Manifattura italiana, una trasformazione decisiva: tra shock globali, nuove capacità produttive e sfide di competitività

Il Rapporto Industria 2025 di Confindustria traccia l’identikit aggiornato del settore: punti di forza, criticità e direzioni strategiche per il prossimo decennio

Novembre 29, 2025 - 13:06
Manifattura italiana, una trasformazione decisiva: tra shock globali, nuove capacità produttive e sfide di competitività

Una nuova fotografia del cuore industriale del Paese

Il Rapporto Industria 2025 di Confindustria ricostruisce in modo sistematico lo stato della manifattura italiana, offrendo un quadro aggiornato dopo anni segnati da pandemia, crisi energetica e instabilità geopolitica. La manifattura continua a essere un pilastro dell’economia nazionale, come ricorda l’Introduzione del documento, e rappresenta una componente essenziale della competitività del Paese, grazie a una struttura produttiva articolata e fortemente radicata nel territorio .

Secondo l’Executive Summary, il settore manifatturiero italiano mantiene un ruolo di assoluto rilievo nel contesto internazionale: l’Italia è infatti l’ottava manifattura al mondo e la seconda in Europa per dimensione, con un valore aggiunto pari al 2,1% del totale mondiale e al 13% di quello europeo. La manifattura genera il 15% del PIL nazionale, una quota destinata a raddoppiare se si considera l’ampio indotto che la circonda .

Il suo contributo alla formazione del capitale è altrettanto significativo, poiché gli investimenti in macchinari e attrezzature rappresentano oltre un terzo del totale italiano, mentre la metà della spesa privata in Ricerca e Sviluppo è riconducibile alle imprese del settore. A ciò si aggiungono livelli di produttività mediamente più elevati rispetto agli altri comparti economici, che permettono alle imprese manifatturiere di offrire salari superiori a servizi, costruzioni e settore pubblico.

Un sistema produttivo diversificato e resiliente

Uno degli elementi più rilevanti messi in luce dal Rapporto è la straordinaria diversificazione settoriale della manifattura italiana, un tratto che la distingue dalle altre grandi economie europee e che contribuisce a rafforzarne la resilienza di fronte agli shock globali. La struttura produttiva è rimasta relativamente stabile nell’ultimo decennio, con una specializzazione ancora concentrata nei comparti a media e bassa intensità tecnologica, che continuano a generare circa il 60% del valore aggiunto manifatturiero complessivo.

In questo quadro, la meccanica strumentale, i prodotti in metallo e l’alimentare mantengono un’incidenza significativa. Al contempo, settori simbolo del Made in Italy, come il tessile, l’abbigliamento, la pelletteria e l’arredo, presentano un peso particolarmente elevato a livello europeo, confermando un posizionamento competitivo consolidato .

Nonostante la presenza di cluster di eccellenza, il sistema resta fortemente orientato verso le piccole e micro imprese, che insieme generano più del 30% del valore aggiunto manifatturiero, una quota decisamente superiore rispetto a Francia e Germania. Negli ultimi anni, tuttavia, si osserva una trasformazione qualitativa rilevante: il numero delle micro-imprese si è ridotto di quasi il 12% nell’ultimo decennio, mentre la dimensione media delle imprese maggiori è aumentata. Si tratta di un cambiamento non marginale, considerando che la produttività cresce in modo significativo al crescere della dimensione aziendale. Le imprese italiane di medie e grandi dimensioni mostrano infatti livelli di efficienza superiori a quelli delle loro omologhe tedesche, francesi e spagnole.

Solidità finanziaria, investimenti e dipendenze critiche

Il Rapporto evidenzia un lungo processo di rafforzamento patrimoniale, che ha contribuito a migliorare la resilienza finanziaria delle imprese. La quota di capitale proprio sul totale del passivo è passata dal 34,5% del 2007 al 48,9% del 2023, colmando il divario con i principali concorrenti europei. Tale miglioramento è stato favorito anche dalla forte riduzione dell’indebitamento, con uno stock di prestiti sceso dal 100% del valore aggiunto nel 2011 al 56% nel 2024. Questa solidità risulta determinante per la produttività: un allentamento dei vincoli finanziari può tradursi in incrementi di efficienza compresi tra il 5% e il 10% in media, con effetti più marcati nei settori a maggiore intensità di capitale intangibile .

Sul fronte degli investimenti, la manifattura italiana mostra un comportamento particolarmente dinamico. Tra il 2015 e il 2024, la propensione all’investimento in capitale fisso si è attestata intorno al 25% del valore aggiunto, un livello superiore a quello di Francia e Germania. Tuttavia, la dinamica del capitale fisico disponibile risulta più debole nel confronto internazionale, e gli investimenti immateriali, pur in crescita, rimangono inferiori a quelli registrati nei principali competitor, soprattutto per quanto riguarda la proprietà intellettuale.

