Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne: cosa dicono i dati

L’Indagine Istat 2025 rivela un Paese che cambia, ma non abbastanza, tra nuova consapevolezza e persistenti zone d’ombra

Novembre 25, 2025 - 07:20
Novembre 24, 2025 - 12:06
Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne: cosa dicono i dati

La violenza contro le donne è una realtà strutturale, sedimentata nella vita quotidiana, nelle relazioni affettive, nei luoghi di lavoro, nello spazio pubblico e privato. E soprattutto è una realtà che, nonostante vent’anni di dibattiti, campagne e politiche, non accenna a scomparire. Dai dati preliminari dell'Indagine Istat 2025 sulla “Sicurezza delle donne”, frutto di un lungo lavoro con il Dipartimento per le Pari Opportunità, ci consegna una fotografia ampia, dettagliata e in alcuni passaggi drammatica di quanto accade nel nostro Paese .

Una fotografia che, come spesso accade quando emergono numeri in apparenza noti, chiede però qualcosa in più della semplice lettura. Chiede interpretazione e contesto di ciò che l’Italia è e soprattutto di ciò che non è ancora riuscita a diventare.

Un Paese che non cambia abbastanza

Il primo dato è il più immediato: il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni – circa 6,4 milioni – ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Una quota enorme che resta sostanzialmente già nota dalle precedenti indagini del 2006 e del 2014, segno che, nel complesso, la prevalenza della violenza non si riduce.

La stessa stabilità emerge guardando alle violenze degli ultimi cinque anni tra le donne italiane 16-70 anni: 11% nel 2014, 11% nel 2025. La violenza sessuale aumenta (dal 6,4% al 7,3%), quella fisica diminuisce leggermente (dal 6,8% al 6,1%), ma la sintesi non cambia: la violenza resta lì, radicata, resistente al tempo e alle misure.

Non è un arretramento, ma non è un avanzamento. È immobilismo. Ed è forse il dato più preoccupante dell’intera indagine.

Le giovanissime: la nuova faglia sismica del Paese

C’è però un cambiamento, ed è tra i più allarmanti che emergono dal rapporto: crescono in modo significativo le violenze contro le ragazze di 16-24 anni. Qui la prevalenza della violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni passa dal 28,4% del 2014 al 37,6% del 2025. Un aumento impressionante, quasi dieci punti percentuali, che fotografa una condizione nuova: le ragazze, le adolescenti, le giovani donne sono più esposte oggi di ieri. Soprattutto alle violenze sessuali, che esplodono dal 17,7% al 30,8%.

Si tratta di un salto epocale che ribalta ogni narrazione ottimistica su una generazione “più consapevole” perché cresciuta con il linguaggio dei diritti. In realtà proprio questa generazione vive un contesto sociale più complesso: iperconnessione digitale, spazi di socialità frammentati, relazioni sentimentali più brevi e talvolta più conflittuali, cultura della performance, pornografia iperaccessibile, esposizione costante allo sguardo altrui.

Gli autori, del resto, cambiano con loro: per le giovanissime aumentano sia le violenze degli ex partner (dal 5,7% al 12,5%) sia quelle da uomini non partner (dal 15,3% al 28,6%). È la conferma che la violenza non è un “residuo culturale” delle generazioni precedenti, ma una dinamica che si rigenera, si trasforma, si aggiorna.

Dentro la famiglia e fuori: due mondi, un’unica radice

Colpisce sempre, nei dati Istat, il peso degli ex partner. Tra le donne che hanno avuto una relazione, il 18,9% subisce violenza fisica o sessuale da un ex, contro il 2,8% dal partner attuale. E gli ex partner sono responsabili del 59,1% degli stupri (e di un altro 4,7% i partner attuali). In totale, quasi due stupri su tre avvengono in contesti affettivi o ex affettivi.

Questo significa che la violenza contro le donne in Italia ha una radice precisa: la gestione del potere e della libertà nella relazione di coppia. Quando la relazione finisce, il controllo diventa possesso ferito, rancore, persecuzione. Lo confermano anche i dati sullo stalking, molto più diffuso tra gli ex.

