Frankenstein 2025: La carne, la colpa e la compassione
Guillermo del Toro reinventa il mito di Shelley: un poema visivo sulla nostra umanità
C’è un momento, a metà del film, in cui la creatura di Jacob Elordi osserva il proprio volto riflesso nell’acqua. Non urla, non fugge. Lo contempla, come farebbe un bambino che non riconosce ancora se stesso. In quell’istante, Guillermo del Toro riassume tutto il suo cinema: la paura non è mai mostruosa, ma profondamente umana.
Con Frankenstein 2025 il regista messicano torna alla radice del mito gotico per trasformarlo in una tragedia sull’abbandono, la paternità e la colpa. È il film che inseguiva da trent’anni, “il mio sogno più vecchio”, ha detto lui stesso a Vanity Fair , e si sente: ogni fotogramma vibra della sua ossessione per le creature incompresse e per l’amore impossibile tra chi crea e chi distrugge.
La tragedia di chi vuole essere Dio
Oscar Isaac, nei panni di Victor Frankenstein, restituisce un dottore meno scienziato e più sacerdote della modernità, divorato dal desiderio di comprendere la vita e condannato dalla sua stessa ambizione. Del Toro lo filma come un Prometeo barocco, circondato da una scenografia che pare un organismo vivente: laboratori immersi nella nebbia, tubi pulsanti come vene, luci calde che fendono l’oscurità del peccato.
La fotografia di Dan Laustsen (già collaboratore del regista in La forma dell’acqua) ricrea una bellezza decadente e tattile, dove il terrore non è dato dall’ombra ma dalla luce che la rivela. È un gotico viscerale, più vicino a Cronos che a Blade II, un’opera di carne e compassione.
Il mostro che diventa uomo
Jacob Elordi sorprende: lontano dall’archetipo del gigante balbettante, la sua creatura è fragile, quasi infantile. Del Toro ribalta il paradigma: il vero mostro è l’uomo che rifiuta la propria creazione, non chi nasce deforme ma chi sceglie l’indifferenza.
Nelle sue mani, Frankenstein diventa un dramma quasi religioso sulla responsabilità morale del creatore, un tema che risuona oggi più che mai, in un’epoca di intelligenze artificiali e di esperimenti genetici al confine dell’etica.
L’estetica del sentimento
La messa in scena è sontuosa ma mai autoreferenziale. Del Toro dosa poesia e orrore, alternando momenti di puro lirismo a scatti di brutalità improvvisa.
Le musiche di Alexandre Desplat amplificano la malinconia del racconto, e Mia Goth, nel ruolo di Elizabeth, offre un contrappunto delicato e tragico, simbolo dell’amore impossibile tra vita e morte.
Ogni scelta registica, dal ritmo ipnotico ai silenzi sospesi, suggerisce una domanda: che cosa resta dell’uomo quando sfida Dio e fallisce?
Un film di redenzione
Frankenstein 2025 non è un horror nel senso classico, ma un’opera densa, filosofica, intima.
A differenza delle versioni hollywoodiane precedenti, questa creatura non chiede di essere temuta: chiede di essere compresa. E nel farlo, del Toro ci mette davanti allo specchio più sincero del nostro tempo.
Chi si aspetta il brivido puro troverà una meditazione visiva sulla solitudine. Chi invece cerca il cuore dentro il mostro uscirà dal cinema in silenzio, con una consapevolezza nuova sulla bellezza della vita.
La pagella di Italia 24
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Aspetto |
Valutazione |
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Regia |
⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ Visionaria e intima, del Toro al suo apice |
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Interpretazioni |
⭐️⭐️⭐️⭐️ Isaac intenso, Elordi sorprendente |
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Fotografia |
⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ Barocca, sensuale, carica di simbolismo |
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Colonna sonora |
⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ Desplat intreccia malinconia e meraviglia |
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Sceneggiatura |
⭐️⭐️⭐️⭐️ Fedele a Shelley, ma attuale e poetica |
Valutazione finale:
Un capolavoro gotico e morale, dove l’orrore diventa compassione e la morte si fa poesia.
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