Zack Kass: l’intelligenza artificiale ci costringerà a ripensare scuola, lavoro e identità
L’ex responsabile Go-to-Market di OpenAI presenta la teoria della “Unmetered Intelligence”: l’AI diventerà una risorsa economica, abbondante e scalabile come l’elettricità ma il suo impatto dipenderà dalla capacità umana di governarla
Al Forum WOMA di Milano Zack Kass ha raccontato la sua visione del futuro dell’intelligenza artificiale: una tecnologia destinata a diventare sempre più accessibile ed economica, capace di moltiplicare il potenziale umano ma anche di amplificare passività, isolamento, rischi digitali e crisi identitarie. La sfida, secondo l’ex OpenAI, oltre ad essere tecnologica riguarderà l’educazione, la qualità delle città, la sicurezza e il significato che attribuiamo al lavoro.
L’intelligenza artificiale non renderà automaticamente tutti più intelligenti. Renderà però strumenti estremamente potenti disponibili a un numero sempre maggiore di persone.
È da questa distinzione che prende avvio l’intervento di Zack Kass al Forum WOMA di Milano, appuntamento dedicato a pharma, medtech, healthcare e life sciences.
Strategist, speaker e autore, Kass ha lavorato dal 2021 al 2023 come responsabile Go-to-Market di OpenAI, dove ha contribuito alla costruzione delle attività commerciali, delle partnership e delle soluzioni rivolte alle imprese. Oggi affianca aziende, istituzioni e governi nella comprensione delle conseguenze economiche e sociali dell’intelligenza artificiale.
Nel suo libro più recente, The Next Renaissance: AI and the Expansion of Human Potential, interpreta l’intelligenza artificiale come uno dei grandi salti tecnologici della storia, paragonabile alla stampa, all’elettricità o alla macchina a vapore: uno strumento più efficiente, una vera infrastruttura in grado di modificare il modo in cui la società produce conoscenza, valore e innovazione.
Al centro del suo intervento c’è la teoria della “Unmetered Intelligence”, formulata nel 2021 insieme a Boris Power, allora responsabile della research engineering di OpenAI.
L’espressione può essere resa come intelligenza non a consumo: una forma di intelligenza computazionale che, come l’elettricità o l’acqua corrente, diventa progressivamente economica, abbondante e scalabile, fino a poter essere utilizzata senza dover misurare continuamente la quantità consumata.
«A un certo punto l’intelligenza avrebbe cominciato a comportarsi come una risorsa», racconta Kass. «Sarebbe diventata molto abbondante perché sarebbe diventata molto economica».
L’AI non significa intelligenza universale
Kass chiarisce subito un possibile equivoco. La disponibilità di sistemi capaci di analizzare dati, produrre testi, risolvere problemi e generare nuove ipotesi non implica che tutte le persone diventeranno più brillanti.
«La Unmetered Intelligence non significa che tutti saranno intelligenti», afferma. «Internet non significa fare ricerca. Essere alfabetizzati non significa leggere. Avere un abbonamento in palestra non significa allenarsi».
La tecnologia, in altre parole, crea una possibilità, non garantisce un risultato.
«Significa che tutti avranno accesso a strumenti di pensiero. E ciò che ne faremo, individualmente e collettivamente, determinerà i risultati».
La questione decisiva è quanto gli esseri umani saranno capaci di usarle gli strumenti di intelligenza artificiale per apprendere, creare e prendere decisioni migliori.
Il rischio di una società che smette di pensare
Il primo scenario problematico descritto da Kass è quello dell’“idiocracy”, termine ripreso dall’omonimo film di Mike Judge per indicare una società in cui gli individui scoprono che pensare criticamente non è più indispensabile alla sopravvivenza e, progressivamente, smettono di farlo.
Secondo Kass, alcuni segnali di declino cognitivo osservati tra i giovani non possono essere attribuiti direttamente all’intelligenza artificiale. Il fenomeno sarebbe iniziato molto prima della diffusione dei sistemi generativi: intorno al 2012, con l’adozione di massa degli smartphone; nel 2015, con la progressiva scomparsa dei lavori estivi tra gli adolescenti; e nel 2020, con il trasferimento online di gran parte dell’esperienza scolastica.
«Abbiamo creato un mondo dove poter dire a un’intera popolazione: non dovete fare nulla», osserva Kass. «E abbiamo dato loro uno strumento per fare esattamente questo: il telefono».
Ma la stessa abbondanza che consente ad alcuni di rinunciare allo sforzo permette ad altri di raggiungere risultati prima difficilmente immaginabili.
Kass cita giovani campioni di scacchi, atleti e musicisti che hanno utilizzato le piattaforme digitali per apprendere autonomamente e sviluppare competenze eccezionali.
È una nuova curva modello: da una parte chi utilizza la tecnologia per ridurre al minimo il proprio coinvolgimento, dall’altra chi la impiega per esplorare, sperimentare e accelerare il proprio percorso di crescita.
