Istruzione, lavoro e diseguaglianze persistenti: l’Italia di fronte ai suoi vincoli strutturali

Il nuovo rapporto Istat 2024 racconta un Paese che migliora ma non abbastanza: aumentano i laureati, cresce l’occupazione giovanile, diminuiscono i divari territoriali e di genere in alcuni ambiti. Tuttavia la distanza dall’Europa resta ampia e la mobilità sociale continua a dipendere dal contesto familiare

Dicembre 5, 2025 - 16:18
Istruzione, lavoro e diseguaglianze persistenti: l’Italia di fronte ai suoi vincoli strutturali

L’analisi dei dati Istat relativi al 2024 offre l’occasione per riflettere sulla relazione strutturale tra istruzione, occupazione e disuguaglianze in Italia. Ci troviamo di fronte a un quadro che non può essere letto né con il linguaggio dell’emergenza né con quello del trionfalismo. Le trasformazioni in atto, infatti, sono reali ma lente, spesso insufficienti a modificare in profondità la gerarchia delle opportunità che contraddistingue il mercato del lavoro italiano.

L’Italia, in particolare, continua a distinguersi nel panorama europeo per la modesta diffusione del titolo terziario ovvero dei percorsi di studio che seguono il diploma, dalle lauree ai corsi professionalizzanti degli Istituti Tecnologici Superiori, e per un ritardo che, nonostante i progressi, tende a perpetuarsi. Il capitale umano del Paese cresce, ma non abbastanza da compensare decenni di sottoinvestimento. I processi di convergenza con l’Europa appaiono parziali, e la loro intensità non è ancora sufficiente per ridurre le distanze nei tempi che la competizione globale richiederebbe.

Il capitale umano italiano: una lenta convergenza frenata da limiti strutturali

Nel 2024, la quota di adulti con un titolo secondario superiore si attesta al 66,7%, valore ormai allineato alla media europea. È tuttavia sul fronte della formazione terziaria che emergono i nodi più rilevanti: solo il 22,3% dei 25-64enni possiede un titolo universitario o equivalente, contro il 36,1% della media UE. Questo divario, lungi dal ridursi, tende a mantenersi, segno che le dinamiche nazionali non si muovono alla stessa velocità del contesto europeo.

La situazione è ancor più evidente osservando la fascia 25-34 anni: il 31,6% di laureati costituisce un miglioramento, ma resta significativamente lontano dall’obiettivo europeo del 45%. Questo ritardo si collega a due fattori: la minore diffusione di percorsi terziari professionalizzanti (come gli ITS), marginali nel nostro ordinamento, e la persistente selettività sociale dell’accesso all’università. In Italia, più che altrove, il livello di istruzione dei genitori continua a determinare quello dei figli, sottraendo al sistema la sua funzione di ascensore sociale.

Divari territoriali in attenuazione: un processo di ribilanciamento, non di superamento

Uno degli aspetti più discussi del rapporto riguarda la riduzione del differenziale Nord-Mezzogiorno nei tassi di occupazione dei laureati. Nel 2024 lo scarto tra i 25-64enni scende a 11 punti percentuali; tra i 30-34enni a 17,8 punti, molto meno rispetto ai 26,5 punti registrati nel 2018. È un progresso reale, attribuibile sia alla crescita occupazionale più sostenuta nel Mezzogiorno sia a dinamiche migratorie interne che negli ultimi anni sembrano essersi ridotte rispetto al passato.

Sarebbe tuttavia ingenuo interpretare questi dati come un segnale di riequilibrio strutturale. Il Sud resta caratterizzato da una domanda di lavoro insufficiente, da un tessuto produttivo meno diversificato e da una maggiore esposizione all’instabilità economica. La riduzione dei divari non implica la loro scomparsa, ma piuttosto la loro trasformazione. La convergenza è più un prodotto di dinamiche cicliche che l’esito di una ristrutturazione profonda del sistema produttivo meridionale.

Il paradosso del capitale umano femminile: più elevate qualifiche, minori opportunità

Un dato ormai stabile nel tempo è quello della maggiore scolarizzazione femminile: il 25,9% delle donne tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo terziario, contro il 18,7% degli uomini. Questo risultato potrebbe suggerire un’erosione delle disuguaglianze di genere. Eppure, sul mercato del lavoro tali progressi non trovano un adeguato riscontro: il tasso di occupazione femminile rimane di venti punti inferiore rispetto a quello maschile.

Ciò indica che in Italia l’istruzione delle donne produce ritorni occupazionali meno elevati rispetto a quelli degli uomini, a parità di titolo. Le ragioni sono molteplici: un welfare familiare che continua ad attribuire alle donne la funzione primaria di cura; servizi educativi per la prima infanzia insufficienti; una segmentazione del mercato del lavoro che penalizza i percorsi femminili. È un fenomeno che conferma il nesso tra istruzione e occupazione, ma che al tempo stesso rivela la persistenza di barriere strutturali incomprimibili tramite la sola leva educativa.

