenti, che abbiamo recentemente dimostrato realizzando dispositivi ad emissione di luce ad alta efficienza, potrà contribuire alla realizzazione di display intelligenti"</em>, spiega <strong>Stefano Toffanin</strong>, ricercatore del <strong>Cnr-Ismn</strong>. <em>"In un prossimo futuro, questi dispositivi potranno integrare in un unico sistema funzioni di rilevamento, emissione luminosa e apprendimento neuromorfico".</em></span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;"><em></em></span></div>
<div class="v1elementToProof"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif;">In termini semplici, questa ricerca dimostra che <strong>è possibile costruire minuscoli dispositivi capaci di “imparare” in modo simile al cervello umano,</strong> ma utilizzando la <strong>luce </strong>anziché l’elettricità. Le molecole alla base di questo transistor reagiscono in modo diverso a seconda del colore della luce che ricevono e, grazie a queste variazioni, il dispositivo può ricordare, riconoscere schemi e adattarsi agli stimoli. Per la tecnologia significa aprire la strada a<strong> materiali intelligenti </strong>progettati per apprendere, con possibili ricadute su computer più veloci, sensori più sensibili e sistemi elettronici capaci di adattarsi autonomamente: un passo concreto verso dispositivi che funzionano come un <strong>cervello in miniatura</strong>.</span></div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Data Valley: l’hub italiano dell’innovazione tra supercalcolo e infrastrutture digitali, in corsa per la gigafactory europea dell’intelligenza artificiale</title>
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<description><![CDATA[ Bologna guida la trasformazione tecnologica nazionale con supercomputer, data center e nuove alleanze tra ricerca, imprese e Pubblica amministrazione emergendo come uno dei territori più competitivi per ospitare il nuovo polo europeo dell’AI ]]></description>
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<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 12:37:49 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>La trasformazione digitale italiana ha un baricentro preciso: l’Emilia-Romagna, dove si sta consolidando la <a href="https://www.regione.emilia-romagna.it/datavalley" target="_blank" rel="noopener"><strong data-start="721" data-end="736">Data Valley</strong></a>, uno degli ecosistemi tecnologici più avanzati d’Europa. Bologna è oggi un crocevia di infrastrutture strategiche, supercomputer, cloud ad alte prestazioni, data center e reti di nuova generazione, che la rendono un laboratorio nazionale per l’intelligenza artificiale e la gestione dei dati pubblici.</p>
<h2 data-start="0" data-end="87">Una gigafactory europea dell’AI: la candidatura italiana parte dalla Data Valley</h2>
<p data-start="89" data-end="1066" data-is-last-node="" data-is-only-node="">È notizia di questi giorni che il Governo italiano ha confermato la propria candidatura per ospitare una <a href="https://www.key4biz.it/ai-urso-fiducioso-in-una-gigafactory-ue-in-italia/555157/" target="_blank" rel="noopener"><strong data-start="194" data-end="255">gigafactory europea dedicata all’intelligenza artificiale</strong></a>, un’infrastruttura strategica che punta a diventare uno dei poli industriali e tecnologici più avanzati dell’Unione. Nel dibattito nazionale, la <strong data-start="401" data-end="436">Data Valley dell’Emilia-Romagna</strong> emerge come uno dei territori più idonei: la concentrazione di supercomputer, data center, competenze STEM e infrastrutture 5G rende infatti Bologna uno degli ecosistemi meglio posizionati per accogliere una piattaforma continentale di sviluppo AI.</p>
<p data-start="89" data-end="1066" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Secondo le dichiarazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista rilasciata in occasione della 42esima edizione dell’assemblea nazionale di Anci, l’obiettivo è costruire in Italia una capacità industriale comparabile a quella di Stati Uniti e Asia, valorizzando ciò che la Data Valley già rappresenta: un hub europeo dove ricerca scientifica, imprese e Pubblica amministrazione collaborano sulla gestione avanzata dei dati e sulle tecnologie emergenti.</p>
<h2 data-start="1042" data-end="1077">Un’infrastruttura che cresce</h2>
<p data-start="1078" data-end="1137">Il sistema regionale si fonda su tre componenti principali: <strong data-start="1141" data-end="1160">il supercalcolo</strong>, con la presenza del consorzio Cineca e del supercomputer<a href="https://leonardo-supercomputer.cineca.eu/" target="_blank" rel="noopener"> Leonardo</a>, parte della rete <a href="https://eurohpc-ju.europa.eu/" target="_blank" rel="noopener">EuroHPC</a>, <strong data-start="1259" data-end="1308">la rete dei data center e del cloud nazionale</strong>, sempre più orientata a soluzioni sicure e a standard europei e <strong data-start="1376" data-end="1436">l’integrazione tra università, enti di ricerca e imprese</strong>, che consente di sviluppare competenze avanzate nell’ambito AI, cybersecurity, scienze computazionali e trasformazione digitale per la PA.</p>
<p data-start="1577" data-end="1809">Negli ultimi anni l’area ha continuato ad attrarre investimenti significativi nelle reti 5G, nella fibra ottica e nel potenziamento dei servizi digitali, consolidando un ecosistema competitivo per imprese, startup e amministrazioni.</p>
<h2 data-start="1811" data-end="1869">Intelligenza artificiale e Pubblica amministrazione</h2>
<p data-start="1870" data-end="2277">La Data Valley è un ambiente dove la Pubblica amministrazione può sperimentare soluzioni basate sull’uso avanzato dei dati. Il tema della <strong data-start="2045" data-end="2067">sovranità digitale</strong>, dalla protezione dei dati alla trasparenza degli algoritmi, è sempre più centrale, così come la necessità di evitare che i Comuni si affidino a tecnologie sviluppate altrove senza un coinvolgimento diretto.</p>
<p data-start="2279" data-end="2570">Per questo motivo sta prendendo forma un modello in cui le amministrazioni partecipano alla progettazione dei sistemi digitali, dalle applicazioni di intelligenza artificiale generativa ai servizi per la mobilità, la gestione dei rifiuti, la sicurezza urbana e l’interazione con i cittadini.</p>
<h2 data-start="2572" data-end="2623">Ricerca, supercomputer e modelli linguistici</h2>
<p data-start="2624" data-end="2871">Le collaborazioni tra imprese e centri di ricerca stanno accelerando lo sviluppo di modelli linguistici addestrati su contenuti italiani e su dataset controllati, con particolare attenzione alla conformità alle normative europee, incluso l’AI Act.</p>
<p data-start="2873" data-end="3185">La presenza del supercalcolo consente di testare e ottimizzare applicazioni avanzate, passando più facilmente dalla fase di sperimentazione a quella operativa. Questo favorisce l’intero ecosistema: dalle università che producono competenze scientifiche, alle aziende che portano sul mercato soluzioni innovative.</p>
<h2 data-start="3187" data-end="3233">La questione energetica dei data center</h2>
<p data-start="3234" data-end="3501">La crescita dei data center comporta anche una sfida complessa: il consumo energetico. A livello globale si discute sempre più di come distribuire il carico computazionale in modo sostenibile, garantendo allo stesso tempo prestazioni elevate e continuità dei servizi.</p>
