Il farmacista clinico tra formazione e sistema sanitario

Intervista a Maria Cecilia Giron, docente di Farmacologia e direttrice del Master in Farmacia Clinica dell’Università di Padova

Gen 21, 2026 - 13:47
Gen 21, 2026 - 13:51
Il farmacista clinico tra formazione e sistema sanitario

La crescente complessità dei percorsi di cura rende sempre più evidente la necessità di figure professionali capaci di integrare competenze farmacologiche avanzate e visione clinica all’interno dei team multidisciplinari. È in questo contesto che si consolida il ruolo del farmacista clinico, al centro del convegno Il farmacista (sempre più) clinico. Una professione al centro del percorso terapeutico, svoltosi il 14 gennaio all’Archivio Antico di Palazzo del Bo, a Padova.

L’incontro, ospitato dall’Università di Padova, ha messo a confronto esperienze, modelli europei e prospettive normative, offrendo una fotografia aggiornata di una figura professionale destinata a incidere in modo strutturale sulla qualità e sulla sicurezza delle cure.

Il farmacista clinico tra Europa e Italia

In molti Paesi europei, dal Regno Unito al Belgio, dalla Spagna ai Paesi nordici, il farmacista clinico è da tempo parte integrante dei reparti ospedalieri, delle terapie intensive, dei programmi di antimicrobial stewardship e della gestione delle cronicità. Un modello che ha dimostrato, dati alla mano, di migliorare appropriatezza prescrittiva, outcome clinici e sostenibilità dei sistemi sanitari.

Anche in Italia il quadro sta cambiando. Le esperienze presentate durante il convegno hanno mostrato come il farmacista clinico contribuisca in modo determinante alla revisione delle terapie, alla gestione della politerapia nell’anziano fragile, al supporto nelle scelte terapeutiche complesse e nella produzione di farmaci avanzati, dalla terapia intensiva all’assistenza territoriale.

Professoressa Giron, perché oggi si parla con tanta forza di farmacista clinico?

«Nell’ultimo ventennio la medicina ha compiuto passi da gigante in termini di precocità diagnostica, intervento clinico ed efficacia delle terapie farmacologiche e avanzate. Patologie un tempo considerate incurabili e ad alta mortalità si sono trasformate in malattie croniche, con un significativo prolungamento dell’aspettativa e della qualità di vita.

Parallelamente, è cambiato profondamente il profilo dello specialista medico, sempre più focalizzato sulla gestione di specifici gruppi di patologie, così come quello del paziente, che oggi richiede risposte rapide, chiare e spesso “risolutive”. La crescente disponibilità di informazioni – non sempre affidabili – attraverso internet e i social media ha inoltre favorito la ricerca del cosiddetto “super specialista”, contribuendo ad aumentare la complessità del sistema.

Tutto questo ha portato a un contesto sanitario estremamente articolato, che non può più permettersi una gestione frammentata della terapia farmacologica. Basti pensare che ogni anno l’Agenzia Europea dei Medicinali approva circa un centinaio di nuovi farmaci, a ulteriore testimonianza della complessità crescente nella gestione delle terapie.

L’aumento delle cronicità, della politerapia, dell’utilizzo di farmaci ad alto rischio, di dispositivi medici e delle terapie avanzate rende quindi indispensabile una figura dotata di competenze farmacologiche approfondite in specifici ambiti clinici, ma anche di una reale visione globale del paziente, considerando età, comorbidità, stato psicofisico e contesto familiare, lavorativo e sociale.

Il farmacista clinico risponde a questa esigenza: opera all’interno dei team multidisciplinari, contribuisce alla revisione critica delle terapie, intercetta e previene errori, migliora l’appropriatezza prescrittiva e supporta le decisioni terapeutiche più complesse. Non si tratta di un ruolo “aggiuntivo”, ma di una risposta strutturale ai bisogni attuali del sistema di cura, con ricadute significative sia sulla qualità di vita del paziente che sull’efficienza e sulla sostenibilità del sistema sanitario».

In Europa è una figura già consolidata. L’Italia è pronta?

«L’Italia sta compiendo passi importanti, ma si trova ancora in una fase di transizione. In molti Paesi europei, il farmacista clinico ospedaliero è da anni una presenza stabile nei reparti, nelle terapie intensive, nei programmi di antimicrobial stewardship e nella gestione delle patologie croniche.

Nel Regno Unito, inoltre, si è sviluppata anche la figura del farmacista prescrittore, che si occupa direttamente della gestione di alcune patologie minori (ad esempio infezioni urinarie non complicate, sindromi simil-influenzali e infezioni cutanee superficiali). In questi casi il farmacista può prescrivere i farmaci necessari seguendo protocolli rigorosi, elaborati in collaborazione con il medico clinico-specialista, con medicinali appropriati e rimborsati dal Servizio Sanitario anglosassone. Questo approccio consente un intervento tempestivo, riducendo il rischio di aggravamenti legati a un ritardo nell’inizio della terapia.

I dati inglesi mostrano un aumento costante degli accessi in farmacia e un elevato livello di soddisfazione dei cittadini, a fronte di una riduzione dei tempi di attesa per le visite mediche. Ciò permette ai medici di concentrarsi sulle patologie più complesse e al sistema sanitario inglese di ottimizzare l’impiego delle risorse. La collaborazione strutturata tra medico, farmacista e servizio sanitario pone il cittadino al centro di un modello virtuoso, in cui ogni professionista contribuisce in modo complementare al benessere della comunità.

