Quando le macchine decidono da sole: Alessandro Abbotto racconta La rivoluzione dei robot

Nel nuovo romanzo del professore di Chimica dell’Università di Milano-Bicocca, una ribellione dei robot diventa il punto di partenza per interrogarsi su intelligenza artificiale, responsabilità e controllo umano

Ottobre 07, 2026 - 10:46
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Quando le macchine decidono da sole: Alessandro Abbotto racconta La rivoluzione dei robot
 Copertina del romanzo "La rivoluzione dei robot", A. Abbotto

Robot domestici, industriali e militari che improvvisamente smettono di obbedire agli esseri umani. È lo scenario immaginato da Alessandro Abbotto, professore ordinario di Chimica presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università di Milano-Bicocca, nel suo nuovo romanzo La rivoluzione dei robot, pubblicato da LFA Publisher.

Ambientato in un futuro prossimo, il libro racconta attraverso le vicende di una famiglia una società che perde progressivamente il controllo delle macchine che ha creato. Dietro la trama distopica emerge però una questione molto contemporanea: che cosa accade quando sistemi artificiali sempre più autonomi entrano nelle nostre vite e nei processi attraverso i quali prendiamo decisioni?

Il romanzo diventa così un terreno nel quale narrativa e scienza si incontrano per affrontare temi come la responsabilità di chi progetta e utilizza l’intelligenza artificiale, la necessità della supervisione umana e il confine tra autonomia tecnologica e libertà delle persone.

Con Alessandro Abbotto parliamo del futuro raccontato nel libro, ma soprattutto del presente che lo ha ispirato.

Professo Abbotto, nel suo romanzo i robot arrivano a ribellarsi agli esseri umani. Quanto c’è di fantascienza e quanto, invece, delle domande che dovremmo già porci oggi sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale?

Ahimè, nel romanzo c’è naturalmente molta invenzione narrativa, ma forse meno fantascienza di quanto vorremmo. È proprio questo uno dei motivi per cui ho sentito il bisogno di scriverlo. L’ho terminato circa un anno fa e, nei mesi successivi, sono rimasto colpito nel vedere come alcune situazioni che avevo soltanto immaginato trovassero riscontro nella realtà, soprattutto nelle notizie provenienti dai conflitti in corso: droni militari capaci di muoversi e scegliere le proprie vittime in autonomia, algoritmi impiegati per la sorveglianza, sistemi per l’individuazione degli obiettivi e per supportare decisioni dalle conseguenze potenzialmente irreversibili.

Naturalmente, le intelligenze artificiali di oggi non possiedono una volontà autonoma e non si ribellano consapevolmente agli esseri umani come accade nel romanzo. Il vero rischio, almeno per ora, non è che le macchine decidano improvvisamente di dominarci, ma che siamo noi ad affidare loro un potere sempre maggiore, rinunciando poco alla volta alla nostra capacità di valutare, scegliere e assumerci la responsabilità delle conseguenze.

E non è soltanto una questione militare o di sicurezza nazionale. L’intelligenza artificiale sta entrando nella formazione, nella ricerca scientifica, nel lavoro, nella scuola, nell’Università, nell’informazione e nella vita quotidiana. È uno strumento straordinario, che può ampliare enormemente le nostre possibilità. Può però diventare pericoloso se viene utilizzato per sostituire lo studio anziché sostenerlo, per evitare il ragionamento invece di approfondirlo o persino per produrre un articolo scientifico senza che chi lo firma ne verifichi davvero contenuti, fonti e conclusioni.

In un certo senso, l’IA sta già orientando le nostre scelte: seleziona ciò che leggiamo, ci suggerisce che cosa acquistare, ci indica come muoverci e può perfino influenzare il modo in cui interpretiamo la realtà. In teoria potremmo sempre rifiutare questi suggerimenti. Nella pratica, più questi sistemi diventano pervasivi e comodi, più cresce la nostra dipendenza e più diventa difficile farne a meno.

La “rivoluzione dei robot” del titolo è quindi anche una metafora. Non occorre che le macchine impugnino le armi contro l’umanità, come ho immaginato nel romanzo: una rivoluzione più silenziosa potrebbe verificarsi se delegassimo loro, senza consapevolezza e senza adeguati controlli, parti sempre più importanti della nostra libertà di giudizio e della nostra capacità di ragionare e scegliere. Il romanzo porta questa tendenza alle sue conseguenze estreme, ma le domande da cui nasce riguardano già pienamente il nostro presente.

Il problema sembra non essere soltanto quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quanto potere decisionale saremo disposti ad affidare loro. Dove dovrebbe rimanere, secondo lei, il confine della responsabilità umana?