<p data-start="3503" data-end="3694">Nella Data Valley il tema della sostenibilità è affrontato attraverso l’uso crescente di energie rinnovabili e la progettazione di infrastrutture più efficienti dal punto di vista energetico.</p>
<h2 data-start="3696" data-end="3745">Competenze, investimenti e visione europea</h2>
<p data-start="3746" data-end="4162">Il potenziamento delle tecnologie digitali va di pari passo con la formazione di nuove competenze STEM e con investimenti costanti in connettività, fibra, 5G e sicurezza informatica. A livello europeo emerge tuttavia la necessità di una strategia comune per la gestione dei dati, delle capacità computazionali e dell’intelligenza artificiale, così da rafforzare la competitività rispetto a Stati Uniti, Cina e India.</p>
<p data-start="4164" data-end="4337">La Data Valley può rappresentare uno dei tasselli principali di questo percorso, fungendo da piattaforma europea per ricerca scientifica, pubblica amministrazione e imprese.</p>
<p></p>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>Artico: nuovi studi rivelano i livelli di inquinamento di neve e ghiaccio</title>
<link>https://www.italia24.news/artico-nuovi-studi-rivelano-i-livelli-di-inquinamento-di-neve-e-ghiaccio</link>
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<description><![CDATA[ Uno studio del Cnr-Isp, realizzato con il supporto dell&#039;Università degli studi di Perugia, ha analizzato la neve e il ghiaccio sui ghiacciai dell&#039;Isola di Spitsbergen, alle Svalbard (Norvegia). I risultati, pubblicati su Environmental Research e Journal of Hazardous Materials, rivelano la presenza di inquinanti emergenti in misura maggiore rispetto a quelli già noti nella criosfera artica, che potrebbero essere messi nuovamente in circolo nell&#039;ambiente a seguito della fusione glaciale ]]></description>
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<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 11:07:21 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p class="v1elementToProof">Alle Isole Svalbard, in Norvegia, un gruppo di ricerca coordinato dall'Istituto di scienze polari del <strong>Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Isp)</strong>, con la collaborazione dell'<strong>Università degli studi di Perugia, </strong>ha rilevato la presenza di contaminanti organici nella neve e nel ghiaccio superficiale. I risultati di questi studi, svolti presso la Stazione artica 'Dirigibile Italia' del Cnr, a Ny-Ålesund, sono stati pubblicati sulle riviste<span> </span><a href="https://doi.org/10.1016/j.envres.2025.122943" target="_blank" rel="noopener"><i>Environmental Research</i> </a>e<span> </span><a href="https://doi.org/10.1016/j.jhazmat.2025.140051" target="_blank" rel="noopener"><i>Journal of Hazardous Materials</i>.</a> La ricerca è stata realizzata prendendo in analisi i campioni di neve e le carote di ghiaccio superficiali raccolti su tre ghiacciai dell'Isola di Spitsbergen (Austre Brøggerbreen, Midtre Løvenbreen e Kongsvegen) durante le campagne condotte nel 2022 e 2023.</p>
<p class="v1elementToProof">"Farmaci, prodotti per la cura della persona e composti fenolici (elementi chimici che si generano nei processi di produzione di cosmetici e plastiche, capaci di interferire con il sistema endocrino degli organismi viventi), oltre a essere inquinanti emergenti, non ancora regolamentati a livello internazionale, sono presenti in concentrazioni fino a un ordine di grandezza superiore rispetto ai policlorobifenili e ai pesticidi, un dato quantitativamente inaspettato", spiega Luisa Patrolecco, ricercatrice del Cnr-Isp e coordinatrice del gruppo di ricerca. "Queste ultime due classi di inquinanti, invece, sono sostanze persistenti che si decompongono lentamente e che sono state già bandite da molti anni. La presenza di contaminanti di vecchia e nuova generazione nella criosfera polare dimostra che il trasporto atmosferico a medio e a lungo raggio sta giocando un ruolo chiave nella diffusione degli stessi in diversi comparti ambientali".</p>
<p class="v1elementToProof">Secondo il team di ricerca la compresenza di contaminanti persistenti ed emergenti rivela che l'impatto delle attività umane è radicato anche negli ambienti più remoti e che le nuove sostanze di uso quotidiano stanno già entrando nei cicli naturali, con effetti in gran parte sconosciuti. "Sappiamo che la neve artica cattura nell'atmosfera i contaminanti che provengono dalle medie latitudini, mentre il ghiaccio agisce come memoria, conservando al suo interno gli inquinanti accumulatisi nel tempo", prosegue Tanita Pescatore, ricercatrice del Cnr-Isp e autrice della ricerca. "Tuttavia, a causa del riscaldamento globale e della fusione accelerata dei ghiacci, queste sostanze possono essere nuovamente rilasciate nell'ambiente, generando nuovi impulsi di contaminazione negli ecosistemi polari".</p>
<p class="v1elementToProof">"L'obiettivo fondamentale di questo tipo di studi è non solo dare un quadro aggiornato dello stato di contaminazione degli ambienti artici, ma anche quello di raccogliere dati cruciali per lo sviluppo di strategie internazionali integrate volte alla riduzione delle emissioni", concludono le ricercatrici. "Molti degli inquinanti rilevati, infatti, non sono ancora regolati da normative ambientali specifiche, rendendo urgente un coordinamento globale per proteggere la criosfera e, con essa, l'equilibrio climatico terrestre".</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Il dispositivo &amp;quot;camaleonte&amp;quot; che cambia colore con  gli stimoli esterni</title>
<link>https://www.italia24.news/il-dispositivo-camaleonte-che-cambia-colore-con-gli-stimoli-esterni</link>
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<description><![CDATA[ Sviluppato dai ricercatori del Cnr-Nanotec in collaborazione con l&#039;ENS Paris-Saclay, il nuovo gel a base di perovskite apre la strada a dispositivi ottici adattivi e sostenibili.  Il materiale innovativo è descritto in uno studio pubblicato sulla rivista Nano Energy ]]></description>
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<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 17:10:51 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof">Un team di ricercatori italiani dell'Istituto di Nanotecnologia del Consiglio Nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec) di Lecce e francesi dell'Università Paris-Saclay  (ENS Paris-Saclay) ha sviluppato un materiale innovativo capace di cambiare colore in risposta a stimoli ambientali come il calore e l'elettricità, aprendo nuove prospettive per applicazioni in finestre intelligenti, schermi adattivi e dispositivi ottici a basso consumo.</div>
<div class="v1elementToProof"></div>
<div class="v1elementToProof">Il nuovo materiale, descritto in uno studio <a href="https://doi.org/10.1016/j.nanoen.2025.111271" target="_blank" rel="noopener">pubblicato sulla rivista<span> </span><i>Nano Energy,</i> </a>è basato su perovskiti bidimensionali incorporate in un gel polimerico: è stato sviluppato nell'ambito di progetti europei e italiani legati alla transizione sostenibile, ai materiali avanzati e alla robotica medicale.</div>
<div class="v1elementToProof"></div>
