Non era solo un sacerdote. Don Mimì Dragone era un amico. Di quelli veri, che non si scelgono per convenienza ma che si riconoscono nel cuore. A tre anni dalla sua scomparsa, il suo nome non è un ricordo sbiadito, ma una presenza che continua a camminare accanto a chi lo ha conosciuto. Era un uomo che sapeva ascoltare, che sapeva aspettare, che sapeva ridere. E con un semplice gesto fraterno – una carezza, una battuta, uno sguardo complice – riusciva a strappare un sorriso anche a chi era immerso nel buio più profondo.
Nato nel 1942, in un'Italia che cercava di rialzarsi, Don Mimì ha imparato presto che la speranza si costruisce con le mani e con il cuore. La sua vocazione non era fatta di altari dorati, ma di strade polverose, di case umili, di silenzi condivisi. Ordinato sacerdote da Monsignor Vito Roberti, avrebbe potuto percorrere sentieri comodi, ma scelse quelli più impervi, quelli dove la fede si fa carne, dove la Chiesa è casa e non palazzo.
Quando arrivò a Marcianise, trovò rovine. Ma lui vedeva germogli. Dove c'erano chiese cadenti, lui vedeva comunità da rialzare. Dove c'era diffidenza, lui offriva pazienza. E così, mattone dopo mattone, gesto dopo gesto, nacque una nuova chiesa: Santa Maria Penitente in Nostra Signora di Fatima. Non solo un edificio, ma un abbraccio. L'altare al centro, i banchi a ferro di cavallo: perché nessuno fosse spettatore, ma tutti protagonisti.
Don Mimì era il pastore che conosceva per nome le sue pecore. Non era il prete delle grandi omelie, ma delle piccole attenzioni. Era quello che ti fermava per strada per chiederti come stavi davvero. Quello che ti faceva ridere anche quando avevi il cuore a pezzi. Perché l'amicizia, quella vera, è anche questo: saper portare luce dove c'è ombra, saper essere presenza quando tutto sembra assenza.
Nel 1999 consacrò il Santuario Nostra Signora di Fatima, ma la sua vera consacrazione era quotidiana: nei sorrisi dei bambini, nelle lacrime condivise con chi soffriva, nei silenzi pieni di fede. Quando un furto sacrilego portò via l'ostensorio alla vigilia di Pasqua, non si lasciò abbattere. Fece rintagliare i pezzi in legno da un artigiano locale e poi, con le sue stesse mani, lo ricompose. "La fede non si ruba. Si ricostruisce, si rinnova, si benedice." Parole che oggi risuonano come un testamento spirituale.
Durante la pandemia, quando tutto si fermava, lui apriva il suo balcone. Celebrava la messa da lì, come un amico che non abbandona mai. E diceva: "Dovete scegliere la vita, sempre." Non era solo un invito alla speranza, era un abbraccio collettivo, un modo per dire: "Io ci sono."
Fino all'ultimo, ha continuato a sognare. Una sala commiato, un luogo di dignità per chi saluta i propri cari. Perché l'amicizia vera non ha paura della morte. La attraversa, la consola, la illumina.
Oggi, Don Mimì Dragone ive nei racconti, nei sorrisi, nei gesti di chi ha imparato da lui. Vive nel Santuario, sì, ma soprattutto vive nei cuori. Perché un amico di fede non si dimentica. Si porta dentro. E ogni volta che qualcuno riesce a sorridere nonostante tutto, è come se Don Mimì fosse lì, con quel suo modo semplice e profondo di dire: "Va tutto bene, ci sono io."