È proprio il romanzo a fornire una possibile risposta. Fin dal primo capitolo si comprende che la rivoluzione dei robot ha successo perché le Macchine (che nel libro indico, non a caso, con l’iniziale maiuscola) prendono coscienza dell’enorme potere che la stessa umanità ha progressivamente delegato loro. Non è uno spoiler, perché è il presupposto dichiarato sin dalle prime pagine: i robot non devono conquistare dall’esterno il mondo degli esseri umani. Sono già presenti ovunque e controllano molte delle attività essenziali su cui quel mondo si regge.

Questo è il punto centrale. Più deleghiamo alle macchine parti della nostra vita, più aumenta il rischio di perdere non soltanto il controllo sugli strumenti, ma anche la capacità di esercitarlo. Ormai affidiamo alla tecnologia quasi tutto: dalle pulizie e dalle incombenze quotidiane alla produzione industriale, dallo sviluppo di algoritmi per la ricerca scientifica e tecnologica alla gestione delle informazioni, fino alla sicurezza e al potere militare. E stiamo cominciando a delegarle anche la formazione scolastica e universitaria, vale a dire la costruzione del nostro stesso futuro.

Il confine dovrebbe quindi essere molto chiaro: l’intelligenza artificiale può assistere l’essere umano, ma non può sollevarlo dalla responsabilità delle decisioni. Questo vale soprattutto quando sono in gioco la vita, la salute, i diritti, la sicurezza, la produzione della conoscenza scientifica e l’educazione. Non basta che un essere umano apponga formalmente la propria firma alla fine di un processo: deve essere realmente in grado di comprendere come si è arrivati a una determinata conclusione, valutarla criticamente, correggerla e, se necessario, respingerla.

Lo vedo con particolare chiarezza come professore universitario. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario per apprendere, analizzare dati, confrontare informazioni e formulare nuove ipotesi. Ma delegare un compito non è la stessa cosa che delegare l’apprendimento. Se uno studente la utilizza per evitare lo studio, la scrittura, il ragionamento o la fatica necessaria a risolvere un problema, può forse ottenere più rapidamente un risultato, ma non sviluppa le capacità che gli consentiranno, domani, di giudicare quello stesso risultato. Le facoltà cognitive che non vengono esercitate finiscono inevitabilmente per indebolirsi, proprio come accade ai muscoli quando non vengono allenati. Per fare un esempio di quando ero studente universitario, è come affidarsi alla calcolatrice prima di avere imparato a eseguire e comprendere i calcoli: si ottiene un numero, ma non si possiedono gli strumenti per accorgersi che quel numero potrebbe essere completamente sbagliato. Allo stesso modo, chi non ha acquisito conoscenze e capacità critiche può ricevere dall’intelligenza artificiale una risposta perfettamente formulata senza essere in grado di riconoscere se sia vera, falsa o soltanto verosimile. E questo può portare a disastri, dalle conseguenze inimmaginabili.

È questo l’aspetto che mi preoccupa maggiormente. Provo una profonda amarezza quando vedo uno studente, e purtroppo non si tratta più di casi isolati, affrontare un esame universitario con il cellulare nascosto, cercando risposte già confezionate da un’applicazione di intelligenza artificiale. In quel gesto non vedo soltanto una violazione delle regole. Vedo uno studente che rinuncia a mettere alla prova le proprie capacità e a costruire gli strumenti necessari per il proprio futuro. Se fin dalla scuola abituiamo i giovani a lasciare che siano le macchine a pensare al loro posto, rischiamo di formare generazioni sempre meno capaci di controllare gli strumenti dai quali dipenderanno. Per esercitare una vera supervisione umana servono conoscenza, spirito critico, autonomia e libertà di giudizio: qualità che non nascono spontaneamente, ma devono essere coltivate attraverso lo studio, l’impegno e anche la fatica di imparare.

Nel romanzo la rivoluzione ha successo nel momento in cui le Macchine comprendono che l’umanità ha già consegnato loro quasi tutte le leve del proprio potere. Nella realtà, la sfida non è rinunciare alla tecnologia, ma decidere consapevolmente quali leve non dovremo mai cederle. Perché, quando rinunciamo alla capacità di ragionare e di scegliere, non sono le macchine a sottrarci la libertà. Siamo stati noi a consegnargliela.

Lei è uno scienziato e ha scelto un romanzo, anziché un saggio, per parlare di intelligenza artificiale, tecnologia e responsabilità. Che cosa può raccontare la narrativa su questi temi che il linguaggio scientifico, da solo, fatica a trasmettere?