<div class="v1elementToProof">"Il cuore dell'innovazione risiede in un approccio modulare, paragonabile a un gioco di costruzioni: variando le proporzioni tra i componenti principali – un copolimero e le perovskiti – è possibile regolare con precisione le proprietà ottiche, la temperatura di attivazione e la conducibilità del materiale", spiega Vincenzo Maiorano, dirigente tecnologo del Cnr-Nanotec coordinatore dello studio. "Il risultato è un gel multifunzionale che svolge sia il ruolo di elettrolita che di materiale cromogenico, capace di funzionare all'interno di dispositivi chiamati termo-elettrocromici (TECD), i quali offrono quattro stati ottici distinti in base alla combinazione di temperatura e tensione applicata".</div>
<div class="v1elementToProof"></div>
<div class="v1elementToProof">Il dispositivo sviluppato dimostra prestazioni particolarmente promettenti: è in grado, ad esempio, di modulare fino al 75% la trasmittanza luminosa, ovvero la quantità di luce visibile trasmessa attraverso una vetrata, che rappresenta uno dei valori più alti registrati per dispositivi di questo tipo. Inoltre, è particolarmente elevata la velocità di risposta: il passaggio da uno stato trasparente a uno colorato avviene in meno di un minuto, e il ritorno allo stato iniziale in pochi secondi. ed infine ha interessanti caratteristiche di stabilità e reversibilità, anche a temperature elevate (fino a circa 80 °C), con cicli di attivazione ripetuti senza perdita di efficienza.</div>
<div class="v1elementToProof"></div>
<div class="v1elementToProof">"Il nostro obiettivo è ora quello di ridurre ulteriormente la temperatura di transizione cromatica e introdurre nuovi materiali 2D più sostenibili, per rendere questi dispositivi ancora più efficienti e pronti per l'uso in contesti applicativi reali", aggiunge Marco Pugliese, tecnologo Cnr-Nanotec co- autore dello studio.</div>
<div class="v1elementToProof"></div>
<div class="v1elementToProof">"Con questo materiale abbiamo dimostrato che è possibile costruire dispositivi multifunzionali, efficienti e personalizzabili, pronti per affrontare le sfide della transizione energetica e dell'elettronica del futuro. Il risultato di questo studio rappresenta un primo esempio concreto di  come l'approccio modulare alla scienza dei materiali possa generare soluzioni flessibili e sostenibili, con impatti reali sulla vita quotidiana", conclude Fabrizio Illuminati, direttore del Cnr Nanotec.</div>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Almanacco della Scienza: il CNR dedica il nuovo numero all’universo dei “tubi”</title>
<link>https://www.italia24.news/almanacco-della-scienza-il-cnr-dedica-il-nuovo-numero-alluniverso-dei-tubi</link>
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<description><![CDATA[ Strutture cilindriche che attraversano tecnologia, natura e corpo umano: l’ultimo numero dell’Almanacco della Scienza del Cnr, esplora il tema dei tubi in tutte le sue declinazioni, grazie ai contributi delle ricercatrici e dei ricercatori dell’Ente ]]></description>
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<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 16:55:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<div class="v1elementToProof"><span><span>I tubi, gli elementi cilindrici che tutti conosciamo, vengono utilizzati in diversi campi, dalle costruzioni meccaniche al trasporto dell'acqua con le condutture. Ma forma tubolare hanno anche alcune parti del nostro corpo e delle piante. Per conoscere meglio l'"universo" dei tubi, a questo tema il CNR ha dedicato il numero dell'Almanacco della Scienza on line da oggi su </span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAf6100029-5115-720f-0832-0e3753c42bf7" href="https://almanacco.cnr.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">https://almanacco.cnr.it/</a></u>, esaminandolo in vari ambiti, con il supporto delle ricercatrici e dei ricercatori.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span></span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>Nel <b>Focus</b>, Giovanni Brunaccini dell'Istituto di tecnologie avanzate per l'energia "Nicola Giordano" parla dei </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAcae94718-300f-93aa-41d5-7a8b7e5dee33" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14716/il-futuro-delle-infrastrutture-sottomarine" target="_blank" rel="noopener noreferrer">gasdotti e dei cavi sottomarini</a></u></span><span>; il </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA9b3c94e3-4a9f-4aab-1185-289d788aa4d1" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14733/uno-dei-laser-piu-potenti-d-europa" target="_blank" rel="noopener noreferrer">laser e le sue tante potenziali applicazioni biomediche</a></u></span><span> sono spiegate da Federica Baffigi e Martina Salvadori dell'Istituto nazionale di ottica; e possibili </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA0efacd8c-4a87-b3e9-8b2c-88f032f0493d" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14722/nanovettori-biologici-tra-comunicazione-e-cura" target="_blank" rel="noopener noreferrer">applicazioni in campo biomedico hanno anche le nonoparticelle sintetiche</a></u></span><span>, alle quali lavora Giorgia Adamo dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica, che illustra i loro possibili usi, per esempio per il trasporto mirato dei farmaci; agli </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA60cc6f80-9a0c-1cbb-5085-b9d0bc50eb22" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14725/autostrade-particelle" target="_blank" rel="noopener noreferrer">acceleratori, apparecchiature tubolari in grado di rilevare minuscole particelle</a></u></span><span>, è dedicato l'intervento di Andrea Malagoli dell'Istituto superconduttori, materiali innovativi e dispositivi.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>Cristiana Sbrana dell'Istituto di biologia e biotecnologia agraria spiega invece le </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAaa8168c0-0d30-7e25-e55e-bb0030ec1e16" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14721/le-ife-componenti-preziose-l-ecosistema" target="_blank" rel="noopener noreferrer">funzioni svolte dalle ife dei funghi</a></u></span><span>; mentre Andrea Billi dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria si concentra su alcune </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA1638c7e4-f52b-e906-8891-21228c118e97" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14734/che-succede-quando-l-energia-si-incanala" target="_blank" rel="noopener noreferrer">forme di incanalamento dell'energia in natura</a></u></span><span>, quali le folgariti o i geyser; della </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA279794bf-281c-7536-3f6c-00e5bbc09e9f" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14719/volte-suonano" target="_blank" rel="noopener noreferrer">fisica nascosta negli strumenti musicali a fiato</a></u></span><span> come i flauti parla Carlo Andrea Rozzi dell'Istituto di nanoscienze; Alessia Famengo dell'Istituto di chimica della materia condensata e di tecnologie per l'energia racconta </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA96b3852a-6d48-e281-1b2a-b042ec6f7a15" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14736/storia-e-proprieta-dei-nanotubi-di-carbonio" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la storia e le proprietà dei nanotubi di carbonio</a></u></span><span>.