I giovani e la transizione scuola-lavoro: miglioramenti evidenti ma non uniformi

Il miglioramento più significativo riguarda i giovani. Nel 2024 il tasso di occupazione dei neo laureati raggiunge il 77,3% e quello dei neo diplomati il 60,6%. Crescono più che nel resto d’Europa e diminuiscono i tassi di disoccupazione. È un segnale incoraggiante, che indica una certa capacità del mercato del lavoro di assorbire i giovani in formazione o appena usciti dai percorsi formativi.

Tuttavia, questo progresso convive con la persistenza di un fenomeno caratteristico del caso italiano: la forte eterogeneità delle traiettorie. I NEET restano il 15,2%, valore molto superiore alla media europea. L’abbandono scolastico precoce scende al 9,8%, avvicinandosi al target UE, ma mantiene una marcata connotazione territoriale e sociale. Le differenze tra chi ha genitori laureati e chi proviene da famiglie con basso capitale culturale continuano a essere tra le più elevate in Europa.

In altre parole, il sistema migliora ma non si democratizza. Le opportunità aumentano ma non si distribuiscono equamente.

L’istruzione come fattore di protezione (ancora) decisivo

Un tratto costante del mercato del lavoro italiano, che i dati confermano con chiarezza, è la forte relazione tra titolo di studio e occupabilità. Nel 2024, tra i 25-64enni, il tasso di occupazione raggiunge l’84,7% per i laureati, contro il 74,0% dei diplomati e il 55,0% di chi possiede al massimo un titolo di scuola secondaria inferiore. Gli incrementi osservati nell’ultimo anno sono più consistenti proprio nei livelli più bassi di istruzione, ma il divario rimane ampio.

Questo “premio dell’istruzione” rende evidente una caratteristica strutturale del nostro mercato del lavoro: è un sistema selettivo, nel quale la posizione occupazionale tende a riflettere in modo quasi meccanico la posizione formativa. Per questo motivo, ogni ritardo nell’accumulazione di capitale umano non è un problema isolato, ma un vincolo che incide per decenni sulla produttività, sui redditi e sulla coesione sociale.

Una modernizzazione incompiuta

Il quadro delineato dall’Istat restituisce l’immagine di un Paese in transizione, ma non ancora in trasformazione. Il miglioramento degli indicatori è indiscutibile: diminuiscono i divari territoriali, cresce l’occupazione giovanile, cala il tasso di abbandono scolastico e si riduce l’asimmetria tra domanda e offerta per alcune categorie. Tuttavia, le fragilità restano profonde e radicate.

L’Italia sconta un ritardo storico nell’investimento in capitale umano, un sistema formativo che fatica a essere inclusivo, un mercato del lavoro che premia l’istruzione ma non sempre la valorizza in modo coerente e un impianto di welfare che continua a trasferire alle famiglie – e soprattutto alle donne – il costo della conciliazione.

Se l’obiettivo è colmare la distanza con l’Europa e garantire un’effettiva mobilità sociale, occorre una strategia che vada oltre l’adeguamento degli indicatori: è necessaria una riforma culturale e istituzionale che riconosca l’istruzione come infrastruttura fondamentale dello sviluppo. Solo allora le dinamiche osservate potranno tradursi in un cambiamento realmente strutturale.

L’Italia sta cambiando, ma molto resta da fare. Il compito della sociologia è ricordarci che i numeri non sono soltanto misure: sono la rappresentazione delle condizioni di vita di milioni di persone e, al tempo stesso, il punto di partenza per immaginare un futuro diverso. L’auspicio è che questo futuro possa fondarsi su un sistema educativo più equo, un mercato del lavoro più inclusivo e una società meno diseguale.

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Rossella Guido Giornalista scientifica, Direttore responsabile di Italia 24. Comunicatrice con una solida esperienza nella divulgazione accademica e istituzionale. Dal 2025 è direttrice responsabile di "Italia 24", testata giornalistica digitale che coniuga scienza e attualità, promuovendo un’informazione autorevole e orientata alla comprensione critica del presente. Scrive regolarmente interviste e articoli per “Bnews”, testata giornalistica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nel corso della sua carriera ha intervistato figure di spicco come Randi Zuckerberg, Reshma Saujani e Federico Faggin affrontando temi quali l’Intelligenza Artificiale, il ruolo etico della tecnologia, l’educazione per il cambiamento sociale e la finanza sostenibile. È co-ideatrice di "Asclepio AI", un ecosistema che comprende clinica, ricerca e comunicazione, con l’obiettivo di costruire un dialogo concreto tra Intelligenza Artificiale, salute e società, facilitando la collaborazione tra strutture cliniche, centri di ricerca, università, aziende e territorio.