House of Switzerland, Edelmann: “Più che una vetrina, uno spazio aperto dove il dialogo viene prima di tutto”
L’intervista ad Alexandre Edelmann, ambasciatore e capo di Presenza Svizzera: il senso della House of Switzerland a Milano, il valore delle relazioni tra Svizzera e Italia, la gestione del dolore dopo il dramma di Crans-Montana e l’idea di un Paese che tiene insieme tradizione, innovazione e apertura
La House of Switzerland non come luogo esclusivo di rappresentanza, ma come piattaforma di incontro. È questa l’idea che Alexandre Edelmann, ambasciatore e capo di Presenza Svizzera, consegna a Italia 24 nel corso di un’intervista che mette al centro non solo il racconto di un progetto di public diplomacy, ma anche una visione precisa delle relazioni tra Svizzera e Italia.
Nelle parole di Edelmann, la casa svizzera allestita nel contesto olimpico e paralimpico non nasce per esibire un’immagine patinata del Paese, bensì per creare uno spazio “gratuito” e “aperto” in cui svizzeri e italiani possano incontrarsi in modo naturale, attorno a sport, cultura, gastronomia e innovazione. Il punto, però, non è soltanto il programma. Il punto è ciò che resta dopo. La conversazione più importante, osserva, è infatti quella che continua oltre i Giochi, trasformando un momento simbolico in relazioni durevoli tra persone, istituzioni, imprese e territori.
L’impatto? Numeri e relazioni
Alla domanda su come si misuri l’impatto di un’operazione di questo tipo, Edelmann distingue tra indicatori immediati e risultati di lungo periodo. Da un lato ci sono i dati più visibili: i visitatori, la copertura mediatica, la presenza sui social. Nell’intervista riferisce che la House of Switzerland era già arrivata a quasi 100 mila visitatori dall’inizio di febbraio, pur con il programma ancora in corso. Dall’altro lato, però, il diplomatico insiste su un elemento più difficile da quantificare: la qualità delle relazioni che nascono e la fiducia che si consolida nel tempo.
È qui che entra in gioco la diplomazia pubblica, che Edelmann descrive come un lavoro fondato insieme su componenti quantitative e qualitative. Perché il successo vero, suggerisce, non coincide solo con l’affluenza o con la visibilità, ma con la capacità di generare collaborazioni future e di rafforzare la percezione reciproca tra due Paesi che condividono molto più di una semplice vicinanza geografica.
Il dopo Crans-Montana: “Rispetto, sobrietà, ma anche la vita che continua”
Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda la gestione del clima emotivo seguito al dramma di Crans-Montana. Edelmann riconosce con chiarezza il peso di quella ferita, definendola un trauma sentito profondamente sia in Svizzera sia in Italia. Proprio per questo, spiega, all’inizio di gennaio è stata presa la decisione di adattare il programma della House of Switzerland, soprattutto nelle componenti più festive.
La scelta, nelle sue parole, è stata quella di tenere insieme due esigenze: da una parte il rispetto e la sobrietà, dall’altra la necessità di mantenere una presenza pubblica a Milano in occasione dei Giochi. Ne emerge una linea che rifiuta sia la rimozione sia la spettacolarizzazione del dolore. Edelmann parla di “comprensione” e “benevolenza” percepite a Milano, e sottolinea come molti interlocutori italiani abbiano espresso empatia e solidarietà. Il risultato è stato, a suo avviso, un’esperienza attraversata da emozioni miste: il lutto e la consapevolezza che la vita pubblica e il dialogo tra Paesi devono continuare.
Sport-tech, food-tech e turismo sostenibile: la Svizzera che vuole raccontarsi
Nella strategia di racconto internazionale della Svizzera, tre filoni emergono con particolare evidenza: sport-tech, food-tech e turismo sostenibile. Non si tratta, spiega Edelmann, di temi scelti casualmente, ma di assi che rappresentano bene la Svizzera contemporanea, capace di tenere insieme tradizione e innovazione. “L’innovazione esiste grazie alla tradizione”, afferma in sostanza, indicando una continuità piuttosto che una rottura.
Sul fronte dello sport, richiama il ruolo della Svizzera come hub di federazioni internazionali e come ecosistema in cui tecnologia, performance e salute si intrecciano in modo naturale. Sul food, insiste su una doppia dimensione: il patrimonio gastronomico classico, ma anche la ricerca avanzata nel campo dell’alimentazione e della sostenibilità. Quanto al turismo, il focus è sul modello alpino: un turismo che sia sì economicamente rilevante, ma che non consumi i territori, e che permetta a chi vive nelle regioni montane di abitarle in modo equilibrato durante tutto l’anno.
“L’umano al centro”
Eppure, nel momento in cui gli si chiede quale messaggio vorrebbe davvero lasciare ai visitatori, Edelmann sposta il discorso altrove. Non indica un singolo settore, né una parola-chiave di policy. Indica piuttosto un principio: la centralità dell’umano. È questo, per lui, il primo tratto che un visitatore dovrebbe portarsi via dalla House of Switzerland. Innovazione, sostenibilità, cooperazione e sviluppo vengono dopo. Prima c’è la disponibilità all’incontro.
In questo senso, la Svizzera viene descritta come un Paese abituato a lavorare nella pluralità: quattro lingue nazionali, culture diverse, apertura internazionale, collaborazione come metodo ordinario. Da qui nasce anche una concezione molto netta del dialogo: non come formula retorica, ma come condizione essenziale per trovare soluzioni, soprattutto quando non si è già d’accordo. Anzi, il rischio più grande, osserva Edelmann, è proprio quello di parlare solo con chi la pensa come noi, chiudendosi in una bolla.
La diplomazia come relazione, non solo come immagine
L’intervista lascia così emergere un profilo preciso della House of Switzerland: non un semplice padiglione identitario, ma un dispositivo di relazione. E, insieme, un’idea di diplomazia che non si esaurisce nella comunicazione istituzionale, ma passa dalla costruzione di spazi comuni, accessibili, in cui la reputazione internazionale si intreccia con la qualità delle esperienze vissute.
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