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>Il tema torna in <b>Salute a tavola</b>, dove Marika Dello Russo dell'Istituto di scienze dell'alimentazione indica le </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA50ff5448-5757-5ec4-0189-7355c12ca33c" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14714/il-tubo-digerente-si-tutela-tavola" target="_blank" rel="noopener noreferrer">scelte corrette da fare per mantenere in buona salute il tubo digerente</a></u></span><span>; in <b>Curiosità</b>, in cui si racconta la </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAc472dad7-e505-dff8-93a5-2e30009c4ff8" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14727/la-rivoluzione-del-catodico" target="_blank" rel="noopener noreferrer">trasformazione apportate alla tecnologia della televisione con l'introduzione del tubo catodico</a></u></span><span>; in <b>Vita di mare</b>, in cui Ester Cecere, già ricercatrice dell'Istituto di ricerca sulle acque, illustra le </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA154a788e-00ba-c551-5bfa-ba103b94a4f3" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14728/vivere-un-tubo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">caratteristiche di due vermi tubolari</a></u></span><span>: i Sabellidi e i Serpulidi; in <b>Musei scientifici</b>, dedicato al </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA57c858dd-6985-14fa-ac9b-3d2405f409da" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14723/tubi-da-museo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Centro Pompidou di Parigi</a></u></span><span>, che presenta all'esterno della struttura tubi colorati e trasparenti; in <b>Sonetti matematici</b>, in cui Alessandro Moriconi dell'Istituto di ingegneria del mare propone un </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA4c0451dc-c090-8101-b6d9-e396cc68de9c" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14652/er-tubbo-de-pito" target="_blank" rel="noopener noreferrer">componimento in dialetto romanesco sul tubo di Pitot</a></u></span><span>, uno strumento in grado di misurare la velocità di un fluido.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>Nel <b>Faccia a faccia</b> abbiamo intervistato la </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA91d77881-a8af-4ada-088c-7dae4b59fe9b" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14738/l-altra-faccia-della-violenza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">cantautrice e compositrice Mirella Nava e l'attrice Daniela Poggi</a></u></span><span>, che sono in scena in questi giorni con uno spettacolo teatrale sulla violenza di genere.</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>In <b>Altra ricerca</b>, si ricordano l'undicesima edizione della "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAbdce76f2-5cfd-314c-e561-7598304b7d06" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14720/genova-l-innovazione-al-servizio-della-citta" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Genova Smart Week</a></u></span><span>"; l'evento "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA178709e0-cdb7-4ba6-8a47-99be63646650" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14718/dialogo-con-la-natura" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Natura protetta</a></u></span><span>", al Museo di Storia naturale di Udine; la trentanovesima edizione di "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA70a41497-0d21-1d76-be35-d7aabd1d0d08" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14717/ritorna-futuro-remoto" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Futuro Remoto</a></u></span><span>", al Museo della scienza di Napoli; lo studio internazionale guidato dall'Università di Padova che ha portato a una </span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA14b57eea-1c43-af5f-4110-d88793206df0" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14724/sclerosi-multipla-possibili-terapie-mirate" target="_blank" rel="noopener noreferrer">possibile nuova strategia terapeutica per curare la sclerosi multipla</a></u></span><span>; l'apertura dei bandi per progetti sull'Intelligenza Artificiale del "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA7ffcd1c3-9450-d972-aad1-2a9c33fdb8fc" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14726/eu4health-nuove-call-su-ricerca-e-innovazione-medica" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Work Programme 2025</a></u></span><span>".</span></div>
<div class="v1elementToProof"><span>Nelle <b>Recensioni</b>, si parla dei volumi "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA5a2d151d-a01f-24d9-185a-2b443fd1e30c" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14732/scrollo-e-mi-perdo-nel-mondo-virtuale-perche" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sommersi</a></u></span><span>" (Apogeo); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA04346faf-eecb-2e10-ccf0-2eb950e097a8" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14651/una-porta-d-ingresso-informata-sulla-cybersicurezza" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Breviario giuridico della cybersicurezza</a></u></span><span>" (Cnr Edizioni); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAd7d5c8be-42fb-1532-4a18-5110cdc8e4db" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14650/geografia-dell-innovazione-le-sfide-al-tempo-del-multipolarismo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Geopolitica e geografia dell'Innovazione</a></u></span><span>" (Callive); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA6b3f11a0-8bc9-bdf5-2443-b8ca1dade861" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14715/cosa-succede-citta" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Spiritualità metropolitane</a></u></span><span>" (Mimesis Rdizioni); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA718fe57e-1474-5f3d-4973-9b6e9b255f96" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14731/il-coming-out-della-malattia" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Malati</a></u></span><span>" (Codice Edizioni); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWAf1a77fa8-92d7-22eb-15ec-0cf69850ce90" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14730/proteggere-i-microbi" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I microbi salveranno il mondo?</a></u></span><span>" (Il Mulino); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA916dcb93-ee49-1a72-f031-3670f8ce7d88" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14729/acqua-un-bene-finito-un-mondo-assetato" target="_blank" rel="noopener noreferrer">50 grandi idee. Acqua</a></u></span><span>" (Dedalo); "</span><span><u><a class="v1OWAAutoLink" id="v1OWA03ad73f9-3bfc-2a0c-0ae3-17692f49970c" href="https://almanacco.cnr.it/articolo/14649/dialogo-sul-clima" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Dialogo con un adolescente sull'emergenza climatica</a></u></span><span>".</span></div>]]> </content:encoded>
</item>

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<title>13,8 milioni di euro per il giornalismo europeo: la Commissione investe in pluralismo e cooperazione transfrontaliera</title>
<link>https://www.italia24.news/138-milioni-di-euro-per-il-giornalismo-europeo-la-commissione-investe-in-pluralismo-e-cooperazione-transfrontaliera</link>
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<description><![CDATA[ Nuovi fondi di Europa Creativa per rafforzare la libertà di stampa, il giornalismo investigativo e le reti tra media indipendenti ]]></description>