Fuori dalla coppia lo scenario cambia: gli autori diventano più eterogenei – conoscenti, amici, colleghi, sconosciuti – e aumentano soprattutto le molestie fisiche sessuali, ricevute dal 19,2% delle donne. Qui è lo spazio pubblico a mostrare le sue ombre: luoghi di lavoro, mezzi di trasporto, scuole, strade.

Eppure, nonostante la differenza dei contesti, la matrice culturale resta identica: il corpo delle donne come accesso, diritto, proprietà. Un pensiero antico che trova forme moderne.

Il sommerso: il vero gigante che non si muove

Se c’è un dato che dovrebbe scuotere la politica, non è la prevalenza della violenza: è la prevalenza del silenzio.

Solo il 13,3% delle donne ha denunciato almeno una delle violenze subite nel corso della vita.
Solo il 10,5% ha denunciato le violenze del partner o ex partner negli ultimi cinque anni.
Solo il 7,2% ha denunciato quelle da non partner.

Il sommerso, dunque, resta enorme. Peggio: non diminuisce rispetto al 2014. E questo significa che, nonostante la maggiore consapevolezza, le donne non percepiscono le istituzioni come un luogo sicuro dove rivolgersi.

È un fallimento di sistema: delle forze dell’ordine, della giustizia, dei servizi, ma anche della società, che continua a giudicare, isolare, colpevolizzare.

Non a caso la soddisfazione verso le forze dell’ordine scende dal 48,7% del 2014 al 38,2% del 2025 tra chi ha denunciato.

Una maggiore consapevolezza: finalmente un segnale di cambiamento

In mezzo a dati così duri, uno spiraglio di cambiamento c’è: la crescita della consapevolezza.

Le vittime che considerano la violenza un reato aumentano dal 30,1% al 36,3%.
Le richieste di aiuto ai Centri antiviolenza raddoppiano (dal 4,4% all’8,7%).
Crescono i ricorsi ai servizi specializzati.
Cresce la percezione della gravità delle violenze.

Le donne, insomma, stanno affinando lo sguardo, riconoscendo ciò che hanno subito, mettendo nome alle esperienze. È un passo enorme, perché la violenza non esiste se non la si nomina. E per decenni – come sanno bene le operatrici antiviolenza – la prima battaglia è stata proprio contro la cancellazione linguistica.

La consapevolezza è un seme. Ma per farlo germogliare serve un terreno che lo accolga.

La salute come fattore di vulnerabilità

Un capitolo poco discusso ma molto rilevante riguarda la salute: le donne che riferiscono problemi fisici o malattie croniche subiscono più violenze nel corso della vita (36,1%). Sono più fragili, più esposte, più isolate. Ma negli ultimi cinque anni la prevalenza di violenza su di loro scende leggermente al 9,5%.

È un paradosso: la vulnerabilità strutturale aumenta l’esposizione nel corso della vita, ma la condizione di salute – spesso accompagnata da minore mobilità o socialità – può ridurre l’interazione con gli autori potenziali. È un dato che meriterebbe analisi più approfondite.

Violenza psicologica: la forma più vasta, la meno visibile

La violenza fisica e sessuale ha numeri impressionanti, ma la violenza psicologica ha una diffusione ancora più ampia: 17,9% delle donne in coppia. E tra gli ex partner arriva al 27,9%.

Parliamo di umiliazioni, denigrazioni, controllo, isolamento, minacce, intimidazioni. Comportamenti che non lasciano lividi ma plasmano la vita.

L’aspetto più interessante – e positivo – è la diminuzione rispetto al 2014: dal 21,6% al 18,7%. In particolare verso il partner attuale, con un calo significativo nelle forme di isolamento e controllo. È un segnale che parla di nuove relazioni? Di maggiore autonomia femminile? Di un cambiamento generazionale? Non lo sappiamo, ma è un dato incoraggiante.

Violenza economica: la nuova frontiera del controllo

L’indagine rileva in modo dettagliato anche la violenza economica, concetto ormai centrale nel dibattito internazionale. Tra le donne in coppia, l’1,1% subisce violenza economica dal partner attuale, ma il dato sale al 10,2% quando si considerano gli ex partner. È una forma di controllo pervasiva: impedire di lavorare, di gestire il proprio denaro, di accedere alle informazioni economiche della famiglia, fino al danneggiamento dei beni personali.