Il Rapporto sottolinea inoltre la significativa riduzione delle dipendenze critiche, diminuite di circa un terzo negli ultimi otto anni, grazie soprattutto alla diversificazione delle forniture energetiche. Persistono però vulnerabilità strategiche in settori come la farmaceutica e l’elettronica, dove il grado di concentrazione delle importazioni e la forte esposizione verso fornitori extra-europei rendono le catene del valore particolarmente sensibili a shock geopolitici.

Produttività in affanno e export in crescita

La bassa dinamica della produttività resta una delle principali criticità strutturali del settore. Negli ultimi trent’anni, la produttività del lavoro per ora lavorata è cresciuta del 26%, un ritmo significativamente inferiore a quello delle maggiori economie europee. Tra il 2015 e il 2019 si erano intravisti segnali di convergenza, ma le crisi successive hanno interrotto questo percorso. L’aumento dei costi energetici e il fenomeno del labour hoarding hanno infatti ridotto gli incentivi a investire e inciso negativamente sulla produttività del lavoro.

In netto contrasto con questa dinamica, il commercio estero continua a rappresentare una delle principali leve competitive della manifattura. Tra il 2015 e il 2024, le esportazioni sono cresciute in media del 2,4% all’anno, un ritmo superiore a quello di Francia e Germania. L’Italia ha così guadagnato quote sui mercati internazionali, grazie al miglioramento della qualità dei prodotti, al contenimento del costo del lavoro per unità di prodotto e al contributo positivo della produttività in diversi comparti chiave.

Lavoro, competenze e politica industriale: le nuove priorità del sistema-Paese

Gli approfondimenti tematici del Rapporto affrontano questioni decisive per il futuro della competitività industriale. Il primo capitolo tematico evidenzia l’importanza di politiche del lavoro orientate ad ampliare la base occupazionale, investendo in infrastrutture sociali come asili nido e servizi di cura, e promuovendo la diffusione di pratiche manageriali capaci di accompagnare l’adozione di tecnologie digitali. Risulta altrettanto rilevante migliorare l’efficienza istituzionale, garantendo un quadro regolatorio più favorevole alla mobilità del lavoro e agli investimenti innovativi.

Il secondo approfondimento analizza il ritorno della politica industriale a livello globale. Il Rapporto ricorda come l’intervento pubblico sia tornato centrale per favorire la resilienza delle filiere, sostenere l’innovazione e accelerare la transizione verde e digitale. Le analisi evidenziano che l’efficacia degli interventi dipende in modo decisivo dalla trasparenza dei criteri di allocazione e dalla capacità di orientare le risorse verso settori ad alta complessità tecnologica, più coerenti con la struttura produttiva nazionale e dotati di un maggiore potenziale di vantaggio comparato nel medio-lungo periodo.

Le voci dei settori e la complessità del sistema manifatturiero

Le schede settoriali forniscono una rappresentazione capillare delle specificità dei singoli comparti. Pur nella loro eterogeneità, emerge la forte interconnessione con i mercati globali, un tessuto produttivo ancora dominato dalle PMI e livelli di produttività particolarmente elevati nelle imprese di maggiori dimensioni. Le associazioni di categoria individuano nel costo dell’energia, nel prezzo dei beni intermedi e nell’incertezza geopolitica gli ostacoli più rilevanti alla competitività. Allo stesso tempo, riconoscono nella qualità dei prodotti, nella specializzazione e nelle competenze tecniche consolidate alcuni dei principali fattori di vantaggio competitivo. La transizione verde, pur presentando potenzialità significative, continua a essere percepita come un elemento ambivalente, in grado di generare opportunità ma anche pressioni competitive aggiuntive, a seconda del settore e dell’intensità degli investimenti richiesti.

Un potenziale ancora integro, ma da liberare

Il Rapporto Industria 2025 restituisce l’immagine di una manifattura italiana solida, internazionale e dotata di un capitale di competenze distintivo. Tuttavia, indica con chiarezza che la competitività del prossimo decennio dipenderà dalla capacità del Paese di superare le storiche difficoltà legate alla produttività, di rafforzare gli investimenti immateriali, di sostenere la crescita dimensionale delle imprese e di definire una politica industriale capace di indirizzare le risorse verso settori strategici.

La manifattura italiana resta un asse portante della competitività nazionale. Ma per rimanere all’altezza delle trasformazioni globali in corso, sarà necessario un nuovo equilibrio tra innovazione, sostenibilità, capitale umano e visione strategica. In questo senso, il Rapporto traccia una direzione chiara: la competitività è ancora possibile, ma richiede scelte tempestive, coerenti e condivise.

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Redazione Italia24 News