Insegnare a imparare, non soltanto a sapere
È su questo terreno che Kass colloca la necessità di ripensare profondamente la scuola.
I sistemi educativi tradizionali, sostiene, chiedono agli studenti di dimostrare il possesso di determinate conoscenze in una serie di passaggi successivi, ma in un mondo in cui strumenti, professioni e competenze cambiano rapidamente, questa impostazione rischia di diventare insufficiente.
Le qualità decisive dovrebbero essere almeno due: la responsabilità verso gli altri e la capacità di utilizzare gli strumenti disponibili.
«Dovremmo insegnare ai ragazzi a imparare, non a sapere», afferma Kass. L’obiettivo è formare persone capaci di aggiornarsi, affrontare problemi nuovi e orientarsi in contesti in trasformazione.
Per Kass, è altrettanto importante permettere ai giovani di sperimentare che cosa significhi dedicarsi profondamente a qualcosa. «Sfidate i ragazzi a padroneggiare qualcosa», dice rivolgendosi a genitori ed educatori. «Non importa che cosa sia, in futuro staranno molto meglio».
Lo sport, la musica, l’arte, la ricerca o un progetto personale possono insegnare la disciplina, la perseveranza e il valore della competenza profonda, qualità che rischiano di perdersi in percorsi costruiti soltanto per accumulare esperienze da inserire in un curriculum.
La disumanizzazione e il ritorno allo spazio fisico
Il secondo rischio affrontato da Kass è la disumanizzazione: la possibilità che le persone trovino il mondo digitale più interessante e gratificante di quello fisico.
Il punto di partenza è una critica netta al rapporto tra minori e tecnologia. «Non avremmo mai dovuto dare gli smartphone ai bambini», afferma. «La maggior parte delle persone probabilmente non dovrebbe avere i social media».
Kass richiama i problemi legati all’isolamento, al confronto continuo, alla dipendenza e all’esposizione precoce a contenuti violenti, sessuali o legati al gioco d’azzardo.
La risposta, tuttavia, non può consistere soltanto nel divieto. «Se vuoi cambiare un comportamento, non basta dire alle persone che non possono fare qualcosa. Devi offrire loro delle alternative».
Per rendere il mondo reale più desiderabile del mondo digitale occorre quindi investire nei luoghi in cui le persone vivono e si incontrano: parchi, strade sicure, marciapiedi, piste ciclabili, quartieri accessibili, spazi pubblici.
È in questo passaggio che Milano entra direttamente nel racconto di Kass. La città europea, con la possibilità di camminare, pedalare, mangiare e incontrarsi nello stesso spazio urbano, diventa un esempio di ambiente capace di preservare relazioni e dignità umana.
Negli Stati Uniti, osserva, molte città sono state invece sacrificate all’automobile, ai parcheggi e alle grandi arterie stradali. «Quando dici a un ragazzo: esci dal telefono e vai fuori, molti rispondono: a fare cosa?».
La qualità dell’ambiente urbano diventa così una politica indiretta di salute mentale e coesione sociale.
Il mondo fisico è più sicuro di quello digitale
Il terzo tema è quello della sicurezza.
Internet ha creato una figura nuova: l’aggressore senza nome e senza volto, capace di truffare, intimidire o danneggiare una persona senza trovarsi fisicamente vicino a lei.
La percezione comune, secondo l’ex OpenAI, deve essere rovesciata. In molte città il mondo fisico è oggi relativamente sicuro, grazie a telecamere, controlli e sistemi di sorveglianza. Il mondo digitale, al contrario, rimane uno spazio in cui criminali, predatori, truffatori e bulli possono agire su larga scala e a basso costo.
Per questo motivo la sicurezza informatica deve essere trattata come un’infrastruttura essenziale, non come un insieme di procedure burocratiche che rallentano l’innovazione.
Kass racconta di avere introdotto nella propria famiglia semplici regole di sicurezza: non rispondere a numeri sconosciuti, utilizzare una parola in codice per verificare l’identità di chi telefona e prestare particolare attenzione alle richieste di informazioni.
Sono precauzioni destinate a diventare sempre più necessarie con la diffusione di deepfake vocali e video, truffe automatizzate e sistemi capaci di imitare l’identità di una persona.
L’automazione non minaccia soltanto il reddito
Il tema più delicato riguarda il lavoro.
Kass non nega che l’intelligenza artificiale e l’automazione possano trasformare o sostituire alcune professioni ma ritiene che la questione venga affrontata troppo spesso soltanto in termini economici.
Il problema più profondo è il legame tra lavoro, identità e comunità.
Lo dimostra, nel suo racconto, il caso dei portuali statunitensi che nell’ottobre 2024 scioperarono chiedendo garanzie contro l’automazione.