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<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 20:14:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h3 data-start="594" data-end="654"><strong data-start="598" data-end="654">Bruxelles rilancia il sostegno al giornalismo libero</strong></h3>
<p data-start="656" data-end="1379">La <strong data-start="659" data-end="682">Commissione europea</strong> ha annunciato un nuovo stanziamento di <strong data-start="722" data-end="746">13,8 milioni di euro</strong> destinato a sostenere la collaborazione nel settore del giornalismo e del pluralismo dei media.<br data-start="842" data-end="845">L’iniziativa rientra nel <strong data-start="870" data-end="992">sesto invito annuale del <a href="https://culture.ec.europa.eu/creative-europe" target="_blank" rel="noopener">programma </a><a data-start="907" data-end="990" rel="noopener" target="_new" class="decorated-link cursor-pointer">Europa Creativa – Sezione Media </a></strong>e si articola in due linee d’azione principali: i <strong data-start="1043" data-end="1095">partenariati transfrontalieri per il giornalismo</strong> e il <strong data-start="1101" data-end="1137">sostegno al pluralismo dei media</strong>.<br data-start="1138" data-end="1141">L’obiettivo è chiaro: rafforzare la <strong data-start="1177" data-end="1223">resilienza del sistema informativo europeo</strong> in un momento di crisi strutturale per i media professionali, stretti tra la transizione digitale, la disinformazione e la fragilità economica del settore.</p>
<hr data-start="1381" data-end="1384">
<h3 data-start="1386" data-end="1453"><strong data-start="1390" data-end="1453">Due linee di finanziamento per un’informazione indipendente</strong></h3>
<p data-start="1455" data-end="2011">Il primo invito, dedicato ai <strong data-start="1484" data-end="1517">partenariati transfrontalieri</strong>, dispone di un bilancio di <strong data-start="1545" data-end="1568">6,9 milioni di euro</strong>.<br data-start="1569" data-end="1572">I progetti potranno ricevere fino a <strong data-start="1608" data-end="1653">2 milioni di euro per un periodo biennale</strong> e dovranno promuovere collaborazioni fra testate di diversi Paesi europei, condividendo risorse, contenuti e metodologie editoriali.<br data-start="1786" data-end="1789">L’obiettivo è costruire <strong data-start="1813" data-end="1844">reti giornalistiche stabili</strong> capaci di affrontare temi comuni, dal cambiamento climatico alla sicurezza, dalla salute pubblica all’economia europea, superando i confini nazionali e linguistici.</p>
<p data-start="2013" data-end="2486">La seconda linea, anch’essa dotata di <strong data-start="2051" data-end="2074">6,9 milioni di euro</strong>, sostiene organizzazioni in grado di agire come <strong data-start="2123" data-end="2139">intermediari</strong>: soggetti che distribuiscano fondi a <strong data-start="2177" data-end="2280">media locali, regionali, comunitari, investigativi o specializzati in notizie di interesse pubblico</strong>.<br data-start="2281" data-end="2284">Ogni progetto potrà ricevere un massimo di <strong data-start="2327" data-end="2350">2,5 milioni di euro</strong> per due anni di attività, con la finalità di rafforzare l’indipendenza e la sostenibilità dei piccoli editori e delle redazioni locali.</p>
<p data-start="2488" data-end="2636"><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/funding/call-proposals-journalism-partnerships-collaborations-2026" target="_blank" rel="noopener">Entrambi gli inviti resteranno <strong data-start="2519" data-end="2553">aperti fino al 4 febbraio 2026</strong>,</a> con procedure trasparenti di selezione e monitoraggio da parte della Commissione.</p>
<hr data-start="2638" data-end="2641">
<h3 data-start="2643" data-end="2677"><strong data-start="2647" data-end="2677">Un settore sotto pressione</strong></h3>
<p data-start="2679" data-end="3273">Con il progressivo spostamento del pubblico verso piattaforme online e social, i <strong data-start="2760" data-end="2782">media tradizionali</strong> europei faticano a mantenere la sostenibilità economica.<br data-start="2839" data-end="2842">Molte piccole redazioni indipendenti, soprattutto locali, rischiano di scomparire o di dipendere da grandi conglomerati editoriali, con un conseguente indebolimento del pluralismo informativo.<br data-start="3034" data-end="3037">La Commissione riconosce che <strong data-start="3066" data-end="3128">il giornalismo indipendente è un pilastro della democrazia</strong>: serve a informare i cittadini, a garantire la trasparenza delle istituzioni e a contrastare la disinformazione crescente nello spazio digitale.</p>
<hr data-start="3275" data-end="3278">
<h3 data-start="3280" data-end="3330"><strong data-start="3284" data-end="3330">Verso lo “Scudo europeo per la democrazia”</strong></h3>
<p data-start="3332" data-end="3913">Il sostegno al giornalismo rientra in una strategia più ampia dell’Unione Europea per <strong data-start="3418" data-end="3458">rafforzare la resilienza democratica</strong>.<br data-start="3459" data-end="3462">Come annunciato dalla Presidente <strong data-start="3495" data-end="3519">Ursula von der Leyen</strong> nel <strong data-start="3524" data-end="3637"><a data-start="3526" data-end="3635" rel="noopener" target="_blank" class="decorated-link cursor-pointer" href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/speech_25_2053">Discorso sullo Stato dell’Unione 2025,</a></strong> il giornalismo indipendente, l’alfabetizzazione mediatica e la protezione delle fonti saranno <strong data-start="3733" data-end="3799">elementi centrali del futuro “Scudo europeo per la democrazia”</strong>, un pacchetto di misure volto a garantire la libertà e il pluralismo dell’informazione in tutti gli Stati membri.</p>
<hr data-start="3915" data-end="3918">
<h3 data-start="3920" data-end="4001"><strong data-start="3924" data-end="4001">Approfondimento — Europa Creativa: il programma che investe nella cultura</strong></h3>
<p data-start="4003" data-end="4454">Lanciato nel 2014, <strong data-start="4022" data-end="4041">Europa Creativa</strong> è il principale strumento comunitario di finanziamento per i settori culturali e creativi.<br data-start="4132" data-end="4135">Nel periodo 2021-2027 dispone di un bilancio complessivo di <strong data-start="4195" data-end="4220">2,44 miliardi di euro</strong>, suddiviso in tre sezioni: <em data-start="4248" data-end="4257">Cultura</em>, <em data-start="4259" data-end="4266">Media</em> e <em data-start="4269" data-end="4285">Transettoriale</em>.<br data-start="4286" data-end="4289">La sezione <em data-start="4300" data-end="4307">Media</em> sostiene la produzione audiovisiva, la circolazione di contenuti europei e, sempre più, l’informazione indipendente e la cooperazione tra media.</p>
<hr data-start="4456" data-end="4459">
<h3 data-start="4461" data-end="4509"><strong data-start="4465" data-end="4509">Il contesto: pluralismo e sfide digitali</strong></h3>
