La mente può accendere e spegnere il tatto: una ricerca di UniTo e UniMiB mostra come il cervello moduli la percezione corporea

Un nuovo studio congiunto Università di Torino e Università di Milano-Bicocca pubblicato su PNAS rivela che per percepire un tocco non serve essere toccati davvero: basta riconoscere quella parte del corpo come "nostra"

Dicembre 17, 2025 - 16:42
Dicembre 18, 2025 - 16:42
La mente può accendere e spegnere il tatto: una ricerca di UniTo e UniMiB mostra come il cervello moduli la percezione corporea

Una semplice credenza può influenzare ciò che percepiamo sul nostro corpo. È quanto emerge da uno studio in collaborazione tra il Manibus Lab dell'Università di Torino e l’Università di Milano-Bicocca, recentemente pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), una delle riviste scientifiche più autorevoli a livello internazionale.

Lo studio, intitolato “Body ownership gates tactile awareness by reshaping the somatosensory functional connectivity”, dimostra come la percezione del tatto non dipenda solo dallo stimolo fisico, ma anche dal senso di appartenenza corporea: il cervello percepisce un tocco solo se riconosce come “propria” la parte del corpo coinvolta. In altre parole, la credenza sul nostro corpo funziona come un vero e proprio interruttore che accende o spegne la consapevolezza tattile.

Dalla mano di gomma alla percezione reale

Per indagare questo meccanismo, i ricercatori e le ricercatrici hanno utilizzato la celebre illusione della mano di gomma, un paradigma sperimentale che consente di alterare temporaneamente la rappresentazione del corpo. Dopo aver indotto nei partecipanti la sensazione che una mano artificiale fosse la propria, sono stati applicati stimoli tattili sia sulla mano finta sia su quella reale.

I risultati mostrano che, quando la mano di gomma viene percepita come parte del proprio corpo, i partecipanti riferiscono di sentire il tocco anche se questo è applicato esclusivamente sulla mano finta. Al contrario, il tocco reale sulla mano vera diventa meno percepibile, come se il cervello ne ridimensionasse l’intensità.

Cosa succede nel cervello

Per comprendere i meccanismi neurali alla base di questo fenomeno, il team di ricerca ha combinato due metodiche neurofisiologiche non invasive: elettroencefalografia (EEG) e stimolazione magnetica transcranica (TMS). L’integrazione di queste tecniche ha permesso di analizzare in tempo reale la connettività funzionale tra le aree cerebrali coinvolte nella percezione del tatto.

I dati mostrano come la corteccia somatosensoriale primaria, responsabile dell’elaborazione del tatto, moduli la propria connettività funzionale con altre regioni cerebrali in modo coerente con la credenza del partecipante. Quando il tocco è visto sulla mano di gomma riconosciuta come “propria”, il dialogo tra le aree cerebrali aumenta; quando invece il tocco è applicato sulla mano reale temporaneamente “esclusa” dalla rappresentazione corporea, questa comunicazione si riduce.

Implicazioni cliniche

Questi risultati non riguardano solo illusioni percettive di laboratorio, ma aprono prospettive importanti anche in ambito clinico. Comprendere come la credenza moduli la percezione tattile potrebbe avere ricadute significative, ad esempio, nella riabilitazione dopo amputazioni. In futuro, protesi avanzate potrebbero sfruttare la capacità del cervello di “sentire con gli occhi”, restituendo sensazioni tattili più naturali e migliorando l’integrazione del dispositivo nel corpo del paziente.

«Con questo studio si amplia il dibattito su come i segnali sensoriali vengano processati dal cervello», dichiara Alberto Pisoni, Professore Associato del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e primo autore dello studio.
I dati, spiega, confermano il ruolo della comunicazione fra aree cerebrali nel supportare funzioni cognitive complesse, come l’accesso cosciente alle sensazioni. Le conoscenze emerse potranno aprire a nuovi studi sui correlati neurali della coscienza e a applicazioni cliniche in ambito neurologico e psichiatrico.

«Questo studio rappresenta un primo passo verso la comprensione del meccanismo con cui il cervello costruisce la percezione del tatto sfruttando la vista», afferma Francesca Garbarini, docente al Dipartimento di Psicologia e coordinatrice del Manibus Lab dell’Università di Torino. L’obiettivo futuro è modulare la connessione tra aree visive e somatosensoriali, aprendo la strada a interventi sperimentali su portatori di protesi.

Per l’Università di Torino hanno partecipato allo studio Carlotta Fossataro, Alice Rossi Sebastiano, Marcella Romeo e Francesca Garbarini.

Per l’Università di Milano-Bicocca hanno contribuito Alberto Pisoni, Eleonora Arrigoni, Nadia Bolognini e Leonor Josefina Romero Lauro.

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Redazione Italia24 News