Kass e il suo gruppo intervistarono alcuni lavoratori. La maggior parte riteneva di poter trovare un impiego anche fuori dal sindacato, ma quasi tutti avevano familiari che avevano svolto lo stesso mestiere e desideravano che i propri figli continuassero quella tradizione.
Alla domanda su quale fosse l’aspetto più importante del lavoro, la risposta più frequente fu una sola: «Comunità».
L’opposizione all’automazione non riguardava quindi soltanto il salario, ma la perdita di un’appartenenza, di una storia familiare e di un ruolo sociale.
«Tutti sono entusiasti che venga automatizzato il lavoro degli altri, ma non il proprio», osserva Kass.
La contraddizione è evidente, come consumatori chiediamo continuamente beni e servizi migliori, più rapidi e meno costosi. Ma questo desiderio implica spesso la riduzione del lavoro umano necessario per produrli.
Kass ritiene che continueremo a lavorare ancora a lungo, tuttavia, se la tecnologia cambierà frequentemente la natura delle professioni, la società potrebbe affrontare una vera crisi di spostamento identitario.
«Le persone collegano una parte enorme della propria identità al lavoro», afferma. «Penso che per un pò la più grande difficoltà degli esseri umani sarà capire chi siamo».
L’intelligenza artificiale potrebbe così costringerci a una domanda oltre che economica soprattutto spirituale: quale significato attribuiamo alla nostra esistenza se non siamo definiti esclusivamente da ciò che facciamo per guadagnarci da vivere?
L’espansione del potenziale umano
Dopo avere illustrato i rischi, Kass apre la parte più ottimista della sua visione.
Ogni grande ondata tecnologica, sostiene, ha ampliato ciò che un singolo individuo può fare. Oggi una persona dispone di capacità produttive e informative incomparabilmente superiori rispetto a quelle disponibili anche soltanto pochi decenni fa. L’intelligenza artificiale può accelerare ulteriormente questa traiettoria.
Nel campo della ricerca scientifica, la domanda non è necessariamente come aumentare il numero dei ricercatori, ma come moltiplicare la capacità di quelli già attivi.
«La Unmetered Intelligence non chiede che cosa accadrebbe se ci fossero un milione di ricercatori oncologici», afferma Kass. «Chiede che cosa accadrebbe se diecimila ricercatori oncologici diventassero mille volte più produttivi».
Le prospettive riguardano anche il calcolo quantistico, la scienza dei materiali e l’energia da fusione.
Rendere visibile ciò che sembra impossibile
Per spiegare il valore culturale delle innovazioni, Kass ricorre alla storia di Roger Bannister, il primo uomo a correre un miglio in meno di quattro minuti.
Prima del suo risultato, molti consideravano quel limite fisicamente impossibile. Dopo che Bannister lo superò, altri atleti riuscirono rapidamente a fare lo stesso.
Lo stesso accadde con il primo volo dei fratelli Wright.
«Il loro grande contributo non fu quell’aereo», osserva Kass. «Quell’aereo era un rottame. Il loro grande contributo fu averlo filmato».
Rendere visibile un risultato significa trasformare il senso collettivo del possibile.
«Il lavoro che fate oggi non è importante soltanto per la scoperta in sé», dice. «È importante per ispirare la generazione successiva che vi guarda mentre la realizzate».
È questo il nucleo della visione di Zack Kass: l’intelligenza artificiale può ridurre la sofferenza e ampliare il potenziale umano, ma non produrrà automaticamente una società migliore.
La sua diffusione imporrà scelte educative, culturali, politiche e urbanistiche. Dovremo decidere come proteggere i più vulnerabili, quale spazio lasciare alla tecnologia nella vita dei bambini, come progettare città che favoriscano le relazioni e come separare il valore della persona dal mestiere che svolge.
Keypoint
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Zack Kass è stato responsabile Go-to-Market di OpenAI dal 2021 al 2023 e oggi lavora come strategist e advisor sull’impatto dell’intelligenza artificiale.
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La teoria della “Unmetered Intelligence” descrive un futuro in cui l’intelligenza computazionale diventa economica, abbondante e scalabile come una utility.
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L’accesso all’AI non garantisce automaticamente maggiore intelligenza o pensiero critico: la tecnologia amplia le possibilità, ma non determina il modo in cui saranno utilizzate.
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La scuola dovrebbe insegnare soprattutto a imparare, adattarsi e utilizzare responsabilmente strumenti in continua evoluzione.
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Smartphone, social media e ambienti digitali possono favorire isolamento e vulnerabilità; per contrastarli servono anche città più vivibili e spazi fisici capaci di creare relazioni.
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L’automazione pone un problema non soltanto economico, ma identitario: il lavoro rappresenta spesso comunità, appartenenza e significato personale.
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Nel campo scientifico, l’AI può amplificare la produttività dei ricercatori e accelerare scoperte in medicina, biotecnologie, materiali ed energia.
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