Dalla fisica nucleare alla pratica clinica, passando per rivelatori innovativi, qualità della radiazione e nuove prospettive per trattamenti oncologici più precisi e sicuri. Anna Bianchi, ricercatrice ai Laboratori Nazionali di Legnaro dell’INFN - Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, è tra le vincitrici dello Standout Woman Award 2026, riconoscimento internazionale assegnato a professioniste che si distinguono per competenza, determinazione e impatto nei rispettivi settori. Il premio valorizza in particolare la sua attività di ricerca nell’integrazione dell’efficacia biologica dei fasci radioterapici nei piani di trattamento, con l’obiettivo di migliorare precisione e sicurezza delle terapie, anche in ambito pediatrico. Bianchi lavora all’intersezione tra fisica nucleare e medicina, ha coordinato i progetti INFN MUSICA e AToMiQA ed è componente di EURADOS.
Dottoressa Bianchi lei ha appena ricevuto lo Standout Woman Award 2026: che valore ha per lei questo riconoscimento, non solo sul piano personale ma anche come segnale per un’area di ricerca, quella tra fisica e medicina, che spesso resta poco visibile al grande pubblico?
Ricevere lo Standout Woman Award 2026 è per me un grande onore e, devo ammettere, anche una sorpresa: vedere riconosciuto il lavoro che porto avanti con passione ogni giorno è estremamente gratificante. Ai Laboratori Nazionali di Legnaro mi confronto costantemente con numeri, modelli e rivelatori, ma partecipare alla cerimonia di premiazione mi ha fatto capire davvero quanto il mio lavoro possa incidere nella vita delle persone, e questo rende tutto ancora più significativo. Oltre al valore personale, il premio ha come effetto aggiuntivo quello di offrire l’occasione di far emergere al grande pubblico un ambito della fisica spesso poco conosciuto, quello che unisce la fisica nucleare alla medicina.
Molti pensano alla fisica nucleare come a qualcosa di lontano, complesso o persino “pericoloso”, senza rendersi conto che in realtà ha applicazioni concrete e fondamentali nella vita quotidiana: dalla diagnostica, come radiografie, TC, scintigrafie o PET, fino alla terapia, con radioterapia, radiofarmaci e adroterapia oncologica. Nel mio lavoro cerco di unire la precisione della fisica con la pratica clinica, sviluppando strumenti e metodi che possano rendere i trattamenti oncologici più sicuri e mirati, anche in ambito pediatrico.
Spero che il premio contribuisca a mostrare quanto questa disciplina possa fare la differenza nella cura dei pazienti e, allo stesso tempo, stimoli l’interesse delle nuove generazioni verso una materia che spesso a scuola viene percepita come difficile o astratta, ma che in realtà offre possibilità straordinarie di innovazione e impatto reale sulla società.
Il premio richiama il suo lavoro sull’applicazione della fisica nucleare alla medicina. Per chi non è del settore: in che modo la sua ricerca può contribuire concretamente a rendere radioterapia e adroterapia più precise, efficaci e sicure per i pazienti oncologici?
Il nostro gruppo, composto attualmente da due ricercatrici e da me come assegnista di ricerca, sviluppa rivelatori di particelle che non si limitano a misurare la quantità di radiazione somministrata al paziente – la cosiddetta dose – ma ne analizzano anche la qualità. Questo ci permette di studiare l’efficacia biologica del fascio di particelle utilizzato in adroterapia in ogni punto in cui interagisce con il corpo del paziente.
In pratica, mentre i piani di trattamento tradizionali tengono principalmente conto della dose e, nel caso degli ioni carbonio, di un fattore calcolato di qualità, noi vogliamo fornire agli ospedali strumenti in grado di misurare con precisione reale quel fattore. L’obiettivo è massimizzare l’efficacia sul tumore, dove serve infliggere il massimo danno alle cellule malate, e allo stesso tempo proteggere i tessuti sani circostanti. In questo modo possiamo rendere radioterapia e adroterapia non solo più precise, ma anche più efficaci e sicure per i pazienti. Questo è di particolare interesse ed impatto per i pazienti pediatrici.
Nel suo percorso si ritrovano parole chiave molto forti: rivelatori innovativi, microdosimetria, qualità della radiazione, pianificazione del trattamento. Qual è oggi, secondo lei, la frontiera più promettente per trasformare questi avanzamenti scientifici in strumenti davvero utilizzabili nella pratica clinica?
