Diego Cammarano: «L’Italia ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo chiave nella fusione europea»
Dalla scelta strategica di espandersi in Italia alla centralità di talenti, filiera industriale e nuove opportunità energetiche: il CEO della branch italiana di Renaissance Fusion racconta perché la fusione oltre ad essere una promessa scientifica è diventata un terreno concreto di sviluppo industriale
La fusione continua a essere raccontata come una delle grandi promesse dell’energia del futuro, ma affinché questa promessa possa diventare realtà servono ricerca, visione industriale, investimenti, supply chain e territori capaci di accoglierne lo sviluppo.
In questa conversazione con Diego Cammarano, CEO della branch italiana di Renaissance Fusion, emerge con chiarezza un punto: la transizione della fusione da ambizione scientifica di lungo periodo a progetto industriale concreto passa anche dall’Italia.
Tra talenti, filiera nucleare, collaborazioni industriali e nuovo contesto politico, il nostro Paese può ritagliarsi un ruolo tutt’altro che marginale in uno dei settori più strategici dei prossimi decenni.
GRENOBLE — Nel racconto pubblico della fusione c’è spesso un eccesso di distanza: la si descrive come un orizzonte remoto, affascinante ma ancora troppo lontano per entrare davvero nel dibattito industriale ed economico del presente. Eppure, osservando da vicino realtà come Renaissance Fusion, questa percezione comincia a cambiare. Perché accanto alla sfida scientifica del reattore emergono già oggi tecnologie, competenze, materiali e filiere che possono produrre impatti ben prima dell’arrivo di una centrale commerciale.
A raccontarlo è Diego Cammarano, CEO della branch italiana di Renaissance Fusion, che lega il tema della fusione non solo alla ricerca di frontiera, ma anche alla possibilità concreta di creare valore, competenze e sviluppo industriale in Europa e in Italia.
Che cosa significa, per lei, rappresentare Renaissance in Italia in una fase in cui la fusione sta passando da ambizione scientifica di lungo periodo a tema sempre più concreto di sviluppo industriale?
Diego Cammarano: Quando si parla di fusione, spesso la si definisce il “Sacro Graal” dell’energia, perché racchiude i vantaggi delle fonti di produzione attuali senza averne gli inconvenienti. È una fonte pilotabile, non emette CO2 e si inserisce perfettamente nel percorso della transizione energetica, che oggi ha un orizzonte molto chiaro: la neutralità carbonica entro il 2050.
Nel caso specifico di Renaissance Fusion, parliamo di un’azienda che considero unica, perché le innovazioni su cui lavoriamo non hanno impatto solo sul nostro percorso verso la fusione, ma possono generare ricadute anche in altri ambiti tecnologici e industriali. Questo significa che il lavoro che facciamo oggi non guarda soltanto al lungo termine del reattore, ma può produrre effetti economici e applicativi anche in tempi più brevi.
Dal suo punto di vista, quale ruolo può giocare l’Italia nel più ampio ecosistema europeo della fusione, sia in termini di capacità industriali sia di cultura dell’innovazione?
Diego Cammarano: L’Italia ha sicuramente tutte le possibilità e tutte le carte in regola per giocare un ruolo chiave. Prima di tutto perché la presenza accademica e quella della ricerca pubblica sono di primissimo livello. Esistono molti istituti che lavorano nel campo della fusione, che hanno prodotto risultati importanti nei decenni passati e che, ci auguriamo, continueranno a farlo anche in futuro.
Ma c’è un secondo elemento altrettanto importante: il tessuto industriale. In Italia esistono molte aziende che operano nella filiera nucleare e che, pur in assenza di un mercato domestico, hanno mantenuto competenze, sviluppato attività all’estero e conservato una capacità industriale di alto livello. Questo significa che, se si riaprisse uno spazio di attività sul territorio nazionale, potrebbero avere un ruolo di primo piano.
Una delle grandi sfide delle tecnologie di frontiera è costruire ponti tra ricerca, industria e investimenti. Quanto è importante oggi questa connessione per una realtà come Renaissance Fusion?