Anche in Italia esistono esperienze eccellenti. Nel corso dell’evento abbiamo cercato di valorizzarle attraverso il contributo di cinque direttori di reparti di farmacia ospedaliera operanti in contesti diversi – ospedali universitari, ULSS/ASL e IRCCS – provenienti da Padova, Roma e Germania, insieme alla rappresentanza dei giovani farmacisti delle farmacie aperte al pubblico (FENAGIFAR) e ad un’esperienza concreta di collaborazione tra clinico medico e clinico farmacista.

Queste realtà dimostrano come, grazie all’impegno dei singoli professionisti e delle singole strutture, il farmacista clinico svolga un ruolo fondamentale nel garantire sicurezza e appropriatezza delle cure, migliorare gli outcome clinici e contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario. La sfida, oggi, è trasformare queste esperienze virtuose in modelli riconosciuti e diffusi, integrando in modo strutturale il farmacista clinico nei percorsi assistenziali.

Un percorso che negli Stati Uniti è già ampiamente consolidato, dove esistono figure di farmacisti clinici altamente specializzati in contesti assistenziali specifici – come Emergency Medicine Pharmacy, Critical Care Pharmacy, Oncology Pharmacy, Pain Management Pharmacy o Pediatric Pharmacy – a seguito di un percorso formativo di circa dieci anni o poco più».

Quanto conta la formazione in questo percorso?

«La formazione è l’elemento chiave. Grazie al costante impegno delle società scientifiche dei farmacisti ospedalieri, come SIFO e SIFACT in Italia e EAHP (European Association of Hospital Pharmacists) a livello europeo, sono stati sviluppati percorsi formativi mirati a fornire una preparazione avanzata, strutturata e fortemente orientata alla pratica clinica ultraspecialistica, in stretta collaborazione con le università.

Diversi modelli europei dimostrano chiaramente che il farmacista clinico cresce attraverso percorsi post-laurea dedicati, formazione sul campo e lo sviluppo di competenze cliniche, comunicative e decisionali. La formazione non può quindi essere improvvisata, ma deve essere riconosciuta, continua e integrata nei contesti assistenziali reali.

È proprio in questa direzione che si inserisce il Master FACTO, recentemente attivato presso l’Università di Padova grazie a una forte collaborazione tra il Dipartimento di Scienze del Farmaco e i Direttori delle Unità Operative di Farmacia Ospedaliera dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, dell’ULSS 6 Euganea e dell’IOV. L’obiettivo è colmare il divario tra teoria e pratica, formando farmacisti capaci di dialogare con i clinici, interpretare il contesto assistenziale e contribuire attivamente alle decisioni terapeutiche.

Se vogliamo che il farmacista clinico diventi una risorsa stabile e strutturale del sistema sanitario, dobbiamo investire seriamente nella formazione avanzata. Non può trattarsi di percorsi occasionali, legati esclusivamente all’impegno e all’entusiasmo di singoli professionisti o di poche realtà ospedaliere, ma di opportunità accessibili e riconosciute per tutti coloro che desiderano intraprendere questo avanzamento di professionalità e competenza.

In questo contesto si inserisce anche l’intervento della Dott.ssa Di Turi, Direttore dell’UO di Farmacia Ospedaliera ASL Roma 3 e Segretario Generale e Responsabile Legale di SINAFO, che nel corso dell’evento ha illustrato il nuovo disegno di legge attualmente in discussione al Senato sul farmacista clinico, finalizzato a rimodellare e aggiornare l’attuale sistema assistenziale.

L’attenzione crescente sul piano politico e normativo rappresenta un’ulteriore conferma della presa di coscienza dell’importanza strategica del farmacista clinico nella società contemporanea. Una figura chiamata a operare non solo nelle diverse aree cliniche ospedaliere, ma anche a raccogliere la sfida della continuità delle cure sul territorio, contribuendo a restituire alla farmacia aperta al pubblico un ruolo centrale di supporto al paziente, in modo complementare e integrato all’attività del medico di medicina generale».

Una figura strategica per la continuità delle cure

Dal confronto tra accademia e sistema sanitario è emerso con chiarezza il valore del farmacista clinico nella continuità ospedale-territorio. La sua integrazione nei team consente di ridurre errori, migliorare la sicurezza del paziente e garantire maggiore coerenza terapeutica nei passaggi tra diversi setting assistenziali, soprattutto nei pazienti fragili e cronici.

Il convegno ha acceso i riflettori sul necessario riconoscimento normativo di questa figura nel contesto italiano, alla luce delle strategie già adottate a livello europeo.

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Rossella Guido Giornalista scientifica, Direttore responsabile di Italia 24. Comunicatrice con una solida esperienza nella divulgazione accademica e istituzionale. Dal 2025 è direttrice responsabile di "Italia 24", testata giornalistica digitale che coniuga scienza e attualità, promuovendo un’informazione autorevole e orientata alla comprensione critica del presente. Scrive regolarmente interviste e articoli per “Bnews”, testata giornalistica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nel corso della sua carriera ha intervistato figure di spicco come Randi Zuckerberg, Reshma Saujani e Federico Faggin affrontando temi quali l’Intelligenza Artificiale, il ruolo etico della tecnologia, l’educazione per il cambiamento sociale e la finanza sostenibile. È co-ideatrice di "Asclepio AI", un ecosistema che comprende clinica, ricerca e comunicazione, con l’obiettivo di costruire un dialogo concreto tra Intelligenza Artificiale, salute e società, facilitando la collaborazione tra strutture cliniche, centri di ricerca, università, aziende e territorio.