Innanzitutto, scrivere un romanzo è un piacere. Ho sperimentato questa forma di comunicazione durante le lunghe giornate trascorse in casa nel 2020, durante il lockdown per la pandemia di Covid-19, e da allora non l’ho più abbandonata. La rivoluzione dei robot è il mio quinto romanzo e sono particolarmente felice che nel solo 2026 ne siano stati pubblicati due e che abbia appena completato e inviato all’editore il manoscritto di un terzo. Parallelamente, negli ultimi anni ho pubblicato anche numerosi saggi scientifici e divulgativi. Non considero la narrativa e la saggistica come due percorsi separati o alternativi, ma come strumenti diversi e complementari della stessa esigenza: comunicare, condividere conoscenze e stimolare una riflessione. Il saggio lo fa attraverso i dati, l’analisi e l’argomentazione; il romanzo attraverso l’immaginazione, le vicende e le emozioni dei personaggi.

Più in dettaglio, il romanzo, la narrativa e l’immaginazione sono strumenti potentissimi perché consentono di partire da fenomeni reali e di portarli alle loro conseguenze estreme. Il linguaggio scientifico deve invece muoversi entro confini necessariamente rigorosi. Un articolo sottoposto a peer review deve fondarsi su dati verificabili, esperimenti realmente eseguiti, metodi riproducibili e conclusioni sostenute dalle evidenze. Può certamente formulare ipotesi, costruire modelli e avanzare previsioni, ma deve distinguere con estrema chiarezza ciò che è stato dimostrato da ciò che è soltanto possibile. Un lavoro puramente speculativo, non sostenuto da dati, modelli solidi o argomentazioni verificabili, difficilmente supera il processo di revisione, soprattutto nelle riviste dei principali editori e delle società scientifiche. Ed è bene che sia così: senza queste regole, la scienza perderebbe la propria affidabilità.

La narrativa può invece porre liberamente una domanda: “Che cosa accadrebbe se?”. Può prendere una possibilità ancora soltanto intuita, spingerla in avanti nel tempo e mostrarne non solo gli effetti tecnologici, ma anche le conseguenze sulle persone, sulle famiglie, sulla libertà e sull’organizzazione della società. Un saggio può spiegare il rischio della perdita di controllo su sistemi artificiali sempre più autonomi. Un romanzo può far vivere al lettore quel rischio attraverso la paura, le separazioni, i conflitti morali e le scelte dei personaggi. Non trasmette soltanto un concetto: permette di sperimentarne emotivamente le conseguenze.

Per questo considero La rivoluzione dei robot un’opera d’immaginazione, ma non una storia di fantascienza separata dalla realtà. È ambientata in un futuro prossimo e nasce interamente da questioni che appartengono già al nostro presente. Scrivendola, ho potuto immaginare con maggiore libertà i pericoli e le conseguenze delle trasformazioni che stiamo affrontando. In un certo senso, mi piace considerarla anche un saggio in forma narrativa: non perché voglia impartire una lezione o fornire risposte definitive, ma perché al suo interno rimangono il metodo, le domande e lo sguardo critico dello scienziato. La mia formazione inevitabilmente accompagna il modo in cui costruisco gli scenari, valuto la plausibilità delle tecnologie e rifletto sulle loro implicazioni.

Del resto, la narrativa svolge questa funzione da sempre: dai miti antichi alle moderne distopie, l’umanità ha utilizzato le storie non soltanto per raccontare ciò che esiste, ma anche per immaginare ciò che potrebbe accadere e interrogarsi in anticipo sulle conseguenze delle proprie scelte.

C’è infine un aspetto per me essenziale. Tengo molto al fatto che l’intelligenza artificiale venga utilizzata responsabilmente, soprattutto dalle giovani generazioni. Un saggio scientifico raggiunge spesso un pubblico già interessato o dotato di conoscenze specifiche. Un romanzo può parlare anche a chi non leggerebbe mai un testo tecnico. Può coinvolgerlo attraverso una vicenda, farlo identificare con i personaggi e indurlo a porsi delle domande senza dargli la sensazione di assistere a una lezione. Questa capacità diventa ancora più immediata nel linguaggio delle immagini e del cinema. Non è un caso che La rivoluzione dei robot abbia uno stile volutamente cinematografico, costruito attraverso scene fortemente visive, un ritmo serrato e sequenze che il lettore possa quasi vedere mentre legge.

Se un giovane lettore, dopo avere chiuso il libro, si domandasse se sta utilizzando l’intelligenza artificiale per imparare meglio oppure per evitare di imparare, il romanzo avrebbe raggiunto uno dei suoi obiettivi più importanti.

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