Oltre il greenwashing: il turismo sostenibile che cambia davvero le regole del viaggio
Dati scientifici, standard internazionali e buone pratiche per trasformare il turismo in una leva di transizione ecologica, non in un’etichetta di marketing
Negli ultimi anni la parola “sostenibilità” la troviamo ovunque. È sulle brochure, nei post promozionali, nei programmi delle fiere di settore, e ormai compare anche nei nomi di hotel e resort. Ma dietro questa patina “verde” spesso si nasconde poco più di una strategia comunicativa.Il turismo, ricordano gli studi pubblicati su Nature Climate Change e su Nature Communications insieme alle analisi dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), è responsabile da solo di una quota compresa tra il 5 e il 9% delle emissioni globali di gas serra — una cifra destinata a crescere se non si interviene in modo strutturale.
Il paradosso è evidente: viaggiare ci arricchisce, ma al tempo stesso consuma. Non solo in termini ambientali, ma anche sociali e culturali. Aumentano i voli low cost, ma crescono anche le emissioni; fioriscono mete esotiche “instagrammabili”, ma si svuotano i centri storici di residenti. Così, mentre il turismo si proclama sostenibile, i dati dicono che il suo impatto continua a crescere più rapidamente del PIL globale.
Per superare la retorica e dare al termine “sostenibile” un significato reale, serve tornare ai numeri e alle norme. Il programma Measuring the Sustainability of Tourism (MST) delle Nazioni Unite, adottato nel 2024, è oggi la prima piattaforma ufficiale in grado di misurare, con criteri comuni, l’impronta ambientale, economica e sociale del turismo. Non più solo buone intenzioni, ma indicatori verificabili: emissioni di CO₂, consumo idrico, gestione dei rifiuti, tutela della biodiversità, condizioni di lavoro.
La Organisation for Economic Co‑operation and Development (OECD) nel rapporto Tourism Trends and Policies sottolinea come il turismo possa essere parte della soluzione se abbandona l’idea di “compensare” e inizia davvero a “ridurre”. Significa spostarsi meno ma meglio: preferire il treno all’aereo, alloggiare in strutture che utilizzano energie rinnovabili e che gestiscono responsabilmente acqua e rifiuti, scegliere esperienze che sostengono le comunità locali invece di sfruttarle. La sostenibilità, in fondo, è un equilibrio di prossimità.
La dimensione del cambiamento climatico obbliga però a un salto ulteriore. Gli scenari della Commissione nel progetto Sustainable EU Tourism – Shaping the Tourism of Tomorrow (2023-2025) che affronta la sostenibilità delle destinazioni turistiche europee, mostrano come il turismo stesso sia tra le prime vittime della crisi ambientale: ondate di calore che rendono invivibili alcune città d’arte, mari che erodono spiagge e infrastrutture, montagne che perdono ghiacciai e attrattiva stagionale. Le politiche di adattamento e la pianificazione territoriale diventano quindi parte integrante del turismo del futuro: non più “aggiustamenti”, ma strategie di sopravvivenza per interi territori.
La sfida è culturale prima che tecnica. Un turismo sostenibile si costruisce certamente con criteri, certificazioni e standard, ma soprattutto con una nuova coscienza del viaggio: quella che riconosce i limiti del pianeta non come un ostacolo ma come parte della straordinaria esperienza.
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