OpenAI e Amazon, 38 miliardi per l’era dell’intelligenza infrastrutturale

Un accordo che cambia gli equilibri del potere tecnologico mondiale

Novembre 3, 2025 - 14:51
Novembre 7, 2025 - 14:51
OpenAI e Amazon, 38 miliardi per l’era dell’intelligenza infrastrutturale

OpenAI ha appena firmato un accordo colossale con Amazon Web Services dal valore di 38 miliardi di dollari, uno dei più grandi della storia recente del settore tecnologico.
L’intesa, annunciata ufficialmente il 3 novembre 2025, prevede che l’azienda guidata da Sam Altman utilizzi l’infrastruttura cloud di AWS per alimentare i futuri modelli di intelligenza artificiale, compresi quelli di prossima generazione.
Secondo quanto riportato da Reuters e AP News, l’accordo garantirà a OpenAI l’accesso a una rete di data center equipaggiati con centinaia di migliaia di GPU NVIDIA e la possibilità di scalare fino a decine di milioni di unità di calcolo entro il 2026.
Un investimento che, per dimensioni, non riguarda più soltanto la ricerca, ma ridefinisce la stessa economia dell’intelligenza artificiale.

L’alleanza rappresenta un cambio di rotta significativo.

Fino a oggi, OpenAI aveva un rapporto privilegiato con Microsoft Azure, che ospita la maggior parte dei suoi modelli e servizi commerciali.
Aprire una seconda partnership di questa portata con Amazon significa rompere un equilibrio e aprire a una fase nuova: quella della diversificazione strategica del calcolo, in cui la capacità di gestire infrastrutture multiple diventa un vantaggio competitivo.
AWS, da parte sua, riconquista un ruolo centrale dopo anni in cui sembrava restare in secondo piano rispetto ai colossi dell’AI come Microsoft e Google Cloud.
Come ha spiegato il vicepresidente di AWS in una nota ufficiale, l’obiettivo è “fornire a OpenAI la flessibilità e la scala necessarie per sostenere l’intelligenza artificiale di prossima generazione”.

Ma dietro le cifre da capogiro c’è una riflessione più profonda: l’intelligenza artificiale è diventata infrastruttura.

Non si tratta più di creare algoritmi innovativi, ma di possedere la potenza computazionale per farli vivere.
L’AI moderna non nasce in un laboratorio, ma nei data center, spazi sterminati dove energia, raffreddamento e architetture di calcolo definiscono i limiti stessi della conoscenza digitale.
Con questo accordo, OpenAI mette nero su bianco la necessità di assicurarsi un “posto fisso” in quella infrastruttura globale che, in un certo senso, è il nuovo petrolio del secolo.

Eppure, questa corsa al calcolo ha anche un lato oscuro.
Concentrare la potenza di elaborazione in poche mani, Microsoft, Amazon, Google, Nvidia, significa accentrare controllo, influenza e capacità di dettare le regole del gioco.
Ogni passo avanti nell’efficienza rischia di essere anche un passo indietro nella pluralità del mercato.
L’Europa, e l’Italia in particolare, guardano a queste dinamiche con crescente preoccupazione: il divario infrastrutturale potrebbe tradursi in dipendenza tecnologica, rendendo difficile costruire modelli propri o competere a parità di risorse.

In termini pratici, l’accordo apre però nuove possibilità per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa.
Secondo TechRadar, la collaborazione consentirà a OpenAI di accelerare l’addestramento di modelli di “frontier AI”, ottimizzando consumi e tempi di elaborazione e spingendo verso la prossima generazione di GPT.
È un passo che consolida la trasformazione dell’AI da innovazione sperimentale a infrastruttura industriale.
La partita non si gioca più solo sull’intelligenza dei modelli, ma sulla forza delle macchine che li sorreggono.

In fondo, questo accordo segna un cambio di paradigma: l’AI è diventata un’economia fisica fatta di energia, chip, fibre ottiche e miliardi di dollari.
E come ogni infrastruttura globale, porta con sé una domanda urgente: chi controllerà il cervello digitale del mondo?

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Redazione Italia24 News