<p data-start="4511" data-end="5082">Secondo il <strong data-start="4522" data-end="4607"><a data-start="4524" data-end="4605" class="decorated-link" href="https://cmpf.eui.eu/media-pluralism-monitor-2024/">Media Pluralism Monitor 2024 </a></strong>del Centre for Media Pluralism and Media Freedom (Istituto Universitario Europeo), i rischi per la libertà e la sostenibilità dei media restano alti in molti Paesi UE, inclusa l’Italia, soprattutto nei campi della <strong data-start="4822" data-end="4850">concentrazione economica</strong> e della <strong data-start="4859" data-end="4890">trasparenza della proprietà</strong>.<br data-start="4891" data-end="4894">In questo quadro, il nuovo invito della Commissione oltre ad essere un finanziamento è anche un <strong data-start="4980" data-end="5036">atto politico di tutela del diritto all’informazione</strong> e di consolidamento della democrazia europea.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Italia e Cina rilanciano la cooperazione scientifica: energia, intelligenza artificiale e biotecnologie al centro della 14ᵃ “Week of Science, Technology and Innovation”</title>
<link>https://www.italia24.news/italia-e-cina-rilanciano-la-cooperazione-scientifica-energia-intelligenza-artificiale-e-biotecnologie-al-centro-della-14%E1%B5%83-week-of-science-technology-and-innovation</link>
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<description><![CDATA[ Dal 13 al 15 novembre a Pechino e Hangzhou, ricercatori e imprese dei due Paesi si incontrano per sviluppare progetti comuni in energia, intelligenza artificiale e biotecnologie ]]></description>
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<pubDate>Thu, 06 Nov 2025 20:33:17 +0100</pubDate>
<dc:creator>Rossella Guido</dc:creator>
<media:keywords></media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><span>L’Italia lancia un nuovo impulso alla cooperazione scientifica con la Cina: in occasione della 14ᵃ edizione della “</span><a href="https://www.cittadellascienza-cina.it/edizione-2025/"><span>Week of Science, Technology and Innovation</span></a><span>” che si svolgerà </span><span>dal 13 al 15 novembre 2025</span><span>, a Pechino e Hangzhou, in Cina, tra i due Paesi sono stati annunciati bandi per progetti congiunti in ambito energia, intelligenza artificiale e biotecnologie.</span><a href="https://www.unina.it/en/w/xiv-settimana-cina-italia-della-scienza-della-tecnologia-e-dell-innovazione?utm_source=chatgpt.com"><span> </span></a></p>
<p dir="ltr"><span>L’iniziativa, promossa dal Ministero dell’Università e della Ricerca italiana e dal suo omologo cinese, mira a facilitare la mobilità dei ricercatori, lo scambio di tecnologie e la partecipazione a reti internazionali. </span></p>
<h3 dir="ltr"><span>Cooperazione scientifica italo-cinese: un ponte stabile tra ricerca e impresa</span></h3>
<p dir="ltr"><span>Il programma di cooperazione tra Italia e Cina si articola in una serie di </span><span>incontri annuali di matchmaking</span><span>, che si tengono alternativamente nei due Paesi, favorendo l’incontro tra imprese, università e centri di ricerca. A questi eventi si affiancano </span><span>servizi di informazione, animazione e supporto alla creazione di partenariati internazionali</span><span>, pensati per stimolare nuove collaborazioni e progetti di ricerca congiunti.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Accanto ai meeting principali, il calendario include </span><span>seminari tematici, workshop e incontri B2B</span><span>, oltre a un’intensa attività di promozione istituzionale condotta sotto l’egida dei rispettivi governi. Si tratta, a tutti gli effetti, di un’iniziativa inserita in uno </span><span>storico programma di cooperazione bilaterale</span><span> che, dal 2013, rappresenta uno dei punti di riferimento più solidi nelle relazioni scientifiche tra i due Paesi.</span></p>
<p dir="ltr"><span>L’organizzazione è affidata alla </span><span>Fondazione IDIS – Città della Scienza</span><span>, che coordina il programma sulla base dell’</span><span>Accordo Quadro firmato nel 2013</span><span> dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dal Ministero degli Affari Esteri, dal Ministero dello Sviluppo Economico, dall’Agenzia ICE, dall’Agenzia per l’Italia Digitale e da Città della Scienza stessa.</span></p>
<p dir="ltr"><span>L’iniziativa si svolge in stretta collaborazione con il </span><span>Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)</span><span> e vede il coinvolgimento di partner di primo piano del sistema dell’innovazione italiano: </span><span>ENEA</span><span>, </span><span>Enterprise Europe Network (EEN)</span><span>, </span><span>Gestore Servizi Energetici (GSE)</span><span> e </span><span>Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN)</span><span>, insieme a diverse agenzie regionali impegnate nella promozione dell’innovazione.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Sul fronte cinese, il programma è promosso dal </span><span>Ministry of Science and Technology (MOST)</span><span> e coordinato dal </span><span>Beijing Municipal Science &amp; Technology Commission (BMSTC)</span><span>, organismo emanazione del MOST, con il supporto della </span><span>Beijing Association for Science and Technology (BAST)</span><span>, membro della </span><span>Chinese Association for Science and Technology (CAST)</span><span>.</span></p>
<p dir="ltr"><span>Grazie a questa struttura consolidata, la </span><span>China-Italy Science, Technology &amp; Innovation Week</span><span> si conferma ogni anno come una piattaforma strategica per il dialogo scientifico, l’innovazione industriale e la crescita sostenibile condivisa tra i due Paesi.</span></p>
<p></p>]]> </content:encoded>
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<title>Samsung Galaxy TriFold | Lo smartphone del futuro che non arriverà in Europa</title>
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<description><![CDATA[ Samsung presenta il Galaxy TriFold, il primo smartphone pieghevole a tre sezioni. Innovativo e futuristico, sarà lanciato in Asia ma non arriverà subito in Europa. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 12:15:56 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Samsung Galaxy TriFold, smartphone pieghevole, tecnologia, innovazione, Galaxy Fold, futuro digitale, Corea del Sud, Asia, Europa, display flessibile, smartphone 2025</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h2 data-start="145" data-end="226"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="148" data-end="226"></strong></span></h2>
<h2 data-start="145" data-end="226"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="148" data-end="226">Samsung Galaxy TriFold: l’innovazione che piega il futuro, ma non l’Europa</strong></span></h2>
<p data-start="228" data-end="640"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Samsung alza ancora una volta l’asticella dell’innovazione tecnologica presentando ufficialmente il suo attesissimo <strong data-start="344" data-end="362">Galaxy TriFold</strong>, il primo smartphone pieghevole con <strong data-start="399" data-end="418">tripla cerniera</strong>. Il dispositivo, che rappresenta la nuova frontiera del design mobile, è stato mostrato in anteprima durante un evento in Corea del Sud, dove ha immediatamente catturato l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori.</span></p>
<p data-start="642" data-end="1135"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Il <strong data-start="645" data-end="663">Galaxy TriFold</strong> segna l’inizio di una nuova era per la tecnologia flessibile: il suo schermo può <strong data-start="745" data-end="771">aprirsi in tre sezioni</strong> fino a raggiungere una diagonale di circa <strong data-start="814" data-end="828">10 pollici</strong>, trasformando lo smartphone in un vero e proprio <strong data-start="878" data-end="904">tablet multifunzionale</strong>. Grazie al nuovo sistema di cerniere rinforzate e al display <strong data-start="966" data-end="987">Dynamic AMOLED 2X</strong>, Samsung promette una <strong data-start="1010" data-end="1034">durabilità superiore</strong> e un’esperienza visiva immersiva, ideale per il multitasking, la produttività e l’intrattenimento.</span></p>