E c’è un legame evidente tra violenza economica e esclusione dalle decisioni familiari: tra le donne che la subiscono, il 35,4% non decide sulle spese importanti, e più della metà non ha un reddito proprio. Il nodo è cruciale: senza indipendenza economica, uscire dalla violenza diventa quasi impossibile.

I figli: testimoni, vittime, eredi della violenza

Un elemento che l’indagine non mette ai margini, anzi: il ruolo dei figli. Il 62,1% dei figli delle donne che subiscono violenza nella coppia assiste agli episodi; il 19,6% li subisce direttamente. Con conseguenze evidenti: ansia, aggressività, disturbi del sonno, problemi scolastici.

È un dato devastante, che rompe la narrazione della violenza come fatto “privato”: la violenza domestica è un’eredità che si trasmette, un imprinting emotivo che segna una generazione.

Un Paese diviso: territori, istruzione, status civile

La violenza non è uniforme. Cambia con: 

  • lo stato civile (più alta tra le nubili: 22,4%)

  • l’età (picco tra 16-24 anni)

  • il titolo di studio (curiosamente più alta tra diplomate e laureate)

  • la condizione lavorativa (altissima tra le studentesse: 36,2%)

  • il territorio (Nord-Est e Centro più colpiti, Sud più segnato dalla violenza da partner)

Sono differenze che narrano un’Italia fratturata, dove il contesto sociale plasma il rischio, la percezione, le possibilità di cercare aiuto.

Cosa ci dice davvero questa fotografia

La prima e vera conclusione è che la violenza contro le donne non è un fenomeno in regressione. L’Italia non peggiora, ma non migliora. E questo, dopo decenni di lavoro, è un campanello d’allarme.

La seconda conclusione è che la violenza cambia forma, seguendo il cambiamento delle relazioni e dei contesti. Aumenta quella sulle giovanissime; si riduce quella del partner attuale ma crescono gli episodi degli ex; aumenta la violenza fuori dalla coppia.

La terza conclusione è che le donne stanno cambiando: più consapevoli, più informate, più pronte a riconoscere la violenza. Ma non sono ancora messe nella condizione di potersi fidare delle istituzioni.

La quarta conclusione è che le politiche pubbliche non bastano. Perché se non cresce la fiducia nelle forze dell’ordine, nella giustizia, nei servizi, la denuncia non aumenta. E senza denuncia, la catena della violenza resta intatta.

Cosa serve davvero: dieci punti non negoziabili

  1. Un sistema di protezione che funzioni davvero, con tempi rapidi, personale formato, strumenti certi.

  2. Piena attuazione della Direttiva europea sulla violenza contro le donne, che chiede standard uniformi e obblighi chiari.

  3. Più centri antiviolenza, meglio finanziati, meglio distribuiti sul territorio.

  4. Un grande piano educativo nazionale sul consenso, le relazioni, il rispetto, rivolto soprattutto ai ragazzi.

  5. Un sistema di raccolta dati continuo, non ogni dieci anni.

  6. Formazione obbligatoria per forze dell’ordine, magistratura, sanitari.

  7. Riforme dei tempi della giustizia, oggi incompatibili con la protezione delle vittime.

  8. Un rafforzamento dei percorsi di autonomia economica delle donne.

  9. Un welfare che non costringa le donne alla dipendenza economica.

  10. Un discorso pubblico che non minimizzi, non relativizzi, non giustifichi.

La violenza contro le donne è un fenomeno complesso, multidimensionale, radicato. Ma non è inevitabile. Non appartiene al destino di un Paese. Appartiene alla responsabilità di un Paese.

L’Italia del 2025 non è un’Italia indifferente. È un’Italia che riconosce sempre più la violenza, che la vede, che la nomina. Ma è anche un’Italia che non riesce a fermarla, a prevenirla, a proteggere chi la subisce. Un’Italia che lascia ancora troppo sole le donne che chiedono aiuto, e ancor più quelle che non trovano il coraggio di farlo.

Se la violenza non cala, non è perché è impossibile sradicarla. È perché non abbiamo ancora cambiato abbastanza: cultura, istituzioni, narrative, strutture sociali, educazione sentimentale, modelli di potere.

E non cambierà finché non capiremo che la violenza contro le donne non è un fenomeno di cronaca.
È uno specchio. E in questo specchio l’Italia non può più permettersi di guardare dall’altra parte.

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Redazione Italia24 News