Per trasformare gli avanzamenti scientifici e tecnologici in strumenti realmente utilizzabili nella pratica clinica, è fondamentale costruire una rete di collaborazioni interdisciplinari che coinvolga diversi settori e figure professionali: fisici, medici, ingegneri e biologi, ognuno con competenze complementari. La ricerca da sola non basta: serve un approccio integrato in cui innovazione tecnologica, validazione sperimentale e applicazione clinica procedono insieme.
Anche il sostegno degli enti regolatori gioca un ruolo cruciale, perché promuove sia la ricerca sia il trasferimento tecnologico, garantendo che nuovi strumenti come rivelatori innovativi e metodiche di microdosimetria possano essere introdotti nella pratica clinica in modo sicuro e affidabile. La collaborazione internazionale, inoltre, permette di condividere dati, standard e metodologie, accelerando la traduzione dei risultati scientifici in strumenti concreti.
Solo combinando ricerca, innovazione, collaborazione e regolamentazione possiamo fare in modo che concetti complessi come qualità della radiazione e del suo utilizzo nella pianificazione del trattamento diventino strumenti reali a beneficio dei pazienti, migliorando precisione, efficacia e sicurezza delle terapie oncologiche.
Lei ha coordinato progetti come MUSICA e AToMiQA, entrambi orientati a introdurre nuove metriche e nuovi strumenti nella valutazione dei trattamenti. Quanto è difficile oggi fare ricerca interdisciplinare tra fisica, ingegneria e medicina, e quali competenze servono per costruire davvero questo ponte?
La ricerca interdisciplinare è certamente complessa, ma anche incredibilmente stimolante e produttiva. L’incontro tra competenze diverse – fisica, ingegneria elettronica e meccanica, radiobiologia e modellistica – permette di sviluppare strumenti e metodologie più innovativi e funzionali, capaci di avere un impatto concreto sulla pratica clinica.
Nei progetti MUSICA e AToMiQA, ad esempio, gli strumenti che abbiamo progettato nascono proprio dall’integrazione di queste competenze. Non si tratta solo di tecnologia o teoria: combinare fisici, ingegneri e biologi ci ha permesso di creare rivelatori e metodiche che misurano con precisione la qualità della radiazione e la sua efficacia biologica, strumenti immediatamente utilizzabili nella valutazione dei trattamenti oncologici.
Le competenze necessarie sono tante e la chiave è comprendere che non risiedono in un’unica figura. Per costruire davvero un ponte tra discipline non è sufficiente avere competenze in un singolo ambito: è fondamentale collaborare, capire il valore delle conoscenze altrui e creare un team in cui ciascuno contribuisca con il proprio know-how unico. La forza di uno sviluppo e di una ricerca interdisciplinare risiede proprio in questa sinergia tra persone con conoscenze uniche e complementari: solo così è possibile ottenere risultati che nessuno potrebbe raggiungere da solo, trasformando le innovazioni scientifiche in strumenti concreti che migliorano la cura dei pazienti.
Il suo lavoro guarda anche ai pazienti pediatrici, un ambito in cui precisione e sicurezza diventano ancora più cruciali. Che cosa le insegna, da scienziata, lavorare su ricerche che hanno un potenziale impatto così diretto sulla qualità di vita delle persone?
Da bambina sognavo di diventare astrofisica e la mia grande ispirazione era Margherita Hack. Ricordo ancora l’emozione di ascoltarla durante i suoi incontri e di seguire ogni sua parola: era per me un modello di passione e curiosità senza confini. Crescendo, però, ho capito che la mia passione per la ricerca poteva diventare ancora più significativa se avesse avuto un impatto diretto sulla vita delle persone. È così che mi sono avvicinata alla fisica medica. Oggi, sapere che il mio lavoro può contribuire a rendere un trattamento di adroterapia più preciso e sicuro, soprattutto per i pazienti pediatrici, è una motivazione enorme.
Ogni giorno mi sprona a migliorare i nostri strumenti, a cercare strade percorribili per introdurre la microdosimetria nei parametri clinici e a cercare soluzioni che massimizzino l’efficacia del trattamento sui tumori riducendo al minimo i danni collaterali ai tessuti sani. Lavorare in questo ambito mi insegna a rimanere con i piedi per terra, a misurare il valore della mia ricerca non solo in termini scientifici, ma nel reale impatto che può avere sulla vita di un paziente. Sapere che ciò che faccio può davvero fare la differenza rende ogni sfida ed ogni difficoltà, incredibilmente significativa e gratificante.