<p data-start="1137" data-end="1522"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Il cuore del dispositivo è un processore di ultima generazione, abbinato a una fotocamera di livello professionale e a una batteria ottimizzata per gestire le diverse modalità d’uso. Il software, basato su <strong data-start="1343" data-end="1353">One UI</strong>, è stato riprogettato per consentire una gestione fluida delle finestre e delle app, permettendo di passare in un attimo da telefono compatto a workstation portatile.</span></p>
<p data-start="1524" data-end="1973"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Tuttavia, la notizia che ha sorpreso il pubblico europeo è che <strong data-start="1587" data-end="1644">Samsung non lancerà inizialmente il TriFold in Europa</strong>. Il dispositivo sarà disponibile solo in <strong data-start="1686" data-end="1718">Corea del Sud, Cina e Taiwan</strong>, con la possibilità di un debutto globale previsto per il 2026. La decisione, secondo fonti vicine all’azienda, sarebbe legata alla <strong data-start="1851" data-end="1874">produzione limitata</strong> e alla volontà di testare la risposta del mercato asiatico prima di una distribuzione più ampia.</span></p>
<p data-start="1975" data-end="2382"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Nonostante la delusione dei fan europei, il Galaxy TriFold conferma la posizione di <strong data-start="2059" data-end="2137">Samsung come leader indiscusso nell’innovazione dei dispositivi pieghevoli</strong>. Con un design futuristico, una tecnologia d’avanguardia e una visione sempre più orientata alla flessibilità, il TriFold non è solo uno smartphone, ma <strong data-start="2290" data-end="2379">un’anticipazione del modo in cui interagiremo con la tecnologia nel prossimo decennio</strong>.</span></p>
<p data-start="1975" data-end="2382"></p>
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<title>La scienza della felicità: perché l’equilibrio emotivo protegge la salute</title>
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<description><![CDATA[ Uno studio di Harvard e Cambridge rivela che la felicità moderata e stabile riduce il rischio di malattie e rinforza il sistema immunitario. Ecco perché l’equilibrio emotivo è la chiave del benessere. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 12:27:40 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>felicità, equilibrio emotivo, benessere, salute, psicologia positiva, Harvard, Cambridge, sistema immunitario, neuroscienze, stress, felicità sostenibile, serenità, mindfulness, longevità, benessere mentale, ricerca scientifica, emozioni, relazioni sociali, felicità e salute, serotonina, cortisolo</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<h1 data-start="120" data-end="194"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="122" data-end="194">La scienza della felicità: chi coltiva la serenità si ammala di meno</strong></span><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="122" data-end="194"></strong></span></h1>
<p data-start="196" data-end="576"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="196" data-end="218">Roma, ottobre 2025</strong> – Non serve essere euforici per vivere meglio: bastano equilibrio emotivo, relazioni autentiche e un pizzico di gratitudine quotidiana.</span><br data-start="354" data-end="357"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">È quanto emerge da uno studio congiunto tra l’Università di Harvard e l’Università di Cambridge, che conferma come la <strong data-start="475" data-end="506">felicità moderata e stabile</strong> abbia un impatto diretto sul sistema immunitario e sulla longevità.</span></p>
<p data-start="578" data-end="906"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">I ricercatori hanno seguito per oltre dieci anni 8.000 persone, monitorandone umore, abitudini e salute fisica. Il risultato? Chi manteneva un atteggiamento sereno ma realistico – senza oscillazioni estreme tra entusiasmo e frustrazione – mostrava una <strong data-start="830" data-end="905">riduzione del 30% del rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche</strong>.</span></p>
<h3 data-start="913" data-end="940"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"> La felicità che cura</span></h3>
<p data-start="942" data-end="1255"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Secondo il professor Mark Reynolds, coordinatore dello studio, “il cervello umano è progettato per cercare equilibrio, non euforia”.</span><br data-start="1074" data-end="1077"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Quando la felicità diventa un obiettivo ossessivo, il corpo reagisce con un aumento di cortisolo e adrenalina, ormoni che, a lungo andare, compromettono il sistema immunitario.</span></p>
<p data-start="1257" data-end="1549"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Al contrario, vivere con un atteggiamento <strong data-start="1299" data-end="1323">sereno e consapevole</strong> stimola la produzione di serotonina e dopamina in modo costante, favorendo il benessere psico-fisico.</span><br data-start="1425" data-end="1428"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Una felicità “sostenibile”, come la definiscono gli esperti, capace di nutrire la salute senza creare dipendenza emotiva.</span></p>
<h3 data-start="1556" data-end="1591"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"> Emozioni, relazioni e salute</span></h3>
<p data-start="1593" data-end="2092"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Il segreto, spiegano i ricercatori, è nella <strong data-start="1637" data-end="1669">qualità dei rapporti sociali</strong>: chi coltiva legami sinceri, ascolto reciproco e piccoli momenti di gratitudine vive meglio e più a lungo.</span><br data-start="1776" data-end="1779"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">“Non è la quantità delle relazioni a fare la differenza, ma la loro profondità,” osserva la psicologa italiana Elisa Marchi.</span><br data-start="1903" data-end="1906"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Le persone che praticano empatia e solidarietà mostrano una <strong data-start="1966" data-end="2000">maggior resilienza allo stress</strong> e un <strong data-start="2006" data-end="2037">miglior equilibrio ormonale</strong>, elementi chiave nella prevenzione di molte patologie.</span></p>
<h3 data-start="2099" data-end="2131"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"> La via dell’equilibrio</span></h3>
<p data-start="2133" data-end="2443"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Meditazione, sport leggero, contatto con la natura e una routine regolare sono strumenti semplici ma efficaci per mantenere una mente serena e un corpo in salute.</span><br data-start="2295" data-end="2298"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Le neuroscienze lo confermano: bastano 15 minuti al giorno di respirazione consapevole per <strong data-start="2389" data-end="2440">ridurre i marcatori di infiammazione nel sangue</strong>.</span></p>
