Milano parla di sostenibilità. Tra narrazione e azioni concrete, oltre lo slogan
La città guida della transizione verde italiana tra piani ambiziosi e risultati reali
Milano è una delle città europee che più esplicitamente ha scelto di legare il proprio futuro alla transizione ecologica. Lo ha fatto con atti formali, investimenti, sperimentazioni urbane e mettendosi sotto osservazione, aderendo alla Missione UE “100 Climate-Neutral and Smart Cities by 2030” con la firma nel 2024 del Climate City Contract, con cui si impegna ad accelerare il percorso verso la neutralità climatica, anticipando gli obiettivi fissati dal proprio Piano Aria e Clima (PAC).
Dietro le parole, alcuni fatti. Il PAC, approvato definitivamente nel 2022, è il documento guida: prevede la riduzione delle emissioni di CO₂ di almeno il 45% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050, attraverso cinque assi strategici: qualità dell’aria, energia, mobilità sostenibile, adattamento climatico, benessere urbano. È una delle pianificazioni più avanzate in Italia ma il punto non è la retorica dell’ambizione: è capire quanto Milano stia davvero cambiando.
Sul fronte della mobilità, la città è diventata un laboratorio regolatorio: Area C, la congestion charge nel centro storico, e Area B, la vasta low emission zone che copre gran parte del territorio urbano, limitano progressivamente i veicoli più inquinanti. Le delibere istitutive e gli aggiornamenti del Comune documentano anni di applicazione sistematica, con effetti misurabili su traffico e ossidi di azoto nell’area centrale. Tuttavia, la narrazione “Milano città senz’auto” sarebbe scorretta: l’uso dell’auto privata resta elevato, la logistica urbana è ancora fortemente fossilizzata, e la transizione verso una città 30 allargata e ciclabile procede ma non è compiuta. Lo stesso PAC riconosce che la mobilità è uno dei nodi principali da sciogliere.
Un fronte in cui Milano gioca davvero d’anticipo è la forestazione urbana. Con il progetto Forestami, promosso da Comune, Città Metropolitana e partner istituzionali, l’obiettivo è piantare 3 milioni di alberi entro il 2030 nell’area metropolitana. La rendicontazione aggiornata al 5 aprile 2024 certifica oltre 610.000 piante messe a dimora tra alberi e arbusti: un numero importante, ma ancora lontano dal traguardo. Qui la verifica raffredda la propaganda: il ritmo deve crescere in modo significativo se si vuole trasformare l’annuncio in infrastruttura verde strutturale e non in semplice simbolo.
I dati sulla qualità dell’aria mostrano una storia più complessa, ma leggibile. Secondo i report di ARPA Lombardia, il 2023 è stato “l’anno migliore di sempre” per diversi inquinanti: rispetto dei limiti annuali per PM10 e PM2.5 in tutte le stazioni regionali, drastica riduzione delle violazioni per NO₂, quadro complessivamente in miglioramento. Nel 2024, i dati certificati confermano il rispetto dei limiti annuali per PM10 e PM2.5 anche nell’area milanese, con NO₂ in rientro anche nelle stazioni più critiche. Tuttavia, restano numerosi superamenti del limite giornaliero per il PM10 e perdurano problemi legati all’ozono, come in gran parte della Pianura Padana.
Tradotto: le misure strutturali come il rinnovo del parco veicoli, le zone a traffico limitato, l'efficienza energetica producono effetti visibili, ma non autorizzano a parlare di “città pulita”. Il margine tra rispetto dei limiti di legge e obiettivi OMS resta significativo.
Sul piano climatico ed energetico, il Climate City Contract inserisce Milano nel gruppo ristretto delle città europee che hanno assunto impegni stringenti al 2030, con interventi su edifici pubblici, teleriscaldamento, comunità energetiche, quartieri “carbon neutral” pilota, mobilità elettrica e active mobility. È un salto di governance rilevante, sostenuto anche dai programmi europei (NetZeroCities). Ma la neutralità climatica integrale in pochi anni resta, ad oggi, un obiettivo di frontiera: gli stessi documenti comunali parlano di accelerazione e sperimentazioni mirate, non di un risultato già garantito. Chi racconta una Milano “zero emissioni entro il 2030” senza queste cautele sta semplificando.
C’è poi la dimensione sociale della sostenibilità, spesso oscurata dalle immagini dei tetti verdi e dei boschi verticali. Nei documenti programmatici più recenti (come le modifiche al DUP 2025–2027) la città lega esplicitamente politiche ambientali, casa accessibile, prossimità dei servizi e mobilità dolce, ad esempio nella visione dei “15 minuti”. Ma qui la verifica è severa: caro-affitti, disuguaglianze tra centro e periferie, fragilità energetiche degli edifici popolari restano nodi aperti. La sostenibilità urbana, se vuole essere credibile, deve misurarsi su questi fronti, non solo sulle metriche della CO₂.
Milano è davvero uno dei laboratori più avanzati d’Italia sulla transizione verde: esiste un piano climatico vincolante, esistono progetti misurabili, esistono numeri che raccontano miglioramenti reali. Allo stesso tempo, molti degli slogan che circolano sul “modello Milano” reggono solo se appoggiati ai documenti ufficiali e letti con prudenza: gli obiettivi sono ambiziosi, gli strumenti sono in campo, ma il divario tra target annunciati e risultati già conseguiti resta significativo.
Raccontare la sostenibilità a Milano, oggi, significa esattamente questo: riconoscere le innovazioni dove sono certificate, e confutare le scorciatoie narrative. Non basta dire “la città corre verso la neutralità climatica”; bisogna chiedere, ogni volta: con quali atti, con quali numeri, con quali tempi, con quali effetti per chi ci vive.
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