Diego Cammarano: È fondamentale. Il nostro obiettivo è arrivare a un primo prototipo, un first of a kind, nella seconda metà degli anni Trenta, tra il 2035 e il 2040. Ma per arrivarci non basta costruire un dispositivo che funzioni: bisogna anche renderlo economicamente interessante per chi lo acquisterà, per chi lo opererà e, alla fine, anche per chi riceverà la bolletta.
Per questo il ponte tra ricerca, industria e investimenti è decisivo. Da una parte c’è il lavoro di lungo periodo che deve portarci al reattore e al suo impatto sulla transizione energetica. Dall’altra, però, ci sono opportunità molto più vicine nel tempo. Stiamo lavorando su magneti superconduttori ad alta temperatura, su applicazioni per la risonanza magnetica, sullo stoccaggio di energia, su componenti per generatori elettrici. È in questa doppia prospettiva — lungo termine e ricadute più immediate — che una realtà come la nostra deve muoversi.
Che cosa ritiene sia più importante far capire a giornalisti e pubblico quando incontrano da vicino una realtà come Renaissance Fusion?
Diego Cammarano: Credo sia importante far capire che la fusione non è solo una promessa astratta. Certo, il grande obiettivo resta il reattore e il suo contributo alla transizione energetica, ma intorno a questo traguardo esiste già oggi un lavoro concreto su tecnologie che possono avere applicazioni anche in altri settori.
Nel caso di Renaissance Fusion, la scelta di espanderci in Italia nasce proprio da questa concretezza. Da un lato ci sono talenti e collaborazioni potenziali che il territorio italiano offre in modo quasi unico. Per me, anche sul piano personale, è motivo di orgoglio poter contribuire a creare opportunità per giovani che, in altri contesti, sarebbero stati costretti ad andare all’estero, come è accaduto a me anni fa. L’idea di poterli formare e poi mettere nelle condizioni di generare valore in Italia è un elemento molto forte.
Dall’altro lato, l’Italia ci permette di interagire con un tessuto industriale ricco di sinergie inattese. Esistono industrie apparentemente lontane dal nostro settore che però condividono principi, processi o componenti utili allo sviluppo dei nostri prodotti. A questo si aggiunge un contesto socio-politico che oggi è diverso rispetto a qualche anno fa: cresce l’accettabilità e, in parte, anche la volontà politica di rilanciare la filiera nucleare, non solo come supply chain ma anche come possibilità di produzione energetica. È dentro questo scenario che abbiamo scelto di fare in Italia la nostra prima espansione internazionale dopo la Francia.
Perché Renaissance Fusion punta sugli stellarator
Nel corso della visita è emerso anche un elemento tecnico che aiuta a comprendere l’originalità dell’approccio dell’azienda. Lo stellarator, spiega Cammarano, è un dispositivo a fusione dalla geometria molto particolare: una sorta di “ciambella” tridimensionalmente attorcigliata, diversa dal tokamak. Questa configurazione presenta un vantaggio importante, perché consente un funzionamento continuo, mentre il tokamak opera in modo impulsato. È uno degli aspetti che rende questa strada particolarmente interessante dal punto di vista industriale ed energetico.
Nelle parole di Diego Cammarano la fusione smette di apparire come un tema relegato a un futuro indefinito e comincia a mostrarsi per ciò che è già oggi: un terreno in cui ricerca avanzata, manifattura, supply chain, innovazione e politica industriale si intrecciano.
La vera sfida non è soltanto arrivare al reattore, ma costruire attorno a quel traguardo un ecosistema capace di renderlo credibile, sostenibile e competitivo. E se questo ecosistema dovrà avere una dimensione europea, l’Italia per competenze, filiera e capitale umano sembra avere tutte le condizioni per non restare ai margini.
Intervista a cura di Rossella Guido
Press tour UGIS Unione Giornalisti Italiani Scientifici 2026
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