<p data-start="2445" data-end="2579"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">La felicità, dunque, non è una meta da raggiungere, ma un’arte da coltivare ogni giorno — fatta di piccoli gesti, pause e gratitudine.</span></p>
<h3 data-start="2586" data-end="2634"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Conclusione: meno euforia, più equilibrio</span></h3>
<p data-start="2636" data-end="2951"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Essere felici sì, ma senza esagerare.</span><br data-start="2673" data-end="2676"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">La scienza ci invita a riscoprire la calma, la misura, la semplicità delle emozioni vere.</span><br data-start="2765" data-end="2768"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">In un mondo che ci spinge a correre, la vera rivoluzione è imparare a rallentare.</span><br data-start="2849" data-end="2852"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Perché la felicità autentica, quella che guarisce e rafforza, è <strong data-start="2916" data-end="2950">silenziosa, costante e gentile</strong>.</span></p>
<p data-start="2636" data-end="2951"></p>
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<title>Progetto Seed e Meccano Engineering: dall’ingegneria navale nasce il nuovo standard di sicurezza abitativa</title>
<link>https://www.italia24.news/progetto-seed-meccano-engineering-sicurezza-abitativa-2025</link>
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<description><![CDATA[ Il Progetto Seed unisce la tecnologia abitativa modulare all’ingegneria navale di Meccano Engineering per creare un nuovo standard di sicurezza e resilienza. Dall’esperienza delle grandi navi, un nuovo modo di abitare: resistente, sicuro e adattivo. ]]></description>
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<pubDate>Mon, 27 Oct 2025 21:03:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Progetto Seed, Meccano Engineering, sicurezza abitativa, edilizia modulare, ingegneria navale, architettura sostenibile, innovazione edilizia, case resilienti, abitazioni adattive, costruzioni antisismiche, Trieste, Caterina Rosso, Fulvio Grassi, tecnologia abitativa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 16.05pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><b>Il Progetto Seed incontra l</b><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><b><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span></b><b>ingegneria navale di Meccano Engineering: nasce un nuovo standard di sicurezza abitativa.</b><b><br></b><i style="mso-bidi-font-style: normal;">Dall</i><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>'</span><i style="mso-bidi-font-style: normal;">esperienza delle grandi navi una nuova visione dell</i><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>'</span><i style="mso-bidi-font-style: normal;">abitare: resistente, sicura, adattiva.<o:p></o:p></i></span><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"></i></span></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">(Trieste, 27.10.25) Il Progetto Seed, piattaforma innovativa nel campo della costruzione abitativa modulare, compie un nuovo passo nella sua corsa verso l<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span>innovazione, aprendo un dialogo con un settore sinonimo di efficienza e ingegneria complessa: quello navale.<br>In una giornata di confronto tecnico di alto livello, i team del Seed Project by Rosso hanno incontrato i rappresentanti di Meccano Engineering, società triestina di progettazione navale attiva a livello internazionale e recentemente selezionata al Monaco Yacht Show per il prestigioso Blue Wake Award. Protagonista dell’incontro è stato <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Fulvio Grassi</b>, figura di riferimento dell’ingegneria nautica italiana, che ha condiviso il proprio know-how con il sistema costruttivo Seed, collaborando con l<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span>architetto <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Caterina Rosso</b>, la project manager <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Nicole Boizico, </b>l’architetto<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"> Marta Godino</b> e l<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span>ingegnere <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Giovanni Basilisco.</b><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><br></b>I team interdisciplinari - composti da ingegneri civili, architetti e programmatori - hanno analizzato le peculiarità delle costruzioni navali, progettate per resistere a condizioni meteo-marine estreme grazie a strutture interamente in acciaio, capaci di assorbire sollecitazioni e deformazioni. Le proprietà di elasticità e resistenza di questo materiale potrebbero segnare una svolta nell<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>'</span>edilizia residenziale, offrendo abitazioni più sicure in un contesto climatico e geologico sempre più imprevedibile.<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><br></b>«Il mondo navale ci ha insegnato come affrontare le tempeste garantendo la sicurezza della nave e del suo equipaggio», ha detto Fulvio Grassi durante i lavori. «Questa stessa logica può essere tradotta nell<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>'</span>abitare civile, quando si tratta di resistere a eventi atmosferici estremi».<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><br></b>«Venire dal mondo delle costruzioni modulari e dialogare con chi progetta yacht e navi significa attingere a un bagaglio tecnico unico», spiega Caterina Rosso, anima creativa del progetto Seed. «Non vogliamo solo case <span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>“</span>sicure” — afferma — ma abitazioni resilienti, capaci di adattarsi, resistere e proteggere nel tempo».<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><br></b>In un contesto climatico e geologico sempre più imprevedibile, le abitazioni del domani devono andare ben oltre la resistenza sismica standard. Seed punta a costruire case capaci non solo di sopravvivere ai terremoti, ma anche a trombe d<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span>aria, monsoni, eventi meteorologici violenti.<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"> </b>E non è solo una questione di prestazioni: il progetto mantiene salda la sua identità architettonica. Linee minimali, modularità, estetica contemporanea e flessibilità compositiva costituiscono il DNA visivo di Seed, che mira a seguire le esigenze mutevoli di chi abita.<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"> <br></b>La collaborazione con l<span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span><span lang="AR-SA" dir="RTL"><span dir="RTL"></span><span dir="RTL"></span>’</span>ingegneria navale rappresenta quindi un passo strategico e visionario, che consolida Seed come modello pionieristico di abitazione resiliente, sicura e innovativa.<b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><o:p></o:p></b></span></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></span></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></span></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></span></p>
<p class="Default" style="line-height: normal; mso-hyphenate: none; margin: 0cm 0cm 12.0pt 0cm;"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></span></p>]]> </content:encoded>
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